Che cosa ci si aspetta dal libro. Un commento

Recensione di Gambier & Van Doorslaer (2009)

By Marcello Soffritti (Università di Bologna, Italy)

English:

Marcello Soffritti and Maurizio Viezzi interact at a distance on the book edited by Yves Gambier and Luc Van Doorslaer, The Metalanguage of Translation (Amsterdam/Philadelphia, Benjamins, 2009), highlighting its strengths and weaknesses. The analysis of the book develops, in both cases, into a reflection on the state of the discipline as a whole, and on the ways to improve its quality and its perception in the wider field of humanities. What follows is Soffritti's review.

Italian:

Marcello Soffritti e Maurizio Viezzi dialogano a distanza sul volume curato da Yves Gambier and Luc Van Doorslaer, The Metalanguage of Translation (Amsterdam/Philadelphia, Benjamins, 2009), mettedendo in evidenza pregi e difetti. La discussione si estende poi ad una riflessione più generale sullo stato della disciplina e sulle possibilità di migliorare sia la qualità della ricerca che viene prodotta, sia la percezione che tutta l'area umanistica può avere degli studi sulla traduzione. Quello che segue è la recensione di Soffritti.

Leggi la risposta di Maurizio Viezzi.

Che cosa ci si aspetta dal volume?

Nell’introduzione i due curatori ci ricordano che già nel 1972 James Holmes aveva richiesto con convinzione che si desse finalmente inizio ad una metadiscussione della traduttologia. A distanza di 35 anni[1] è giunta l’ora di verificare quali risultati siano stati raggiunti. Il libro ha dunque questo intento, ma, con un esordio come questo, ci si aspetta anche che venga tracciato un bilancio quantomeno critico. In effetti in tutti i contributi (11) del volume vengono espressi numerosi motivi di insoddisfazione, distribuiti più o meno uniformemente. Rispetto alla proposta, potenzialmente molto vasta, di Holmes, ciò che si approfondisce ora è soprattutto la metalingua della traduttologia, e più precisamente un certo numero di termini chiave, analizzati dagli autori dal punto di vista dei problemi che il loro uso improprio o controverso sta causando alla disciplina. Poi, dopo la documentazione e l’analisi di un certo numero di incongruenze, ogni autore propone, con maggiore o minore convinzione, anche un suo bilancio: qual è l’impatto sulla qualità (scientifica della disciplina e professionale dei testi tradotti), e quali conseguenze è opportuno trarne? Dapprima una precisazione. L’esigenza di Holmes riguardava una metadiscussione, cioè una discussione sulla discussione, cioè sul modo in cui gli studiosi della disciplina enunciano le loro posizioni e interloquiscono fra di loro. È una riflessione sulle forme della comunicazione scientifica nel suo complesso. Di questa fanno parte sicuramente elementi (meta)linguistici, ma non ci si deve illudere che facendo chiarezza sull’uso di termini chiave si ottenga una valutazione esaustiva e soddisfacente sullo stato complessivo della discussione. La qualità della comunicazione fra i traduttologi, che a sua volta dovrebbe rispecchiare la scientificità della traduttologia e il suo “stato di salute”, non si chiarisce solo con l’indagine su singoli elementi lessicali o fraseologici della metalingua. Ma questo i due curatori non lo ignorano sicuramente, anche se nell’introduzione non lo dicono. E comunque il loro approccio ha solidissime giustificazioni.

Perché questa indagine?

Ed eccone alcune. La domanda se la traduttologia sia più o meno scientifica, se abbia una giustificazione e un futuro come disciplina, viene posta e riproposta con grande frequenza da più parti, ed è diventata un topos in quasi tutti i manuali. Indipendentemente dalle risposte più o meno convincenti, in tutti i contributi che conosco la chiarificazione metalinguistica è stata gravemente trascurata o addirittura ignorata (colposamente o dolosamente). Si discute molto su metodi, oggetti, temi, procedure, fattori politici e culturali, divisioni storiche e geografiche, condivisioni interdisciplinari, qualità, valutazione, organizzazione del lavoro e della didattica, e alla fine ci si augura di avere raggiunto posizioni più avanzate e condivisibili. Ma non si è ancora verificato sistematicamente quanta parte del dibattito sia falsata da equivoci o incomprensioni causate da un uso improprio dei termini chiave. Quanti problemi sono mal posti a causa del fatto che un termine chiave viene usato con significati diversi, senza che ce ne rendiamo conto? Quanti dibattiti ci si potrebbero risparmiare, e quante questioni rilevanti vengono bloccate per colpa di un uso contraddittorio, non negoziato, vago o addirittura coscientemente discorde di uno o più termini chiave da parte degli studiosi?[2] E quanto ne soffre non solo la discussione su aspetti specifici, ma la stessa discussione sul metodo? Perché non proviamo, quindi, ad analizzare anche la metalingua di cui ci serviamo? Il problema non sarà tutto qui, ma senza una metalingua opportunamente regolata i malintesi non verranno certo eliminati completamente. Sta qui una significativa correzione di rotta proposta dal volume rispetto al coro, per altri versi abbastanza dissonante, delle trattazioni sullo stato della traduttologia.

Alcune importanti premesse

E ora vediamo come si è impostata questa operazione, di nuovo con alcune premesse. La qualità (e l’efficienza) della metalingua in una disciplina scientifica può essere verificata solo per via empirica, con l’esame di materiale costituito, in questo caso, da una selezione rappresentativa di ciò che è stato pubblicato recentemente. Idealmente, tuttavia, per giungere a una valutazione fondata si dovrebbe compilare in primo luogo una lista completa dei termini rilevanti, sulla base di criteri espliciti e magari condivisi. E il bilancio dovrebbe essere appunto un bilancio, cioè un’operazione condotta sia su ciò che non funziona, sia su ciò che funziona. È chiaro che procedere in questo modo comporterebbe un investimento enorme di tempo e di energie, senza la garanzia di abbracciare davvero tutto il materiale (terminologico e testuale) da indagare. I pochi tentativi preesistenti di sistemazione lessicografica, ontologica ed enciclopedica della “galassia della traduzione”, per quanto condotti con criteri solo in parte analoghi a quelli di questo volume, stanno a testimoniarlo. E alcuni degli autori (ad es. Gambier, Van Doorslaer, Van Vaerenbergh e in parte Snell-Hornby) non mancano di partire proprio da compilazioni preesistenti, per semplificare una parte del procedimento e mettere a fuoco gli elementi metalinguistici che giudicano particolarmente essenziali e strategici. Altri autori, invece, selezionano con criteri propri i contributi e il materiale da prendere in considerazione, basandosi, evidentemente, su una percezione individuale di chi e che cosa ha “fatto scuola” dal punto di vista della rappresentatività metalinguistica. Si suppone quindi che dovrebbe bastare una verifica su un certo numero di elementi strategici: se non c’è coerenza nel loro uso, basta questo per sostenere che la situazione è epistemologicamente critica, e si rendono necessari avvertimenti, approfondimenti, chiarimenti, e forse interventi correttivi. È in sostanza un meccanismo di diagnosi, messo in atto da testimoni privilegiati.

Come i curatori presentano l’indagine: inclusioni ed esclusioni

I curatori hanno quindi cercato una delimitazione, ma allo stesso tempo si vedono indotti ad un ampliamento:

Also, time has come to challenge the so-called Eurocentric bias of Translation Studies by exploring the diversity of “non Western” discourse on and practices of translation, if only to illustrate that metadiscussion is one of the most complex, unrewarding, perhaps even undisciplined topics in the discipline (Gambier/Van Doorslaer 2009: 1).

Accanto a questo sforzo di ampliamento interculturale, il panorama tende ad allargarsi in senso interdisciplinare e interlinguistico:

At the same time, translation can also act to interrogate the metalanguage used by other scholarly disciplines. Some of the metalingual (sometimes metalinguistic) terms we use in our discourse are tributary to other sources, terms in or derived from other languages (Gambier/Van Doorslaer 2009: 1).

Ci sono poi ulteriori campi in cui è necessario usare i metatermini in modo funzionale e adeguato: nell’insegnamento della traduzione, nelle valutazioni qualitative dei testi tradotti, e in generale nei rapporti con il mondo della produzione e dei nuovi media. E qui si innesta un’altra questione complessa, stimolata da una recente presa di posizione di Delabastita sulla (scarsa) applicabilità di procedimenti terminologici alla sfera degli studi letterari e culturali: fino a che punto questa scarsa applicabilità affligge anche gli studi sulla traduzione? “How comparable are Translation Studies and Literary Studies in this respect?” (3). In complesso, da un lato si concretizza il discorso su una campionatura, tutt’altro che metodologicamente banale, di materiale metalinguistico, ma dall’altro si tenta una copertura molto vasta sul fronte interdisciplinare. È una prospettiva a mio parere estremamente difficile da realizzare con un minimo di organicità e rappresentatività tematico/metodologica. Sono sicuro che i curatori erano perfettamente coscienti di questa difficoltà, e che vi hanno adeguatamente riflettuto. Purtroppo, forse per ragioni di spazio, l’introduzione non ci spiega esattamente come si siano selezionati i temi affrontati nei singoli contributi. Troviamo solo, alla fine dell’introduzione, un significativo elenco dei settori ai quali il chiarimento metalinguistico andrebbe esteso, e soprattutto un elenco di termini chiave che NON si sono potuti o voluti affrontare:

Although many different aspects of the metalanguage issue have been discussed in this special issue, lots of other potential perspectives still remain underexposed. What kinds of metalanguage are used in the practices of revision and adaptation? Is it true that the functional metadiscourse is the dominant one in translation practice? How does an idiosyncratic use of terms function in different environments? Is the dynamic use of terms and definitions inextricably linked with the succession of “schools” or “turns” and their socio-institutional dimension? […] Many more examples would have been worth investigating, e.g. culture, translation, causality, representation, transfer, function, system, norm, rule, text, etc. (6).

L’elenco dei termini esclusi dallo studio è preoccupante, e ce ne rendiamo conto ancora prima di verificare invece i termini che sono stati effettivamente trattati nei contributi. Fino a che punto il bilancio sarà attendibile? Basteranno i termini inclusi a garantire una diagnosi fondata? In che relazione stanno fra di loro? Inoltre: la portata interdisciplinare/applicativa dell’indagine risiede soprattutto nel fatto che diversi contributi si concentrano su sottosettori specifici della traduttologia: la localizzazione (Mazur), la traduzione di testi letterari (Laiho), la terminologia (Gambier), l’autoclassificazione tematica (Van Doorslaer). Anche questa, però, è solo una campionatura, e qual è la ratio che l’avrà inspirata?

Che cosa viene effettivamente discusso: le scelte degli autori

Oltre alle differenze già indicate a livello generale, i singoli contributi impostano la discussione in maniera molto varia. Uno dei più sistematici è quello di Gernot Hebenstreit, che presenta un panorama chiaro e aggiornato della metodologia delle definizioni, con particolare riferimento alla tradizionale distinzione fra scienze esatte e discipline umanistiche. La sua rassegna sottolinea da un lato che esisterebbero effettivamente esigenze e standard a cui attenersi, e che diversi teorici della traduzione vedono in essi un obiettivo da raggiungere. Dall’altro, invece, dopo avere condotto una verifica, molto approfondita e completa, sulla tipologia e la “qualità” delle definizioni in due opere standard della traduttologia di lingua tedesca (i classici manuali di O. Kade e Reiß/Vermeer, da cui derivò la Skopostheorie), giunge alla conclusione che segue:

The lack of Aristotelian or formal definitions and the detected shortcomings do affect the concepts’ general accessibility because the concepts’ essential characteristics are not concentrated in one place. It does not however automatically reduce the concepts’ determinacy. Complex phenomena may demand complex forms of definition (23).

In proposito osserverei che definizioni non compatte, spezzettate e sparse in luoghi e contesti diversi nel corso di una trattazione non sono necessariamente “complex forms of definitions” da accettare di buon animo in quanto riflesso/conseguenza della complessità dei fenomeni. Basta pensare a cosa succederebbe nella comunicazione relativa alle scienze mediche o ingegneristiche se le definizioni venissero esposte con la frammentarietà cara ad alcuni traduttologi e con una complessità direttamente proporzionale a quella dei fenomeni trattati. Almeno due autori (Anthony Pym e Jun Tang) non affrontano la problematica della metalingua dal punto di vista dei significanti, e quindi non si occupano direttamente di unità terminologiche o fraseologiche utilizzate dagli studiosi. Il primo (Pym) ripropone infatti alcune importanti considerazioni sul concetto di equivalenza, e si sforza di dimostrare che esso è ancora necessario e adeguato al dibattito teorico, sebbene da diversi anni sia stato dichiarato ambiguo, vago e difficile da applicare. Questa vaghezza sarebbe facilmente sanabile, secondo l’autore, utilizzando due fondamentali caratteristiche distintive: natural e directional, che egli definisce adeguatamente. In questo senso Pym ci presenta un contributo alla precisazione concettuale, cioè una riduzione di ambiguità, e il concetto prescelto per la discussione è certamente fra quelli fondamentali per la disciplina. In margine alla discussione compare, a mio parere, anche la difficoltà di applicare adeguatamente le categorie della traduzione “tradizionale” alla localizzazione: la ricerca di dimensioni di equivalenza in procedimenti come la localizzazione, ancora poco familiari o addirittura scarsamente accettabili per la mentalità di diversi studiosi, induce talvolta a conclusioni frettolose o parziali. Ne è un esempio paradossale il brano conclusivo dello stesso saggio di Pym, che condanna sommariamente una prassi traduttiva basata, a suo parere, sulla sostituzione meccanica di blocchi decontestualizzati, imposta a sua volta da un’organizzazione del lavoro avulsa da preoccupazioni qualitative[3]. Il secondo (Tang) discute il panorama complessivo degli studi sulla traduzione in Cina dal punto di vista del confronto con i concetti e gli approcci degli studiosi occidentali. In questo caso la trattazione riguarda in massima parte i rapporti fra metalingua, sistemi concettuali, ideologia e identità culturale, e non ci sono valutazioni né sull’adeguatezza specifica di determinati termini o concetti, né sulla necessità di interventi mirati. Questo contributo è tuttavia rilevante perché ci ricorda che la discussione sulla metalingua non è completamente giustificabile se non si presta ad integrare sfere culturali distanti fra di loro. Anche il contributo di Leena Laiho si concentra non tanto su questioni centrali di metalingua della traduzione, ma piuttosto su alcuni concetti specificamente rilevanti per la perenne questione della traducibilità di opere letterarie. E anche in questo caso l’approccio riguarda l’esplorazione di contenuti concettuali. La loro portata è chiaramente interdisciplinare, e l’autrice li affronta confrontando definizioni preesistenti e fondamentalmente svincolate dall’impiego specifico nell’una o nell’altra lingua (almeno finché ci si limita alle lingue principali della cultura occidentale). Si tratta di original, translation e identity (nel senso di sameness): esempi molto importanti di come la traduttologia attinga concetti e definizioni da altre discipline, come in questo caso l’estetica e la filosofia dell’arte. Se nelle discipline che hanno originariamente prodotto questi concetti non si ha concordia o chiarezza, è ovvio che ciò si ripercuota, amplificandosi, nella discussione traduttologica che ne deriva: dal punto di vista teorico è ancora controverso se la traduzione di opere letterarie sia possibile senza perdita di “identità”. Per i traduttologi è impossibile enucleare obiettivamente gli elementi costitutivi di questa identità, in particolare per fornire giudizi qualitativi a fronte di una concreta traduzione. Ecco la conclusione principale che l’autrice ne trae:

This conceptual analysis aimed to show the manifold character of some basic concepts in literary translation. Its purpose was to highlight the necessity of contextual embedding and the importance of the explicit formulation of a theoretical framework. A mutual understanding and a genuine exchange of ideas and views, between and within disciplines, presupposes conceptual transparency (118).

La percezione di diffusa incertezza è confermata anche dagli autori che analizzano concreti obiettivi legati alla prassi. Un elemento non del tutto marginale per la legittimazione scientifica di una disciplina è ad esempio l’attribuzione di parole chiave differenziate e condivise ai contributi scientifici che essa produce. Pur senza enfatizzare, Luc van Doorslaer inquadra in maniera convincente lo stretto rapporto fra il sistema di classificazione bibliografica dei contributi (la mappa concettuale utilizzata attualmente per la Translation Studies Bibliography) e il sistema concettuale di riferimento su cui poggia la teoria della traduzione. Al di là delle preferenze individuali nel definire e denominare determinati concetti, è indispensabile fare i conti con concrete esigenze di ricezione e utilizzo di un numero ormai sterminato di contributi scientifici nel campo della traduzione. In questa attività vengono alla luce tutte le esigenze e le difficoltà connesse con lo stato attuale della concettualizzazione, soprattutto se affidata ad etichette applicate dal basso:

The mapping activity confronts itself and all translation scholars with the ambiguities and conceptual differences in the discipline. It is a thorough exercise that seeks a balance between uniformity and idiosyncrasies in the building of a metalanguage. Since it brings together languages, concepts, terms and approaches that were never meant to be brought together, each mapping exercise is unavoidably incomplete, a result of choices and (as a consequence) full of weaknesses (41).

Secondo l’autore, il necessario lavoro di revisione e sistemazione rimane affidato, almeno per il momento, a suggerimenti provenienti dalla “base”:

The conceptual maps of TSB are explicitly designed as open maps, to be complemented, changed and corrected. They call for criticism, changes and additions (41).

Come già accennato nel paragrafo precedente, anche Yves Gambier concentra il suo studio non su una selezione di termini o concetti, ma su un intero repertorio terminologico plurilingue, in uso da anni e realizzato in diverse edizioni. La sua revisione riguarda sia la qualità di queste compilazioni, già effettuate da altri e condotte con l’ambizione di fungere da riferimento per la didattica e la comunicazione fra specialisti, sia i metodi con cui è stata condotta la selezione dei termini. Non si deve dimenticare, infatti, che le diverse edizioni “nazionali” del repertorio sono state dichiaratamente concepite non come traduzione o trasposizione di un “originale”, ma come un adattamento funzionale e culturale per realtà nazionali e locali fortemente differenziate (un esempio di localizzazione ante litteram). Era quindi previsto che i curatori decidessero volta per volta quanto e come il materiale terminologico originale dovesse essere modificato, estraendolo, per esempio, anche da fonti supplementari appositamente reperite. Gambier fornisce nel suo contributo il bilancio di una verifica condotta per mezzo di questionari inviati direttamente ai diversi curatori, e utilizza in ciò anche osservazioni da lui espresse nel 2001 in una recensione dell’edizione originaria[4]. Questa ricerca mette in luce quanto sia criticabile e discordante il quadro complessivo dei risultati raggiunti:

The feeling is that sometimes the aims and working process, the criteria for selecting terms and examples are contradictory, or there is a gap between the objectives and the final output. Nevertheless, the hesitation between translation and adaptation reveals how unclear the two concepts are, even after the completion of a terminology of translation intended for training purposes (188).

Anche L. van Vaerenbergh basa i suoi approfondimenti su sistemazioni metalinguistiche già avvenute in opere di consultazione e documentazione. Sulla scorta delle definizioni contenute in importanti dizionari ed enciclopedie della traduzione, esamina sistematicamente fenomeni di polisemia e sinonimia riguardanti il termine chiave coherence e le seguenti coppie di termini caratterizzanti: documentary/instrumental, overt/covert, interlingual interpretive/interlingual descriptive, direct/indirect. Il suo intento è di verificarne il trattamento lessicografico, e in ciò verifica in primo luogo i requisiti della completezza e dell’integrazione in un sistema concettuale. Van Vaerenbergh mira quindi chiaramente a una valutazione, anche se non direttamente dettata da parametri o rigidi standard lessicografici o terminografici. Anche il suo bilancio è piuttosto negativo. In riferimento a coherence leggiamo infatti:

None of the three consulted works provides in one single entry a complete overview of the meaning and the meaning development of coherence in Translation Studies. […] In other approaches, there are probably still other meaning variations of coherence that have been overlooked thus far. It would also be an added value to a dictionary if it not only tried to include the full complex polysemic meaning of coherence, but also elaborated a sound system of references to related synonymous terms/concepts (50).

E in riferimento alle altre coppie di termini:

Neither the DTS nor the RETS gives a complete overview of the full meaning of the four pairs of terms, of their semantic relationship or of the background against which they must be interpreted (56).

Sulla stessa linea critica si colloca J. Marco, che analizza la terminologia utilizzata dai teorici per indicare la relazione fra un segmento del testo di partenza e quello del testo d’arrivo, soffermandosi in particolare su procedure, technique, strategy e shift e su come questi termini vengono impiegati in diversi saggi di grande impatto. Dopo un’attenta analisi delle loro definizioni e del loro uso, enuclea diverse fattori di debolezza a livello epistemologico, concettuale e interculturale. Per quanto riguarda in particolare il livello concettuale, sostiene chiaramente che:

Conceptual problems arise from the fact that terms are used in a non-standardized, even chaotic way, the most frequent result being that there is no one-to-one (i.e. univocal) relationship between term and concept. Again, this is not exclusive of Translation Studies, but it might be argued that the level of consensus among specialists is lower in our discipline than in other, neighbouring but longer established ones (76).

Il sottotitolo del contributo di M. Snell-Hornby (On metalinguistic confusion in Translation Studies) non lascia molti dubbi sulla valutazione in esso contenuta. L’analisi si concentra sul concetto di norma, riferita sia a ciò che va osservato direttamente nel tradurre, sia alle astrazioni di livello superiore proposte dai teorici della traduzione. Di qui l’autrice rintraccia numerose importanti regolarità anche per quanto riguarda gli interventi degli studiosi sulla terminologia (aggiunte, neologismi, differenziazioni, calchi, ecc.). Una delle sue considerazioni più interessanti riguarda i problemi connessi con ciò che potremmo chiamare la “metatraduzione”, cioè la traduzione da una lingua all’altra di termini appartenenti alla metalingua usata dagli studiosi[5]. Nella teoria della traduzione è infatti evidente una preoccupante egemonia dei contributi in lingua inglese, spesso usata da e imposta a studiosi che non la padroneggiano adeguatamente, o che la devono adattare artificiosamente a categorie e concetti originari di una sfera culturale non anglosassone. In questo senso, la discussione sulla metalingua deve investire anche il rapporto fra l’inglese come lingua franca della traduttologia e le altre lingue nazionali. Ne conseguono valutazioni più complesse e un po’ più dettagliatamente prescrittive rispetto a quelle che abbiamo visto finora:

First, in an age of rapid communication across cultures, discourse can only profit by using language that is lucid and reader-oriented rather than distant, convoluted and “scholarly”. Secondly, basic concepts and terms need to be clearly and unambiguously defined in their specific usage within the approach concerned; words taken from everybody language should be used with caution, particularly when these have culture-specific associations and are transcoded literally into other languages. Thirdly, if the above is borne in mind, there is no real argument against a compatible metalinguistic discourse in several languages – except of course the individual scholar’s ignorance of the languages used (132).

Resta da chiedersi, in riferimento al primo punto, se le caratteristiche indicate dai termini lucid e reader-oriented siano a loro volta interpretate in maniera uniforme o compatibile da studiosi provenienti da culture diverse. Lo si intuisce facilmente immaginando di riproporre la stessa esigenza in italiano con l’uso di termini come chiarezza/lucidità e leggibilità. Anche in questo campo i concreti parametri nazionali e culturali sono ancora drammaticamente divergenti. Affiorerebbero qui probabilmente anche alcune riserve ideologiche. Snell-Hornby richiede infatti non una generica “chiarezza/lucidità” nelle sue diverse vesti nazional-culturali, ma una sua ulteriore neutralizzazione: quella particolare chiarezza/lucidità che si addice alla comunicazione interculturale. È qualcosa di simile all’“internazionalizzazione” intesa nel senso della progettazione di pacchetti software, e pertanto richiede inevitabilmente un adattamento linguistico e progettuale nella scrittura scientifica. Una tale operazione urterebbe facilmente la suscettibilità dei molti che, anche e soprattutto nei Translation Studies, sostengono la pari dignità di diverse culture comunicative, stili di scrittura e modalità di concettualizzazione. Un fortissimo stimolo a ridiscutere concetti apparentemente consolidati in decenni di discussione viene dalla localizzazione: un campo che non va sbrigativamente omologato come mera applicazione di procedimenti traduttivi già noti. Il nuovo impiego dei termini fondanti della localizzazione, fra cui addirittura translation, ma anche globalization, internationalization ecc., mette in luce infatti una larga autonomia operativa, disciplinare e metalinguistica della localizzazione rispetto ai settori tradizionali della traduzione. Il contributo di Iwona Mazur ci ricorda quanto stia crescendo questa autonomia e quanto si stiano distanziando certi significati, che nella localizzazione appaiono spiccatamente fluidi e si manifestano in strutture terminologiche discordanti. Ne derivano fenomeni di proliferazione controproducente, che l’autrice si sforza di ridurre con proposte chiarificatrici. Ma al centro della sua argomentazione sta appunto l’autonomia disciplinare e operativa della localizzazione, una realtà che la traduttologia non riesce a inquadrare correttamente con le categorie preesistenti.

Conseguenze e proposte concrete?

Ho già anticipato una tesi principale suggerita dalla maggior parte dei contributi: la traduttologia è ben lungi da un uso concorde, univoco ed efficiente dei propri termini, e ciò non si addice del tutto ad una disciplina in cerca di legittimazione scientifica. Perlomeno è quanto sembra di poter affermare a fronte delle domande poste dai curatori:

It has therefore been decided to put the problematic variations of usage and conceptualization in both theory and practice of translation in the centre of a special issue of Target […] the discipline has certainly enhanced its visibility. But can we say that the same holds for its readability or its understandability? Have the metalanguages of Translation Studies become more consistent, more useful, as a consequence of the spread of the discipline, without becoming extremely technical jargons? (Gambier/Van Doorslaer 2009: 1-2).

I singoli autori, però, giungono a conclusioni e proposte molto morbide o vaghe. Un’opinione decisamente morbida viene espressa da Nike Pokorn, il cui contributo è addirittura intitolato: In defence of fuzziness. È un segnale di discordia ideologica? Si tratta di una rivendicazione cosciente di qualcuno che rifiuta radicalmente una semantica regolamentata, a favore di categorie a struttura prototipica dai bordi sfuggenti, con sovrapposizioni, intersezioni e diversi gradi di pertinenza? In fondo, la scuola termontografica[6] si basa su un approccio di questo tipo. Ecco l’affermazione più forte contenuta nel saggio:

To conclude, the examples of mother tongue and native speaker show that the meaning of the terms is elusive, that the signifieds playfully escape the grasp of signifiers; although we keep trying to name, our desire for dominance and univocality inevitably fails in the last instance and capitulates to the plurality, elusiveness, equivocality and fuzziness of language (cfr. Derrida 1989). As Rajogopalan has observed, many linguists are still happy working with such discreet entities […] linguistics is perhaps the most “19th century” of the academic disciplines […] Unfortunately, this could also be said of some translation theories. It is time we all learn to live with more fuzzy definitions (Pokorn 2009: 42).

La fuzziness di cui si parla qui riguarda le due sole espressioni riportate (mother tongue e native speaker), ma è effettivamente riscontrabile e ben documentata dall’autrice. In proposito viene da osservare che il loro significato sgradevolmente confuso è stato consegnato ai traduttologi proprio dai linguisti, e sarebbe ora responsabilità di questi ultimi elaborare definizioni più calzanti per il settore operativo in cui se ne sente maggiormente la mancanza (il saggio deriva infatti dal dibattito sulla traduzione verso una “non lingua madre”). Se i traduttologi non l’hanno ancora fatto, ciò può derivare da difficoltà effettivamente insormontabili a livello denotativo o concettuale, o da semplice deficit di attenzione per l’area suddetta. Nulla impedisce, però, di porre il problema in termini operativi: è necessario intervenire a livello denotativo (cioè correggendo/abolendo/rinnovando i termini), o a livello concettuale (cioè correggendo le definizioni per termini da non modificare)? Questo è ovviamente un problema metodologico generale, che riguarda potenzialmente tutti i casi affrontati nel volume, e non solo le due espressioni analizzate da Pokorn. Altri autori propendono indirettamente per un intervento attivo e migliorativo o sulle denominazioni o sulle definizioni. Pokorn, invece, si limita a constatare l’indeterminatezza delle sue due entità metalinguistiche e la eleva direttamente al rango di realtà incontrovertibile, ricavandone un principio generale di indeterminazione per tutta la metalingua della traduttologia. Mentre gli altri autori criticano l’imprecisione e la scarsa applicabilità, lei, pur lamentandone gli effetti, l’assume come vera dimensione attuale e qualificante della traduttologia e la preferisce ai concetti chiaramente definiti. A mio parere, questo contrasto rivela la presenza fra gli studiosi di traduttologia di resistenze mentali antidefinitorie, prodotte da convinzioni più profonde e ideologiche rispetto agli assunti, pur parzialmente antidefinitori, della semantica cognitiva e della termontografia. In questo senso poco importa che Pokorn abbia proposto qui una generalizzazione debolmente giustificata. Per spiegare almeno in parte le cause dell’indeterminatezza metalinguistica riscontrata a diversi livelli, molti autori chiamano in causa la diversità culturale e disciplinare degli approcci e degli studiosi. La diversità così descritta comporta di per sé che sarebbe improprio compilare classifiche di scientificità fra discipline e culture diverse, e renderebbe quindi ingiustificate sia valutazioni qualitative a tutto campo, sia azioni normative sulla terminologia. La tutela della diversità culturale e interdisciplinare in traduttologia emerge in questo senso come presupposto antagonistico rispetto alle esigenze di trasparenza concettuale, coerenza terminologica, efficienza nella comunicazione, praticabilità didattica e legittimazione epistemologica. Questo antagonismo di fondo induce la maggior parte degli autori a non proporre interventi forti, ma soluzioni flessibili, a loro volta non immuni da preferenze ideologiche. Molto morbida, malgrado la severità della sua diagnosi, è ad esempio la conclusione di L. van Vaerenbergh, che ritiene addirittura antiscientifici interventi di riduzione della diversità e confida, forse utopisticamente, in una futura ottimizzazione della ridondanza:

The terminological diversity in Translation Studies is, to a large extent, due to culture-boundedness and the interdisciplinarity of this discipline. It would not be scientifically correct to aim for a reduction of approaches, terms and concepts. It is preferable to aim at an optimization of the existing diversity by means of systematization in an intercultural, multilingual lexicon […], by means of the reflection it entails and the interaction of researchers and terminologists in the field of Translation Studies with the actors of the practice: teachers, students and translators. In a long term perspective, the systematization, reflection and dialogue could possibly result in controlling the profusion (61).

Un po’ più marcato, invece, sembra essere in J. Marco il desiderio di una sistemazione almeno terminologica, per sostenere la dignità epistemologica e professionale della traduzione:

Even though evidence in this respect is still scant and inconclusive, there may be a relationship between terminological practices and the social prestige of a profession. Obviously, there are many other factors at work, but a coherent use of terminology is surely part of the toolkit of the longest established professions. Therefore the way professional translators see themselves and are seen in turn by the community in and for which they work may partly depend on their ability to use terminology consistently as part of their expert knowledge. This might also be true – although there is no empirical evidence to support the claim – of translation scholars vis-à-vis other scholarly communities (77).

Le soluzioni più facilmente proponibili nelle condizioni attuali tendono quindi verso il traguardo minimalistico della compatibilità. Ma anche la semplice compatibilità impone che vengano rispettate alcune condizioni di base all’interno dei diversi approcci scientifici e culturali alla traduzione, come rileva M. Snell-Hornby. E queste condizioni di base non vanno a mio parere sottovalutate:

A plurality of approaches and languages need not however lead to the metalinguistic confusion we have been describing here, and neither does a single dogma guarantee unified discourse. Scholarly interchange, at least in disciplines outside the natural sciences, would be fossilized if all terms and concepts were standardized to the point of uniformity. What is important, however, particularly in Translation Studies, is a compatible discourse which cultivates an awareness of differences in usage and where terms are clearly defined within the language and the school of thought for which they apply (132).

Già il traguardo della qualità delle definizioni, sia pure valide all’interno di un unico approccio, è ancora lontano. Definizioni esplicite, complete e organicamente collocate all’interno di un sistema coerente di concetti sono ancora l’eccezione, e sono ancora molto pochi gli studiosi che vogliono o sanno formularle. Come hanno dimostrato diversi saggi in questo volume, neppure i dizionari e le enciclopedie della traduzione offrono panorami coerenti, completi e affidabili in riferimento a concetti e termini chiave della disciplina. Il disagio che ne deriva è palpabile e diffuso, sia tra gli studiosi, sia tra i formatori, sia tra i professionisti e gli studenti. Lo sforzo di ricavare nozioni trasparenti, convincenti e utilizzabili nella prassi è in genere gravoso e talvolta demotivante. Questa è la situazione di chi opera in un ambito concreto e funzionalmente delimitato. In una prospettiva più aerea e totalizzante, invece, non mancano le esaltazioni della diversità, della ridondanza e della variabilità, in cui coesistono disagio operativo e catartica apertura mentale. La mia impressione complessiva è che i curatori abbiano lanciato il call for papers sperando di ottenere adesioni convinte a una linea “azionistica”, e che abbiano ottenuto invece reazioni in gran parte solo interlocutorie. Il maggiore merito del libro, al di là della chiara solidità metodologica di tutte le analisi che contiene, sta a mio parere proprio nell’avere fotografato questa situazione di parziale stallo.

Note

[1] Questo volume è infatti nato come numero speciale di Target (19:2, 2007).

[2] Gli esempi specifici vengono citati più avanti nella descrizione dei contributi. È notorio comunque il dissenso su un punto centrale, e fondante della disciplina, cioè quali attività umane rientrino nel concetto generale di traduzione. Da un lato si trovano proposte estremamente permissive come quella di Gottlieb, dall’altro restrizioni più o meno plausibili come quelle contenute nella “traduzione propriamente detta” di Eco. Per una più vasta panoramica dei termini utilizzati per designare questo concetto, cfr. A. Chesterman, “Interpreting the meaning of translation”. Mickael Suominen et al. (eds), A Man of Measure. Festschrift in Honour of Fred Karlsson on his 60th Birthday. Turku: Linguistic Association of Finland 2006, 3-11.

[3] Mi limito qui a due sintetiche considerazioni, per non uscire troppo dalle dimensioni che dovrebbe avere una discussione/recensione come questa. In primo luogo, la localizzazione non comporta solo il riutilizzo di porzioni testuali già esistenti, ma ovviamente, e in misura non minoritaria, anche la produzione di testi (d’arrivo) non ancora esistenti. In questa fase nulla ostacola il dispiego di autonomia mentale e creatività personale. In secondo luogo, anche e soprattutto in un modello estremamente stilizzato come quello di Pym, esistono procedimenti di controllo della qualità e di verifica dell’accettazione del prodotto da parte degli utenti. È probabile che in questi procedimenti le competenze di un traduttore tradizionale non siano sempre in primo piano, ma se i prodotti che ne derivano sono davvero così impresentabili (cosa che dovrebbe essere rilevata a sua volta con un minimo di empiricità), i nodi vengono presto al pettine. Ciò che ha compromesso il successo commerciale di un prodotto o la qualità della comunicazione è destinato a riemergere drammaticamente come problema da sanare. In questi casi rientrerà in gioco la competenza di un traduttore/revisore, magari dopo il licenziamento del primo project manager, e con l’eventuale accumularsi di questi problemi si giungerà anche, in tempi certamente non più lunghi di quelli della teoria della traduzione, a una migliore organizzazione del lavoro. Negli altri casi, invece, H.J. Vermeer avrebbe detto che con la soddisfazione del committente e/o dell’utilizzatore è confermata anche l’adeguatezza della strategia, anche se il teorico rimane insoddisfatto.

[4] Cfr. Y. Gambier, “Review of Delisle et al”. Target 13.2 (2001), 357-362. Altre osservazioni specificamente riferite all’edizione italiana e alle incongruenze del relativo processo di traduzione/adattamento si trovano in M. Soffritti (2006). “Der übersetzungstheoretische und -kritische Diskurs als fachsprachliche Kommunikation. Ansätze zu Beschreibung und Wertung”. Ehlich, Konrad/Heller, Dorothee (Hg.), Die Wissenschaft und ihre Sprachen. Bern: Peter Lang, 227-254.

[5] Per la definizione del concetto e alcune osservazioni su casi specifici cfr. M. Soffritti (2006). “Der übersetzungstheoretische und -kritische Diskurs als fachsprachliche Kommunikation. Ansätze zu Beschreibung und Wertung”. Ehlich, Konrad/Heller, Dorothee (Hg.), Die Wissenschaft und ihre Sprachen. Bern: Peter Lang, 227-254.

[6] Per una sintesi degli assunti semantici in termontografia cfr. Geentjens, Sancho, Temmerman, Rita, Kerremans, Koen and De Baer, Peter (2006). “Sociocognitive terminology and Termontography”. Proceedings of the Journées d'Etudes sur le Traitement Automatique de la Langue Arabe, Rabat, Morocco, 138-151.

©inTRAlinea & Marcello Soffritti (2012).
"Che cosa ci si aspetta dal libro. Un commento", inTRAlinea
Debates: Marcello Soffritti & Maurizio Viezzi.
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