Tegole dal cielo, vol. I. L’effetto Beckett nella cultura italiana, vol. II La letteratura italiana

Giancarlo Alfano e Andrea Cortellessa (a cura di) (2006)

Edup: Roma

Reviewed by: Cristiana De Santis

Beckett "italiano"

La ricerca si articola in due volumi: nel primo sono raccolti saggi e testimonianze sulla presenza di Samuel Beckett nella letteratura italiana, nel secondo saggi sulla presenza della letteratura italiana nell’opera di B. Si tratta di un lavoro imponente, che ha il merito di riportare l’attenzione della critica su un autore (premio Nobel per la letteratura nel 1969) che ha attraversato più lingue e culture, scrivendo di volta in volta in inglese o in francese, autotraducendosi (non senza esitazioni, difficoltà, ripensamenti) e arrivando a una impercettibile contaminazione tra i due sistemi linguistici («questo inglese che è un po’ francese, e questo francese che si anglicizza», nelle parole di Gabriele Frasca, traduttore alle prese con l’equilinguismo del suo autore e con il delicato problema dei doppi originali). Un autore che ha avuto altresì la capacità di muoversi tra media diversi: dalla pagina scritta in versi o in prosa al teatro, dalla radio al cinema e alla televisione, con un’attenzione inedita agli aspetti materiali e artigianali dei vari sistemi di trasmissione (come mostrano le indicazioni performative delle didascalie, ma anche lo scatto che lo porta a diventare regista, oltre che sceneggiatore, delle sue opere televisive).

Come sottolineano i due curatori nell’Introduzione, B. è stato recepito con un certo ritardo e solo parzialmente in Italia: più della narrativa e della poesia, ha contato il suo teatro (con il picco rappresentato da Aspettando Godot, pièce oggi raramente portata sulle scene ma presente in tutte le antologie scolastiche e diventata archetipo proverbiale di tanti titoli giornalistici), troppo frettolosamente etichettato come “teatro dell’assurdo”. Nelle dense pagine introduttive, Alfano e Cortellessa mettono a fuoco il problema del fraintendimento del lavoro beckettiano fin dagli inizi della sua penetrazione in Italia negli anni ’50 (anche da parte di maestri come Manganelli e Calvino), legato soprattutto alla difficoltà di misurarsi con un autore “senza stile”, per cui cioè – come ribadisce Sebastiano Vassalli nella sua testimonianza – «il problema della lingua non conta» perché la sua ricerca è altrove, al di là delle parole. Le soluzioni espressive di B., del resto, per la loro secchezza, i ritmi ripetitivi e martellanti, il rigore combinatorio (che non preclude, anzi schiude la strada di una liricità ad alto impatto emotivo), non potevano che cozzare tanto con la ricerca formale strenuamente perseguita dai prosatori italiani coevi (sia nella linea espressionista sia in quella neorealista) quanto con il carattere paludato dei dialoghi teatrali nostrani, ancora vincolati a una tradizione di parlato-scritto più adatto alla lettura che alla recitazione. La sua lezione sarà meglio accolta, più tardi, dall’avanguardia, pronta a vedere nella scarnificazione del linguaggio e nell’accentuazione della dimensione puramente fàtica del discorso la dovuta reazione alla parola massificata, opaca, di fronte alla quale non rimane che la fuga in una retorica del balbettamento, del silenzio, del vuoto di senso.

Innegabile appare poi il ruolo formativo di B. per gli autori delle generazioni successive, non tanto e non solo per la sua sperimentazione formale, quanto per il suo strenuo imperativo di verità etica, la innegabile dimensione intellettualistica, la capacità di oggettivazione e uno humour che, shakesperianamente, combina note triviali e toni metafisici, silenzi inquietanti e movenze clownesche. Certo, va riconosciuto che la “funzione Beckett” non è immune dal rischio del manierismo, inevitabilmente connesso con l’imitazione di un autore dall’irripetibile progetto letterario ed esistenziale. Tra i numerosi saggi contenuti nel primo volume (di cui alcuni già apparsi su rivista) vanno citati almeno quello di Nicola Turi, sui rapporti tra Calvino e B., citato nelle Lezioni americane come insegna di una delle due strade che si aprono alla letteratura fantastica («fare il vuoto per ripartire da zero»), e quello di Giancarlo Alfano sul tema dello spazio in Manganelli e in B., ugualmente privo di delimitazioni cartografiche perché mobile come lo sguardo del soggetto. I segni lasciati da B. nella scrittura di due esponenti di spicco della neoavanguardia, Antonio Porta (di cui viene ripubblicata nel volume una nota critica sulle Poesie in inglese di B.) ed Edoardo Sanguineti, sono invece l’argomento dei saggi di Federico Francucci e di Gilda Policastro. Ancora Alfano si sofferma sulle analogie tra i personaggi outcast di B. e Guizzardi, spaesato protagonista dei Parlamenti buffi di Gianni Celati.

A Luigi Severi, Paolo Zublena e Tiberia De Matteis si devono invece tre panorami complessivi sulla presenza di B. rispettivamente nella narrativa, nella poesia e nella drammaturgia italiana contemporanea. La figura di B. ha lasciato tracce anche nell’arte italiana più recente, come mostra il saggio di Stefano Chiodi, che cita le fotografie di Diego Perrone e i video di Rä di Martino, entrambi nati negli anni Settanta, oltre al lavoro cinematografico del duo palermitano Ciprì & Maresco (ma si pensi anche all’ossessione di Tullio Pericoli per la silhouette beckettiana). Ai saggi seguono le interviste di Alfano ai principali traduttori italiani – nonché studiosi in prima persona – di B. (Carlo Fruttero, traduttore dell’opera teatrale; Aldo Tagliaferri, traduttore della Trilogia francese; Gabriele Frasca, traduttore dell’opera poetica), che hanno contribuito a diffondere la conoscenza dell’autore in Italia. Meritano una sosta le parole dei tre intervistati, a cominciare dalla testimonianza di Aldo Tagliaferri sul suo «corpo a corpo» con l’opera di B., in un lavoro che presuppone una continua spola tra affondo linguistico e impegno teorico: la pratica del «close reading, analisi testuale dettagliata e ravvicinata», necessaria per evitare malintesi, viene infatti integrata con una paziente ricostruzione dell’«intarsio di citazioni», esplicite o mascherate, sapientemente orchestrato da B. (autore per cui lo stesso Tagliaferri, in un saggio del 1967, aveva parlato di «iperdeterminazione letteraria», mettendo in luce il continuo confronto-scontro con Joyce, ma anche i complessi rapporti con la filosofia e la psicanalisi).

Sul piano della testualità, Carlo Fruttero (che lavorò a quattro mani alle traduzioni teatrali con Franco Lucentini) mette in luce la difficoltà di confrontarsi con la «progressiva intraducibilità» di B. man mano che, negli anni, le sue parole diventavano sempre «più rade, più distanziate, sempre “meno”», sempre più cariche cioè di «una forza..., una sonorità..., un potere evocativo» che rendevano arduo il compito di trovare un equivalente espressivo nella lingua di arrivo. Interessanti anche le osservazioni del più giovane dei traduttori, Gabriele Frasca, sulla capacità di B. di alternare nella sua narrativa «non soltanto due lingue ma anche due registri sintattici, cioè l’iper-ampolloso (a fini comici, e catalogici), e l’iper-secco»: soluzioni che corrispondono a due diversi registri della vocalità, in una lingua che «non assume mai l’aspetto del parlato», che non si avvale cioè di espedienti sintattici di stilizzazione dell’oralità, ma non rinuncia, attraverso la ricerca ritmica e fonica e l’uso sapiente della punteggiatura, ad alludere a una voce di sottofondo. Hanno invece forma di risposte a un semplice questionario (su quando e come sia avvenuto l’incontro con l’opera di B. e sui segni lasciati da questa lettura) le testimonianze di 19 scrittori italiani contemporanei sulla persistenza di B., raccolte da Cortellessa. Si tratta, in prevalenza, di narratori: dal più anziano Luigi Malerba (che dimostra la sua lontananza dallo stile di B. con l’incapacità di correggerlo e riscriverlo) ai più giovani Paolo Nori (che rivela di non avere letto quasi niente di B.) e Vitaliano Trevisan (che se ne dichiara invece enormemente influenzato), passando per la generazione di Gianni Celati e Sebastiano Vassalli, che più direttamente e profondamente sembra aver assorbito la lezione di B. Ma non mancano poeti come Valerio Magrelli e Patrizia Valduga, che rivela coincidenze puntuali tra alcuni suoi versi e frasi beckettiane.

Nel secondo volume sono raccolti saggi sulla presenza della letteratura italiana nell’opera di B.: Dante (su cui indagano Gabriele Frasca e Walter A. Strauss, con particolare riguardo alla figura del Belacqua dantesco, la cui indolenza anticipa la rassegnazione all’attesa dei clochard di B. e che diventerà protagonista emblematico e controfigura dell’autore nell’Irlanda purgatoriale del Dream beckettiano e dei successivi racconti di More pricks than kicks), Leopardi (presenza ravvisabile in poche tracce testuali, come la citazione dei versi di A se stesso, ma costituiva della “costellazione” pessimistica in cui si incardina il pensiero beckettiano, come suggerisce Andrea Cortellessa), ma anche Giordano Bruno e Vico (oggetto, con Dante, di un saggio giovanile di B. sul Work in progress joyciano, su cui ritorna Massimo Verdicchio), Pirandello (sulla base di un comune terreno di incontro rappresentato dalle componenti metateatrale e umoristica, ben circoscritto da Tatiana Chemi). D’altronde, dalla testimonianza di Fruttero emerge un’altra presenza, meno prevedibile, nello scaffale italiano di Beckett: D’Annunzio, come Dante recitato a memoria. Il saggio di Marco Sonzogni si sofferma infine sull’esperienza di Beckett traduttore di Montale, con particolare riguardo a uno dei tre Ossi tradotti in inglese da B. nel 1930: Delta, poesia forse influenzata dalla lettura di Anna Livia Plurabelle di Joyce (prosa che lo stesso Beckett tradurrà in francese l’anno successivo). Segue una bibliografia delle opere di B. e degli scritti critici su B. pubblicati in Italia (a cura di Lorenzo Orlandini) e una teatrografia comprendente la rassegna completa delle rappresentazioni di testi beckettiani in Italia e dei testi ispirati all’opera di B. (a cura di Luca Scarlini e Lorenzo Orlandini), strumenti utili a chi voglia avere un panorama complessivo della fortuna di B. in Italia o ragguagli critici più precisi sulla sua opera.

©inTRAlinea & Cristiana De Santis (2007).
[Review] "Tegole dal cielo, vol. I. L’effetto Beckett nella cultura italiana, vol. II La letteratura italiana", inTRAlinea Vol. 9
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