La Camera chiusa - Notte di veglia (Due racconti)

Translated by: Marilena Genovese

La chambre close - Nuit de veille by Jean Lorraine
Sonyeuse, 1891 - Sensations et souvenirs, 1895


La camera chiusa

Non avevo mai provato tanto profondamente un sentimento di ostilità verso alcune case e alcune camere di provincia, la loro aria funerea e chiusa, come quella triste e piovosa mattinata di ottobre quando la porta della grande stanza, dove il garzone di fattoria aveva poggiato la mia valigia, si chiuse da sola, quasi silenziosamente.

Cos’ ero andato a fare in quell’autunno malato in un padiglione sperduto tra i boschi, io che sono il più scadente cacciatore del mondo, la cui naturale indolenza procede di pari passo con un orrore quasi fisico delle armi da fuoco; quale idea balorda mi aveva spinto a seguire qui le battute nella tenuta del marchese di Hauthère e lasciare Parigi, il boulevard e il giornale per seppellirmi vivo in questa tetra fustaia alla vigilia di Cléopâtre e del grande ritorno sulla scena di Réjane nell’opera di Meilhac?

A costo di sembrare matto, sono convinto che nel giungere quasi involontariamente in quella foresta malandata e così stranamente solitaria, ero lo strumento di una volontà sconosciuta, più potente della mia e che giocavo in quel luogo, inconsapevolmente, un ruolo in un dramma dell’Aldilà!

Chi poteva avere abitato, un tempo, quel vecchio padiglione Luigi XIII, dalla grande copertura di ardesie, ornata di lucernai, e così tristemente isolato sulla riva di quel lago pieno di foglie morte, nella parte più profonda di quella grande foresta?

Apparteneva da secoli alla famiglia Hauthère e il padre dell’attuale marchese l’aveva trasformato nella casa del guardiano; nel periodo della caccia, vi si facevano alloggiare gli invitati che non avevano potuto trovare posto al castello.

Era stato il mio caso: sin dal mio arrivo in stazione, una carretta da fattoria aveva accolto me, la mia valigia e i miei inevitabili effetti personali, e mi aveva condotto per le ceppaie umide, sballottato dagli scossoni della carreggiata, nel tetro crocevia, mezza prateria, mezza radura, in cui sorgeva il padiglione.

La casa del guardiano dei marchesi di Hauthère, con la sua aria strana di miseria e di mistero, in riva a quell’acqua morta, in mezzo a quel prato di fieno e di erbacce che marcivano sotto la pioggia, e le alte banderuole del tetto che gridavano al vento d’ottobre nel silenzio pesante, il silenzio complice delle fustaie assopite come ovattate di bruma, senza eco e senza voce.

Non appena fui entrato nell’alto vestibolo, piastrellato in bianco e nero, la sensazione che stavo penetrando in un dramma sconosciuto si accentuò: la camera che mi avevano assegnato era situata al primo piano e due grandi finestre, drappeggiate con lunghe tende di antica seta stinta, la rendevano vasta e chiara in mezzo alla tristezza di quel cielo carico di pioggia e di quella foresta cupa; e tuttavia, istintivamente, varcando la soglia, avevo camminato più silenziosamente, come se stessi per entrare nella stanza di un malato; vi aleggiava ancora un odore di etere rancido e ovunque, nel lampasso sbiadito delle tende di un tempo, sulle poltrone di un lusso antiquato e freddo, sul baldacchino del letto e sul marmo lucido di una vecchia mensola, la polvere, neve nera degli anni trascorsi, sembrava esser là da molti mesi.

Strana camera: sembrava conservasse un segreto Qualcosa di molto triste, di cui era stanca D’aver visto il mistero in fuga nello specchio…

Questi versi raffinati di Rodenbach mi sono ritornati in mente in un secondo momento a proposito di quella stanza effettivamente strana e che certamente aveva, anch’essa, un segreto, un segreto e un dispiacere sepolti in un’antica malinconia, solitudine e silenzio; quel gran silenzio ostile che disturbava adesso il mio invito in quei boschi. Impressione di breve durata, del resto: al castello mi attendevano per la colazione!

Come mai, dopo una giornata trascorsa a setacciare il bosco e un pasto ai cani di diciassette magnifici caprioli, lo spirito rallegrato dal lieto diversivo di una cena di ventidue portate nel salone di caccia di Hauthère, il sangue ringagliardito dai vini pregiati di una cantina rinomata e il pensiero lontano cento leghe dalle angosciose impressioni del mattino, mi risvegliai a mezzanotte nella mia stanza della casa del guardiano, con la nuca madida di sudore e il cuore stretto dal più indicibile malessere ? Raggelato da un brivido lungo la schiena, mi drizzai a sedere: avevano dimenticato di chiudere le tende delle due finestre ai piedi del letto e, nella stanza ingigantita dal silenzio, il chiarore della luna, entrato dai vetri, cadeva mollemente sul pavimento; nel cielo mosso come il mare, la battaglia delle nuvole cacciate dal vento dell’ovest e, contro i vetri, il tamburellio della pioggia autunnale, della monotona pioggia … D’improvviso, nella camera vicina si levò un vecchio motivo di gavotta; un’aria di clavicembalo così dolente e tenue da sembrare risvegliato da mani invisibili; qualcuno era là, nella stanza affianco, dietro il tramezzo, ne ero sicuro, e ora, nel silenzio e nella notte della casa deserta, la musica inizialmente titubante, si librava in ritmi sfumati e precisi, musica di un tempo, riesumata lentamente, arietta o musica da ballo, dalle grazie leziose e fievoli, antico motivo imbellettato dell’altro secolo.

E che si crederebbe aver imparato dalle labbra dei ritratti

Ma a poco mi servivano, quella notte, le reminiscenze dei poeti! Con terrore crescente, ascoltavo, drizzato sui due pugni contratti sul cuscino, e il sudore lungo la schiena, con l’angoscia atroce che qualcuno stesse per entrare, qualche essere ignoto, che si aggirava lì vicino e le cui mani d’ombra indugiavano, in quel momento, su di un clavicembalo dimenticato nella stanza accanto; e prossimo a venir meno, sentivo il cuore ballare nel petto e i miei occhi spalancati per la paura divenire sonnambuli, quando un grande respiro sfiorò il mio volto e, attraverso la seta delle tende del letto stranamente gualcite, un lamento, una voce dell’animo pianse tra i miei capelli di colpo drizzati:

«Portatemi via! Portatemi via!»

La voce pronunciò la frase due volte: folle di terrore, ero balzato nudo in mezzo alla stanza; allora, sentii, oh! molto distintamente, il rumore di passi in fuga sul pavimento, lo sbattere di una porta che si richiude, lo stridio di una chiave che gira nella serratura, e fu tutto; il clavicembalo aveva smesso di suonare e nella mia stanza rischiarata dalla luna, le tende della finestra di un rosa lucido, cadevano dritte, senza una piega… Fuori, la pioggia era cessata e, nel cielo notturno di un grigio latteo e pallido, tre grandi faggi cresciuti nei pressi della casa del guardiano agitavano le loro cime rumorose nel vento fresco della notte.

Avevo recuperato il mio sangue freddo; con la rivoltella in pugno andai diritto alla porta di comunicazione con la camera vicina; tentai invano di aprirla; era chiusa a doppia mandata e resistette ad ogni sforzo; allora andai a quella del corridoio; la chiave che avevo messo io stesso dall’interno non era più nella serratura e cercai allora di aprirla, ma invano: ero bloccato, la camera era chiusa.

Convulsamente, accesi una candela, indossai i pantaloni, una giacca, misi le pantofole e, avendo chiuso le due porte, una con un comò posto di traverso, l’altra con una grande poltrona arabescata di rosa e verde pallido, mi sistemai su un’altra poltrona all’altezza della spalliera del mio letto e, con i piedi avvolti in una coperta, aprii l’ultimo libro di Anatole France, fermamente deciso a vigilare fino all’alba… e mi risvegliai alle dieci del mattino, svestito e coricato nel mio letto; in piedi al mio capezzale, il garzone di fattoria, destinato come cameriere alla mia persona, in quella strana casa del guardiano attendeva, rispettosamente quieto, i miei ordini.

- «Ma che ore sono?» gridai appena sveglio.

- «Le dieci e mezza veramente».

- «Le dieci e mezza! Allora gli altri cacciano!»

- «Oh! dalle sette, il signore può sentire i colpi di fucile da qui!»

- «Come! E voi mi avete lasciato dormire?»

- «Oh! Il signore riposava così bene, il signore aveva l’aria così affaticata e così felice di dormire, era così pallido, in fede mia, che non ho osato svegliare il signore, e l’ho lasciato dormire. Ecco il cioccolato del signore».

E con un gesto maldestro, il ragazzo mi indicava il vassoio appoggiato sul mio comodino. Evidentemente, avevo sognato; tuttavia, un dubbio restava e mentre finivo la mia toletta, con il ragazzo che andava e veniva nella mia camera:

- «E la camera accanto?» cercai di dire casualmente, e mi fermai, sgomentato io stesso della brusca alterazione della mia voce.

- «La camera accanto!» farfugliava il ragazzo.

- «Sì, la camera accanto, qualcuno ci dorme, ci ha dormito questa notte?»

- «La camera accanto, oh! certo che no signore, nessuno ci dorme più; le porte sono murate. Oh! no, nessuno ci dorme più, nella camera della Signora marchesa».

- «La camera della Signora marchesa!»

- «Si è là che è defunta la madre del Signor marchese; oh! è successo tempo fa; oh ! sì, sarà una trentina d’anni!»

Fu tutto quello che potei sapere dal ragazzo. Lo congedai e, una volta solo, cercai di avvicinare ben bene l’occhio ai buchi delle serrature; fatica inutile, le persiane della camera vicina dovevano essere chiuse o le porte arredate con della tappezzeria: impossibile distinguere qualcosa, la mia curiosità si scontrò con una muta oscurità di tomba. La notte seguente, dormii al castello: a colazione, dove trovai il modo di arrivare in ritardo, il marchese, dopo essersi informato su come avevo trascorso la notte in quel padiglione isolato della foresta, si scusò di esser stato costretto a darmi un così cattivo alloggio.

- «Ma», aggiunse con un sorriso equivoco, «uno dei miei ospiti è partito questa mattina, la sua camera è libera, e Francesco, porterà qui il vostro bagaglio nel pomeriggio: dormirete al castello “questa notte”».

E questo fu tutto … ero stato probabilmente vittima di un’allucinazione, il mio temperamento eccitabile, impressionato dall’aspetto di miseria e di tetro abbandono di quel padiglione solitario, aveva lavorato durante il sonno, e il mio incubo non era stato, in fin dei conti, che ciò che sono tutti gli incubi, il prolungamento triste, oltre lo stato di veglia, di una sensazione di angoscia.

Eppure, da quando so che la marchesa Simonne-Henriette d’Hauthère, la madre del mio ospite, è morta a vent’otto anni, quasi folle, o perlomeno la famiglia lo ha sostenuto, alcuni hanno detto sequestrata per colpa della gelosia di un marito di altri tempi in quell’isolato e così stranamente cupo padiglione, mi sono chiesto se non fossi entrato mio malgrado (sono i casi della vita) in qualche terribile mistero, se non fossi stato immischiato, una notte della mia vita, in qualche dramma dell’Aldilà!

E poi … nel tumulto dei miei ricordi di ieri, ma che mi sembrano già lontani, oh! sì già lontani… avevo dimenticato di dire… La mattina della mia terribile notte visionaria, aggirandomi per la camera, sopra il marmo polveroso di una delle mensole che cosa avevo trovato?... Una rosa, una pallida rosa bianca, completamente bagnata dalla pioggia, con i petali umidi, dal lungo stelo, flessuoso, priva di spine, adagiata nella polvere e, nella polvere, l’impronta di cinque dita … Quel fiore e quell’impronta, da chi erano stati messi?

Notte di veglia

Mia madre stava molto male; a quel tempo abitavamo in provincia in un grande padiglione Luigi XIII, situato un po’ fuori città. Fiancheggiato da un avancorpo, stagliava i suoi alti tetti d’ardesia sullo sfondo di un grande giardino dalle cime fruscianti; il vento del mare non le lasciava mai immobili, e sotto questo incessante assalto gli abeti, i castagni e le betulle avevano finito con l’ inclinarsi in direzione della vallata, un paesaggio affascinante dal nome ancor più attraente: Fécamp.

Oltre un ponte, che le acque del mare bagnavano due volte al giorno, sorgevano il campanile di Saint Etienne e i tetti della città; una grande strada costeggiava la proprietà, e sebbene fossimo cinti da grandi mura, questa tenuta dalle fronde eternamente fruscianti, è rimasta tuttavia uno dei terrori della mia infanzia; lì mi sentivo troppo solo, troppo lontano dal movimento peraltro assai tranquillo di quella città costiera, piccolo porto di pescatori che si risvegliava soltanto durante i tre mesi invernali, al rientro delle navi di Terranova, per ripiombare nel suo torpore una volta ripartiti i Terranoviani. E se mi aggiro per il mondo gravo di un inquieto nervosismo un po’ morboso, se la mia vita da oltre trent’anni non è altro che una sorta di convalescenza, ritengo sia per l’aver ascoltato troppo il vento gemere tra i grandi alberi di quel giardino isolato e profondo.

Il mio spavento istintivo per quei prati in abbandono e per quegli ortaggi che fiorivano tardi in primavera, e arrugginivano presto in autunno, era aggravato dall’angoscia in cui mio padre e io vivevamo già da due mesi al capezzale di mia madre. Potevo avere sedici anni, un ragazzone cresciuto troppo in fretta, delicato e sfaticato nelle mani di un professore. Il medico, temendo di attristare il morale dell’ammalata con la presenza di una suora, aveva ritenuto giusto nominarmi suo custode. Era allora al culmine della febbre tifoidea, e il delirio non le dava tregua; nella grande camera a tre finestre dell’avancorpo del padiglione, a notti alterne mio padre ed io ci davamo il cambio accanto a lei; la mia immaginazione esaltata dava allora un significato sinistro anche alle cose più insignificanti. Non avevo mai visto mia madre così sveglia e viva, né nessun altro d’altronde, in un tale stato di prostrazione, e mi aggiravo intorno al suo letto solo con occhi colmi di lacrime, persuaso che presto non l’avrei più rivista. Non l’abbandonavo mai con lo sguardo, sistemato accanto al suo letto, sfogliando un romanzo che non leggevo e con il cuore gonfio, così gonfio che non avevo neppure la forza di soffocare i singhiozzi che lei, povera creatura, fortunatamente non poteva sentire; un terrore smisurato, notte e giorno, mi tormentava ancor più quando non ero accanto a lei e quando mio padre, prendendo il mio posto, mi obbligava ad andare a dormire nella stanza accanto.

Ero appunto di guardia quella notte. Mio padre, abbracciandomi prima d’andare a riposare di là, mi aveva stretto più forte del solito al suo petto, e con voce strozzata mi aveva detto: «Va’ figlio mio, per qualsiasi cosa chiamami. Non si sente bene questa sera».

E sebbene mi avesse attirato nell’ombra, avevo capito bene che anche lui si sentiva soffocare dalle lacrime. Tornai dunque a sedermi nell’alcova, presi la sua povera mano bruciante nella mia, e non allontanai lo sguardo da quel volto amato, alzandomi solo per andare a mettere un ceppo nel fuoco, un grande fuoco che ardeva nell’ampia e triste camera notte e giorno poiché era pieno inverno e il cielo terso e freddo scintillava di stelle; il giardino era immobile in una profonda quiete; non un rumore nella dimora assopita, e si sentiva che fuori doveva essere molto freddo; quindi tornai accanto alla mia ammalata e, non so come, finii anch’io con l’ assopirmi.

Al suono della pendola mi svegliai. Erano le due. La camera, in cui ardeva una debole fiammella, era come morta tant’era profondo il silenzio, e fatta eccezione per il respiro affannoso, un po’ rauco, della cara ammalata, si udiva soltanto il ronzio della fiamma e del pentolino d’acqua calda che bolliva lì per le infusioni. Fu realmente lo scoccare delle due nella notte (dal momento che dormivo profondamente) o fu piuttosto una pressione alquanto forte delle dita della sua mano lasciata nella mia, fatto sta che mi drizzai con un sussulto, quindi mi chinai su quel povero corpo dolente, su quel dolce volto estenuato.

Anche lei dormiva, quando un ciocco di legno, emanando un bagliore più intenso, rischiarò d’un tratto tutta la stanza, quindi il chiarore ricadde all’istante, ma non così rapidamente da non lasciarmi scorgere una cosa che mi agghiacciò. Non eravamo più soli nella stanza. Qualcuno era lì, uno sconosciuto di cui non potevo scorgere il volto e la cui presenza mi aveva soffocato la voce in gola. Non seppi mai se si trattava di un uomo o di una donna. Appostata all’angolo del camino, nella grande poltrona dove spesso andavo a sedermi per controllare l’infusione di una tisana, la figura sconosciuta mi dava le spalle; ma nella penombra della stanza distinguevo perfettamente le sue mani tese verso la fiamma; nere, esse si stagliavano sulle braci del focolare, e nella posa comune alle anziane donne accovacciate davanti al fuoco, restava immobile e muta come in attesa, e non era una vana allucinazione della mia mente sovreccitata, poiché ad un certo punto prese le molle del camino e attizzò le braci, facendone rotolare alcuni pezzi sul tappeto.

Un’angoscia atroce mi serrava la gola, mi ero alzato e non potevo fare a meno di guardarla; era una donna, ma una donna dalle grandi sembianze, e quando il fuoco si ravvivava vedevo distintamente il piccolo chignon di capelli grigi attorcigliati sulla sua nuca magra, e non riuscivo né a chiamare né a gridare tanto il mio spavento cresceva, tanto si consolidava in me la convinzione che quella strana presenza non poteva che essere maligna per l’ammalata che assistevo.

Rimasi così per ben tre minuti; un sudore freddo mi colava sulle tempie. M’imposi infine di avvicinarmi alla terribile sconosciuta. Camminando sul tappeto con passo felpato, mi precipitai su di lei e posai le mani sulle sue spalle; lo spettro era scomparso. Ero stato vittima di un’allucinazione, di un sogno; annichilito, mi lasciai cadere sulla poltrona in cui, sino a poco prima, avevo creduto di vedere la serva della Morte e, con le mani tese macchinalmente verso la fiamma, nella stessa posa del fantasma, cominciavo appena a riprendere i sensi quando, nel silenzio della grande stanza della veglia la voce della mia malata si levò rauca, strozzata: mia madre delirava.

«Jean, le senti salire? Non voglio che salgano, soprattutto che non entrino!».

E, levatasi a sedere, tendeva un orecchio inquieto e fissava nell’ombra con due occhi spaventati, smisuratamente dilatati; avevo preso nelle mie mani quelle della delirante e, interamente chino su di lei tentavo di rassicurarla.

«Ah! Quante ce ne sono! E continuano a salire, la scala ne è piena… una su ogni scalino; perché le avete fatte entrare in casa? Soprattutto che non entrino qui!».

Oh! Il sommo terrore che emana la voce sonnambula dei febbricitanti nelle lunghe notti di veglia, nel silenzio delle dimore assopite! La mia povera madre mi aveva comunicato il suo terrore, e anch’io mi sentivo immerso nel soprannaturale, nell’incubo, ma volendo apparire forte:

«Ma chi c’é sulle scale? Stai sognando, io non sento nulla».

«Chi? Ma le cicogne, ti dico che ce ne sono su tutti gli scalini; ah! Quei lunghi becchi, che gozzi che hanno!»

E si aggrappava con violenza alle mie mani.

«Ma no, te l’assicuro, è un incubo, povera mamma, non sei in te. Vuoi che vada a vedere?».

«Oh no! No, no, entrerebbero qui! Almeno la porta è chiusa bene?».

E, vinto dallo stesso spavento, andai ad assicurarmi che i chiavistelli fossero stati messi bene e, prestando attenzione con l’orecchio ai rumori confusi della notte, a mia volta sentii distintamente sugli scalini dei rumori di passi. Allora, riaffiorò in me una vecchia devozione e, inarcato contro la porta minacciata, ricordo perfettamente di avervi tracciato una croce. In quel momento i passi si allontanarono, o per lo meno così mi parve, e tornato accanto alla mia ammalata le dissi:

«Se ne sono andate, andate! Non torneranno!».

E a sua volta, mi diceva:

«Chi?».

«Ma lo sai bene, le cicogne, le malvagie cicogne, le ho cacciate!».

«Ah, sì! Le cicogne».

E la sua voce già sonnecchiante si spegneva, dopo essere ridiventata infantile, l’orrendo incubo infine l’aveva abbandonata. Coprii con il lenzuolo quel povero petto sospirando:

«Se potesse dormire!».

Fu una delle notti più terribili della mia vita. La trascorsi interamente seduto nella grande poltrona a intrattenere la debole fiamma, con l’orecchio teso, il cuore stretto dalla paura e tutta la carne che fremeva di un’angoscia indescrivibile; ero io ora ad essere tormentato dalle cicogne e, per tre volte, sino al sorgere dell’alba, sentii battere alle persiane come dei fruscii di ali spaventose nella notte. Il mio supplizio terminò solo quando fu giorno, quando il domestico venne a portarmi la colazione:

«Ah! Signore, che sciagura! Mi disse quel bravo ragazzo, stanotte è morta la moglie del giardiniere, una donna così giovane, ventitré anni, e non si sa di cosa; stava così bene ieri, il dottore ha detto ch’è stata un’embolia; e la signora come si sente questa mattina?».

«Ma come ieri, grazie, mio buon Sosthène».

La morte si era aggirata intorno a noi tutta la notte.

La chambre close

L'hostilité de certains logis et de certaines chambres de province, leur air mortuaire et fermé, jamais je ne l'avais si profondément ressentie que cette triste et pluvieuse matinée d'octobre quand la porte de la haute pièce, où le valet de ferme venait de déposer ma valise, presque silencieusement, d'elle-même se referma.

Qu'étais-je venu faire par cet automne malade dans ce pavillon perdu dans les bois, et moi qui suis le plus piètre chasseur du monde et qui joins à une instinctive indolence une horreur presque physique des armes à feu, quelle malsaine idée m'avait pris de venir suivre ici les battues en forêt du marquis de Hauthère et de quitter Paris, le boulevard et le journal pour m'enterrer vivant dans ces mornes futaies, à la veille de Cléopâtre et de la grande rentrée de Réjane dans la pièce de Meilhac ?

Quitte à paraître fou, ma conviction est qu'en venant m'échouer presque involontairement dans cette forêt délabrée par l'automne et si étrangement solitaire, je fus l'instrument d'une volonté inconnue, plus puissante que la mienne et que je jouais là inconsciemment un rôle dans un drame d'Au-delà!

Qui pouvait avoir autrefois habité ce vieux pavillon Louis XIII, à la haute toiture d'ardoises guillochée de lucarnes, et si tristement isolé au bord de cette mare encombrée de feuilles mortes, au plus profond de ces grands bois ?

Il appartenait depuis des siècles à la famille de Hauthère, et le père du marquis actuel l'avait transformé en maison de garde ; au moment des chasses, on y logeait les invités qui n'avaient pu trouver place au château.

Ç'avait été mon cas ; dès mon arrivée en gare, une carriole de ferme m'avait cueilli, moi, ma valise et mon inévitable nécessaire, et par les cépées humides m'avait emmené, tout secoué par les cahots des ornières, dans le morne carrefour, mi-prairie, mi-clairière, où s'élevait le pavillon des bois.

La maison du garde des marquis de Hauthère, son air étrange de détresse et de mystère au bord de cette eau morte, au milieu de ce pré de foin et d'herbes folles pourrissant sous la pluie, et les hautes girouettes de son toit criant au vent d'octobre dans le silence épais, le silence complice des futaies assoupies comme ouatées de brume, sans échos et sans voix. Dés mon entrée dans le haut vestibule, dallé de blanc et noir, l'impression que je pénétrais dans un drame inconnu s'accentua : la chambre qu'on m'avait assignée était située au premier étage et deux grandes fenêtres, drapées de longs rideaux d'antique soie déteinte, la faisaient vaste et claire au milieu de la tristesse de ce ciel noyé d'eau et de cette forêt morne ; et pourtant, instinctivement, en passant le seuil, j'avais étouffé mon pas, comme en entrant dans la chambre d'un malade : il y flottait encore comme une odeur d'éther ranci et partout, dans le lampas fané des rideaux de jadis, sur les fauteuils d'un luxe âgé et froid, sur le baldaquin du lit et le marbre poli d'une vieille console, la poussière, neige noire des défuntes années, semblait n'avoir jamais été dérangée depuis de bien longs mois.

Chambre étrange: on eût dit qu'elle avait un secret D'une chose très triste, et dont elle était lasse D'avoir vu le mystère en fuite dans la glace...

Ces vers exquis de Rodenbach me sont depuis revenus a la mémoire à propos de cette chambre effectivement étrange et qui, certes, avait, elle aussi, un secret, un secret et un regret enfouis dans l'autrefois de sa mélancolie, solitude et silence ; ce grand silence hostile que dérangeait aujourd'hui ma venue d'invité dans ces bois.

Impression de courte durée, d'ailleurs : on m'attendait à déjeuner au château!

Comment, après une journée passée à battre les taillis et une curée de dix-sept chevreuils inscrits au tableau, l'esprit égayé par l'heureuse diversion d'un dîner de vingt-deux couverts dans le hall de chasse de Hauthère, le sang ragaillardi par les crus haut cotés d'une cave fameuse et la pensée à cent lieues des pénibles impressions du matin, me réveillai-je à minuit dans ma chambre de la maison de garde, la nuque moite de sueur et le coeur étreint par le plus indicible malaise?

Froid du frisson de la petite mort, je me dressai sur mon séant ; on avait négligé de fermer les rideaux des deux fenêtres placées au pied de mon lit et, dans la chambre agrandie de silence, le clair de lune entré par les carreaux donnait mollement sur le parquet ; au ciel houleux comme une mer, la bataille des nuages chassés par le vent d'ouest et, contre les vitres, le pianotement de la pluie automnale, de la monotone pluie... Tout à coup, dans la chambre voisine, un vieil air de gavotte chanta ; un air de clavecin si dolent et si pâle qu'on l'eût dit éveillé sous d'invisibles mains ; quelqu'un était là, dans la pièce à côté, derrière la cloison, cela était certain, et maintenant, dans le silence et dans la nuit de la maison déserte, la musique d'abord tâtonnante se dégageait en rythmes nuancés et précis, musique d'antan, lentement exhumée, ariette ou chaconne, aux grâces minaudières et fluettes, vieil air fardé de l'autre siècle :

Et qu'on croirait appris aux lèvres des portraits.

Mais j'étais bien, cette nuit-là, aux réminiscences des poètes! Tout à ma terreur grandissante, j'écoutais, dressé sur mes deux poings crispés dans l'oreiller, et la sueur aux épaules, avec l'angoisse atroce que quelqu'un allait entrer, quelque être de l'inconnu, qui rôdait à coté et dont les deux mains d'ombre s'attardaient en ce moment à un clavecin oublié dans la pièce voisine ; et, près de défaillir, je sentais mon coeur flotter dans ma poitrine et mes yeux agrandis par la peur devenir somnambules, quand un grand souffle effleura mon visage et, à travers la soie de mes rideaux de lit étrangement froissés, une plainte, une voix d'âme pleura dans mes cheveux du coup hérissés droit :

- Emmenez-moi ! Emmenez-moi!

La voix prononça la phrase par deux fois : fou d'horreur, j'avais bondi tout nu au milieu de la chambre ; alors, j'entendis, oh ! très distinctement, le bruit d'une fuite de pas sur le parquet, le claquement d'une porte que l'on referme, le cri d'une clef tournant dans une serrure, et ce fut tout ; le clavecin à côté s'était tu et, dans ma chambre éclairée par la lune, les rideaux de fenêtre, d'un rose glacé, tombaient droits, sans un pli... Dehors, la pluie avait cessé et, sur le ciel nocturne d'un gris laiteux et pâle, trois grands hêtres poussés près de la maison du garde balançaient leurs cimes bruissantes au vent frais de la nuit.

Le sang-froid m'était revenu ; le revolver au poing, j'allai droit à la porte de communication de la chambre voisine ; j'essayai vainement de l'ouvrir ; elle était fermée à double tour et résista à tout effort ; j'allai alors à celle du corridor ; la clef que j'avais mise moi-même en dedans n'était plus sur la serrure et là, je tentai aussi, mais vainement, d'ouvrir : j'étais enfermé, la chambre était close.

Fiévreusement, j'allumai une bougie, passai un pantalon, un veston, enfilai des pantoufles, et, ayant barricadé les deux portes, l'une d'une commode traînée au travers, l'autre d'une grande bergère au coussin ramagé de rose et vert pâle, je m'installai dans un fauteuil à la tête de mon lit et, les pieds enroulés dans une couverture, ouvris le dernier livre d'Anatole France, bien décidé à veiller jusqu'à l'aube... et je me réveillai à dix heures du matin, déshabillé et couché dans mon lit ; debout à mon chevet, le garçon de ferme, attaché comme valet de chambre à ma personne dans cette étrange maison de garde, attendait mes ordres respectueusement coi.

- Quelle heure est-il donc ?

Ce fut là mon premier cri.

Mais dix heures et demie.

- Dix heures et demie ! Alors, les autres chassent!

- Oh ! depuis sept heures, monsieur peut entendre d'ici les coups de fusil!

- Comment ! Et vous m'avez laissé dormir ?

- Oh ! monsieur sommeillait si bien ; monsieur avait l'air si fatigué et si heureux de dormir, monsieur était si pâle, ma foi, je n'ai pas osé réveiller monsieur, je l'ai laissé dormir. Voici le chocolat de monsieur.

Et, d'un geste gauche, le gars me désignait le plateau posé sur ma table de nuit. Evidemment, j'avais rêvé ; cependant, un doute restait et, tout en terminant ma toilette, le garçon allant et venant dans ma chambre :

- Et la chambre à côté ? essayai-je de dire négligemment, et je m'arrêtai, effaré moi-même de la brusque altération de ma voix.

- La chambre d'à côté ! ânonnait le garçon.

- Oui, la chambre d'à côté, quelqu'un y couche, y a couché cette nuit ?

- La chambre d'à côté, oh ! que non, monsieur, personne n'y couche plus ; les portes sont condamnées. Oh ! que non, personne n'y couche plus, dans la chambre de Mme la marquise.

- La chambre de Mme la marquise!

- Oui, c'est là qu'est défunte la mère de M. le marquis ; oh ! il y a longtemps de ça ; oh ! oui, il y a bien une trentaine d'années de ça!

C'est tout ce que je pus tirer de ce garçon. Je le congédiai et, une fois seul, essayai bien de coller mon oeil aux trous de serrures ; peine perdue, les persiennes de la chambre voisine devaient être closes ou les portes garnies de tentures : impossible de rien distinguer, ma curiosité se heurta à une muette obscurité de tombe.

La nuit suivante, je couchai au château : au déjeuner, où je trouvai le moyen d'arriver en retard, le marquis, en s'informant de la façon dont j'avais passé la nuit dans ce pavillon isolé de la forêt, s'excusa d'avoir été forcé de me donner un si mauvais gîte.

- Mais, ajouta-t-il avec un équivoque sourire, un de mes hôtes est parti ce matin, sa chambre est libre, et François apportera cet après-midi votre bagage ici ; vous dormirez au château « cette nuit ».

Et ce fut tout... j'avais sans doute été victime d'une hallucination ; mes nerfs d'imaginatif, impressionnés par l'aspect de détresse et de morne abandon de ce pavillon solitaire, avaient travaillé sur eux-mêmes pendant mon sommeil, et mon cauchemar n'avait été en somme que ce que sont tous les cauchemars, la prolongation douloureuse hors de l'état de veille d'une pénible sensation.

Et pourtant, depuis que je sais que la marquise Simonne-Henriette d'Hauthère, la mère de mon hôte, est morte à vingt-huit ans, quasi folle, ou du moins la famille l'a prétendu, les uns ont dit séquestrée par la jalousie d'un mari d'un autre âge dans cet isolé et si bizarrement morose pavillon des bois, je me suis demandé si je n'avais pas (la vie a des hasards) pénétré malgré moi dans quelque affreux mystère, si je n'avais pas été mêlé, une nuit d'entre mes nuits, à quelque drame d'Au-delà!

Et puis... dans le trouble de mes souvenirs d'hier, mais qui déjà m'apparaissent lointains et reculés, oh ! si lointains déjà... j'avais oublié de dire... Le matin de ma terrible nuit visionnaire, qu'avais-je trouvé, en rôdant par la chambre, sur le marbre poudreux d'une des consoles ?... Une rose, une pâle rose blanche, toute lourde de pluie, aux pétales humides, à longue tige, souple, dépouillée d'épines, dormant dans la poussière et, dans la poussière, l'empreinte de cinq doigts... Cette fleur et cette empreinte, qui les avait mises là ?

Nuit de veille

Ma mère était très mal; nous habitions alors en province un grand pavillon Louis XIII situé un peu à l'écart de la ville. Flanqué d'un avant-corps, il dressait ses hauts toits d'ardoises au fond d'un grand jardin aux cimes bruissantes ; le vent de la mer ne les laissait jamais immobiles, et, sous ce perpétuel assaut, sapins, marronniers et bouleaux avaient fini par s'incliner dans la direction de la vallée, un paysage charmant qui portait un nom plus charmant encore : Fécamp. Au-delà d'un pont que venaient baigner deux fois par jour les eaux de la mer, c'étaient le clocher de Saint-Etienne et les toits de la ville ; une grande route longeait la propriété, et nous avions beau être clos de grands murs, ce vieux domaine aux frondaisons éternellement frémissantes n'en est pas moins resté une des terreurs de mon enfance ; je m'y sentais trop seul, trop loin du mouvement pourtant bien accalmi de cette ville de la côte, petit port de pêche qui ne s'éveillait que trois mois d'hiver, à la rentrée des bateaux de Terre-Neuve, pour retomber dans sa torpeur, les Terre-neuviens une fois partis ; et si je promène de par le monde une nervosité inquiète un peu maladive, Si ma vie, depuis trente ans et plus, n'est qu'une sorte de convalescence, c'est, je crois, pour avoir trop écouté le vent gémir dans les grands arbres de ce jardin isolé et profond.

Mon instinctif effroi de ces pelouses à l'abandon et de ces verdures tardives au printemps, tôt rouillées en automne, était alors aggravé chez moi par l'angoisse où nous vivions déjà depuis deux mois, mon père et moi, près du chevet de ma mère. Je pouvais bien avoir seize ans, grand garçon poussé trop vite, délicat et désoeuvré entre les mains d'un professeur. Le médecin, dans la crainte d'affecter le moral de la malade par une robe de religieuse, avait jugé bon de m'en constituer le gardien. Elle était alors au plus fort de sa fièvre typhoïde, le délire ne la quittait pas ; dans la grande chambre à trois fenêtres de l'avant-corps du pavillon, nous nous relayions, mon père et moi, une nuit sur deux auprès d'elle ; mon imagination exaltée prêtait alors aux moindres choses une signification sinistre.

Jamais je n'avais vu ma mère, si alerte et si vive, ni personne d'ailleurs, dans un tel état de prostration, et je ne rôdais plus autour de son lit qu'avec des larmes dans les yeux, persuadé que bientôt, je ne la verrais plus. Je ne la quittais plus du regard, installé auprès de son lit, feuilletant un roman que je ne lisais pas et le coeur si gros, si gros que je n'avais même pas la force d'étouffer mes sanglots qu'elle ne pouvait entendre, heureusement, la chère créature ; une immense terreur, jour et nuit, me poignait plus encore lorsque je n'étais pas près d'elle et que mon père, prenant mon tour, me forçait à aller dormir dans la chambre voisine.

J'étais justement de garde cette nuit-là.

Mon père, en m'embrassant avant d'aller reposer à côté, m'avait serré sur sa poitrine plus fort que d'habitude, et, avec un étranglement dans la voix : « Va, mon enfant, avait-il dit, s'il y a la moindre chose, appelle-moi. Elle n'est pas bien ce soir. »

Et j'avais bien compris, quoiqu'il m'eût attiré dans l'ombre, que lui aussi étouffait sous les larmes. Je revenais donc m'asseoir dans l'alcôve,j'avais pris dans ma main sa pauvre main brûlante, et je ne quittais plus des yeux ce cher visage, ne me levant que pour aller mettre une bûche au feu, un grand feu de bois qui flambait nuit et jour dans la vaste chambre triste car on était en plein hiver et le ciel clair et froid était scintillant d'étoiles ; le jardin s'était immobilisé, dans un grand calme ; pas un bruit dans la demeure endormie, et l'on sentait que dehors, il devait geler très fort ; puis je revenais près de ma malade, et je ne sais comment je finis, moi aussi, par m'assoupir.

Deux heures sonnant à la pendule m'éveillèrent ; la chambre, où brûlait une faible veilleuse, était comme morte tant il y faisait grand silence et, hors la respiration pénible, un peu rauque, de la chère alitée, on n'entendait rien, rien que le ronflement de la flamme et celui de la bouillotte d'eau chaude mijotant là pour les infusions. Fut-ce réellement la sonnerie des deux heures s'égrenant dans la nuit (car je dormais d'un sommeil profond) ou plutôt une assez forte pression des doigts de sa main gardée dans la mienne, toujours est-il que je me dressai en sursaut, puis me penchai sur ce pauvre corps douloureux, sur cette douce face exténuée. Elle aussi dormait quand une bûche, jetant une lueur plus vive, éclaira tout à coup toute la chambre, puis la clarté retomba aussitôt, mais pas assez vite pour que je n'eusse aperçu une chose qui me terrifia.

Nous n'étions plus seuls dans la chambre. Quelqu'un était là, un inconnu dont je ne pouvais voir le visage et dont la présence m'avait cloué la voix dans le gosier. Homme ou femme, je n'en ai jamais rien su. Installée au coin de la cheminée, dans le grand fauteuil où j'allais souvent m'asseoir pour surveiller l'infusion d'une tisane, le forme inconnue me tournait le dos ; mais, dans le clair-obscur de la chambre, je distinguais parfaitement ses deux mains qu'elle tendait à la flamme ; elles se détachaient en noir sur les braises du foyer et, dans la pose familière aux vieilles femmes accroupies devant leur feu, elle se tenait immobile et muette comme dans l'attente, et ce n'était pas une vaine hallucination de mon cerveau surexcité, car, à un moment donné, elle prit les pincettes et se mit à tisonner les braises dont quelques-unes roulèrent sur le tapis.

Une angoisse affreuse me serrait la gorge, je m'étais levé et ne pouvais m'empêcher de la regarder ; c'était une femme, mais une femme très grande, et, quand le feu se ravivait, je voyais très bien son petit chignon de cheveux gris tordus sur sa maigre nuque et je ne pouvais ni appeler ni crier tant mon épouvante allait grandissant, tant la conviction s'affirmait en moi que cette étrange présence ne pouvait être que malfaisante pour la malade que je gardais.

Je restai bien pendant trois minutes ainsi ; une sueur froide me coulait aux tempes. Je pris enfin sur moi de m'avancer vers la terrible inconnue. Etouffant mes pas sur le tapis, je me précipitai vers elle et je lui posai les mains sur les épaules ; le spectre avait disparu. J'avais été le jouet d'une hallucination, d'un rêve ; anéanti, je me laissais tomber sur le fauteuil où, tout à l'heure encore, j'avais cru voir la servante de la Mort, et, les mains machinalement tendues vers la flamme, dans la pose même du fantôme, je commençais à peine à ressaisir mes esprits, quand, dans le silence de la grande chambre de veille, la voix de ma malade s'éleva rauque, étranglée : ma mère délirait.

- Jean, les entends-tu monter ? Je ne veux pas qu'elles montent, surtout, qu'elles n'entrent pas!

Et, dressée sur son séant, elle prêtait une oreille inquiète et fixait dans l'ombre deux yeux épouvantés, démesurément agrandis ; j'avais pris dans mes mains celles de la délirante et, penché tout entier sur elle, essayais de la rassurer.

- Ah ! comme il y en a ! et elles montent toujours, il y en a plein l'escalier... une sur chaque marche ; comment les a-t-on laissées entrer dans la maison ? Surtout, qu'elles ne pénètrent pas ici!

Oh ! la suprême terreur que dégage la voix somnambule des fiévreux par les longues nuits de veille, dans le silence des demeures endormies ! Ma pauvre mère m'avait communiqué son effroi, je me sentais sombrer, moi aussi, dans le surnaturel, dans le cauchemar, mais voulant faire le fort :

- Mais qui cela, dans l'escalier ? Tu rêves, je n'entends rien, moi.

- Qui cela ? Mais, les cigognes, je te dis qu'il y en a sur toutes les marches ; ah ! ces longs becs, elles en ont des goitres!

- Et elle se cramponnait violemment à mes mains.

- Mais non, je t'assure, tu as le cauchemar, pauvre maman, ta tête est vide, veux-tu que j'aille voir ?

- Oh non ! non, non, elles entreraient ici, la porte est bien fermée, au moins ?

Et, gagné par la même épouvante, j'allais m'assurer que les verrous des portes étaient bien mis, prêtant l'oreille aux bruits confus de la nuit, et à mon tour j'entendais distinctement sur les marches des bruits de pas. Une vieille dévotion me revint alors et, arc-bouté contre la porte menacée, je me souviens parfaitement d'y avoir tracé un signe de croix. Maintenant, les pas s'éloignaient, il me le sembla du moins, et, revenu près de ma malade :

- Elles sont parties, lui dis-je, parties ! Elles ne reviendront pas.

Et à son tour, elle me disait :

- Qui ça ?

- Mais, tu sais bien, les cigognes, les vilaines cigognes, je les ai chassées.

- Ah, oui ! les cigognes. Et sa voix déjà sommeillante s'éteignait, redevenue enfantine ; le hideux cauchemar l'avait enfin quittée. Je ramenai le drap sur cette pauvre poitrine en soupirant :

- Si elle pouvait dormir! Ce fut une des plus terribles nuits de ma vie. Je la passai tout entière assis dans le grand fauteuil à entretenir la flamme défaillante, l'oreille aux écoutes, le coeur serré à en crier et toute la chair frémissante d'une angoisse indicible ; c'était moi que les cigognes hantaient maintenant et, par trois fois, jusqu'au lever de l'aube, j'entendis cogner aux persiennes comme des bruissements d'ailes affreuses dans la nuit. Mon supplice ne cessa qu'au grand jour, quand le domestique vint apporter mon déjeuner:

- Ah ! monsieur, quel malheur ! me disait le brave garçon, la femme du jardinier qui est morte cette nuit, une toute jeune femme, vingt-trois ans, et on ne sait pas de quoi ; elle allait encore si bien hier, le médecin a dit que c'était une ampolie ; et madame, comment va-t-elle ce matin ?

- Mais comme hier, merci, mon brave Sosthène. La mort avait rôdé autour de nous toute la nuit.

La camera chiusa

Non avevo mai provato tanto profondamente un sentimento di ostilità verso alcune case e alcune camere di provincia, la loro aria funerea e chiusa, come quella triste e piovosa mattinata di ottobre quando la porta della grande stanza, dove il garzone di fattoria aveva poggiato la mia valigia, si chiuse da sola, quasi silenziosamente.

Cos’ ero andato a fare in quell’autunno malato in un padiglione sperduto tra i boschi, io che sono il più scadente cacciatore del mondo, la cui naturale indolenza procede di pari passo con un orrore quasi fisico delle armi da fuoco; quale idea balorda mi aveva spinto a seguire qui le battute nella tenuta del marchese di Hauthère e lasciare Parigi, il boulevard e il giornale per seppellirmi vivo in questa tetra fustaia alla vigilia di Cléopâtre e del grande ritorno sulla scena di Réjane nell’opera di Meilhac?

A costo di sembrare matto, sono convinto che nel giungere quasi involontariamente in quella foresta malandata e così stranamente solitaria, ero lo strumento di una volontà sconosciuta, più potente della mia e che giocavo in quel luogo, inconsapevolmente, un ruolo in un dramma dell’Aldilà!

Chi poteva avere abitato, un tempo, quel vecchio padiglione Luigi XIII, dalla grande copertura di ardesie, ornata di lucernai, e così tristemente isolato sulla riva di quel lago pieno di foglie morte, nella parte più profonda di quella grande foresta?

Apparteneva da secoli alla famiglia Hauthère e il padre dell’attuale marchese l’aveva trasformato nella casa del guardiano; nel periodo della caccia, vi si facevano alloggiare gli invitati che non avevano potuto trovare posto al castello.

Era stato il mio caso: sin dal mio arrivo in stazione, una carretta da fattoria aveva accolto me, la mia valigia e i miei inevitabili effetti personali, e mi aveva condotto per le ceppaie umide, sballottato dagli scossoni della carreggiata, nel tetro crocevia, mezza prateria, mezza radura, in cui sorgeva il padiglione.

La casa del guardiano dei marchesi di Hauthère, con la sua aria strana di miseria e di mistero, in riva a quell’acqua morta, in mezzo a quel prato di fieno e di erbacce che marcivano sotto la pioggia, e le alte banderuole del tetto che gridavano al vento d’ottobre nel silenzio pesante, il silenzio complice delle fustaie assopite come ovattate di bruma, senza eco e senza voce.

Non appena fui entrato nell’alto vestibolo, piastrellato in bianco e nero, la sensazione che stavo penetrando in un dramma sconosciuto si accentuò: la camera che mi avevano assegnato era situata al primo piano e due grandi finestre, drappeggiate con lunghe tende di antica seta stinta, la rendevano vasta e chiara in mezzo alla tristezza di quel cielo carico di pioggia e di quella foresta cupa; e tuttavia, istintivamente, varcando la soglia, avevo camminato più silenziosamente, come se stessi per entrare nella stanza di un malato; vi aleggiava ancora un odore di etere rancido e ovunque, nel lampasso sbiadito delle tende di un tempo, sulle poltrone di un lusso antiquato e freddo, sul baldacchino del letto e sul marmo lucido di una vecchia mensola, la polvere, neve nera degli anni trascorsi, sembrava esser là da molti mesi.

Strana camera: sembrava conservasse un segreto Qualcosa di molto triste, di cui era stanca D’aver visto il mistero in fuga nello specchio…

Questi versi raffinati di Rodenbach mi sono ritornati in mente in un secondo momento a proposito di quella stanza effettivamente strana e che certamente aveva, anch’essa, un segreto, un segreto e un dispiacere sepolti in un’antica malinconia, solitudine e silenzio; quel gran silenzio ostile che disturbava adesso il mio invito in quei boschi. Impressione di breve durata, del resto: al castello mi attendevano per la colazione!

Come mai, dopo una giornata trascorsa a setacciare il bosco e un pasto ai cani di diciassette magnifici caprioli, lo spirito rallegrato dal lieto diversivo di una cena di ventidue portate nel salone di caccia di Hauthère, il sangue ringagliardito dai vini pregiati di una cantina rinomata e il pensiero lontano cento leghe dalle angosciose impressioni del mattino, mi risvegliai a mezzanotte nella mia stanza della casa del guardiano, con la nuca madida di sudore e il cuore stretto dal più indicibile malessere ? Raggelato da un brivido lungo la schiena, mi drizzai a sedere: avevano dimenticato di chiudere le tende delle due finestre ai piedi del letto e, nella stanza ingigantita dal silenzio, il chiarore della luna, entrato dai vetri, cadeva mollemente sul pavimento; nel cielo mosso come il mare, la battaglia delle nuvole cacciate dal vento dell’ovest e, contro i vetri, il tamburellio della pioggia autunnale, della monotona pioggia … D’improvviso, nella camera vicina si levò un vecchio motivo di gavotta; un’aria di clavicembalo così dolente e tenue da sembrare risvegliato da mani invisibili; qualcuno era là, nella stanza affianco, dietro il tramezzo, ne ero sicuro, e ora, nel silenzio e nella notte della casa deserta, la musica inizialmente titubante, si librava in ritmi sfumati e precisi, musica di un tempo, riesumata lentamente, arietta o musica da ballo, dalle grazie leziose e fievoli, antico motivo imbellettato dell’altro secolo.

E che si crederebbe aver imparato dalle labbra dei ritratti

Ma a poco mi servivano, quella notte, le reminiscenze dei poeti! Con terrore crescente, ascoltavo, drizzato sui due pugni contratti sul cuscino, e il sudore lungo la schiena, con l’angoscia atroce che qualcuno stesse per entrare, qualche essere ignoto, che si aggirava lì vicino e le cui mani d’ombra indugiavano, in quel momento, su di un clavicembalo dimenticato nella stanza accanto; e prossimo a venir meno, sentivo il cuore ballare nel petto e i miei occhi spalancati per la paura divenire sonnambuli, quando un grande respiro sfiorò il mio volto e, attraverso la seta delle tende del letto stranamente gualcite, un lamento, una voce dell’animo pianse tra i miei capelli di colpo drizzati:

«Portatemi via! Portatemi via!»

La voce pronunciò la frase due volte: folle di terrore, ero balzato nudo in mezzo alla stanza; allora, sentii, oh! molto distintamente, il rumore di passi in fuga sul pavimento, lo sbattere di una porta che si richiude, lo stridio di una chiave che gira nella serratura, e fu tutto; il clavicembalo aveva smesso di suonare e nella mia stanza rischiarata dalla luna, le tende della finestra di un rosa lucido, cadevano dritte, senza una piega… Fuori, la pioggia era cessata e, nel cielo notturno di un grigio latteo e pallido, tre grandi faggi cresciuti nei pressi della casa del guardiano agitavano le loro cime rumorose nel vento fresco della notte.

Avevo recuperato il mio sangue freddo; con la rivoltella in pugno andai diritto alla porta di comunicazione con la camera vicina; tentai invano di aprirla; era chiusa a doppia mandata e resistette ad ogni sforzo; allora andai a quella del corridoio; la chiave che avevo messo io stesso dall’interno non era più nella serratura e cercai allora di aprirla, ma invano: ero bloccato, la camera era chiusa.

Convulsamente, accesi una candela, indossai i pantaloni, una giacca, misi le pantofole e, avendo chiuso le due porte, una con un comò posto di traverso, l’altra con una grande poltrona arabescata di rosa e verde pallido, mi sistemai su un’altra poltrona all’altezza della spalliera del mio letto e, con i piedi avvolti in una coperta, aprii l’ultimo libro di Anatole France, fermamente deciso a vigilare fino all’alba… e mi risvegliai alle dieci del mattino, svestito e coricato nel mio letto; in piedi al mio capezzale, il garzone di fattoria, destinato come cameriere alla mia persona, in quella strana casa del guardiano attendeva, rispettosamente quieto, i miei ordini.

- «Ma che ore sono?» gridai appena sveglio.

- «Le dieci e mezza veramente».

- «Le dieci e mezza! Allora gli altri cacciano!»

- «Oh! dalle sette, il signore può sentire i colpi di fucile da qui!»

- «Come! E voi mi avete lasciato dormire?»

- «Oh! Il signore riposava così bene, il signore aveva l’aria così affaticata e così felice di dormire, era così pallido, in fede mia, che non ho osato svegliare il signore, e l’ho lasciato dormire. Ecco il cioccolato del signore».

E con un gesto maldestro, il ragazzo mi indicava il vassoio appoggiato sul mio comodino. Evidentemente, avevo sognato; tuttavia, un dubbio restava e mentre finivo la mia toletta, con il ragazzo che andava e veniva nella mia camera:

- «E la camera accanto?» cercai di dire casualmente, e mi fermai, sgomentato io stesso della brusca alterazione della mia voce.

- «La camera accanto!» farfugliava il ragazzo.

- «Sì, la camera accanto, qualcuno ci dorme, ci ha dormito questa notte?»

- «La camera accanto, oh! certo che no signore, nessuno ci dorme più; le porte sono murate. Oh! no, nessuno ci dorme più, nella camera della Signora marchesa».

- «La camera della Signora marchesa!»

- «Si è là che è defunta la madre del Signor marchese; oh! è successo tempo fa; oh ! sì, sarà una trentina d’anni!»

Fu tutto quello che potei sapere dal ragazzo. Lo congedai e, una volta solo, cercai di avvicinare ben bene l’occhio ai buchi delle serrature; fatica inutile, le persiane della camera vicina dovevano essere chiuse o le porte arredate con della tappezzeria: impossibile distinguere qualcosa, la mia curiosità si scontrò con una muta oscurità di tomba. La notte seguente, dormii al castello: a colazione, dove trovai il modo di arrivare in ritardo, il marchese, dopo essersi informato su come avevo trascorso la notte in quel padiglione isolato della foresta, si scusò di esser stato costretto a darmi un così cattivo alloggio.

- «Ma», aggiunse con un sorriso equivoco, «uno dei miei ospiti è partito questa mattina, la sua camera è libera, e Francesco, porterà qui il vostro bagaglio nel pomeriggio: dormirete al castello “questa notte”».

E questo fu tutto … ero stato probabilmente vittima di un’allucinazione, il mio temperamento eccitabile, impressionato dall’aspetto di miseria e di tetro abbandono di quel padiglione solitario, aveva lavorato durante il sonno, e il mio incubo non era stato, in fin dei conti, che ciò che sono tutti gli incubi, il prolungamento triste, oltre lo stato di veglia, di una sensazione di angoscia.

Eppure, da quando so che la marchesa Simonne-Henriette d’Hauthère, la madre del mio ospite, è morta a vent’otto anni, quasi folle, o perlomeno la famiglia lo ha sostenuto, alcuni hanno detto sequestrata per colpa della gelosia di un marito di altri tempi in quell’isolato e così stranamente cupo padiglione, mi sono chiesto se non fossi entrato mio malgrado (sono i casi della vita) in qualche terribile mistero, se non fossi stato immischiato, una notte della mia vita, in qualche dramma dell’Aldilà!

E poi … nel tumulto dei miei ricordi di ieri, ma che mi sembrano già lontani, oh! sì già lontani… avevo dimenticato di dire… La mattina della mia terribile notte visionaria, aggirandomi per la camera, sopra il marmo polveroso di una delle mensole che cosa avevo trovato?... Una rosa, una pallida rosa bianca, completamente bagnata dalla pioggia, con i petali umidi, dal lungo stelo, flessuoso, priva di spine, adagiata nella polvere e, nella polvere, l’impronta di cinque dita … Quel fiore e quell’impronta, da chi erano stati messi?

Notte di veglia

Mia madre stava molto male; a quel tempo abitavamo in provincia in un grande padiglione Luigi XIII, situato un po’ fuori città. Fiancheggiato da un avancorpo, stagliava i suoi alti tetti d’ardesia sullo sfondo di un grande giardino dalle cime fruscianti; il vento del mare non le lasciava mai immobili, e sotto questo incessante assalto gli abeti, i castagni e le betulle avevano finito con l’ inclinarsi in direzione della vallata, un paesaggio affascinante dal nome ancor più attraente: Fécamp.

Oltre un ponte, che le acque del mare bagnavano due volte al giorno, sorgevano il campanile di Saint Etienne e i tetti della città; una grande strada costeggiava la proprietà, e sebbene fossimo cinti da grandi mura, questa tenuta dalle fronde eternamente fruscianti, è rimasta tuttavia uno dei terrori della mia infanzia; lì mi sentivo troppo solo, troppo lontano dal movimento peraltro assai tranquillo di quella città costiera, piccolo porto di pescatori che si risvegliava soltanto durante i tre mesi invernali, al rientro delle navi di Terranova, per ripiombare nel suo torpore una volta ripartiti i Terranoviani. E se mi aggiro per il mondo gravo di un inquieto nervosismo un po’ morboso, se la mia vita da oltre trent’anni non è altro che una sorta di convalescenza, ritengo sia per l’aver ascoltato troppo il vento gemere tra i grandi alberi di quel giardino isolato e profondo.

Il mio spavento istintivo per quei prati in abbandono e per quegli ortaggi che fiorivano tardi in primavera, e arrugginivano presto in autunno, era aggravato dall’angoscia in cui mio padre e io vivevamo già da due mesi al capezzale di mia madre. Potevo avere sedici anni, un ragazzone cresciuto troppo in fretta, delicato e sfaticato nelle mani di un professore. Il medico, temendo di attristare il morale dell’ammalata con la presenza di una suora, aveva ritenuto giusto nominarmi suo custode. Era allora al culmine della febbre tifoidea, e il delirio non le dava tregua; nella grande camera a tre finestre dell’avancorpo del padiglione, a notti alterne mio padre ed io ci davamo il cambio accanto a lei; la mia immaginazione esaltata dava allora un significato sinistro anche alle cose più insignificanti. Non avevo mai visto mia madre così sveglia e viva, né nessun altro d’altronde, in un tale stato di prostrazione, e mi aggiravo intorno al suo letto solo con occhi colmi di lacrime, persuaso che presto non l’avrei più rivista. Non l’abbandonavo mai con lo sguardo, sistemato accanto al suo letto, sfogliando un romanzo che non leggevo e con il cuore gonfio, così gonfio che non avevo neppure la forza di soffocare i singhiozzi che lei, povera creatura, fortunatamente non poteva sentire; un terrore smisurato, notte e giorno, mi tormentava ancor più quando non ero accanto a lei e quando mio padre, prendendo il mio posto, mi obbligava ad andare a dormire nella stanza accanto.

Ero appunto di guardia quella notte. Mio padre, abbracciandomi prima d’andare a riposare di là, mi aveva stretto più forte del solito al suo petto, e con voce strozzata mi aveva detto: «Va’ figlio mio, per qualsiasi cosa chiamami. Non si sente bene questa sera».

E sebbene mi avesse attirato nell’ombra, avevo capito bene che anche lui si sentiva soffocare dalle lacrime. Tornai dunque a sedermi nell’alcova, presi la sua povera mano bruciante nella mia, e non allontanai lo sguardo da quel volto amato, alzandomi solo per andare a mettere un ceppo nel fuoco, un grande fuoco che ardeva nell’ampia e triste camera notte e giorno poiché era pieno inverno e il cielo terso e freddo scintillava di stelle; il giardino era immobile in una profonda quiete; non un rumore nella dimora assopita, e si sentiva che fuori doveva essere molto freddo; quindi tornai accanto alla mia ammalata e, non so come, finii anch’io con l’ assopirmi.

Al suono della pendola mi svegliai. Erano le due. La camera, in cui ardeva una debole fiammella, era come morta tant’era profondo il silenzio, e fatta eccezione per il respiro affannoso, un po’ rauco, della cara ammalata, si udiva soltanto il ronzio della fiamma e del pentolino d’acqua calda che bolliva lì per le infusioni. Fu realmente lo scoccare delle due nella notte (dal momento che dormivo profondamente) o fu piuttosto una pressione alquanto forte delle dita della sua mano lasciata nella mia, fatto sta che mi drizzai con un sussulto, quindi mi chinai su quel povero corpo dolente, su quel dolce volto estenuato.

Anche lei dormiva, quando un ciocco di legno, emanando un bagliore più intenso, rischiarò d’un tratto tutta la stanza, quindi il chiarore ricadde all’istante, ma non così rapidamente da non lasciarmi scorgere una cosa che mi agghiacciò. Non eravamo più soli nella stanza. Qualcuno era lì, uno sconosciuto di cui non potevo scorgere il volto e la cui presenza mi aveva soffocato la voce in gola. Non seppi mai se si trattava di un uomo o di una donna. Appostata all’angolo del camino, nella grande poltrona dove spesso andavo a sedermi per controllare l’infusione di una tisana, la figura sconosciuta mi dava le spalle; ma nella penombra della stanza distinguevo perfettamente le sue mani tese verso la fiamma; nere, esse si stagliavano sulle braci del focolare, e nella posa comune alle anziane donne accovacciate davanti al fuoco, restava immobile e muta come in attesa, e non era una vana allucinazione della mia mente sovreccitata, poiché ad un certo punto prese le molle del camino e attizzò le braci, facendone rotolare alcuni pezzi sul tappeto.

Un’angoscia atroce mi serrava la gola, mi ero alzato e non potevo fare a meno di guardarla; era una donna, ma una donna dalle grandi sembianze, e quando il fuoco si ravvivava vedevo distintamente il piccolo chignon di capelli grigi attorcigliati sulla sua nuca magra, e non riuscivo né a chiamare né a gridare tanto il mio spavento cresceva, tanto si consolidava in me la convinzione che quella strana presenza non poteva che essere maligna per l’ammalata che assistevo.

Rimasi così per ben tre minuti; un sudore freddo mi colava sulle tempie. M’imposi infine di avvicinarmi alla terribile sconosciuta. Camminando sul tappeto con passo felpato, mi precipitai su di lei e posai le mani sulle sue spalle; lo spettro era scomparso. Ero stato vittima di un’allucinazione, di un sogno; annichilito, mi lasciai cadere sulla poltrona in cui, sino a poco prima, avevo creduto di vedere la serva della Morte e, con le mani tese macchinalmente verso la fiamma, nella stessa posa del fantasma, cominciavo appena a riprendere i sensi quando, nel silenzio della grande stanza della veglia la voce della mia malata si levò rauca, strozzata: mia madre delirava.

«Jean, le senti salire? Non voglio che salgano, soprattutto che non entrino!».

E, levatasi a sedere, tendeva un orecchio inquieto e fissava nell’ombra con due occhi spaventati, smisuratamente dilatati; avevo preso nelle mie mani quelle della delirante e, interamente chino su di lei tentavo di rassicurarla.

«Ah! Quante ce ne sono! E continuano a salire, la scala ne è piena… una su ogni scalino; perché le avete fatte entrare in casa? Soprattutto che non entrino qui!».

Oh! Il sommo terrore che emana la voce sonnambula dei febbricitanti nelle lunghe notti di veglia, nel silenzio delle dimore assopite! La mia povera madre mi aveva comunicato il suo terrore, e anch’io mi sentivo immerso nel soprannaturale, nell’incubo, ma volendo apparire forte:

«Ma chi c’é sulle scale? Stai sognando, io non sento nulla».

«Chi? Ma le cicogne, ti dico che ce ne sono su tutti gli scalini; ah! Quei lunghi becchi, che gozzi che hanno!»

E si aggrappava con violenza alle mie mani.

«Ma no, te l’assicuro, è un incubo, povera mamma, non sei in te. Vuoi che vada a vedere?».

«Oh no! No, no, entrerebbero qui! Almeno la porta è chiusa bene?».

E, vinto dallo stesso spavento, andai ad assicurarmi che i chiavistelli fossero stati messi bene e, prestando attenzione con l’orecchio ai rumori confusi della notte, a mia volta sentii distintamente sugli scalini dei rumori di passi. Allora, riaffiorò in me una vecchia devozione e, inarcato contro la porta minacciata, ricordo perfettamente di avervi tracciato una croce. In quel momento i passi si allontanarono, o per lo meno così mi parve, e tornato accanto alla mia ammalata le dissi:

«Se ne sono andate, andate! Non torneranno!».

E a sua volta, mi diceva:

«Chi?».

«Ma lo sai bene, le cicogne, le malvagie cicogne, le ho cacciate!».

«Ah, sì! Le cicogne».

E la sua voce già sonnecchiante si spegneva, dopo essere ridiventata infantile, l’orrendo incubo infine l’aveva abbandonata. Coprii con il lenzuolo quel povero petto sospirando:

«Se potesse dormire!».

Fu una delle notti più terribili della mia vita. La trascorsi interamente seduto nella grande poltrona a intrattenere la debole fiamma, con l’orecchio teso, il cuore stretto dalla paura e tutta la carne che fremeva di un’angoscia indescrivibile; ero io ora ad essere tormentato dalle cicogne e, per tre volte, sino al sorgere dell’alba, sentii battere alle persiane come dei fruscii di ali spaventose nella notte. Il mio supplizio terminò solo quando fu giorno, quando il domestico venne a portarmi la colazione:

«Ah! Signore, che sciagura! Mi disse quel bravo ragazzo, stanotte è morta la moglie del giardiniere, una donna così giovane, ventitré anni, e non si sa di cosa; stava così bene ieri, il dottore ha detto ch’è stata un’embolia; e la signora come si sente questa mattina?».

«Ma come ieri, grazie, mio buon Sosthène».

La morte si era aggirata intorno a noi tutta la notte.

La chambre close

L'hostilité de certains logis et de certaines chambres de province, leur air mortuaire et fermé, jamais je ne l'avais si profondément ressentie que cette triste et pluvieuse matinée d'octobre quand la porte de la haute pièce, où le valet de ferme venait de déposer ma valise, presque silencieusement, d'elle-même se referma.

Qu'étais-je venu faire par cet automne malade dans ce pavillon perdu dans les bois, et moi qui suis le plus piètre chasseur du monde et qui joins à une instinctive indolence une horreur presque physique des armes à feu, quelle malsaine idée m'avait pris de venir suivre ici les battues en forêt du marquis de Hauthère et de quitter Paris, le boulevard et le journal pour m'enterrer vivant dans ces mornes futaies, à la veille de Cléopâtre et de la grande rentrée de Réjane dans la pièce de Meilhac ?

Quitte à paraître fou, ma conviction est qu'en venant m'échouer presque involontairement dans cette forêt délabrée par l'automne et si étrangement solitaire, je fus l'instrument d'une volonté inconnue, plus puissante que la mienne et que je jouais là inconsciemment un rôle dans un drame d'Au-delà!

Qui pouvait avoir autrefois habité ce vieux pavillon Louis XIII, à la haute toiture d'ardoises guillochée de lucarnes, et si tristement isolé au bord de cette mare encombrée de feuilles mortes, au plus profond de ces grands bois ?

Il appartenait depuis des siècles à la famille de Hauthère, et le père du marquis actuel l'avait transformé en maison de garde ; au moment des chasses, on y logeait les invités qui n'avaient pu trouver place au château.

Ç'avait été mon cas ; dès mon arrivée en gare, une carriole de ferme m'avait cueilli, moi, ma valise et mon inévitable nécessaire, et par les cépées humides m'avait emmené, tout secoué par les cahots des ornières, dans le morne carrefour, mi-prairie, mi-clairière, où s'élevait le pavillon des bois.

La maison du garde des marquis de Hauthère, son air étrange de détresse et de mystère au bord de cette eau morte, au milieu de ce pré de foin et d'herbes folles pourrissant sous la pluie, et les hautes girouettes de son toit criant au vent d'octobre dans le silence épais, le silence complice des futaies assoupies comme ouatées de brume, sans échos et sans voix. Dés mon entrée dans le haut vestibule, dallé de blanc et noir, l'impression que je pénétrais dans un drame inconnu s'accentua : la chambre qu'on m'avait assignée était située au premier étage et deux grandes fenêtres, drapées de longs rideaux d'antique soie déteinte, la faisaient vaste et claire au milieu de la tristesse de ce ciel noyé d'eau et de cette forêt morne ; et pourtant, instinctivement, en passant le seuil, j'avais étouffé mon pas, comme en entrant dans la chambre d'un malade : il y flottait encore comme une odeur d'éther ranci et partout, dans le lampas fané des rideaux de jadis, sur les fauteuils d'un luxe âgé et froid, sur le baldaquin du lit et le marbre poli d'une vieille console, la poussière, neige noire des défuntes années, semblait n'avoir jamais été dérangée depuis de bien longs mois.

Chambre étrange: on eût dit qu'elle avait un secret D'une chose très triste, et dont elle était lasse D'avoir vu le mystère en fuite dans la glace...

Ces vers exquis de Rodenbach me sont depuis revenus a la mémoire à propos de cette chambre effectivement étrange et qui, certes, avait, elle aussi, un secret, un secret et un regret enfouis dans l'autrefois de sa mélancolie, solitude et silence ; ce grand silence hostile que dérangeait aujourd'hui ma venue d'invité dans ces bois.

Impression de courte durée, d'ailleurs : on m'attendait à déjeuner au château!

Comment, après une journée passée à battre les taillis et une curée de dix-sept chevreuils inscrits au tableau, l'esprit égayé par l'heureuse diversion d'un dîner de vingt-deux couverts dans le hall de chasse de Hauthère, le sang ragaillardi par les crus haut cotés d'une cave fameuse et la pensée à cent lieues des pénibles impressions du matin, me réveillai-je à minuit dans ma chambre de la maison de garde, la nuque moite de sueur et le coeur étreint par le plus indicible malaise?

Froid du frisson de la petite mort, je me dressai sur mon séant ; on avait négligé de fermer les rideaux des deux fenêtres placées au pied de mon lit et, dans la chambre agrandie de silence, le clair de lune entré par les carreaux donnait mollement sur le parquet ; au ciel houleux comme une mer, la bataille des nuages chassés par le vent d'ouest et, contre les vitres, le pianotement de la pluie automnale, de la monotone pluie... Tout à coup, dans la chambre voisine, un vieil air de gavotte chanta ; un air de clavecin si dolent et si pâle qu'on l'eût dit éveillé sous d'invisibles mains ; quelqu'un était là, dans la pièce à côté, derrière la cloison, cela était certain, et maintenant, dans le silence et dans la nuit de la maison déserte, la musique d'abord tâtonnante se dégageait en rythmes nuancés et précis, musique d'antan, lentement exhumée, ariette ou chaconne, aux grâces minaudières et fluettes, vieil air fardé de l'autre siècle :

Et qu'on croirait appris aux lèvres des portraits.

Mais j'étais bien, cette nuit-là, aux réminiscences des poètes! Tout à ma terreur grandissante, j'écoutais, dressé sur mes deux poings crispés dans l'oreiller, et la sueur aux épaules, avec l'angoisse atroce que quelqu'un allait entrer, quelque être de l'inconnu, qui rôdait à coté et dont les deux mains d'ombre s'attardaient en ce moment à un clavecin oublié dans la pièce voisine ; et, près de défaillir, je sentais mon coeur flotter dans ma poitrine et mes yeux agrandis par la peur devenir somnambules, quand un grand souffle effleura mon visage et, à travers la soie de mes rideaux de lit étrangement froissés, une plainte, une voix d'âme pleura dans mes cheveux du coup hérissés droit :

- Emmenez-moi ! Emmenez-moi!

La voix prononça la phrase par deux fois : fou d'horreur, j'avais bondi tout nu au milieu de la chambre ; alors, j'entendis, oh ! très distinctement, le bruit d'une fuite de pas sur le parquet, le claquement d'une porte que l'on referme, le cri d'une clef tournant dans une serrure, et ce fut tout ; le clavecin à côté s'était tu et, dans ma chambre éclairée par la lune, les rideaux de fenêtre, d'un rose glacé, tombaient droits, sans un pli... Dehors, la pluie avait cessé et, sur le ciel nocturne d'un gris laiteux et pâle, trois grands hêtres poussés près de la maison du garde balançaient leurs cimes bruissantes au vent frais de la nuit.

Le sang-froid m'était revenu ; le revolver au poing, j'allai droit à la porte de communication de la chambre voisine ; j'essayai vainement de l'ouvrir ; elle était fermée à double tour et résista à tout effort ; j'allai alors à celle du corridor ; la clef que j'avais mise moi-même en dedans n'était plus sur la serrure et là, je tentai aussi, mais vainement, d'ouvrir : j'étais enfermé, la chambre était close.

Fiévreusement, j'allumai une bougie, passai un pantalon, un veston, enfilai des pantoufles, et, ayant barricadé les deux portes, l'une d'une commode traînée au travers, l'autre d'une grande bergère au coussin ramagé de rose et vert pâle, je m'installai dans un fauteuil à la tête de mon lit et, les pieds enroulés dans une couverture, ouvris le dernier livre d'Anatole France, bien décidé à veiller jusqu'à l'aube... et je me réveillai à dix heures du matin, déshabillé et couché dans mon lit ; debout à mon chevet, le garçon de ferme, attaché comme valet de chambre à ma personne dans cette étrange maison de garde, attendait mes ordres respectueusement coi.

- Quelle heure est-il donc ?

Ce fut là mon premier cri.

Mais dix heures et demie.

- Dix heures et demie ! Alors, les autres chassent!

- Oh ! depuis sept heures, monsieur peut entendre d'ici les coups de fusil!

- Comment ! Et vous m'avez laissé dormir ?

- Oh ! monsieur sommeillait si bien ; monsieur avait l'air si fatigué et si heureux de dormir, monsieur était si pâle, ma foi, je n'ai pas osé réveiller monsieur, je l'ai laissé dormir. Voici le chocolat de monsieur.

Et, d'un geste gauche, le gars me désignait le plateau posé sur ma table de nuit. Evidemment, j'avais rêvé ; cependant, un doute restait et, tout en terminant ma toilette, le garçon allant et venant dans ma chambre :

- Et la chambre à côté ? essayai-je de dire négligemment, et je m'arrêtai, effaré moi-même de la brusque altération de ma voix.

- La chambre d'à côté ! ânonnait le garçon.

- Oui, la chambre d'à côté, quelqu'un y couche, y a couché cette nuit ?

- La chambre d'à côté, oh ! que non, monsieur, personne n'y couche plus ; les portes sont condamnées. Oh ! que non, personne n'y couche plus, dans la chambre de Mme la marquise.

- La chambre de Mme la marquise!

- Oui, c'est là qu'est défunte la mère de M. le marquis ; oh ! il y a longtemps de ça ; oh ! oui, il y a bien une trentaine d'années de ça!

C'est tout ce que je pus tirer de ce garçon. Je le congédiai et, une fois seul, essayai bien de coller mon oeil aux trous de serrures ; peine perdue, les persiennes de la chambre voisine devaient être closes ou les portes garnies de tentures : impossible de rien distinguer, ma curiosité se heurta à une muette obscurité de tombe.

La nuit suivante, je couchai au château : au déjeuner, où je trouvai le moyen d'arriver en retard, le marquis, en s'informant de la façon dont j'avais passé la nuit dans ce pavillon isolé de la forêt, s'excusa d'avoir été forcé de me donner un si mauvais gîte.

- Mais, ajouta-t-il avec un équivoque sourire, un de mes hôtes est parti ce matin, sa chambre est libre, et François apportera cet après-midi votre bagage ici ; vous dormirez au château « cette nuit ».

Et ce fut tout... j'avais sans doute été victime d'une hallucination ; mes nerfs d'imaginatif, impressionnés par l'aspect de détresse et de morne abandon de ce pavillon solitaire, avaient travaillé sur eux-mêmes pendant mon sommeil, et mon cauchemar n'avait été en somme que ce que sont tous les cauchemars, la prolongation douloureuse hors de l'état de veille d'une pénible sensation.

Et pourtant, depuis que je sais que la marquise Simonne-Henriette d'Hauthère, la mère de mon hôte, est morte à vingt-huit ans, quasi folle, ou du moins la famille l'a prétendu, les uns ont dit séquestrée par la jalousie d'un mari d'un autre âge dans cet isolé et si bizarrement morose pavillon des bois, je me suis demandé si je n'avais pas (la vie a des hasards) pénétré malgré moi dans quelque affreux mystère, si je n'avais pas été mêlé, une nuit d'entre mes nuits, à quelque drame d'Au-delà!

Et puis... dans le trouble de mes souvenirs d'hier, mais qui déjà m'apparaissent lointains et reculés, oh ! si lointains déjà... j'avais oublié de dire... Le matin de ma terrible nuit visionnaire, qu'avais-je trouvé, en rôdant par la chambre, sur le marbre poudreux d'une des consoles ?... Une rose, une pâle rose blanche, toute lourde de pluie, aux pétales humides, à longue tige, souple, dépouillée d'épines, dormant dans la poussière et, dans la poussière, l'empreinte de cinq doigts... Cette fleur et cette empreinte, qui les avait mises là ?

Nuit de veille

Ma mère était très mal; nous habitions alors en province un grand pavillon Louis XIII situé un peu à l'écart de la ville. Flanqué d'un avant-corps, il dressait ses hauts toits d'ardoises au fond d'un grand jardin aux cimes bruissantes ; le vent de la mer ne les laissait jamais immobiles, et, sous ce perpétuel assaut, sapins, marronniers et bouleaux avaient fini par s'incliner dans la direction de la vallée, un paysage charmant qui portait un nom plus charmant encore : Fécamp. Au-delà d'un pont que venaient baigner deux fois par jour les eaux de la mer, c'étaient le clocher de Saint-Etienne et les toits de la ville ; une grande route longeait la propriété, et nous avions beau être clos de grands murs, ce vieux domaine aux frondaisons éternellement frémissantes n'en est pas moins resté une des terreurs de mon enfance ; je m'y sentais trop seul, trop loin du mouvement pourtant bien accalmi de cette ville de la côte, petit port de pêche qui ne s'éveillait que trois mois d'hiver, à la rentrée des bateaux de Terre-Neuve, pour retomber dans sa torpeur, les Terre-neuviens une fois partis ; et si je promène de par le monde une nervosité inquiète un peu maladive, Si ma vie, depuis trente ans et plus, n'est qu'une sorte de convalescence, c'est, je crois, pour avoir trop écouté le vent gémir dans les grands arbres de ce jardin isolé et profond.

Mon instinctif effroi de ces pelouses à l'abandon et de ces verdures tardives au printemps, tôt rouillées en automne, était alors aggravé chez moi par l'angoisse où nous vivions déjà depuis deux mois, mon père et moi, près du chevet de ma mère. Je pouvais bien avoir seize ans, grand garçon poussé trop vite, délicat et désoeuvré entre les mains d'un professeur. Le médecin, dans la crainte d'affecter le moral de la malade par une robe de religieuse, avait jugé bon de m'en constituer le gardien. Elle était alors au plus fort de sa fièvre typhoïde, le délire ne la quittait pas ; dans la grande chambre à trois fenêtres de l'avant-corps du pavillon, nous nous relayions, mon père et moi, une nuit sur deux auprès d'elle ; mon imagination exaltée prêtait alors aux moindres choses une signification sinistre.

Jamais je n'avais vu ma mère, si alerte et si vive, ni personne d'ailleurs, dans un tel état de prostration, et je ne rôdais plus autour de son lit qu'avec des larmes dans les yeux, persuadé que bientôt, je ne la verrais plus. Je ne la quittais plus du regard, installé auprès de son lit, feuilletant un roman que je ne lisais pas et le coeur si gros, si gros que je n'avais même pas la force d'étouffer mes sanglots qu'elle ne pouvait entendre, heureusement, la chère créature ; une immense terreur, jour et nuit, me poignait plus encore lorsque je n'étais pas près d'elle et que mon père, prenant mon tour, me forçait à aller dormir dans la chambre voisine.

J'étais justement de garde cette nuit-là.

Mon père, en m'embrassant avant d'aller reposer à côté, m'avait serré sur sa poitrine plus fort que d'habitude, et, avec un étranglement dans la voix : « Va, mon enfant, avait-il dit, s'il y a la moindre chose, appelle-moi. Elle n'est pas bien ce soir. »

Et j'avais bien compris, quoiqu'il m'eût attiré dans l'ombre, que lui aussi étouffait sous les larmes. Je revenais donc m'asseoir dans l'alcôve,j'avais pris dans ma main sa pauvre main brûlante, et je ne quittais plus des yeux ce cher visage, ne me levant que pour aller mettre une bûche au feu, un grand feu de bois qui flambait nuit et jour dans la vaste chambre triste car on était en plein hiver et le ciel clair et froid était scintillant d'étoiles ; le jardin s'était immobilisé, dans un grand calme ; pas un bruit dans la demeure endormie, et l'on sentait que dehors, il devait geler très fort ; puis je revenais près de ma malade, et je ne sais comment je finis, moi aussi, par m'assoupir.

Deux heures sonnant à la pendule m'éveillèrent ; la chambre, où brûlait une faible veilleuse, était comme morte tant il y faisait grand silence et, hors la respiration pénible, un peu rauque, de la chère alitée, on n'entendait rien, rien que le ronflement de la flamme et celui de la bouillotte d'eau chaude mijotant là pour les infusions. Fut-ce réellement la sonnerie des deux heures s'égrenant dans la nuit (car je dormais d'un sommeil profond) ou plutôt une assez forte pression des doigts de sa main gardée dans la mienne, toujours est-il que je me dressai en sursaut, puis me penchai sur ce pauvre corps douloureux, sur cette douce face exténuée. Elle aussi dormait quand une bûche, jetant une lueur plus vive, éclaira tout à coup toute la chambre, puis la clarté retomba aussitôt, mais pas assez vite pour que je n'eusse aperçu une chose qui me terrifia.

Nous n'étions plus seuls dans la chambre. Quelqu'un était là, un inconnu dont je ne pouvais voir le visage et dont la présence m'avait cloué la voix dans le gosier. Homme ou femme, je n'en ai jamais rien su. Installée au coin de la cheminée, dans le grand fauteuil où j'allais souvent m'asseoir pour surveiller l'infusion d'une tisane, le forme inconnue me tournait le dos ; mais, dans le clair-obscur de la chambre, je distinguais parfaitement ses deux mains qu'elle tendait à la flamme ; elles se détachaient en noir sur les braises du foyer et, dans la pose familière aux vieilles femmes accroupies devant leur feu, elle se tenait immobile et muette comme dans l'attente, et ce n'était pas une vaine hallucination de mon cerveau surexcité, car, à un moment donné, elle prit les pincettes et se mit à tisonner les braises dont quelques-unes roulèrent sur le tapis.

Une angoisse affreuse me serrait la gorge, je m'étais levé et ne pouvais m'empêcher de la regarder ; c'était une femme, mais une femme très grande, et, quand le feu se ravivait, je voyais très bien son petit chignon de cheveux gris tordus sur sa maigre nuque et je ne pouvais ni appeler ni crier tant mon épouvante allait grandissant, tant la conviction s'affirmait en moi que cette étrange présence ne pouvait être que malfaisante pour la malade que je gardais.

Je restai bien pendant trois minutes ainsi ; une sueur froide me coulait aux tempes. Je pris enfin sur moi de m'avancer vers la terrible inconnue. Etouffant mes pas sur le tapis, je me précipitai vers elle et je lui posai les mains sur les épaules ; le spectre avait disparu. J'avais été le jouet d'une hallucination, d'un rêve ; anéanti, je me laissais tomber sur le fauteuil où, tout à l'heure encore, j'avais cru voir la servante de la Mort, et, les mains machinalement tendues vers la flamme, dans la pose même du fantôme, je commençais à peine à ressaisir mes esprits, quand, dans le silence de la grande chambre de veille, la voix de ma malade s'éleva rauque, étranglée : ma mère délirait.

- Jean, les entends-tu monter ? Je ne veux pas qu'elles montent, surtout, qu'elles n'entrent pas!

Et, dressée sur son séant, elle prêtait une oreille inquiète et fixait dans l'ombre deux yeux épouvantés, démesurément agrandis ; j'avais pris dans mes mains celles de la délirante et, penché tout entier sur elle, essayais de la rassurer.

- Ah ! comme il y en a ! et elles montent toujours, il y en a plein l'escalier... une sur chaque marche ; comment les a-t-on laissées entrer dans la maison ? Surtout, qu'elles ne pénètrent pas ici!

Oh ! la suprême terreur que dégage la voix somnambule des fiévreux par les longues nuits de veille, dans le silence des demeures endormies ! Ma pauvre mère m'avait communiqué son effroi, je me sentais sombrer, moi aussi, dans le surnaturel, dans le cauchemar, mais voulant faire le fort :

- Mais qui cela, dans l'escalier ? Tu rêves, je n'entends rien, moi.

- Qui cela ? Mais, les cigognes, je te dis qu'il y en a sur toutes les marches ; ah ! ces longs becs, elles en ont des goitres!

- Et elle se cramponnait violemment à mes mains.

- Mais non, je t'assure, tu as le cauchemar, pauvre maman, ta tête est vide, veux-tu que j'aille voir ?

- Oh non ! non, non, elles entreraient ici, la porte est bien fermée, au moins ?

Et, gagné par la même épouvante, j'allais m'assurer que les verrous des portes étaient bien mis, prêtant l'oreille aux bruits confus de la nuit, et à mon tour j'entendais distinctement sur les marches des bruits de pas. Une vieille dévotion me revint alors et, arc-bouté contre la porte menacée, je me souviens parfaitement d'y avoir tracé un signe de croix. Maintenant, les pas s'éloignaient, il me le sembla du moins, et, revenu près de ma malade :

- Elles sont parties, lui dis-je, parties ! Elles ne reviendront pas.

Et à son tour, elle me disait :

- Qui ça ?

- Mais, tu sais bien, les cigognes, les vilaines cigognes, je les ai chassées.

- Ah, oui ! les cigognes. Et sa voix déjà sommeillante s'éteignait, redevenue enfantine ; le hideux cauchemar l'avait enfin quittée. Je ramenai le drap sur cette pauvre poitrine en soupirant :

- Si elle pouvait dormir! Ce fut une des plus terribles nuits de ma vie. Je la passai tout entière assis dans le grand fauteuil à entretenir la flamme défaillante, l'oreille aux écoutes, le coeur serré à en crier et toute la chair frémissante d'une angoisse indicible ; c'était moi que les cigognes hantaient maintenant et, par trois fois, jusqu'au lever de l'aube, j'entendis cogner aux persiennes comme des bruissements d'ailes affreuses dans la nuit. Mon supplice ne cessa qu'au grand jour, quand le domestique vint apporter mon déjeuner:

- Ah ! monsieur, quel malheur ! me disait le brave garçon, la femme du jardinier qui est morte cette nuit, une toute jeune femme, vingt-trois ans, et on ne sait pas de quoi ; elle allait encore si bien hier, le médecin a dit que c'était une ampolie ; et madame, comment va-t-elle ce matin ?

- Mais comme hier, merci, mon brave Sosthène. La mort avait rôdé autour de nous toute la nuit.

Su Jean Lorrain e la traduzione

Pochi autori seppero esprimere appieno l’esprit fin-de-siècle come Jean Lorrain. Se la sua attività incessante di giornalista e narratore, vasta e proteiforme, abbraccia infatti tutti i generi letterari coltivati nell’ultimo ventennio del XIX secolo, le sue inclinazioni e i suoi vizi scandalosi sono così strettamente legati alla sua epoca da risultare strettamente connessi.

Omosessuale e pederasta, attratto morbosamente dal sadismo e dal satanismo, frequentatore di bassifondi e consumatore di etere, morfina e altri oppiacei, fu definito da Rachilde “fanfaron du vice”. È questo il titolo che la scrittrice gli dedica nel suo volume Portraits d’hommes (Paris, Mercure de France, 1930, pp.77-92).

Ma chi era Jean Lorrain? Martin Paul Alexandre Duval, alias Jean Lorrain, nasce a Fécamp il 9 agosto 1855 : suo padre è armatore, suo nonno marinaio. Dopo aver studiato un paio di anni alla Faculté de Droit a Parigi ed essersi improvvisato mercante di bestiame, ottiene dal padre il permesso di stabilirsi nella capitale francese e di dedicarsi alle lettere purché non infanghi il nome di famiglia. È sua madre a scegliere lo pseudonimo con il quale diventerà famoso.

Munito della sua nuova identità, cerca di stabilire contatti con le riviste e i gruppi intellettuali del Quartier Latin: conoscerà così Verlaine, Rollinat, Champsaur e molti altri e potrà pubblicare i suoi primi sonetti. Contemporaneamente per mantenersi comincia a collaborare come giornalista con riviste come Lutèce e La revue indépendante. La fama di chroniqueur cresce rapidamente per l’incisività dei suoi ritratti, la vivacità del suo stile e l’ironia spesso crudele. Lo scrittore comincia a fare di se stesso, della sua vita e del suo corpo un veicolo pubblicitario.

Alla fine del ‘900 si trasferisce a Nizza, lontano da quella Parigi che aveva conquistato ma che nel tempo ha preso in odio. Si apre una stagione di malessere di fisico e nevrosi, di querele e di processi per outrage aux bonnes mœurs. Il 28 giugno 1906 viene trovato in fin di vita dal suo segretario. Si spegnerà il 30 giugno.

Noto soprattutto per i romanzi Monsieur de Bougrelon (1897), Monsieur de Phocas(1901) e La Maison Philibert (1904), Jean Lorrain è autore di novelle e racconti fantastici, molti dei quali attendono ancora di essere tradotti. Ricordiamo: Sonyeuse (1891), Buveurs d’âmes (1893), Sensations et souvenirs (1895), Histoires de masques (1900).

Spettri, antiche superstizioni, presenze inquietanti si insinuano nella quotidianità, a rispecchiare i dubbi, i timori e il disincanto nei confronti di una realtà che viene avvertita come deludente, a esprimere la profonda crisi di una generazione che preannuncia con i suoi interrogativi la modernità. E lo scrittore eccelle, come pochi, nel creare un’atmosfera da incubo e di terrore così come appare nelle due novelle tradotte La chambre close e Nuit de veille.

Confrontarsi con lo stile di un autore e riuscire a trasferirlo con tutte le sue sfumature in un’altra lingua rappresenta da sempre per il traduttore una grande sfida, dal momento che analizzare un’opera consiste nel risalire alla coscienza creatrice su cui essa è fondata: in questo caso, il romanzo è l’espressione della coscienza dello scrittore, che esprime la sua visione del mondo, attraverso la voce dei suoi personaggi.

Nel caso di Jean Lorrain, l’approccio traduttivo scelto per le due novelle in questione è stato quello letterale, perché ci è sembrato più consono a restituire l’universo narrativo di un autore il cui punto di forza è per l’appunto lo “stile”: preciso, orribile e perverso, in grado di far passare il lettore da uno stato di piacere a uno di profonda repulsione grazie alla scelta accurata di aggettivi e parole che si insinuano con il loro carico di mistero e di inquietudine.

Uno stile che sembra obbedire ad una sola esigenza: quella di essere fortemente “evocativo”. In generale, la sintassi varia in base alle emozioni vissute dai personaggi: l’ipotassi infatti è presente nei momenti di difficoltà e di abbattimento, e abbiamo quindi la preponderanza di frasi subordinate, di periodi lunghi e ricercati, che sembrano quasi avvolgersi su se stessi, ad indicare un animo che non si dà pace e travagliato.

Il registro linguistico a cui l’autore fa ricorso è sempre a tinte forti. Lo dimostrano aggettivi come “mortuaire”, “étrange”, “hostile”, nella Chambre close o i verbi “gémir”, “étouffer”, “délirer”, in Nuit de veille. Ma il termine che Lorrain ripete più spesso è “angoisse”, che acquista valore di parola chiave, capace di “aprire la porta” del significato delle sue novelle.

Bibliografia critica sull’autore:
1905: Jean Lorrain, par Ernest Gaubert
1907: Jean Lorrain, son enfance, sa vie, son œuvre, par Georges Normandy
1927: Jean Lorrain, par Georges Normandy
1974: Jean Lorrain ou le satiricon 1900, par Philippe Jullian
1991: Jean Lorrain, barbare et esthète, par Thibaut d’Anthonay
2005: Jean Lorrain, miroir de la belle époque, par Thibaut d’Anthonay
2009: Vie et oeuvre de Jean Lorrain, par Christophe Cima


©inTRAlinea & Marilena Genovese (2011).
"La Camera chiusa - Notte di veglia (Due racconti)". Translation from the work of Jean Lorraine.
This translation can be freely reproduced under Creative Commons License.
Stable URL: http://www.intralinea.org/translations/item/1026

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