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inTRAlinea. online translation journal > Debates >Marcello Soffritti & Maurizio Viezzi

Pregi e difetti del libro

Risposta alla recensione di Marcello Soffritti di Gambier & Van Doorslaer (2009)

By Maurizio Viezzi (Università di Trieste, Italy)

English:

Marcello Soffritti and Maurizio Viezzi interact at a distance on the book edited by Yves Gambier and Luc Van Doorslaer, The Metalanguage of Translation (Amsterdam/Philadelphia, Benjamins, 2009), highlighting its strengths and weaknesses. The analysis of the book develops, in both cases, into a reflection on the state of the discipline as a whole, and on the ways to improve its quality and its perception in the wider field of humanities. What follows is Viezzi's response to Soffritti's review.

Italian:

Marcello Soffritti e Maurizio Viezzi dialogano a distanza sul volume curato da Yves Gambier and Luc Van Doorslaer, The Metalanguage of Translation (Amsterdam/Philadelphia, Benjamins, 2009), mettedendo in evidenza pregi e difetti. La discussione si estende poi ad una riflessione più generale sullo stato della disciplina e sulle possibilità di migliorare sia la qualità della ricerca che viene prodotta, sia la percezione che tutta l'area umanistica può avere degli studi sulla traduzione. Quello che segue è la risposta di Viezzi.

Risposta alla recensione di Marcello Soffritti del volume: Yves Gambier and Luc Van Doorslaer (eds) (2009) The Metalanguage of Translation. Amsterdam/Philadelphia: Benjamins.

Libro diseguale che alla prima lettura lascia un senso di insoddisfazione, il volume curato da Yves Gambier e Luc van Doorslaer si rivela invece in seconda lettura più convincente e non privo di spunti di riflessione. Si conferma in qualche misura non omogeneo, ma consente di capire che l’insoddisfazione non è la reazione del lettore deluso nelle sue aspettative, ma è ciò che emerge da molti dei contributi: si rimane insoddisfatti perché a essere insoddisfatti sono diversi degli autori e la causa dell’insoddisfazione non risiede dunque nella qualità complessiva del volume o di uno o più degli articoli che ne fanno parte, ma va ricercata nella qualità della metalingua della traduzione così come appare dalle analisi e dai giudizi di molti[1].

Libro diseguale, si diceva, non omogeneo. D’altra parte, non ci si può proprio aspettare che non sia eterogeneo un volume che nasce da un numero speciale di Target incentrato su “the problematic variations of usage and conceptualisation in both theory and practice of translation” (Gambier/Van Doorslaer 2009: 1). La (legittima) ambizione di coprire, in un’ottica metalinguistica, translation (senza aggettivi) tanto nella sua dimensione teorica quanto in quella pratica offre l’opportunità – con tutti i rischi che ne possono derivare – di spaziare dalla traduzione letteraria alla localizzazione, dalla presentazione di mappe concettuali all’analisi di singoli termini, dalla logica aristotelica allo status epistemologico della traduttologia. Ed è un’opportunità che i curatori hanno colto. È un difetto del libro? Un suo punto debole? Non necessariamente. Quanto è stato perduto in approfondimento lo si è guadagnato in ampiezza: 190 pagine dedicate, per esempio, alla metalingua della localizzazione avrebbero verosimilmente consentito una trattazione assolutamente esaustiva; 20 pagine sullo stesso argomento permettono al lettore non specialista di farsi un’idea di quella realtà, delle questioni che la caratterizzano e della natura del dibattito in corso, offrono una bibliografia essenziale di riferimento e lasciano analoghi spazi ad altre tematiche e ad altre prospettive per una panoramica che si può considerare sufficientemente ampia ancorché contrassegnata da almeno un paio di lacune di rilievo, segnatamente l’interpretazione e la traduzione audiovisiva.

Nessuno dei contributi è dedicato all’interpretazione. Nell’indice analitico interpreting compare sotto la voce map/mapping (il riferimento è all’articolo di van Doorslaer sulle mappe concettuali e a due figure – fig. 4, p. 35 e fig. 5, p. 34 – che presentano rispettivamente la map of interpreting e details of fields of interpreting), mentre interpretation appare come interpretation (of works of art): la voce si riferisce all’articolo di Leena Laiho sulla traduzione letteraria e ovviamente con l’interpretazione di conferenze (o forense o di comunità ecc.) non ha nulla a che fare. C’è poi un fuggevole accenno di Pym all’interpretazione simultanea e al processo di deverbalizzazione che sta al centro della théorie du sens di Danica Seleskovitch (“‘listening to the sense’ does no doubt describe a mental state that simultaneous interpreters attain”, p. 92) e, salvo sviste, null’altro. Ci si potrebbe interrogare sui motivi per cui l’interpretazione è rimasta esclusa da questo volume: alla base della scelta potrebbe esservi una ragione teorico-concettuale, legata alla pertinenza di articoli sull’interpretazione in un volume intitolato The Metalanguage of Translation, o una ragione pratica, legata alle risposte al call for papers e alla loro qualità, o altre ragioni ancora. Tuttavia, indipendentemente dalle ragioni che hanno portato a tale scelta – ma appagherebbe una giustificata curiosità metalinguistica sapere se la prima delle ragioni indicate ha avuto un ruolo nella composizione del volume[2] – la lacuna è significativa, e dunque è auspicabile venga colmata da altri curatori, tenuto conto in particolare del momento di grande incertezza concettuale e terminologica che nel mondo dell’interpretazione sta attraversando, per esempio, l’interpretazione di comunità.

L’altra assenza notevole è, come si diceva, la traduzione audiovisiva. Assenza notevole e, forse, sorprendente, in considerazione della ricca e significativa attività svolta in quel campo soprattutto da uno dei curatori. Anche in questo caso è difficile intuirne le ragioni ed è al tempo stesso legittimo formulare l’auspicio che la traduzione audiovisiva sia anch’essa oggetto di una riflessione di natura metalinguistica che copra gli sviluppi più recenti e più interessanti, quali per esempio l’audio descrizione.

Sono stati trascurati, dunque, almeno un paio di aspetti importanti del mondo della traduzione (in senso lato), ma ciò non cancella il fatto che – lo si diceva all’inizio – il volume contiene diversi spunti di riflessione alcuni dei quali meritano di essere qui considerati.

Nell’introduzione i curatori, dopo aver affermato che la traduttologia negli ultimi anni ha saputo migliorare la propria visibilità, si chiedono se sia anche riuscita a incrementare la propria leggibilità e la propria comprensibilità (p. 2). La domanda è, ovviamente, cruciale sia che riguardi la fruibilità – come dire? – interna, cioè riferita alla comunità di coloro che di traduttologia si occupano direttamente (studiosi, docenti, studenti), sia che riguardi la fruibilità esterna, cioè la percezione da parte di chi legge di traduttologia pur militando in altri ambiti di studio e di ricerca. Le risposte che, implicite o esplicite, si ritrovano nei diversi contributi non appaiono particolarmente rassicuranti. Diversi autori denunciano infatti la scarsa chiarezza della metalingua della traduttologia e ciò può non soltanto costituire talvolta un problema per i traduttologi stessi e per la comunicazione interna, ma rappresenta per quanti guardano alla traduttologia dall’esterno un vero e proprio ostacolo. Ne deriva quindi una evidente difficoltà nel dialogo interdisciplinare che pure molti auspicano e perseguono. Naturalmente sarebbe irragionevole pretendere che la traduttologia facesse chiarezza al proprio interno, nella propria metalingua, pensando alle esigenze altrui; non è però irragionevole, in materia di leggibilità e comprensibilità, pensare alle necessità proprie: e queste non sembrano essere pienamente soddisfatte.

Riecheggiano nell’arco di tutto il volume considerazioni sulle inadeguate pratiche definitorie (per es. Hebenstreit), sulla natura incerta e confusa di termini e concetti (per es. lo stesso Hebenstreit, Van Vaerenbergh e Pokorn), sull’abbondanza di casi di sinonimia e polisemia (per es. Van Vaerenbergh e Marco), sull’uso idiosincratico dei termini da parte di singoli autori o di esponenti di singole scuole di pensiero o di singole aziende (per es. Marco e Mazur) ecc. Il quadro tracciato è chiaro e viene descritto da Snell-Hornby in modo lapidario: “if it is the purpose of ‘technical’ (here in the sense of ‘subject-specific’) terms to be clear and unambiguous, we can truthfully say that much of the terminology of Translation Studies has not fulfilled its aim” (p. 127-128). Affermazione, questa, ineccepibile e incontestabile, almeno se verificata alla luce dei diversi interventi: lo dimostra la frequenza con cui nel volume appaiono parole come fuzzy o fuzziness. Se questa è la realtà, almeno secondo il parere autorevole e certo attendibile degli autori, non rimane che prenderne atto, interrogarsi sulle possibili cause ed eventualmente sui rimedi, ammesso che sia opportuno, e prima ancora ammesso che sia possibile, intervenire per modificare la situazione.

Una prima causa di ciò che Marco, rifacendosi a Mayoral, un po’ brutalmente chiama terminological chaos (p. 65) è costituita dall’intrinseca vaghezza che caratterizza i concetti che si incontrano nelle scienze umane (Hebenstreit, p. 16): a differenza di quanto accade nelle scienze naturali “where the metalanguage involves standardized terms referring to clearly defined natural phenomena beyond linguistic and cultural differences” (Snell-Hornby, p. 214), nelle scienze umane, e quindi in traduttologia,  i concetti sono spesso “mental constructions of abstract objects”, “there are no characteristics that are ‘objectively’ perceivable” (Hebenstreit, p. 17) e quindi “concepts in the humanities tend to have fuzzy borders” (Hebenstreit, p. 16). Se un concetto ha confini incerti, il termine che lo designa, nell’uso che ne fanno i diversi autori, ma anche uno stesso autore nella sua evoluzione, non ricopre sempre lo stesso spazio e le differenze possono essere molto significative. Una volta riconosciute, queste differenze innescano un processo (che è da un lato una forma di rivendicazione e affermazione della propria autonomia e dall’altro un’esigenza sul piano scientifico) fatto di aggiustamenti, ridefinizioni (spesso soltanto implicite) e aggettivazioni (ne sono un esempio la natural equivalence e la directional equivalence che sono oggetto del contributo di Pym): di qui la fondamentale instabilità dei termini, l’indeterminatezza del loro rapporto con i concetti, la loro proliferazione e, in definitiva, la perpetuazione del caos terminologico.

Un’altra causa della confusione o, quanto meno, della scarsa chiarezza che contraddistingue la metalingua della traduttologia è legata alla lingua e alle lingue: “The metalanguage of translation discusses complex issues that themselves refer to language” (Snell-Hornby, p. 124). Di traduzione si parla e si scrive nelle diverse lingue e, ai fini della comunicazione internazionale, soprattutto in inglese, ma come sottolinea la stessa Snell-Hornby, “the use of English as a lingua franca for scholarly exchange tends to increase metalinguistic problems rather than reduce them” (p. 129). L’uso di una lingua franca è dunque parte del problema, e non parte della soluzione, e lo è non solo per banali questioni di competenza linguistica in senso lato, ma anche – e la questione è di importanza assoluta – per l’errata convinzione che tra le lingue vi sia o vi possa essere sempre una sorta di sinonimia interlinguistica e dunque che per esempio parlare di norms sia lo stesso che parlare di Normen o che non vi sia differenza alcuna, per esempio, tra equivalence e Äquivalenz o tra Fidelität e fidelity o faithfulness (Snell-Hornby, p.128-9). Va peraltro sottolineato, a dimostrazione che si tratta di un problema chiaramente avvertito, che nel loro call for papers i curatori avevano indicato tra i possibili temi da trattare proprio “the consequences of the use of English as a lingua franca in international forums for metadiscourse in other languages”. In queste pagine avviene il contrario: si scrive in italiano di ciò che è stato scritto in inglese (lingua franca?). Il rischio di fraintendimenti (da parte di chi scrive e da parte di chi legge) è evidente e ogni scelta è potenzialmente insidiosa: parlare di traduttologia è lo stesso che parlare di Translation Studies? È forse paradossale che i traduttologi siano messi in difficoltà dalla competenza linguistica (e traduttiva) e che la traduzione (come prodotto) rappresenti un ostacolo, ma sembra essere proprio così, ed è per questo che Snell-Hornby auspica una maggiore e migliore conoscenza delle lingue, soprattutto tra gli anglo-americani. In effetti, servirebbe davvero, e non solo per evitare i fraintendimenti causati dai falsi amici o dalle scelte traduttive inappropriate, ma anche e forse soprattutto per conoscere meglio la propria disciplina: non è forse vero che “nessuno” conosce la traduttologia russa perché “nessuno” conosce il russo? Ma la questione naturalmente non riguarda soltanto la Russia (o l’Unione Sovietica) e non riguarda esclusivamente le lingue. Nell’introduzione i due curatori segnalano la necessità di superare l’eurocentrismo che caratterizza i Translation Studies. L’inclusione nel volume di un contributo di uno studioso cinese è un passo in tale direzione. La conoscenza reciproca della tradizione occidentale e della tradizione non occidentale non può che portare a un mutuo arricchimento e al progresso della disciplina.

Un altro punto importante sottolineato da Snell-Hornby riguarda la qualità della scrittura. L’autrice sostiene l’auspicabilità di uno stile chiaro e di facile lettura che prenda il posto dello stile involuto e poco comunicativo che, in particolare in certi paesi, caratterizza la tradizione accademica. Secondo Marcello Soffritti ciò potrebbe essere sentito, da parte di chi rivendica la piena autonomia della propria cultura comunicativa e del proprio stile di scrittura, come un’indebita ingerenza. Un tale atteggiamento non è certo da escludere, tuttavia come non auspicare il superamento di quella prosa spesso proibitiva e talvolta addirittura inaccessibile che poco o nulla fa per trasmettere conoscenza e che sembra quasi fare dell’incomprensibilità la sua ragion d’essere? La si incontra in alcune realtà culturali e non in altre, in alcuni ambiti disciplinari più che in altri. Di certo non ne è esente la traduttologia italiana, e potrebbe benissimo farne a meno.

Sulla scientificità e sullo status epistemologico della traduttologia si sofferma in particolare Josep Marco, anche se considerazioni esplicite o implicite in materia si possono ritrovare in quasi tutti i contributi. Facendo riferimento soprattutto a Mayoral, Marco descrive una condizione che è condivisa da altre scienze umane e sociali, ma che nei Translation Studies è aggravata dalla giovane età della disciplina: la traduttologia ha uno status epistemologico relativamente debole dovuto al suo basso livello di scientificità (p. 76). Tale condizione appare evidente, scrive Marco, in aspetti problematici quali l’uso di termini diversi per designare gli stessi concetti e l’uso di termini apparentemente sinonimi per riferirsi a concetti diversi (p. 67). Fin qui nulla di particolare: si tratta di considerazioni che si ritrovano in quasi tutti i contributi. Ma è il punto successivo, il terzo aspetto problematico, che crea qualche perplessità. Scrive Marco:

There is not enough of an interface or meeting-point where contributions from different approaches are sorted out and integrated into a common core of knowledge. This points to a lack of institutionalization in the translation scholar community, as a result of which no terminological normalization is possible (p. 67).

Che cosa vuol dire Marco? A che cosa sta pensando? A un comitato per la normalizzazione? A un’ISO della ricerca? Fosse così, chissà che ne sarebbe, per esempio, della natural and directional equivalence di Pym sottoposta a chissà quale tipo di vaglio? Non sembra di essere molto distanti dall’imbrigliamento che Pym vede nell’uso della Translation Studies map di Toury. Lo cita van Doorslaer:

Whatever we do now, it seems, should be located somewhere within the schemata inherited from the past. To do otherwise, claims Toury, would be to risk compromising the “controlled evolution” of translation studies. […] Exactly who is doing the controlling, and to what end? […] Maps are peculiar instruments of power. They tend to make you look in certain directions; they make you overlook other directions[3] (p. 30).

Così Pym, che giustamente teme che la ricerca possa essere sottoposta a vincoli e restrizioni. Davvero sembra preferibile tenersi una certa indeterminatezza, e forse anche una certa sovrabbondanza terminologica, e lasciare che sia la naturale evoluzione della ricerca a far fronte a ciò che van Doorslaer chiama “the desire or otherwise necessity to structure knowledge and concepts” (p. 29). A una soluzione “naturale” della questione afferma di credere – “utopisticamente” secondo Soffritti – Van Vaerenbergh che si oppone a una “reduction of approaches, terms and concepts” (p. 61).

A questo punto è opportuno chiedersi se e in che misura costituisca davvero un problema per la traduttologia avere una metalingua caratterizzata da instabilità, incoerenza, indeterminatezza ecc. È davvero un problema se i concetti rimangono vaghi e i termini che li designano non sono universalmente definiti in modo univoco, e le definizioni vengono presentate in modo frammentario? Hebenstreit sostiene che “definitions serve as a major tool in any scientific endeavour” e quindi “a well defined, unambiguous terminology is generally considered the basis of scientific work” (p. 10). Vero. Ma è altrettanto vero che, come sostiene Dam, citata da Mazur (p. 162) “definitions are bound to change over time […] definitions are – by definition – dynamic in nature”[4]. E questo è un bene, dice Snell-Hornby: “Scholarly interchange, at least in disciplines outside the natural sciences, would be fossilized if all terms and concepts were standardized to the point of uniformity” (p. 132). Quanto alla frammentarietà delle definizioni e alla loro presentazione disorganica, che Soffritti considera con una certa severità[5], non sembra in realtà un gran male e poi, naturalmente, la traduttologia non è la medicina o l’ingegneria.

E allora? E allora alla fine è difficile sottrarsi alla sensazione che, tutto sommato, lo stato di incertezza in cui versa la metalingua della traduzione non sia un problema, non sia il problema, ma semplicemente lo spunto per una riflessione (food for thought) e nulla più. Il vero problema è la qualità del dibattito, la qualità della comunicazione scientifica tra traduttologi: ma questa, come dice Soffritti, “non si chiarisce solo con l’indagine su singoli elementi lessicali o fraseologici della metalingua”. Il vero problema è la qualità della ricerca e, prima ancora, la conoscenza di ciò che gli altri, in altre parti del mondo, o magari due porte più in là, stanno facendo o hanno fatto. E allora tanto vale che “we all learn to live with more fuzzy definitions (Pokorn, p. 142): non preoccupiamoci troppo di metalanguage coherence, ma cerchiamo piuttosto di avere accesso a una buona bibliografia.

Note

[1] Di “numerosi motivi di insoddisfazione, distribuiti più o meno uniformemente” in tutti i contributi del volume parla anche Marcello Soffritti nella sua ampiamente condivisibile recensione/discussione.

[2] Sarebbe pure interessante sapere quanti tra coloro che frequentano questo ambito disciplinare si aspettano di trovare l’interpretazione tra i temi trattati in un libro nel cui titolo compare la parola translation e non vi è alcun riferimento esplicito all’interpretazione. Di certo se lo aspettava chi scrive queste righe. A quando un Kade per la lingua inglese (e dunque per tutto il mondo) in grado di trovare un iperonimo adeguato?

[3] Anthony Pym (1998), Method in translation history. Manchester: St Jerome, p. 1-2.

[4] Chesterman A., Dam H.V., Engberg J. and Schjoldager A. (2003), “Bananas – on names and definitions in Translations Studies”, Hermes 31, 197-209, p. 199.

[5] Non si tratta, dice Soffritti, di modalità di presentazione da “accettare di buon animo in quanto riflesso/conseguenza della complessità dei fenomeni. Basta pensare a cosa succederebbe nella comunicazione relativa alle scienze mediche o ingegneristiche se le definizioni venissero esposte con la frammentarietà cara ad alcuni traduttologi”.

©inTRAlinea & Maurizio Viezzi (2012).
"Pregi e difetti del libro", inTRAlinea
Debates: Marcello Soffritti & Maurizio Viezzi.
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