Senza una traccia di via

Translated by: Joulia Vilkeeva

Без пути–следа by Denis Guzko
Edizioni Vagrius 2006, Mosca Pagine 352 ISBN 978-5-9697-0445-9, 5-9697-0249-8


Capitolo primo I tamburi rullavano. I tamburi rullavano terribili incantesimi che lo riempivano di un tremore gelido dalla gola fino in fondo alla schiena. L’aria rancida tremava al ritmo dei tamburi e sulle palpebre scorrevano ombre veloci. Se fosse in grado di liberarsi! Qualcosa di peloso, somigliante a un orecchio barbuto, fluttuava davanti al suo viso. Tentò di spalancare gli occhi e di mettere a fuoco: inutilmente. Attraverso le ciglia penetravano le ombre di prima, cercavano di farsi strada, quelle. Come accidenti andrà a finire? Sprofondava. Era tormentato dalla sete. Attorno ondeggiavano falò, falò, falò. Sul confine tra luce e ombra negli ammassi neri si intuivano carcasse di animali. Tra le dita nodose degli sciamani rullavano convulsi i tamburi. Qualcuno si chinava a chiedere se aveva sete e scompariva senza aver avuto risposta. Di nuovo l’orecchio barbuto gli fluttuava davanti - un mostruoso totem peloso. La sensazione del pericolo era appiccicosa come la polvere nella calura. La paura cresceva dal nulla, dall’aria amara; avvolgeva, avviluppava; si instillava nel sangue e toglieva le forze. Le ombre facendosi avanti serravano le fila. Si confondevano. Magari potesse fuggire, ma sembra legato. Il rullio è più feroce. Vorrebbe gridare: ”Basta, ho paura!”. … Mitja batté la mano sul tavolo, rovesciando il posacenere che sbuffò una nuvola grigia, e si svegliò. L’allucinazione svanì, si lacerò come la carta assorbente che un alunno ha riempito di sgorbi³. Scollò le palpebre e si precipitò in una bettola opaca e rumorosa dal pavimento coperto di sputi. - Vuoi bere? - Sì. Sporcizia intorno. La colomba, dietro la finestra, si stringe contro il vetro lercio. Sul bancone del bar c'è una radio tenuta insieme da un nastro adesivo blu. Attraverso la rete degli altoparlanti di plastica pompano i soli bassi, un rullo incalzante e ritmato. Uno straccio unto cade vicino al bicchiere. La mano di una vecchia: un anello affonda nella carne. Ha fatto appena in tempo a togliere le sue. Due movimenti svelti e ampi. Dov’è passato lo straccio luccica una scia biancastra, come dietro un lumacone. Lo straccio atterra sul tavolo successivo. La colomba si stringe contro la finestra e nasconde l’occhio vitreo tra le piume. Il pulviscolo trasparente della pioggia ricopre il suo corpo senza testa simile a un dirigibile. Forse è malata. Non c’è spettacolo più triste di un pennuto malato. Davanti - un orecchio peloso, un orecchio barbuto. - Senti, Capo, qui manca un po’ d’aria. E poi … dove sono il tuo arco, faretra e frecce? Hiawatha [1] non reagiva. Sarà che Mitja non gli era più simpatico. Ma oggi Mitja non aveva voglia di adattarsi e si concesse uno scatto. Olà! – e l’uomo si scatena, vola. Decise di essere se stesso: fai quello che vuoi, così saprai anche che cosa vuoi. Ma la cosa strana era che per essere se stessi mancava una compagnia giusta: non riusciva a verificare se fosse diventato se stesso o no. - Versa! Hiawatha versava e girava la testa dall’altra parte sfiorando, per sicurezza, il proprio bicchierino con la grossa unghia convessa. Mitja fissava il profilo rosso del Capo – il suo orecchio, per la precisione, - con la curiosità di un giovane viaggiatore che è riuscito a superare la ripugnanza verso gli aborigeni. In verità, soltanto per via di queste orecchie stupefacenti Mitja lo fece sedere al proprio tavolino. Non riusciva a comprendere: a che pro’ curare le basette così bene – come i cespugli di un giardino inglese –, se dalle orecchie spuntano tali ramazze, certe fontane di matasse. I peli erano grigi, lunghi almeno cinque centimetri, spuntavano dalle orecchie in fasci stretti ripiegandosi all’ingiù e, arruffandosi un poco, gli cadevano sulle basette. Forse al mattino li pettinava. Scorgendo sulla maglietta che indossava sotto la giacca la testa di un indiano coronata di piume con il calumèt e la scritta “The True American”, Mitja sorrise. Capì subito: è Hiawatha – e passò al verso libero. La porta emise uno scricchiolio. Entrarono gli skinheads. - Rieccoli, - grugnì Hiawatha. - Sappi, amico pellerossa, - verseggiava Mitja agitando in mano una sigaretta spenta come il direttore d’orchestra la sua bacchetta, - tutt'è merda in questo mondo. Corvo Saggio ci ha lasciati e agli avi se n’andato. E adesso, eh-eh-eh, siamo morti. Corvo Saggio, che ti venga … Ti sputtano, Corvo Saggio, Corvo Saggio, cra-cra-cra! Al suo “cra-cra-cra” gli skinheads si voltarono. - La vodka è tarocca, – disse Hiawatha guardando il tavolo, – non prende per niente. Vodka tarocca vendono. Si avvicinò un giovane inquieto con la svastica su entrambi i polsi. Guardava così che pareva capace cavarti gli occhi con lo sguardo. Prese la sedia accanto al tavolo di Mitja e la trascinò in fondo al bar. - Tarocca. Cento per cento tarocca. - Versa, Capo, la tarocca, - ordinò Mitja, - attarocchiamoci un po’! - Smettila di rompere. Bevi ch’è pieno. – Hiawatha indicò con gli occhi il bicchiere. - Allora, - Mitja alzò solennemente il bicchiere, - alla tua riserva, nei confini fino all’anno 1492! Mitja di certo si era accorto delle occhiate furtive e timorose che Hiawatha lanciava ai presenti ostentando con tutto il suo atteggiamento quanto poco avesse in comune con quello sbruffone. Ma lo sbruffone paga e quindi - pazienza. Mitja si sentiva offeso, ma doveva pur adattarsi anche lui. Come compenso per il malcelato disprezzo gli restava la meraviglia di queste lussureggianti orecchie pelose. Quei ciuffi, li potevi intrecciare e avvolgere di notte sui bigodini. Erano le barbe degli gnomi nascosti dentro le orecchie; gli gnomi-indios con le penne d’aquila sulla punta dei copricapo, con un ghigno rapace, i tomahawk stretti nei pugni incrociati sul petto. In caso di pericolo li potevi semplicemente tirare fuori per la barba. - Certo, Capo, che lo so, ma non ricordo cosa so … beviamo dunque. Hiawatha con un’unghia diede un buffetto alla bottiglia vuota. - Niente. Senti … – gli diede una ginocchiata, - Ancora una, eh? Mitja estrasse dal taschino un centone. Hiawatha strinse la banconota nel pugno e si diresse verso il bancone. Le sue orecchie barbute si trasformavano in code di vecchi cavalli grigi che scomparivano tristi nella foschia di fumo. “Non gli vado a genio, - pensò Mitja, - sarà ancora per via dell’accento?” L’accento georgiano, che immancabilmente saltava fuori sotto la spinta dei vapori dell’alcool, più di una volta lo aveva messo in difficoltà con gli sconosciuti. Di solito preferiva non bere con gli estranei: si spaventano, cominciano a fissare indispettiti – un tipo con la fisionomia russa che più russa non si può all’improvviso comincia a ficcare gli accenti dove non dovrebbe, e le normali parole russe si lanciano in un ballo georgiano. Di colpo gli è venuta voglia di vedere Luska. Quel desiderio lo rendeva felice: se in questo stato si ricorda di lei, allora ancora non tutto è perduto. Nell’angolo più lontano il vetro della finestra scoppiò con suono acuto. Gli skinheads urlando balzarono dai loro posti. Partirono sedie verso il bancone del bar. La saliera si schiantò contro il muro lasciando una strisciata secca che si sgranava lentamente. Il giovane con la svastica sui polsi si avvicinò a Mitja e gli assestò con gusto un colpo sulla mascella. Sopra di lui volavano sedie, paralumi di plastica roteavano come in un carosello scagliando intorno scintille e schegge. Il rumore dei piedi era assordante. Nella testa scoppiavano i tamburi. Qualcuno si sgolava: “Polizia!”. Mitja era steso per terra lungo il muro con la faccia girata verso un vaso di fiori rovesciato e attraverso le grandi foglie frastagliate guardava il soffitto. Si sentiva odore di letame. Era tornato completamente e definitivamente sobrio. Finalmente poteva riflettere su tutto. Quando uno sconosciuto ti dà un colpo in faccia e ti trovi steso sotto il tavolo è stupido fuggire dai propri pensieri. … L’ingresso dell’edificio era come la brutta copia di un’opera di Eduard Limonov. Frasi abbastanza letterarie tipo “diamo inizio a una vita nuova” si alternavano a delle parolacce. Dal soffitto pendevano brandelli di ragnatele da tempo abbandonate dai ragni. Una delle tre porte che davano sul vestibolo squadrato era quella dell’ufficio passaporti. Sulla porta fogli laceri con orari, numeri di conto corrente che, tanto, nessuno sarebbe riuscito a leggere al buio. Poi c’era la fila dalle tre o quattro di notte, la lista in due copie, orario di apertura: sabato dalle 9 alle 13. Rinnovo dei passaporti. Come al solito in questi casi giravano voci: i vecchi passaporti presto saranno aboliti, per chi non si sbriga arriveranno le multe[2]. È da tempo che Mitja se ne doveva occupare, ma come per dispetto il lavoro si era accumulato – i colleghi erano stati inviati in missione fuori sede e i week-end erano scomparsi. Per di più si doveva risolvere il problema della residenza[3]. Mamma per l’ennesima volta si era trasferita: dalla casa per maestri d’asilo, tutta pericolante, alla casa per gli impiegati della fabbrica di cuscinetti, pericolante solo a metà. Mitja viveva solo già da tempo, prendeva le camere in affitto qua o là, ma la residenza l’aveva da sua madre. Non puoi stare senza la residenza. La vita senza la residenza è cosa sgradevole e sconveniente. Vivere in Russia senza avere la residenza è un brivido estremo per i cittadini di ”seconda classe”: “Vogliamo giocare a nascondino, signori poliziotti?”. Così era da sempre. In verità, all’epoca delle trasformazioni democratiche, la “residenza” era stata chiamata “registrazione”. Senza la “registrazione” non si può. La vita senza la “registrazione” [4] è una cosa sgradevole e sconveniente … Ed ecco che Mitja era rimasto senza la “registrazione”: quella precedente era stata cancellata e la nuova non ce l’aveva ancora. Mamma non la finiva più: vieni, che dobbiamo consegnare i passaporti! E bisognava farlo di persona. Ma la faccenda non sembrava così urgente. Tanto più che c’erano solo due giorni liberi al mese: un sacco di lavoro in ufficio perché due si erano licenziati e uno aveva preso le ferie. Finalmente poterono consegnare i passaporti. Dopo quattro ore di fila erano riusciti a entrare e consegnare. Poi dovevi fare la stessa trafila per ritirare i passaporti vecchi, sovietici con la registrazione nuova e qui, sul posto, allegando tutte le ricevute, le foto e le dichiarazioni necessarie, consegnare i vecchi passaporti con la loro nuova registrazione per ricevere quelli nuovi, russi, per poterli poi subito consegnare, dopo aver pagato la tassa alla banca, con allegata la nuova domanda di “registrazione” da inserire in questi. - Chi c’è prima di Lei? - C’era una donna con gli occhiali. Dov’è finita? - Vada a cercarla, allora. Un buco nell’angolo era chiuso con il coperchio di una scatola in compensato, fissato con dei bulloni al soffitto. Dall’altro foro quasi al centro del muro scendeva parallelamente agli scaffali coperti da schedari un tubo di scarico di plastica che finiva nel pavimento. L’impiegata tirò fuori il vecchio passaporto sovietico e lo posò con cura sul bancone. Tra le pagine sporgeva il modulo della domanda piegato a metà. - Lei non ha ottenuto la “registrazione”, - disse abbassando gli occhi. Aveva il destro strabico, e per questo stava sempre seduta con lo sguardo abbassato. - Come? - E hanno detto che non le cambieranno il passaporto. Mitja fece un sorriso di plastica, tirò il modulo fuori dal passaporto e gli diede un’occhiata. Con la penna rossa vi era scritto “Accettare” poi depennato con la matita dello stesso colore. La ha reagì al disappunto con il solito borbottio indispettito. Rimise la domanda dov’era prima e passò il passaporto da una mano all’altra. - E perché? Sicuramente lei se l’aspettava e rispose prontamente: - Andate dal capufficio, vi spiegherà tutto. Scricchiolò la porta – c’era già un altro che gli stava con il fiato sul collo. - No, davvero: perché? Da dietro arrivò: - Ma se t’ha già detto ‘va dal capufficio’! Mitja fece per sbottare, ma all’improvviso fu trafitto da una tale angoscia che gli venne soltanto: - Me lo dica perché? Sono sicuro che lo sa. - Sbrigati! – la fila si agitava – che non sei da solo qui. - È da stanotte che aspettiamo. Egoista! L’impiegata rispose: - Le manca un allegato. E poi la residenza nel novantadue era temporanea. - E con ciò? Se è temporanea e nel novantadue … E con questo? Lei con aria autorevole appoggiò le mani sul tavolo: - C’è una nuova legge sulla cittadinanza. - Sì? Dal corridoio commentarono: - Manco questo ha sentito! - E secondo questa legge – continuò l’impiegata – lei non è più un cittadino russo. L’agitazione alle spalle continuava ad aumentare. - Come, non sono un cittadino? Lei allargò le braccia. Mitja sentì una mano sulla spalla: - Esci! Ha detto ‘va dal capufficio’! - Cacciatelo fuori! Aprì la bocca nel tentativo di chiedere qualcos’altro … Il rumore all’ingresso aumentava ad ogni secondo. La legione romana adirata aspettava l‘”Avanti!”. Un attimo e le lance gli avrebbero trafitto la schiena ... Finalmente proruppe: - E mia madre? Ce l’ha la residenza? Perché lei l’allegato ce l’ha. - Pure la mamma adesso! – disse quello che stava alle spalle. - A nome di sua madre faranno la richiesta al consolato. È lì che ha preso la residenza? - Eh-ehm … credo. – annuì Mitja senza aver capito, ma non osando continuare con le domande. Si voltò, fece un passo verso l’uscita e all’improvviso si lanciò indietro verso lo sportello dando uno spintone all’ometto che si era messo al suo posto: - Come non sono un cittadino, eh?! Come?! È dall’ottantasette che vivo in Russia! Allora di quella Russia non si sentiva niente – era tutto un’URSS! Beh?! Chi sono adesso? Un cittadino di che? Del Mozambico? Lo tiravano per la manica e sentiva sulla nuca il respiro che puzzava di tabacco. - Cosa le urli! - Un cretino la fa incavolare e dopo tocca a noi subire! Mitja entrò nel corridoio buio e passando tra figure ferme in posizioni minacciose attraversò l’ingresso e uscì sulla veranda. Un randagio sdraiato lì senza aprire gli occhi tirò col naso verso di lui. “Ecco qua – pensò – ci siamo arrivati”. E all’improvviso il cervello esplose come un colpo a scoppio ritardato: Mitja capì che cosa era successo realmente. Era steso a terra sulla schiena, e lungo la sua spina dorsale si stava srotolando il rombo lontano di milioni di zoccoli di cavallo che si conficcavano nella terra, la laceravano e la macinavano in polvere... Com’era che lui si era trovato proprio sulla via di questa corsa devastante? Trattenendo il respiro si spinse in avanti e fece capolino da dietro un vaso di fiori. Gli sbirri gli davano le spalle, fumavano e sottovoce facevano domande al personale. Tutti guardavano da qualche parte a sinistra, in giù, dietro la colonna. Mitja storse gli occhi in quella direzione, ma non vide niente tranne, per terra, una scarpa consumata con una cicca di sigaretta incollata al tacco. Uno degli sbirri si era sistemato su uno sgabello da bar e appoggiati i gomiti sul bancone scriveva qualcosa. … Mitja pian piano liberò dai cocci uno spazio davanti a sé, si alzò e uscì fuori. Per fortuna non urtò niente, e nessuno fece caso a lui. Una fastidiosa pioggerellina fredda si appiccicò al viso. Nella testa si sentivano più voci contemporaneamente. La mascella appesantita gli faceva male. La toccò – sentì che era gonfia – e rise. La notte era tempestata dai colori chiassosi dei semafori sotto i quali si accendevano chiazze pastose e arrotondate, schiacciate ed estese fino a coprire la metà degli isolati – diverse secondo la prospettiva. All’incrocio Mitja si fermò per osservare i semafori che svolgevano il “servizio notturno”: rosso – giallo – verde – giallo … Le automobili facendo sibilare i pneumatici sull’asfalto bagnato si fermavano svogliatamente al ‘rosso’. E negli abitacoli come un potente insetto coriaceo in una scatola si agitava e si dibatteva la musica. Rosso – giallo – verde – giallo … - un cambio della guardia in costume. All’angolo tra via Čechov e via Puškin sostava fermo il veicolo della polizia con gli sportelli spalancati; gli sbirri bevevano birra in lattina e ad alta voce discutevano su qualcosa di spassoso. Mitja si infilò in un vicolo. Si stava facendo tardi, ma lui si ostinava a non guardare l’orologio: avrebbe potuto essere troppo tardi per andare da Lusja all’“Apparecchio” - perché dopo la chiusura lei non lo faceva entrare. Dove andare, dunque? A casa? Con quella carta da parati a roselline lilla, per buttarsi sul divano davanti al televisore a cambiare i canali finché le immagini parlanti non ti ipnotizzano? E quando le trasmissioni finiscono, il televisore ti risveglia con uno sibilo tale e quale a quello delle ruote sull’asfalto. Ma il rumore delle ruote è pieno di movimento, è piacevole e rimanda al suono delle onde; e lo sibilo del televisore invece è soffocante. Stai lì e fissi con gli occhi rossi lo schermo vuoto che sembra un grosso oblò rettangolare. Mitja aveva paura di trascorrere la notte nei ricordi o peggio, ripassare con la mente le immagini in bianco e nero di una vita passata. Lui amava fotografarla: Marina di profilo, Marina di faccia. Marina assonnata che si affaccia dalla tenda. I capelli raccolti in due codine, il sacco a pelo piegato a fisarmonica. Il sorriso sereno di Marina che esce dalla sala tesi. I piedi di Marina sull’altalena - calzini bianchi e scarpe da tennis. Lui e Marina davanti all’ufficio dello stato civile, il giorno quando vi presentarono la domanda di matrimonio. Cercano di sembrare seri – è uno scatto per la storia. Quello scatto lo fece un passante con un braccio ingessato che, stranamente, prese la macchina fotografica proprio con la mano rotta e, nello schiacciare il bottone, storse il viso dal dolore. La foto uscì sfocata. Chissà com’è andata a quel passante? Dopo aver restituito la macchina fotografica ed essersi allontanato un po’, si sarà dimenticato della giovane coppia sulla scalinata del comune, ma la foto era rimasta per sempre. E quel giovane diventato uomo, adesso guarda quella foto e ricorda la mano ingessata e la smorfia di dolore del passante che schiacciava il bottone della macchina fotografica. Ma forse non era andata così. Forse la coppia davanti al comune gli aveva lasciato qualche impressione come a loro erano rimaste impresse la sua mano e la smorfia. Per qualche motivo li avrebbe ricordati per tutta la vita e proprio ora starebbe lì da qualche parte strofinando la vecchia frattura dolorante a causa del tempo e pensa: “Chi sa cosa faranno quei due che ho fotografato il giorno che sono uscito dall’ospedale? Come se la passeranno?” Andrà tutto come sempre. Alle immagini dove Marina stringe tra le braccia il piccolo Vanja Mitja arriverà con il cuore a galoppo. Andrà a fumare al balcone per farsi coraggio: come se sul divano, invece delle foto, fossero rimaste le persone vere. No, non si può. Bisogna a tutti i costi evitare di guardare le fotografie. Al mattino vede allo specchio gli occhi di un randagio malmenato; al lavoro le fisionomie dei colleghi sembrano porte sbattute in faccia. Ha bisogno di vedere Lusja. Da lei trova sempre un rifugio. Se entra all’“Apparecchio” mentre lei sta cantando, rimane all’entrata per non farsi notare, per non disturbarla, ma anche perché ama tanto osservare la gente che sorseggia i cocktail e la vodka al suono del blues. Dopo averlo notato lei accennerà un movimento con la mano avvolta nel lungo guanto grigio o in quello lilla o rosso. A volte in segno di saluto scosta soltanto un dito dal microfono. Mentre Genrich suonerà qualcosa di Gershwin, lei lo raggiungerà al tavolino. Gli sfiorerà la mascella con un gesto intimo chiedendo: “Dove ti è successo?”. Lui alzerà le spalle – beh, sciocchezze! Cose della vita! Lusja farà un cenno con la testa – già, sono loro che non ti devono provocare. Riesce sempre a dare a un uomo il modo di salvare la dignità. Persino diventando amante riesce a restare amica. Lusja gli era stata sempre vicina. Così gli sembrava. Eppure per sei lunghi anni non si erano visti e non si erano incontrati nemmeno in un sottopassaggio o su un autobus. Sei anni … Tre più tre. Tre anni con Marina e Vanjuša e altri tre con Vanjuša senza Marina. Non lontano dall’”Apparato” si fermò e accese una sigaretta dopo aver frugato nelle tasche in cerca di gomme. Non c’erano, le aveva perse. Ma la voglia di fumare era forte e decise: l’odore sarebbe scomparso presto. Contrariamente di quanto andava a dire alla gente, non aveva smesso di fumare. Non aveva resistito una settimana, ma non voleva ammetterlo. Che pensassero pure che lui è forte. … Le voci del piano e della chitarra-basso svanivano dialogando, assorte, fra di loro. Quando il numero di Lusja finì, lei si allontanò dal microfono, prese il cocktail dal piano e lo sorseggiò dalla cannuccia. Mitja si alzò e si appoggiò allo stipite della porta. Il pubblico era scarso. Nell’angolo più lontano si era sistemato Arsen, ubriaco, insieme alla compagna che trangugiava un gelato in modo sexy. Arsen era semisteso sul tavolino e, come al solito, muoveva la testa fuori tempo. “Il padrone si diverte”, - pensò Mitja. Lusja lo notò e alzò l’indice: “Ciao!”. Allo svanire degli ultimi accordi Mitja si diresse al tavolino facendo al barista un cenno con la testa. Ai baristi dell’”Apparecchio” parlava poco: erano altezzosi e chiusi nel loro mondo come se il bancone del bar li separasse da tutto il resto. Sopra ogni tavolino, libero o vuoto che fosse, erano appesi dei lampadari in modo che il cerchio di luce coprisse esattamente il cerchio della tavola. Avrebbe dovuto andare all’”Apparecchio” subito, pensò, così avrebbe bevuto comodamente e con la musica. Ma no, lui aveva voluto stare tra la gente, nella massa! Ed eccoti servito – non cacciarti dove non sei il benvenuto. Lusja sorseggiò un paio di volte dalla cannuccia, rimise il bicchiere sul piano e, chinatasi verso Genrich, gli sussurrò qualcosa nell’orecchio. Lui fece una smorfia, storcendo la bocca. Mitja capì: lei voleva cantare qualcosa che a Genrich non piaceva. Ma tra loro c’è un accordo – una volta alla settimana lei può cantare tutto quello che vuole. - Senza sentiero né via galoppa il mio Merani …[5] Non le capitava spesso di cantare “Merani”. Anzi, Genrich diceva che cantare i blues in russo è come sentire una chioccia che raglia. Ma lei aveva insistito e Genrich aveva scritto lo spartito per la tastiera. Lui la accontenta sempre. Genrich è tra quelli che provano fastidio davanti a una richiesta altrui – è una di quelle persone stravaganti che non prestano e non prendono a prestito. Bisogna prepararsi psicologicamente prima di chiedere una sigaretta a un tipo così. Ma quando lei chiede: “Genrich, non potresti?..” – si scopre che Genrich può tutto. … Una volta che Mitja era ubriaco e innaturalmente allegro e non aveva nessuno su cui poter rovesciare questa sua allegria, andò da Lusja. Ma questa volta l’“Apparecchio” era chiuso per lavori. Dai locali adiacenti arrivava il battito dei martelli e una serie di parolacce di diversa lunghezza ogni volta che qualcosa di piatto si schiantava per terra. Nel locale, a parte lui e Lusja, c’erano solo i musicisti: Genrich, Stas e Vitja-Varenik. Stavano per cominciare le prove e gli permisero di restare a patto di fare piano. Le cose non andavano: un estenuante tentativo di suonare una loro versione di “Summer time” era interrotto da silenzi inquieti e svogliate prese in giro. Genrich ripassava con le dita i tasti come se stesse cercando qualcosa sotto di essi. La melodia si spezzò e divenne irriconoscibile. Lusja era lì che si lisciava i capelli con il pettine. In ogni momento di imbarazzo si sfogava sempre con i suoi capelli. Mitja salì sul palco, prese di nascosto il microfono e, cogliendo l’attimo, attaccò: - Senza sentiero né via galoppa il mio Merani. Tutti si voltarono verso di lui. Genrich e Stas si guardarono. Genrich alzò le spalle in segno di indifferenza. - Cos’è? - chiese Stas. - Baratašvili. - Chi? Beh, non importa. – Stas si portò l’armonica alla bocca. – Dai, potrebbe venir fuori qualcosa. Vai avanti con il tuo …švili, - e fece un gesto espressivo verso Genrich – non fare il guastafeste, suona! Genrich fece una smorfia, ma li accompagnò. E Mitja per la prima e l’ultima volta nella vita, accompagnato dal rumore dei martelli al di là del muro e dalla melodia blues, cantò una poesia nota dai banchi di scuola: “Corri, Merani, che impervie cime rasenti e spargi il mio dolore ai nomadi venti”. Capitolo secondo Credeva di essere pronto. Eppure Rostov di nuovo gli venne addosso come un soffitto che crolla. - Beh? Che cacchio dormi! Datti una mossa, su! Ah! Non c’è tempo di riflettere. Senza pensare, senza un attimo di respiro, devi salire. - Che imbranato! Il prossimo autobus è tra un’ora e se perdi anche quello, in facoltà non troverai più nessuno. Faceva caldo. Nella stazione la solita voce insulsa, nell’annunciare la partenza del treno, si scioglieva nell’aria appiccicosa. Fiocchi di polline di pioppo come un’abbagliante neve estiva volteggiavano su e giù da ogni parte. “Sarebbe ora di farci l’abitudine, di adeguarsi. Visto che quel groviglio ansante se l’è presa solo con te. Tutti salgono in modo giusto. Ma tu riesci a fare sempre tutto sbagliato!” Nulla era cambiato: ora come allora, prima del militare, in risposta al lessico da caserma si accese dentro di lui sdegnoso “Ecco, la Madre-Russia!” – e, dopo averlo pensato, si morse il labbro come se lo avesse detto ad alta voce. Eppure si augurava: ora sarebbe stato diverso, ora doveva essere diverso. Immaginava delle frasi fatte: “Sono un russo che va in Russia. Sono una persona che torna in Patria.” Avrebbe potuto restare a Tbilisi più a lungo con la mamma e con la nonna e non correre a Rostov dopo l’ultimo appello mattutino: le lezioni alla facoltà di geografia sarebbero dovute cominciare soltanto un mese dopo. Dalla caserma ci si riprende come da uno svenimento, e tornare alla vita di tutti giorni senza tornare in sé, non era ragionevole. Un po’ come in un film dove il protagonista irrompa nudo nella stanza piena di gente in giacca e cravatta. Ma Mitja aveva fretta. Quando era a casa, non andava quasi mai in città. La mamma aveva detto: non ne vale la pena. Non si sa mai, disse, – Tbilisi è impazzita. Era meglio che i ragazzi giovani non andassero in giro da soli. È questa la situazione … specialmente dopo il 9 aprile[6]. Qui, tra queste mura natie, tra gli oggetti e gli odori che ricordava sin dall’infanzia, a Mitja mancava qualcosa, non si sentiva più a casa. Invano cercava di trovare in sé gli slanci di gioia e la commozione: finalmente sei tornato. Sapeva come avrebbe dovuto sentirsi. Aprire gli occhi la mattina e sorridere perché questa è casa tua – sprazzi di luce calda sui muri uguali a quelli di dieci anni fa; perché tu, cambiato e dopo aver visto tante cose, finalmente ti svegli non in un qualsiasi posto di passaggio, ma qui, a casa tua, tra queste mura sempre le stesse. Stare sdraiati e guardare il soffitto, familiare come il palmo della propria mano. Poi alzarsi, girare per la casa senza una ragione e, ridendo del proprio capriccio, accarezzare le mura. E ora invano cercava di riprovare tutto ciò: toccava e non sentiva nulla. Sembrava che sotto la mano vi fosse qualcosa di estraneo. Puzzava di stazione. Sembrava che da un momento all’altro davanti agli scaffali sarebbe passato un treno rallentando affannosamente, e Mitja gli avrebbe camminato appresso, cogliendo con lo sguardo le targhe coi numeri dei vagoni che fuggono via, oltre le mura, lungo la banchina che si vedeva fino a lontano, lasciandosi dietro le schiene degli sconosciuti e le valigie. Mitja si preparò in fretta e partì per Rostov. E ora, uscendo dalla stazione incontro alla città arroventata, si rese conto: nulla era cambiato. Una misteriosa forza di repulsione, come quella scoperta da Archimede, che respinge il corpo immerso nell’acqua, non aveva cessato di agire. - Toglimi quella ca…o di borsa dalla faccia! La sera a lungo attesa spense l’incandescente cielo bianco, versando dall’alto del blu e da sotto dell’oro pallido dei lampioni. Restio a chiedere la strada ai passanti dall’aria cupa, Mitja girò a lungo per il quartiere cercando il vicolo Bratskij. Una volta, di giorno, l’aveva trovato facilmente, ma ora, giungendo da un’altra direzione si era perso. In fine svoltò dai binari del tram in una traversa e riconobbe il posto dalla spezzata linea dei tetti e dalle sagome dei balconi grandi come una scatola di fiammiferi. I lampioni scassati sembravano dei calamai rovesciati. Le figure incollate lungo le mura lo scortavano con un silenzio eloquente. Mitja decise fermamente: sarebbe rimasto a Rostov. Al diavolo la casa dello studente. Un’unica cosa lo faceva soffrire: chiamare a casa e chiedere di mandare dei soldi, perché con quelli che aveva portato con sé avrebbe dovuto pagare l’affitto. Ma dove li prenderanno i soldi, le due donne – una disoccupata e l’altra in pensione? Gli dovevano assegnare un posto nella casa dello studente, ne era certo! Ma la stanza sua era da tempo occupata da altri e di posti liberi non ce n’era nemmeno uno, nemmeno nelle stanze da quattro posti letto che nessuno voleva. - Niente paura, andrai in affitto, - disse il decano Sergej Sergeevič chiamato Si-Si. – Io alla tua età affittavo un angolo separato da una tendina dove avevo: un lettino per bambini senza lo schienale e uno sgabello. Si alzò facendo capire che la conversazione era finita. Mitja lo guardò da sotto in su – era alto più di due metri – e capì che Si-Si non avrebbe mai perdonato al mondo quel lettino per bambini senza lo schienale e sarebbe stato inutile chiedergli una sistemazione. Dietro il negozio di parrucchiera riconobbe il cancello di ferro battuto e Mitja accelerò il passo. Dopo una camminata di due ore era ormai stanco e voleva dormire. Un cortile chiuso da edifici variopinti. Dai lampioni che dondolavano sui tiranti caddero due coni luminosi – due gigantesche campane di luce. Tremavano e si muovevano avanti-indietro in una danza monotona. I tiranti cricchiavano. Uno-due-cric. Uno-due-cric. I cumuli di carbone dagli scantinati straripavano sul cortile. La casa a destra era somigliante a quella dei Molokani [7] del quartiere natio: quattro piani alti e una lunga scala di ferro – un budello architettonico appiccicato a casaccio sulla facciata. Silenzio scintillante. Dei gatti su un cumulo di carbone storsero il collo guardando all’insù come bravi soldatini al comando di “tutti in fila”. Le finestre erano scure e silenziose. Al pianterreno sfavillavano i denti aguzzi di una finestra rotta. In alto a metà della scala di ferro c’erano due uomini. Quello girato verso Mitja, era un colosso peloso con le braccia come tronchi di palma e la pancia irsuta come noce di cocco. Lo guardava da sotto in su, e Mitja per un attimo credette che quello fosse il decano e che abitasse proprio in quella casa. I mutandoni neri della nonna tirati fin sopra l’ombelico, a piedi nudi sopra il ferro freddo. Girato per metà verso il gigante c’era un piccolo ometto grigio: pantaloni sportivi rigonfi a tratti e la camicia a quadri abbottonata fino al mento. I gradini sonanti erano coperti da macchie di sangue. Arrivato fino a loro, Mitja vide che il ciccione aveva la testa spaccata, il sangue gli gocciolava dai capelli sulle spalle, la pancia e le gambe. Era avvolto da un fittissimo odore di vino. Il pensiero si leggeva sul suo volto guanciuto. Il suo amico sobrio, alzandosi sulle punte dei piedi e sporgendo di fuori il suo minuscolo sedere per non sporcarsi, gli sussurrava qualcosa di rassicurante. Passando davanti a loro Mitja sentì dritto nell’orecchio una voce profonda come il suono di una nave in partenza: - Oh-oh-oh! Allora sei per il mat-ri-ar-ca-a-ato?!! L’ometto grigio si raddrizzò smarrito e cercò di rabbonirlo con una vocina dolce e confusa: - E che cos’è? - Eh! Spingendo con la pancia insanguinata il piccoletto alla ringhiera, il ciccione si mise a bisbigliargli nell’orecchio con voce sinistra … e all’improvviso scoppiò a ridere. Mitja bussava, ma non venne ad aprire nessuno. La finestra della cucina che dava sul terrazzo restava nel buio e dietro la porta si sentiva qualcuno russare al ritmo di una marcia militare. Oramai anche il peloso gigante ferito, trascinando con sé l’amico e apostrofando con male parole il matriarcato, scomparve nelle viscere dei corridoi; e i gatti si sparpagliarono a fare le loro faccende notturne. Mitja da un leggero tamburellare con le dita sulla porta passò al bussare con il pugno … All’improvviso smisero di russare, i talloni sbatterono sul pavimento e seguirono i passi frettolosi, come in discesa. - Chi ca…o è? - Sono io, il vostro inquilino, - disse Mitja Dietro la porta esplose una granata: Quale ca…o di ‘nquilino?! Ti faccio …! Va fa ‘n… ‘nquilino! ‘Nquilino! Vengono qui, pezzi di me…da, non fanno dormire! ‘Nquilini del ca…o ! I passi frettolosi si allontanarono e tacquero. La rete del letto emise uno scricchiolio nell’accogliere un corpo che stramazzava. Mitja rimase fermo sul terrazzo deserto sotto il muso livido-cinereo di una luna triste sopra i lampioni danzanti. La cosa che gli dispiaceva di più era che la signora Zina si ubriacò a sue spese. L’unica condizione che pose affittandogli l’appartamento era di pagare giornalmente: “Solo un rublo al giorno, non uno di più. Ogni giorno – un rublo. Più facile, sai, contare”. Un rublo. Di sera. Nelle mani di signora Zina oppure in un paniere di legno, sarcofago degli scarafaggi. Che c’è di più semplice? Ma un rublo non ce l’aveva, e la signora Zina quando lui stava per uscire non era in casa. Sapendo che lui sarebbe tornato tardi, mise nel paniere una banconota da tre. Beh, deve prendersela con sé stesso. Il mondo è capriccioso e fragile è il suo equilibrio. È stato detto un rublo – e un rublo sia. Non ti presentare con qualcosa di non previsto, non dare più del dovuto: distruggerai quell’equilibrio. A quest’ora avrebbe potuto dormire tranquillo nella sua stanza. E adesso quando sarebbe tornata in sé, pensava Mitja … e, a proposito, quando sarà tornata in sé, ricorderà di aver ricevuto tre rubli invece di uno? Era stata una bidella della facoltà a dargli l’indirizzo della vecchia. Lontano, disse, proprio in centro, ma così economico che a meno non l’avrebbe trovato. Decise di non fare il difficile. La signora Zina lavora in lavanderia. Quando prende un inquilino, si trasferisce in cucina. Nella stanza c’era un letto di ferro e un armadio alto e odorava di cloro. - Tutto pulito con la varecchina, - disse signora Zina tutta orgogliosa, facendolo entrare nella stanza, e strappò il lenzuolo dal letto. Sopra il letto buffò una nuvoletta acre, e il lenzuolo volò verso la porta. Sul letto cadde, con un'altra nuvoletta acre, un lenzuolo nuovo che, a giudicare dal marchio, apparteneva prima al Ministero della Difesa. - Stenditi, giovanotto, riposa. Nonna Zina teneva nell’armadio tutte le sue ricchezze – pile di lenzuola lavate nella lavanderia dove lavorava. Lenzuola lavate non alla buona, ma con sentimento, con passione, “pulite con la varecchina” a più non posso. Rimanendo da solo nella stanza, Mitja come prima cosa esplorò l’armadio. Vi era una collezione interessantissima: una raccolta completa di lenzuola di proprietà dello stato: “proprietà Ministero della Difesa”, “ospedale № 1”, “Ministero delle Comunicazioni”. Con quale piacere Mitja si sarebbe sdraiato ora sopra uno di quei pezzi da collezione. Di sotto esplose di musica accompagnata da grida gagliarde. Nello scoppio di risa Mitja riconobbe la voce del gigante peloso. Un coro ubriaco intonò alla rinfusa un ritornello: “Vodka, vodka, pane e seljodka [8] …”. Ahimè, la nonna Zina non si svegliò, il suo russare restava altrettanto vigoroso e regolare. “A casa non c’erano queste cose”, – era la solita reazione di Mitja. All’improvviso si sentì in collera con se stesso. – “Casa! Adesso, che sei arrivato qua, la casa tua sarebbe lì?!” Ma il pensiero molesto continuò fino alla fine: “A casa nel bel mezzo di una notte un coro di ubriachi non sveglierebbe i vicini”. La malattia incurabile degli emigrati, già conosciuta nel primo anno passato in Russia – sottoporre la nuova realtà a riscontro/confronto con quella di prima, – si risvegliava in lui. Quella necessità costante di paragonare e mettere tutto a confronto spesso lo gettava in uno stato di prostrazione. Sospirò pensando alla propria incapacità di dominare questa ossessione, si muoverebbe sempre da un estremo all’altro: lì era in un modo, qui – in un altro; qui è cosi, ma da noi è tutta un'altra cosa. È tutto un girare in tondo. Perché da loro funziona così, se da noi è diverso? Portare tutte le “stranezze” in giudizio e sottoporle a un’attenta disamina: beh, che animale è questo? Non c’è scampo dalla paranoia, tutto sarà misurato e soppesato, in tutto si nasconde il principio di dualità. - Vas’ka, figlio di … Scendi giù! “Lì” avevi lasciato la festa, il carnevale del tuo benessere, la fiera delle qualità umane. Che in conformità si svolgeva: lenta, scenografica, senza lasciare nulla al caso. Qui invece la festa è pericolosa, qui è impetuosa e irruente come un assalto alla baionetta. Tra la prima e la seconda la distanza è poca. All’attacco, svelti, svelti! Uno scatto, e si sfinisce. Stiamo cercando i sopravvissuti. Qualcuno si è gettato sopra la mitragliatrice, domani diventerà un eroe. - Matriarca-a-ato?! Non permetto a nessuno! I lampioni che scricchiolano sui tiranti. Gli ammassi di carbone. Gli occhi di gatto. Il buco nella finestra e il bucato lasciato tutta la notte sulla corda allentata. Un pallone. Un pallone blu a puntini bianchi in mezzo al cortile deserto. Chissà perché la vista di quel pallone solitario lo toccò nel cuore. Niente di che, ma il mondo che gli si apriva dal terrazzo era così penetrante. Come un frammento di vetro – attento che ti tagli. Come un grido di uccello. Un uccello attraversa il mondo – questa è la sua vita, pellegrina – e da qualche parte, in un posto qualunque, passando sopra un tizio qualunque chino su un lavoro qualunque, griderà – così, senza scopo, e sospirerà nella sua lingua. Il tizio si alzerà e, con le braccia penzolanti lungo i fianchi, seguirà con lo sguardo l’uccello e piangerà … - Vas’ka! Scendi giù, ti dico! La gozzoviglia andava crescendo. Difficilmente avrebbe potuto dormire in mezzo a quel baccano, tanto valeva restare qui, all’aria aperta, tra la luna e i lampioni. La notte, poi, stendendo sopra la terra una coltre blu a puntini d’oro, era bella. Sopra l’aureola biancastra della città ardeva la luna. Il suo faccione, chino un po’ di fianco, era colmo di una tristezza vitrea di morte. Odore di foglie secche. “In qualche modo, insomma, le cose si sistemano, - pensò Mitja. – È dura all’inizio, poi ci si abitua, si cambia. Ci si adatta in qualche modo”. Devi farlo, devi. Lì non tornerai più. Mitja sospirò e disse alla luna: - Fa niente, ce la faremo. - Ce la faremo, - rispose la luna con una intensa voce femminile. – se non schiatteremo. Colto di sorpresa, Mitja con un balzo si allontanò dalla ringhiera battendo con le scarpe un breve tip-tap. Di sotto scoppiarono a ridere: - Mah, quant’è pauroso. - È che non me l’aspettavo, - cercò di giustificarsi Mitja guardando nel buio. - È colpa mia, cammino sempre piano. La voce era timbrata. Creava una sensazione di asprezza in gola, come se non stesse entrando attraverso gli orecchi, ma come se venisse ingoiata come una bibita dolce e densa. Mitja si sporse fuori dal terrazzo e vide al piano di sotto la sagoma di una ragazza. Lei lo stava guardando e in segno di saluto aprì il palmo della mano che si aggrappava alla ringhiera. - Ciao. Non hai sonno? - Sì, e come faccio? - Non me lo dire. Va bene se cantassero … - La ragazza scomparve dalla vista, e lui sentì i suoi passi su per le scale. – Ma quelli strillano come se li tirassero per il … Le diverse razze si erano fuse in lei felicemente. Davanti a Mitja si trovava un volto completamente europeo – con le labbra sottili, il naso dritto , – ma fatto di cioccolata. I capelli bagnati di luce lunare si ergevano sopra la testa in una soffice aureola. - Tu chi saresti, un inquilino? Una mulatta qui, su questa scala assurda, sembrava surreale. Adesso dietro di lei su quelle scale di ferro salirà tutta l’Africa. Leoni, giraffe, elefanti. I Masai con le lunghe lance stanno per uscire dall’ombra, scintillando con le loro pupille nere laccate. Invece di tutto questo lei disse: - Mah! Timido e pensieroso. - Ho affittato una camera qui, - cominciò Mitja. - Da Zina? - Sì. - A-ah, non riesci a svegliarla? Anch’io una volta ci ho provato. Mitja si aspettava che la mulatta ridesse, ma lei, tutta seria, tacque per un paio di secondi, poi disse: - Bene. Vieni da me. - Cosa? - Hai la testa apposto? Lei lo squadrò con attenzione. - Vieni da me. Non resterai qui per tutta la notte? Zina, se ha preso la ciucca, va avanti per giorni. Mitja stava arrossendo. “Meno male che è buio, - pensò. – Non se n’accorgerà”. - Allo-ora, - disse lei. – Sei arrossito per quello che ho detto o per quello che hai pensato? Ma se ti sto offrendo un posto per dormire! Vieni? Lei si voltò e cominciò a scendere. Mitja la seguì. - Ho un letto solo. Grande, ma uno solo. Perciò, se hai la testa apposto … - Grazie, - rispose confuso lui. - Vedi solo di non raccontare dopo qualcosa che non c’è stato. Ti castro. Mi chiamo Ljuda[9] Passarono per un labirinto stretto tra scaffali, bauli, ammassi indistinti di carabattole coperte di stracci. Tra sedie, catini, secchi dell’immondizia, biciclette appoggiate alle pareti, basi d’appoggio per alberi di Natale. Le camere straripavano nei corridoi. I confini degli alloggi non coincidevano con le pareti. Il pavimento di legno scricchiolava in modo ora cupo ora isterico. Girarono, girarono, salirono tre gradini, Mitja fece cadere una bici, di nuovo girarono, scesero cinque gradini. La sua camera era in fondo a quel ventre di mattoni. - Entra, - disse lei, spingendo la porta aperta ed entrando per prima. Sulla porta era appesa una targhetta tolta da un vagone ferroviario “Adler – Mosca” e sotto, di traverso, una striscia sottile di quelle che si appendono sul parabrezza di dietro: “Non sei sicuro – non sorpassare”. Mitja entrò in una stanza passata in un tritatutto. Il disordine era fenomenale. Ogni centimetro quadrato delle pareti era coperto dalle targhette più inverosimili: “Biglietti esauriti”, “Pannello di controllo”, “Una volta mangiato, pulisci il tavolino”, “Chiuso”, “Otorinolaringoiatra”, “Pittura fresca”, “La birra è finita”, “Alt! Mostra il lasciapassare!” e persino un fotoritratto di un certo Stepan Semjonovič Chves’ko, serio d’aspetto, con i baffi e la cravatta. Gli oggetti riempivano la stanza in modo casuale come uno storno di uccelli per una breve sosta. - Non sbirciare. – Lei tirò via dall’abatjour un reggiseno, lo gettò nell’armadio e sbatté lo sportello. Il reggiseno ricadde da sotto lo sportello. – A volte io pulisco. È ancora presto, però. Accomodati. Un letto veramente grande. Un pianoforte. Vestiti per terra, sopra le sedie, appesi ai chiodi sulle pareti. Tra i vestiti pile di spartiti musicali. - Aspetta che trovo qualcosa per darti una sciacquata. – Lusja si mise a cercare qualcosa nel mucchio di stracci. - Fai musica? – Lei non rispose alla domanda, a quanto pare considerandola palesemente retorica. – Abiti da sola? - Mamma si è data al bere, è in giro da qualche parte. Il pianoforte c’era da prima, sai? Nessuno ricorda perché si trovi qui. È inchiodato al muro con dei chiodoni così, là, guarda. Credo che stia qui da prima della rivoluzione. Chi lo avrà inchiodato? - E tutto questo? – disse Mitja indicando con lo sguardo le pareti. Le targhette, le insegne, il ritratto del tizio, preso con ogni evidenza, dall’albo delle onorificenze di una fabbrica, – nemmeno lo scoppio di una granata avrebbe potuto cancellare a tal punto qualsiasi senso di vivibilità in quella stanza. Lusja si era circondata dai segni che evocavano immagini di uffici, corridoi, entrate per gli addetti e bistrot. Lei realizzava con coerenza il principio ribadito da una canzone “la casa che non hai, non sarà distrutta mai” [10] e, pare, non se ne faceva un problema. Stava seduta sul letto dondolando i piedi e, con un asciugamano scovato da qualche parte messo sopra la spalla alzata, seguiva Mitja con occhio divertito. - Perché stai fissando il mio papà? – disse lei indicando con la testa il ritratto e, soddisfatta dal suo aspetto imbarazzato, ammiccò. – Sto scherzando. Papà è in Angola da qualche parte, non l’ho mai visto. Faccio collezione, – spiegò lei alzando le spalle come se stesse dicendo “puoi pensare quello che vuoi, cioè, ma io faccio collezione”’. – Targhette per lo più. Quel tipo l’ho preso perché mi piaceva. Guarda quant’è per bene, astemio, l’orgoglio del collettivo. Andrebbe bene come padre, no? - E qui da voi tutti collezionano qualcosa? Lei si mise sulla sedia dopo averla liberato con l’aiuto dell’ asciugamano dagli involucri della caramella, appoggiò il gomito sul tavolo e si fermò con la mano rivolta all’insù. - No, - disse pensosa Lusja. – Forse Vova del primo piano – tappi di birra, Sofia Il’inična – sapone d’importazione. Già! Stepan colleziona bottiglie. Da lunedì a sabato colleziona e poi le porta al punto di raccolta [11] - Perché? - E la signora Zina? - Cosa la signora Zina? Non lo so. - Lei colleziona lenzuola, a quanto sembra? Lusja si animò. - No-o! Quelle le porta via dalla lavanderia dove lavora. Quella non è una collezione. - Perché? - Perché è così! – Sembrava si stesse arrabbiando. – Bisogna capire la differenza. Quando un topo riempie la tana di grano è una collezione? No, è la provvista. E quando la gazza ruba le cose che luccicano? È collezione? Già! Perché Mitja non si perdesse nel ventre oscuro del corridoio, Lusja lo accompagnò fino al lavandino. Mentre lui si lavava il viso e puliva i denti con un dito, lei stava ferma nel vano della porta mettendo il piede nudo sopra un ceppo. Mitja si vergognava di lavarsi i denti davanti a lei, ma allo stesso modo non poteva darle il didietro – perciò si contorceva in una strana spirale, cercando di nascondere da lei sia il viso che il sedere. Lusja nel frattempo gli stava raccontando della Bastiglia – così chiamava lo stabile – e dell’uomo con la ferita alla testa che era il più innocuo dei vicini, soltanto sfortunato con la moglie che lo picchiava tanto; e che lei stessa viveva con la mamma che si trovava a casa di rado. Dopo tornarono camminando sopra le lamine instabili e scricchiolanti del pavimento di legno, poi, chiudendo la porta a chiave e con due catenine, lei disse: “Girati, - e un secondo dopo che il letto emise uno scricchiolio: - Ti puoi sdraiare”. Fuori del finestrino le ruote dei treni battevano sull’incudine delle rotaie, forgiando la tristezza notturna. Lui stava disteso e ascoltava. Il rumore delle rotaie era forte, come se quelle fossero sotto la sua testa: la stazione è qui vicina. Proprio come a Tbilisi. In quei giorni, trascorsi a casa dopo il militare, stava spesso sdraiato così di notte, guardando il soffitto-fantasma, accarezzando il moncherino del dito perso nella sparatoria – al tatto sembrava un piccolo cranio bernoccoluto – e ascoltava le rotaie che promettevano qualcosa. “Di là, di là, - ripetevano, - di là, di là”. Forse, sarebbe stato meglio cambiare casa, ma lui sarebbe rimasto nella Bastiglia. Lo aveva appena deciso. Il rumore notturno delle rotaie qui è come quello di casa sua, quando le finestre sono spalancate in cerca di salvezza dalla calura di luglio e quando assorbi con ogni centimetro della tua pelle arroventata ogni folata di fresco; quando il tremolo dei grilli viene spezzato soltanto dal suono metallico delle rotaie. “Di là - di là – dicono quelle – di là - di là”. E qui è lo stesso: “Di là - di là”. Accanto dormiva saporosamente Lusja. Dapprima era coperta da un’ala nera e arruffata di capelli, ma poi con un gesto particolarmente preciso – al punto che Mitja credette che lei fosse sveglia – le aveva tolti dal viso. Mitja cercava di non sfiorarla sotto la coperta e si sposto sul bordo del letto. Avrebbe dovuto essere più deciso e chiederle di essere sistemato per terra. Alcune volte volse lo sguardo verso di lei e si rimproverò di spiare una persona che dormiva. Si ricordò anche quando la prima notte, da militare, si era sentito terribilmente a disagio perché avrebbe dovuto dormire così, alla vista del capocamerata. Più tardi, quando divenne egli stesso il capocamerata, camminando per la caserma cercava di non guardare verso i cuscini, a quelle teste rasate così uguali nel buio della caserma, a quelle mascelle cadute sul petto come se fossero in un’espressione di estremo stupore … Scacciando i ricordi involontari: “Che frana! Stai vicino a una ragazza e pensi alla caserma!” – Mitja tuttavia si alzò su un gomito e la guardò. Non c’è niente di sgradevole in Lusja che dorme – né la bocca spalancata, né le gocce di sudore sotto il naso. Come se lei per un secondo abbia socchiuso gli occhi abbagliata da troppo sole. Gli sembra meravigliosa. Il fatto stesso della sua esistenza in quel posto sembra non meno straordinario di quel pianoforte anterivoluzionario inchiodato al muro. Di là - di là, di là - di là. Di sotto, con un rombo, qualcosa si schianta contro il pavimento di legno, risa e brontolio di una voce profonda. La Bastiglia non dorme. L’edificio a fianco è così vicino alla finestra di Lusja che il suo livido muro lunare ha coperto tutta la vista, lasciando uno stretto spiraglio che lascia intravedere otto stelle e l’estremità di un cavo sporgente da dietro l’angolo. Il cavo sfilacciato brilla con la stessa luce blu argento delle stelle e si trasforma in un pennello dal quale si siano staccate quelle otto gocce. Presto Mitja smette di sentire quanto sta scomodo sul bordo del letto e il sangue scorre libero attraverso il suo corpo. “Di là - di là”, - ancora e ancora ripetono le rotaie, - “di là - di là. Mitja cercava di nasconderlo, ma in realtà era frastornato dall’improvviso cambiamento delle cose. Ieri a quest’ora si trovava a Tbilisi sdraiato sul terrazzo e sopra le cime degli alberi dai contorni mutevoli guardava la Via Lattea e le giravolte biancastre dei pipistrelli fuori della finestra. E oggi, senza che sia passato ancora nemmeno un giorno da quando è arrivato a Rostov, stava a letto con una ragazza sconosciuta di nome Lusja – ed era una mulatta! – in una stanza impossibile con un pianoforte inchiodato al muro. A Tbilisi non ne ha visto nemmeno una di mulatte. Il suo organismo in risveglio dall’anabiosi del militare era in agitazione. Questa agitazione, non avendo altra via di sfogo, dava alla testa e rinvigoriva come una tazza di caffè forte e bollente. Dalla punta dei piedi fino alla cima dei capelli era tutto pervaso da una incessante e come eccessiva concentrazione che non gli faceva sfuggire nessun scricchiolio né alcun odore vagante in quella casa addormentata. Come se qualcosa di importante, che non si poteva assolutamente lasciar scappare, dovesse succedere. Trovarsi in un tale stato di concentrazione gli capitava all’inizio del militare, durante le esercitazioni al poligono, quando dai fori sui bersagli dipendeva quale plotone dovesse marciare e quale dovesse correre fino alla caserma. Allora, però, lo sfogo arrivava con la fine degli spari e, a seconda della precisione dei colpi, con un’imprecazione a voce piana, gioiosa o triste. E adesso questo stato di concentrazione regalava una sensazione che non si poteva inserire in un sistema “gioia-tristezza”. Quella era una vaga attesa di qualcosa di molto grande: la verità, la morte, la felicità. Sembrava, che se il Cristo stesso fosse entrato dalla porta in quel momento, Mitja Lo avrebbe salutato, poi alzandosi piano per non svegliare Lusja, sarebbe uscito con Lui nel corridoio. “Forse è proprio così che ci si sente prima di compiere una impresa eroica, - pensò lui. – Io, poi, sto a letto sotto la stessa coperta con una mulatta di nome Lusja, sto a letto e non cinguetto. E le lenzuola non sono proprio linde.” Mitja, in una situazione così piccante, non riusciva a capacitarsi di questa tensione così acuta e soprattutto non capiva cosa doveva farsene. Semplicemente stava fermo e aspettava. “Di là – di là”, - continuavano le rotaie, e lui sapeva che quell’ansia di tornare a casa, a Tbilisi, non sarebbe riuscito a vincerla. Ma sapeva anche che non ci sarebbe tornato mai. Quella Tbilisi dove lui era nato ed era vissuto non c’è più. E mai più ci sarà. Il suo Tbilisi è morto, e tutte quelle folle tracotanti e impetuose che si riversavano dal corso Rustaveli, sul ponte attraverso la Kurà, fino alla via Plechanovskaja e oltre, e si spargevano dal mercato fino al lungofiume non erano altro che un corteo funebre. - Zviad! Zviad[12] ! – Centinaia di pugni saltano nell’aria. - Zvi-ad! Zvi-ad! – ruggiscono a squarciagola cadendo in isteria. Un viso baffuto e imbronciato ritratto su enormi cartelloni fluttuava sopra le teste e dondolava da tutte le parti, come se stesse facendo degli inchini alla folla. Negli sguardi strappati per caso dalla folla brilla la fermezza – il trionfo della fermezza. “La Georgia per i georgiani!” – strillano gli oratori con una tale esaltazione che gli astanti impreparati annegano nel pieno delle emozioni. Qualcuno si lascia sfuggire un sospiro agitato, gli altri – lacrime di trionfo rivoluzionario. “Occupanti russi, tornatevene in Russia!” Un giovane prete con una barbetta rada e arruffata ha annunciato l’appello del katholikòs: “Chi ucciderà un georgiano brucerà nell’inferno per l’eternità”. Molti con fervore si fanno il segno della croce. Lo spirito di cristallo di chi si sente dalla parte della ragione risuona in ogni respiro della folla e trema nella secca aria estiva, sopra la scalinata dell’odiato Palazzo di Governo, fra le ampie chiome verde-scuro dei platani; e tace nei ripidi vicoli spigolosi che salgono al monte Mtacminda. Quella stessa gente che poco tempo prima era stata spinta via da quello stesso posto dalle fiancate di ferro dei carri armati e dalle schiere dei soldati dagli sguardi spaventati che filtravano dalle fessure tra i caschi e i nuovissimi scudi della polizia. Quella gente è tornata a prendere la rivincita. Hanno passato alcune ore davanti al Palazzo di Governo a scandire, ad accusare e a fare i giuramenti più solenni. E nessuno più osa cacciarli via. Ma l’edificio traforato da archi altissimi si staglia orgoglioso, è tuttora inespugnabile, non è ancora pane per i loro denti; perciò bisogna accontentarsi delle urla e delle gesta minacciose conto le mura rivestite di tufo giallo. Ma tutto questo, dopo i carri armati che avanzano nel buio, non può bastare. Non avendo esaurito tutto l’ardore, la folla si dirige verso la Filarmonica. Il traffico sul corso Rustaveli è bloccato e i manifestanti fluiscono tra le macchine come un fiume tra macigni variopinti. I conducenti aspettano con pazienza. Le macchine che arrivano dalla direzione opposta alla fiumana coi ritratti di Zviad, frenano di colpo e girano in fretta per guizzare nel prossimo vicolo. Davanti al caffè “Le acque di Lagidze” si trova un vigile con l’aria confusa. Probabilmente il caffè l’hanno chiuso in tutta fretta prima dell’arrivo della manifestazione e il vigile, che era uno dei clienti messi alla porta, si è trovato faccia a faccia con gli zviadisti. Una ripida stradina laterale è bloccata da un camioncino che trasporta il pane e da una macchina incastrata. Tra le fiancate delle macchine e i muri la distanza è meno di mezzo braccio. Il vigile con il fisico che ha non può neanche provarci a passare. Proprio come davanti a un grosso cane arrabbiato, abbassa gli occhi e lentamente, senza movimenti bruschi, tira fuori una sigaretta. Una decina di persone si dirige verso il vigile, lo circonda, gli domanda qualcosa gridando, lo tira per il cinturone pretendendo una risposta immediata. È evidente che da quello che dirà dipenderà la cosa più importante – sarà picchiato o no. Il suo berretto è strappato e gliel’hanno ficcato nelle mani. E all’improvviso tutto si risolve. Gridando qualcosa che ha fatto divertire tutti e gettando il berretto nuovo (sicuramente fatto su misura) sotto centinaia di piedi strascicanti per il marciapiede sul quale viene calpestato e scalciato lontano, il vigile con decisione si unisce alla folla. Riceve pacche sulla spalla ed esclamazioni di approvazione. Il fiume umano scorre senza fermarsi, ed enormi ritratti del baffuto dall’espressione tetra si susseguono sbirciando nelle finestre e, salutando qualcuno con un pugno issato in alto, proseguono con un dondolio sequenziale. Alcune ore più tardi Karina Bogratovna si trova seduta sul divano nella sala, ha gli occhi lucidi come per un raffreddore e le guance che vanno a fuoco, alle quali avvicina i palmi delle mani come per cercare di spegnerle. La manifestazione l’aveva colta nell’ultima tappa del proprio cammino, in via Plechanov, dove erano affluiti dei ragazzini dei quartieri vicini che avevano aggiunto nuove forze e nuovo ardore rivoluzionario. Quelli fischiavano e urlavano senza risparmiare le loro giovani voci, incendiavano pattumiere e cartelloni pubblicitari, si arrampicavano sui filobus allineati lungo la strada agitando le bandiere. Karina Bogratovna si dirige in fretta verso casa, ma la strada è lunga e lei ha bisogno di calmarsi … - Mi fermo solo un attimo, soltanto per riprendere il fiato, - disse lei dalla porta, appendendo tutta distratta la macchina fotografica nel guardaroba come si fa con una sciarpa o un cappotto. – Sapete, non riuscivo a crederci. Che cos’è tutto questo? La nonna con l’aria persa è seduta in poltrona di fronte a lei. È meglio non toccarla. Mitja non vuole affatto che la nonna parli. Ma, a quanto pare, lei non ha alcuna intenzione di parlare, non riuscirebbe nemmeno a uscire da quel silenzio tombale. Quando Mitja la guarda e si figura quali immagini di quarant’anni fa possano scorrere adesso nella sua mente e di cosa stia pensando ascoltando i racconti sulle manifestazioni nei quali è stata chiamata “un’occupante”, – gli viene la pelle d’oca. Si sente impacciato: di regola dovrebbe consolare le donne, ma non sa come farlo. È andato a prendere dell’acqua e ora due bicchieri pieni stanno sul tavolino davanti a loro. Karina Bogratovna sembra altrettanto avvilita. Trovarla in questo stato a Mitja sembra innaturale, lui la ricordava diversa. Con due o tre frasi che sembravano colpi di frusta riusciva a domare una classe di alunni, colti da una frenesia ribelle. Arrivava a scuola a piedi da lontano. Il fine settimana girava per la città vecchia e fotografava le case. È da tempo che lei aveva la passione per la fotografia e già da alcuni anni fotografava le case. Ritratti di case. E come ci riusciva? Le persone in quelle foto, ovunque si trovassero e qualsiasi cosa stessero facendo, rimanevano dettagli secondari – a volte superflui come la punteggiatura in un’ottima poesia, a volte essenziali come l’accento in una parola sconosciuta, - sempre utili soltanto per esaltare qualche tratto particolarmente rilevante della facciata. Una volta Mitja andò con lei a fotografare le case. Vedendo la vecchia Tbilisi con gli occhi di Karina Bogratovna – il sole arabescato con le balaustre dei balconcini, il selciato dei vicoli contorti come i dorsi dei pesci, - Mitja capì con quale magia questa città fa innamorare di sé le persone. Aveva sbirciato come distilla nelle sue stradine questo insidioso veleno che trasforma i comuni cittadini in fanatici di Tbilisi … Quella volta loro due attraversarono mezza città e decisero di tornare soltanto quando avessero finito il terzo rullino. Anche quel giorno, probabilmente, andava in giro a fare le foto. E ora Karina Bogratovna appare smarrita. - Sembra l’inizio del fascismo, - dice. – Un vero e proprio inizio del fascismo. Guardando il riflesso della nonna nel vetro della libreria, Mitja per qualche motivo è convinto che ora lei stia ricordando quel tedesco in ospedale che lei era riuscita a curare risparmiando a volte sui medicinali destinati ai nostri feriti. Regolarmente per un mese il tedesco, nascondendo lo sguardo, aveva mormorato soltanto un timoroso ‘danke’ dopo ogni medicazione, e persino cercava, girando da un fianco all’altro, di non far scricchiolare le molle del letto – ed ecco a sentire il rumore dei Messerschmidt il tedesco balzò dal letto e, come se fosse appena ferito, urlò e rise selvaggiamente e puntava la mano fasciata verso il soffitto. E come se non ci fossero né bombardamenti né la zuppa di bucce di patate, né le notti insonni – quel tedesco ferito rimase la sua offesa più grande in tutta la guerra. “Occupanti russi, tornatevene in Russia! – ripete tra sé e sé Mitja guardando il riflesso della nonna nel vetro scuro della libreria. – Tornatevene in Russia!” E ora lui è in Russia. Perché allora la casa è tuttora lì, a Tbilisi? Non deve, non può essere così! - Zvi-ad! Zvi-ad!
Бубны бубнили. Бубны бубнили грозные заклинания, наполнявшие его трусливым холодком от горла до копчика. Прогорклый воздух дрожал в такт, по векам текли быстрые тени. И если б он мог вырваться! Нечто мохнатое, похожее на бородатое ухо, плавало перед его лицом. Он пробовал широко распахнуть глаза, вглядеться, но тщетно. Сквозь ресницы сочились все те же тени, продирались все те же тени. Чем все это закончится, черт возьми? Он тонул. Его мучила жажда. Вокруг вились костры, костры, костры. В черных грудах на границе света и тьмы угадывались трупы животных. В узловатых пальцах шаманов дергались, бубнили бубны. Кто-то наклонялся и спрашивал, хочет ли он пить, но, не дождавшись ответа, исчезал. Вновь перед ним проплывало бородатое ухо, уродливый волосатый тотем. Ощущение опасности было прилипчиво, как пыль в жару. Страх вырастал из ниоткуда, из горького воздуха, обвивал и опутывал, всасывался в кровь и лишал сил. Тени, приближаясь, смыкались плечом к плечу. Тени сливались. Бежать бы, но он, кажется, связан. И бубны бубнят все злее. Хочется кричать: “Хватит, боюсь!..” …Митя хлопнул ладонью по столу, опрокинув взорвавшуюся серым облаком пепельницу, и проснулся. Наваждение кончилось, порвалось школьной промокашкой, изрисованной чертиками, он разлепил веки и вывалился в тусклую шумную забегаловку с заплеванным полом. — Пить будешь? — Буду. Грязно. Голубь жмется к заплаканному стеклу. На барной стойке перетянутая синей изолентой поперек всего корпуса магнитола. Из пластмассовых дуршлагов колонок льются только басы, напористый бубнящий ритм. Жирная тряпка упала возле стакана. Рука старой женщины. Кольцо врезалось в плоть. Еле успел отдернуть свои. Два движения, быстрые и размашистые. После тряпки, как после слизня, блестит мокрый белесый след. Тряпка падает на следующий стол. Голубь жмется к стеклу, прячет стеклянный глаз в перья. Дождевая стеклянная пыль укрывает его безголовое, похожее на дирижабль тело. Наверное, болен. Нет зрелища мучительней больной птицы. Напротив — волосатое ухо… бородатое ухо. — Слушай, вождь, здесь как-то душно. И… Где твой лук, колчан и стрелы? Гайавата не реагировал. Видимо, Митя больше не вызывал в нем симпатии. Но Мите сегодня не хотелось подстраиваться. Он разрешил себе сорваться. Хоп! — сорвался человек, летит. Разрешил себе быть самим собой: делай что хочешь, заодно узнаешь, чего тебе хочется. Однако странное дело — для того, чтобы быть собой, недоставало подходящей компании: никак не удавалось измерить, стал ли он уже самим собой или нет. — Наливай! Гайавата разливал и отворачивался, на всякий случай касаясь своей рюмки толстым выпуклым ногтем. Митя смотрел в красный профиль вождя — точнее, в его ухо — с любопытством молодого путешественника, поборовшего гадливость в отношении к туземцам. Собственно, только из-за этих удивительных ушей Митя и усадил его за свой столик. Он не мог взять в толк, для чего столь тщательно — как кусты в английском парке — стричь бакенбарды, если из ушей растут такие метелки, такие шерстяные фонтаны… Волосы были седые. Волосы были сантиметров в пять длиной. Волосы выходили из ушей толстыми пучками, загибались книзу и, мягко распушившись, ложились на бакенбарды. Наверное, по утрам он их расчесывал. Разглядев профиль индейца, увенчанного перьями, трубку мира и надпись “The True American” на его футболке, надетой под пиджак, Митя улыбнулся. Сразу понял: Гайавата — и перешел на верлибр. Взвизгнула входная дверь. Вошли бритоголовые. — Вернулись, — буркнул Гайавата. — Знай же, друг мой краснокожий, — говорил Митя, энергично дирижируя не прикуренной сигаретой, — все дерьмово в этом мире. Мудрый Ворон нас покинул. К предкам, сволочь, улетел. Мы, эээ, мертвы с тобой сегодня. Мудрый Ворон, чтоб ты лопнул. Я ругаю тебя матом, Мудрый Ворон, кар-кар-кар! На Митино “кар-кар-кар” обернулись бритоголовые. — Водка паленая, — сказал Гайавата в стол. — Не берет ваще. Паленой водкой торгуют. Подошел возбужденный юноша со свастикой на обеих кистях. Смотрел так, будто зрачками умел выколоть глядящие на него глаза. Взял стоящий возле Митиного столика стул, поволок его в глубь бара. — Паленая. Сто пудов — паленая. — Наливай, о вождь, паленой! — скомандовал Митя. — Опалимся дочерна. — Хорош моросить. Пей, налито. — Гайавата кивнул на его рюмку. — Ну, — Митя торжественно поднял рюмку, — за твою резервацию в границах до одна тысяча четыреста девяносто второго года! Митя, конечно, замечал, как Гайавата опасливо косится на окружающих, всем своим видом показывая, сколь мало у него общего с этим пустотрепом. Но пустотреп угощает, приходится терпеть. Митя обижался, но приходилось терпеть и ему. В уплату за нескрываемое пренебрежение оставались эти роскошные волосатые уши. Волосы можно было бы заплести в косичку. На ночь на них можно было бы накручивать бигуди. Это были бороды сидящих в ушах гномов. Индейских гномов с перьями орлов на кончике шапок, с хищным оскалом и томагавками в перекрещенных руках. В случае опасности просто вытяни их за бороды. — Да, мой вождь, я знаю точно. Точно знаю — но не помню, что я знаю… так что… выпьем. Гайавата щелкнул ногтем по опустевшей бутылке. — Нету. Слышь… — толкнул его коленом. — Может, еще одну? Митя выудил из нагрудного кармана стольник. Гайавата зажал стольник в кулак и пошел к стойке. Бородатые его уши становились хвостами старых седых коней, грустно уходящих в табачный туман. “Я ему не по душе, — подумал Митя, — может, опять акцент?” Грузинский акцент, неизменно выскакивающий из организма под напором алкогольных паров, не раз подводил Митю с незнакомыми людьми. Обычно он предпочитал не пить с незнакомыми: пугаются, всматриваются — тип с рязанской физиономией вдруг начинает не туда втыкать ударения, нормальные русские слова пускает танцевать лезгинку. Вдруг захотелось увидеть Люську. Его радовало это желание. Если в таком состоянии он вспоминает о Люсе, не все потеряно. В дальнем углу звонко взорвалось стекло. Бритоголовые с криками вскакивали с мест. В сторону бара полетели стулья. Перечница врезалась в стену, оставив на ней сухую, медленно осыпающуюся кляксу. К Мите подошел парень со свастикой на обеих кистях и с чувством ударил в подбородок. Над ним летели стулья, пластмассовые абажуры вертелись каруселью, разбрасывая снопы искр и осколков. Топот оглушал. В голове лопались бубны. Кто-то надсадно выкрикивал слово “милиция”. Митя лежал у стены головой к опрокинутому цветочному горшку и сквозь большие резные листья смотрел в потолок. Пахло навозом. Отрезвление было полное и окончательное. Наконец-то можно было подумать обо всем. Когда незнакомый человек бьет тебя в челюсть и ты лежишь под столом, глупо прятаться от собственных мыслей. …Подъезд был — как черновик Эдуарда Лимонова. Довольно художественные фразы типа “начнем жить заново” смешались с классическим трехбуквием. Свисали клочья паутины, давно покинутой пауками. Одна из трех дверей, выходящих в коробочку тамбура, — дверь паспортистки. Драные листки расписания, номера счетов, которые все равно в темноте не разглядеть. Очередь с трех-четырех часов ночи, список в двух экземплярах, прием в субботу с девяти до часу. Обмен паспортов. Как обычно в подобных случаях, роились слухи: старые паспорта скоро будут недействительны, будут штрафовать.⁶ Давно надо было заняться этим, да как назло на работе приключился аврал — людей поотправляли в командировки, выходных не стало. И нужно ведь было еще разобраться с пропиской. Мама в очередной раз переселилась из общежития детского сада, совсем аварийного, в общежитие подшипникового завода, аварийного только наполовину. Митя давно жил отдельно, то здесь, то там — снимал квартиры, но прописан всегда был у матери. Без прописки нельзя. Жизнь без прописки — дело неприятное и неприличное. Паспорт без прописки — экстрим ущербных граждан: “поиграемте в прятки, господа милиционеры”. Так было всегда. Правда, в эпоху демократических переименований прописку назвали “регистрацией”. Без регистрации — нельзя. Жизнь без регистрации — дело неприятное и неприличное… И вот Митя из детсадовского общежития выписался, а в заводское так и не вписался. Мама совсем запилила: приезжай, отнесем паспорта. Нужно лично. Но вопрос не казался таким уж срочным. Тем более когда свободного времени — два дня в месяц: на работе аврал, двое уволились, один взял отпуск. Наконец отнесли паспорта. Выстояли четыре часа, пробились, сдали. Теперь нужно было выстоять столько же, чтобы получить паспорта — старые, советские — с новой пропиской и тут же, приложив все необходимое: квитанции, фотографии, заявления, — сдать паспорта, старые советские с новой уже пропиской, для обмена их на новые российские, чтобы потом, снова оплатив госпошлину в Сбербанке и снова написав заявление с просьбой прописать, сдать эти новые российские паспорта для оформления в них полагающейся прописки-регистарации… — А вы за кем? — А женщина была в очках. Куда делась? — Ищите, значит, женщину. Дыра в углу комнаты была заделана крышкой от посылочного ящика, прибитой к потолку дюбелями. Из другой, ближе к середине стены, выходила пластиковая канализационная труба и мимо стеллажа с картотеками уходила в пол. Паспортистка аккуратно выложила на стойку его советский паспорт, из которого торчал сложенный пополам бланк заявления. — Вас не прописали, — и опустила глаза. Правый глаз у нее сильно косил, и поэтому она почти всегда сидела потупившись. — Как? — И паспорт, сказали, не будут менять. Он резиново улыбнулся, вытащил бланк и заглянул в него. “Прописать”, — было написано красной ручкой и поверх замалевано красным карандашом. Живот, как обычно, среагировал на неприятность тревожным урчанием. Митя сунул бланк обратно, переложил паспорт из руки в руку. — А почему? Она, конечно, ждала этого вопроса. Ответила заготовленной формулой: — Идите к начальнику, он все объяснит. Скрипнула дверь. Следующий уже дышал в спину. — Нет, ну правда, почему? Сзади послышалось: — Сказала же: к начальнику. Митя набрал воздуха, чтобы огрызнуться, но внезапно такая острая, сквозная тоска одолела его, что он сумел лишь переспросить: — Почему? Вы ведь знаете, скажите. — Не задерживай! — волновалась очередь. — Ты ж не один здесь. — С ночи стоим. Вот эгоист! Паспортистка сказала: — Вкладыша у вас нет. А прописка в девяносто втором — временная. — Ну и что, что временная… в девяносто втором — ну и что с того?.. Она по-учительски положила руки на стол. — Закон новый вышел о гражданстве. — Да? Из коридора усмехнулись: — А он и о законе не слышал! — Согласно этому закону вы не гражданин России, — сказала она. Волнение за спиной нарастало. — Как… не гражданин? Она развела руками. Митю тронули сзади за плечо. — Выходи, давай! Сказано — к начальнику! — Да вытащите его! Он раскрыл рот, чтобы спросить еще что-то. Гул в тамбуре тяжелел с каждой секундой. Разгневанный римский легион ожидал приказа. Задержись еще на секунду — и копья войдут промеж лопаток. Наконец он вспомнил: — А матери паспорт? Мать прописали? У нее с вкладышем. — Еще и мать! — сказал тот, что стоял за спиной. — По ней будут делать запрос в консульство. Она ведь в консульстве гражданство получала? — Ааа… кажется, — кивнул Митя, ничего не поняв, но не решаясь переспрашивать. Развернулся, сделал шаг к выходу, но, оттолкнув двинувшегося на его место мужичка, порывисто вернулся к стойке. — Как же я не гражданин, а?! Как?! Я же с восемьдесят седьмого года в России живу! Тогда и России этой самой в помине не было — поголовный СССР! Ну?! И кто я теперь? Кто? Гражданин чего? Мозамбика?! Его тянули за рукав, дышали в затылок табаком. — Что ты на нее кричишь?! — От гад, раздраконит щас, а нам потом заходить! Митя шагнул в темный тамбур. Сквозь враждебно застывших людей прошел в подъезд и вышел на крыльцо. Лежавшая на крыльце дворняга, не открывая глаз, повела в его сторону носом. “Ну вот, — подумал он, — приплыли”. И тут, как заряд с замедляющим взрывателем, в мозгу рвануло — и Митя по-настоящему осознал, что только что произошло. Он лежал, опрокинутый навзничь, а по позвоночнику катился приближающийся гул… миллионы копыт тяжело впиваются в землю, рвут ее, перемалывают в пыль… как так вышло, что он оказался на пути этого всесокрушающего бега? …Затаив дыхание, он подвинулся вперед и высунул голову из-за цветочного горшка. Менты стояли к нему спиной. Курили, негромко задавали вопросы персоналу. Все смотрели куда-то влево и вниз, за колонну. Митя покосился в ту сторону, но ничего не увидел. Разве что бесхозно валявшийся стоптанный ботинок с прилипшим к каблуку “бычком”. Один из ментов взгромоздился на высокий барный стул и, разложив локти по стойке, что-то писал. Митя осторожно расчистил пятачок перед собой от осколков горшка, встал и шагнул к выходу. Ему повезло, он ничего не зацепил, никто не обернулся в его сторону. Холодная изморось противно облапила лицо. В голове было так, будто там одновременно болтали несколько человек, ныл отяжелевший подбородок. Он потрогал его — подбородок припух — и рассмеялся. Ночь была крикливо раскрашена светофорами. Под ними вспыхивали сочные пятна. Округлые, сплюснутые, вытянутые на полквартала — разные в зависимости от ракурса. На перекрестке Митя задержался, понаблюдав, как светофоры несут ночную службу. Красный — желтый — зеленый — желтый… Автомобили шипели шинами по мокрому асфальту, нехотя останавливались на красный свет. Как большой сильный жук в коробочке, в них громко билась, ворочалась музыка. Красный — желтый — зеленый — желтый… Караул в маскарадных костюмах. На углу Чехова и Пушкинской стоял милицейский “бобик” с распахнутыми дверцами, менты пили баночное пиво, громко обсуждая что-то забавное. Он нырнул в переулок. Было довольно поздно, но Митя решительно не желал смотреть на часы. Вдруг окажется слишком поздно, чтобы идти к Люсе в “Аппарат”, — а приходить после закрытия она не разрешает. И тогда куда податься? Домой, в обклеенные сиреневыми розочками стены? Упасть на диван перед телевизором и лежать, переключая каналы до тех пор, пока говорящие картинки не загипнотизируют тебя. Потом передачи заканчиваются, тебя будит телевизор, шипящий точь-в-точь как шины по мокрому асфальту. Но звук шин полон движения, и он приятен, он подражает шуму волн. А монотонное шипение телевизора душит. Лежишь и смотришь кроличьими глазами в пустой экран как в большое прямоугольное бельмо… Митя боялся провести эту ночь в воспоминаниях. Того хуже — перебирая черно-белые фотографии из прошлой жизни. Он любил ее фотографировать. Марина в профиль, Марина анфас. Марина, заспанная, выглядывает из палатки. Волосы собраны в два хвостика, спальный мешок собрался гармошкой. Спокойная улыбка Марины, выходящей из аудитории после защиты диплома. Ноги Марины, катающейся на качелях. Белые носки и теннисные туфли. Он и Марина перед ЗАГСом. В день, когда подали заявления. Стараются делать серьезные лица: кадр для истории. Их снял прохожий с загипсованной рукой. Он почему-то взял фотоаппарат как раз поломанной рукой и, когда нажал на кнопку, сморщился от боли. Снимок получился смазанный. Интересно, как сложилась жизнь у этого прохожего? Отдав фотоаппарат, он через пару шагов забыл о молодом человеке и девушке, стоящих на ступеньках ЗАГСа, а сделанный им снимок остался навсегда. И бывший молодой человек, ставший зрелым, смотрит на этот снимок и помнит про его гипс и как он сморщился от боли, нажимая на кнопку. А может быть, и не так. Может быть, пара перед ЗАГСом чем-то запомнилась прохожему, как он запомнился своим гипсом и гримасой. Прохожий почему-то помнит о них всю свою жизнь. И точно так же сидит сейчас где-то, поглаживает свой давний, ноющий на погоду перелом и думает: “А интересно, что там те двое, которых я сфотографировал в тот день, когда шел из поликлиники? Как живут-поживают?” Все будет, как всегда. До фотографий, на которых Марина держит на руках маленького Ваню, Митя доберется с бешено барабанящим сердцем. Пойдет курить на балкон и потом будет собираться с духом, прежде чем вернуться в комнату, будто на диване остались не фотографии, а живые люди. Нет, нельзя. Надо во что бы то ни стало избежать фотографий. Утром в зеркале глаза побитой дворняги, и на работе физиономии окружающих — как захлопывающиеся перед носом двери. Нужно было добраться до Люси. У Люси он всегда найдет спасение. Если он заходит в “Аппарат” в тот момент, когда она поет, то стоит у входа. Чтобы не маячить, не сбивать — но еще и потому, что любит понаблюдать за публикой, поглощающей коктейли и водку под звуки блюзов. Заметив его, она еле заметно шевельнет рукой в длинной серой перчатке. Или в длинной лиловой перчатке. Или в красной. Иногда в качестве приветствия она лишь отрывает от микрофона палец. Пока Генрих поиграет что-нибудь из Гершвина, Люся выйдет к нему в зал, сядет за столик. Дотронется до подбородка совсем по-домашнему, спросит: “Где это ты?” Он, конечно, пожмет плечом — мол, пустяк, мелочи жизни. Люся понимающе качнет головой — мол, понятно, пусть сами не лезут, да? Она всегда даст мужчине шанс выглядеть достойно. Даже став его любовницей, она умудряется оставаться его другом. Люся всегда была рядом. Так ему казалось. А ведь целых шесть лет они не виделись, ни разу даже не столкнулись где-нибудь в переходе или в автобусе. Шесть лет… Три плюс три. Три года с Мариной и Ванюшей, другие три — с Ванюшей без Марины. Невдалеке от “Аппарата” он остановился и закурил, поискав предварительно по карманам жевательных резинок. Резинок не было, потерял. Но курить хотелось сильно, и он решил, что ничего — выветрится. Нет, он не бросил курить, как рассказывает всем знакомым. Недели не продержался. Но признаваться в этом не хочется. Пусть думают, что он сильный. …Пианино и бас-гитара притихали, задумчиво переговариваясь друг с другом. Люсина партия кончилась. Отойдя от микрофона, она взяла с пианино коктейль и потянула из трубочки. Митя встал, прислонившись плечом к дверному косяку. Публики было немного. В дальнем углу с какой-то дамой, сексапильно заглатывающей мороженое, расположился пьяный Арсен. Арсен полулежал на столике и, как обычно, не в такт подергивал головой. “Хозяин гуляет”, — подумал Митя. Люся заметила его. Подняла указательный палец: “Привет”. Дослушав до конца гаснущие аккорды, Митя прошел за столик, кивнув по пути бармену. С барменами “Аппарата” Митя общался мало, были они как на подбор надменны, погружены в какую-то свою закрытую среду, будто доска бара отчеркивала их от всего окружающего. Над каждым столиком, пустым и занятым, горели низко опущенные абажуры. Повешены они были так, чтобы круг света как раз заполнял круг стола. Зря сразу не пошел в “Аппарат”, подумал он. Напился бы в уюте и под музыку. Так нет же — в народ, в массы. За что и получил: а не лезь, куда не звали. Глотнув пару раз из трубочки, Люся вернула коктейль на пианино и, наклонившись, что-то шепнула Генриху. Генрих поморщился, криво изломав губы. Митя догадался: она собирается петь что-то, чего не любит Генрих. Но у них договор: раз в неделю она может петь все, что захочет. — Мчит-несет меня без пути-следа мой Мерани… Нечасто Люся исполняла “Мерани”. Генрих вообще считал, что петь блюзы по-русски — то же, что кукарекать по-лошадиному. Но Люся попросила, и он написал партию для клавишных. Ее просьбы он исполняет. Генрих из тех людей, которые испытывают физическое страдание от чужих просьб, — из тех малопонятных людей, которые убежденно не дают и не берут в долг, из тех, у кого попросить сигарету можно лишь после долгой предварительной подготовки. Но когда Люся говорит: “Генрих, а ты не мог бы?” — оказывается, что Генрих может практически все. …Когда-то Митя был пьян и болезненно весел. Ему не на кого было вывалить это свое веселье, и он пришел к Люсе. Но “Аппарат” был закрыт на ремонт. В подсобках стучали молотки, то и дело что-то плоское грохало об пол и раздавался различной продолжительности мат. В зале, не считая его и Люси, были все музыканты: Генрих, Стас и Витя-Вареник. Они собрались репетировать, а ему разрешили посидеть тихонько, но не мешать. Дело не шло. Мучительно затянувшаяся попытка сыграть свой вариант “Summer Time” обрывалась нервной тишиной и унылыми взаимными подколами. Генрих ходил пальцами по клавишам, будто пытаясь нащупать что-то под ними. Мелодия сломалась и изменилась неузнаваемо. Люся стояла рядом, приглаживая волосы гребнем. В любой затруднительной ситуации она набрасывается на свои волосы. Митя поднялся к ним на подиум, незаметно взял микрофон и, улучив момент, вступил: — Мчит-несет меня без пути-следа мой Мерани. Все обернулись в его сторону. Стас с Генрихом переглянулись, и Генрих подчеркнуто безразлично пожал плечом. — Что это? — спросил Стас. — Бараташвили. — Кто? Ну, не важно. — Стас поднял гармошку ко рту. — Ну-ка… Может неплохо получиться. Давай-ка дальше своего Швили, — и выразительно махнул Генриху, мол, не жопься, подыграй. И Генрих хоть и скривился, но подыграл, а Митя в первый и последний раз в жизни под стуки молотков за стенкой, под блюзовую мелодию спел знакомое со школы стихотворение Бараташвили: “Мчи, Мерани мой, несдержим твой скач и упрям. Размечи мою думу черную всем ветрам”. Глава 2 Собирался, настраивался. Но Ростов опять оглушил, как рухнувший потолок. — Эй! Хуля спишь! Лезь давай, лезь! Ай! Ни вздохнуть, ни обдумать. Некогда думать. Надо лезть. — Вот балбес! Следующего автобуса можно дожидаться час, и если пропустить этот, в деканате никого не застанешь. Была жара. Казенный вокзальный голос, объявляющий отправление поезда, вязко растекался в воздухе. Тополиный пух — летний ослепительный снег — летел и сверху и снизу. “Пора бы привыкнуть, пообтереться. Ведь никого другого не обругали в этом сопящем клубке. Все лезут, как надо. Но ты все равно все сделаешь не так!” Ничего не изменилось: как и в самом начале, до армии, в ответ на базарную ругань внутри вспыхнуло пренебрежительное “Россия-мать!” — и, подумав так, он прикусил губу, будто сказал это вслух. А ведь загадывал: теперь все будет иначе, теперь должно быть иначе. Выводил формулы: “Я русский, едущий Россию. Я человек, возвращающийся на Родину”. Можно было бы подольше остаться в Тбилиси с мамой и бабушкой, не мчаться в Ростов через неделю после последней утренней поверки: занятия на геофаке начинались только через месяц. От армейщины отходишь, как от обморока, и возвращаться в обычную жизнь, не придя в сознание, было неразумно. Немного похоже на ту нелепую киношную ситуацию, когда герой заскакивает голый в комнату, полную строго одетых людей. Но он спешил. Дома он почти не выходил в город. Мама сказала: не стоит. Мало ли что, сказала, Тбилиси с ума сошел. Молодым мужчинам вообще лучше не ходить в одиночку. Обстановка такая… особенно после девятого апреля. В родных стенах, среди привычных с детства предметов и запахов, Мите чего-то недоставало, он больше не чувствовал себя дома. Он тщетно ждал от себя умиления, радостного пробужденья: ну вот и вернулся. Он знал, как это должно быть. Открыть утром глаза и улыбаться — оттого, что вот он, твой дом — жаркие утренние блики на стенах точь-в-точь те же, что десять лет назад, оттого, что ты — другой, изменившийся, многое повидавший — наконец-то просыпаешься не в каком-то случайном и временном месте, а здесь, у себя дома, среди этих неменяющихся стен. Лежать. Смотреть в потолок, знакомый, как собственная ладонь. Встать, пройтись по квартире. Просто так. Смеясь собственной причуде, гладить стены. И он пробовал. Но трогал — и ничего не чувствовал. Почему-то казалось, будто трогает чужое. Пахло вокзалом. Казалось, вот-вот, грузно замедляясь, мимо шкафов потащится поезд, и он пойдет с ним рядом, ловя взглядом убегающие таблички с номерами вагонов, — за стены, по распахивающемуся далеко вперед перрону, обгоняя чьи-то спины и чемоданы. Митя наскоро собрался и поехал в Ростов. И вот — лишь выйдя из вокзала в раскаленный город, удостоверился: ничего не изменилось. Таинственная сила отторжения сродни архимедовой силе, выталкивающей погруженное в воду тело, не прекратила своего действия. — Убери, на хрен, сумку, прямо в рожу тычешь! Долгожданный вечер погасил белое раскаленное небо, плеснув сверху синевы, а снизу фонарного тусклого золота. Не желая спрашивать дорогу у хмурых прохожих, Митя долго бродил по кварталу, разыскивая переулок Братский. Днем он нашел его довольно легко, но теперь пришел с другой стороны и заблудился. В конце концов он свернул от трамвайных путей в сторону и по изломанной линии крыш, по силуэтам балкончиков размером со спичечный коробок опознал место. Побитые фонари смотрелись здесь опрокинутыми чернильницами. Прилипшие к стенам фигуры выразительно молчали вслед. Митя решил твердо: он будет жить в Ростове. Черт с ней, с общагой. Одно только терзало: придется звонить домой, просить выслать денег. Все, что привез с собой, придется потратить на жилье. А где они возьмут денег, две женщины — одна безработная, другая пенсионерка? Должны были выделить место в общаге, он был уверен! Но в его комнате давно живут другие и мест свободных нет ни одного, даже в не престижных четырехместках. — Снимешь квартиру, — сказал декан Сергей Сергеевич, по прозвищу Си Си. — Ничего страшного, я в твои годы угол снимал за занавесочкой. Детская кроватка без спинок и табурет. Он поднялся, давая понять, что разговор окончен, и Митя посмотрел на него — а росту в нем было два с небольшим — снизу вверх и понял, что Си Си никогда не простит миру той детской кроватки без спинок и просить его бессмысленно. За парикмахерской показались те самые кованые ворота, и Митя прибавил шагу. После двухчасовой прогулки он наконец устал и хотел спать. Глухой двор, составленный разномастными домами. С покачивающихся на растяжках фонарей упали два ярких конуса — два гигантских световых сарафана. Дрожали, ходили взад-вперед в монотонном танце. Растяжки скрипели. Раз-два-скрип, раз-два-скрип. Угольные кучи из забитых до отказа угольных подвальчиков высыпались во двор. Дом справа, чем-то напомнивший ему молоканский дом в родном дворе. Четыре высоких этажа и длинная железная лестница — вывалившаяся архитектурная кишка, кое-как разложенная по фасаду. Тишина искрила. Кошки на угольной куче вывернули головы вверх и в сторону, как примерные солдаты по команде “равняйсь”. Окна были темны и беззвучны. На первом этаже посверкивало остроугольными зубками выбитое стекло. Высоко над землей посредине железной лестницы стояли двое мужчин. Лицом к Мите — волосатый истукан: руки как пальмы, пузо как мохнатый кокос. Из-за схожего ракурса — снизу вверх — Мите даже померещилось, что это декан стоит на лестнице, живет в этом самом доме. “Семейные” трусы натянуты выше пупка, босые ступни на холодном железе. Полубоком к нему — маленький мышастый человечек. Синие трико пузырятся, клетчатая рубашка застегнута под самый кадык. Гулкие ступени заляпаны кровью. Поравнявшись с мужчинами, Митя разглядел, что голова толстяка пробита, с кровавых волос капает на плечи, на живот, на ноги. Он был окутан плотнейшим перегаром. В щекастом лице стояла мысль. Его трезвый друг бормотал что-то успокоительное, привстав на цыпочки и отклячив, чтобы не вымазаться, свой двухграммовый зад. Над самым Митиным ухом, лишь только тот поравнялся с парочкой, раздался бас — будто дунули в пароходный гудок: — Е-оо! Так, значит, ты за мат-ри-ар-ха-а-ат?!! Мышастый человечек сильно смутился, выпрямился. Выстрелил смущенным шепотком: — А что это? — Хе! И, приперев его окровавленным пузом к перилам, толстяк зашептал ему в самое ухо зловещим шепотом… и вдруг расхохотался. Митя никак не мог достучаться до хозяйки. Окно кухни, выходившее на веранду, оставалось темно, из-за двери слышался храп, похожий на военный марш. Уже и раненый волосатый гигант, волоча за собой друга и недобро поминая матриархат, исчез в недрах коридоров, и кошки разбрелись по своим полуночным делам. Митя перешел от легкого постукивания ногтем к стуку кулаком… Храп вдруг оборвался, пятки глухо ударили в пол, и послышались торопливые, словно по косогору сбегающие шаги. — Кого … прынес?! — Это я, ваш квартирант, — сказал Митя. За дверью разорвалась шрапнель: — Какой на … кртирант?! Щас как …. швябряй! Пшел на … кртирант! Кртирант! Ходют тут, пидарасы, спать не дають! Кртиранты е..! Удалились и смолкли сбегающие шаги. Пронзительно скрипнула кроватная сетка, принимая упавшее тело. Митя остался стоять на пустынной веранде — под сизовато-пепельной грустной мордой луны над танцующими фонарями. Самое обидное было то, что баба Зина напилась на его же деньги. Единственное условие, поставленное ею при сдаче квартиры, — платить поденно: “Токо за день, вперед ни-ни. Кажий день — рупь. Проще, знаешь, щитать”. Рубль. Вечером. В руки бабе Зине или в деревянную хлебницу, усыпальницу тараканов. Чего уж проще? Но рубля у него не оказалось. И бабы Зины, когда он уходил, дома не было. Он знал, что вернется поздно, вот и сунул в хлебницу трояк. Что ж, сам виноват. Хрупок мир и капризен. Сказано: рупь — значит рупь. И не лезь с неучтенным, не суй больше, чем нужно: сломаешь. Сейчас бы спал спокойно в своей комнате. Когда же теперь она придет в себя, думал Митя, и, кстати, когда придет в себя, вспомнит ли, что вместо рубля получила три? Ее адрес Мите дала вахтерша на факультете. Мол, далековато, в самом центре. Зато дешево, дешевле не найдешь. Он не стал привередничать. Баба Зина работает в прачечной. Пуская к себе очередного квартиранта, переселяется на кухню. В комнате — железная кровать и высокий шифоньер. И пахнет хлором. — Все щистенько, прахрариррвано, — сказала баба Зина, торжественно заводя его в эту комнату, и содрала с кровати простыню. Над кроватью вспыхнуло едкое белое облачко, простыня полетела к двери, а на ее место, снова выстрелив едким облачком, легла новая — судя по клейму, до бабы Зины принадлежавшая Министерству обороны. — Ложись, касатик, отдыхай. В шифоньере хранится все ее богатство, стопки выстиранных в родной прачечной простыней. Выстиранных не абы как — с чувством, с пристрастием, прах-рарр-рирванных донельзя. Оставшись в комнате один, Митя первым делом изучил шифоньер. Простыни составляли интереснейшую коллекцию: полное собрание казенных простыней. “Собственность МО”, “Горбольница №1”, “Министерство путей сообщения”. Сейчас Митя с удовольствием бы растянулся на одной из коллекционных простынок. Откуда-то снизу грянули музыка и лихие вопли. В громовом хохоте он узнал голос мохнатого истукана. Пьяный хор вразнобой подхватил припев: “Русская водка, черный хлеб, селедка…”. Увы, бабу Зину это не разбудило. Ее храп оставался все таким же размеренным и основательным. “Дома такого не бывает, — привычно подумал Митя. И вдруг почувствовал злость на самого себя. Д о-м а! Теперь, стало быть, когда ты приехал сюда, твой дом — там?!” Но непрошеная мысль, вызвавшая его раздражение, добежала до конца: “Дома среди ночи не орут пьяным хором, не будят соседей”. Неизлечимая болезнь эмигрантов, знакомая еще по первому году российской жизни — “все подвергай сравнению”, — снова пробуждалась в нем. Постоянная необходимость сравнивать и сверять частенько вгоняла его в ступор. Он вздохнул, подумав о том, что не имеет власти над этим наваждением, так и будет перемалывать: а там — вот так, а здесь — вот эдак, а у них — вот что, а у нас — совсем другое. По кругу, по кругу. А почему у них так, если у нас по-другому? Все новое притащить на суд и подвергнуть пристальному рассмотрению: ну-ка, что за крокозяба? И никуда не деться от паранойи, все будет измерено и взвешено, во всем кроется раздвоенье. — Васька, сукин сын! Слезь! Там праздник — карнавал моего благополучия, парад моих и твоих достоинств. Так и разворачивается: медленно, театрально, чтобы ничего не упустить. Здесь праздник опасен, здесь праздник быстр и стремителен, как штыковая атака. Между первой и второй перерывчик небольшой. В атаку марш! Быстрее, быстрее! Рванули и задохнулись. Ищем уцелевших. Кто-то рухнул грудью на амбразуру, завтра он будет героем. — Матриарха-а-ат?! Не позволю! Раскачивающиеся на скрипучих растяжках фонари. Угольные кучи. Кошачьи глаза. Дыра в стекле и оставленное на ночь белье на провисшей веревке. Мяч. Синий мяч в белый горошек посреди пустого двора. Почему-то вид этого одинокого мяча тронул его сердце. Ничего такого. Но мир, открывающийся ему с веранды, был как-то пронзителен. Как скол стекла — осторожно, порежешься. Как птичий крик. Летит птица через полмира, жизнь у нее такая, перелетная, — и где-нибудь в совершенно непримечательной точке, над каким-нибудь совершенно непримечательным дядькой, занятым каким-нибудь совершенно непримечательным делом, крикнет — так, ни о чем, вздохнет по-птичьи. А дядька разогнется, руки уронит плетьми, смотрит ей вслед и плачет… — Васька! Кому говорю, слезь! Гулянка, похоже, набирала обороты. Вряд ли он уснул бы в таком шуме, так что лучше уж постоять здесь, на воздухе, между луной и фонарями. А ночь, накрывшая землю синим в золотой горошек покрывалом, была хороша. Над белесым нимбом города полыхала луна. Ее морда, устало склоненная вниз и чуть набок, была исполнена мертвой стеклянной грусти. Запахло листьями. “Как-то ведь все всегда устраивается, — подумал Митя. — Сначала трудно, потом привыкаешь. Меняешься. Как-то ведь меняешься, приноравливаешься”. Надо, надо, надо. Туда ты уже не вернешься. Митя вздохнул и сказал луне: — Ничего, прорвемся. — Прорвемся, — ответила луна сочным девичьим голосом. — Если не порвемся. От неожиданности Митя отскочил от перил, выбив каблуками коротенькую чечетку. Внизу рассмеялись: — Тю, какой пугливый. — Да не ожидал, — оправдался Митя в темноту. — Моя вина, я всегда тихо хожу. Голос был вкусным. От него делалось чуть терпко в горле, будто он входил не через уши, а заглатывался, как густой сладкий напиток. Митя перевесился через перила и увидел прямо под собой силуэт девушки. Она смотрела на него и в знак приветствия распрямила пальцы, лежавшие на перилах. — Привет. Не спится? — Да, уснешь тут. — Не говори. И если б еще пели… — Девушка скрылась из виду, и он услышал ее поднимающиеся по ступеням шаги. — А то воют, будто им прищемило. Расы смешались в ней весьма удачно. На Митю смотрело совершенно европейское лицо — тонкие губы, прямой нос, но вылепленное из шоколада. Волосы, облитые лунным светом, стояли надо лбом пушистым нимбом. — Ты кто, квартирант, что ли? Мулатка здесь, на этой несуразной лестнице, выглядела отступлением от реальности. Сейчас следом за ней по железным ступеням поднимется вся Африка. Львы, жирафы, слоны… масаи с длинными копьями вот-вот выйдут из тени и сверкнут черными полированными зрачками. Но вместо этого она сказала: — Тю! Пугливый и задумчивый. — Я тут комнату снял, — начал Митя. — У Зинки? — Ну да. — Ааа, разбудить ее не можешь? Я тоже ее как-то будила. Митя ожидал, что мулатка рассмеется, но она помолчала пару секунд с серьезным видом. Сказала: — Ладно. Идем ко мне. — Что? — Ты на голову стойкий? Она осмотрела его скрупулезно. — Ко мне идем. Ты ж ночь здесь так не простоишь? А Зинка если белочку поймала, то дня на три. Митя начал краснеть. “Хорошо, что темно, — подумал он. — Не заметит”. — Та-ак, — сказала она. — Ты сейчас отчего покраснел, от моих слов или от своих мыслей? Я ж тебе ночлег предлагаю. Идешь? Она повернулась и пошла вниз. Митя пошел следом. — Кровать у меня одна. Большая, но одна. Так что, если голова тебя не подводит… — Спасибо, — отозвался он невпопад. — Смотри только, потом не болтай, чего не было. Кастрирую. Меня Люда зовут. Они прошли по тесному лабиринту мимо шкафов, сундуков, неясных груд скарба, укрытого тряпьем. Мимо стульев, тазиков, помойных ведер, мимо выставленных за двери велосипедов и подставок под новогодние елки. Комнаты выдавились в коридоры. Границы жилья не совпадали со стенами. Половые доски скрипели то угрюмо, то истерично. Свернули, свернули, поднялись на три ступеньки, Митя уронил велосипед, снова свернули, спустились на пять ступенек. Ее комната оказалась в самой глубине этого кирпичного чрева. — Заходи, — сказала она, толкая незапертую дверь и проходя вперед. На двери висела табличка с железнодорожного вагона “Адлер—Москва”, под ней наискосок — узенькая полоска, какие вешают на задние стекла автомобилей: “Не уверен — не обгоняй”. Митя вошел в комнату, пропущенную через мясорубку. Беспорядок был феноменальный. На стенах, на каждом свободном кусочке, теснились самые невероятные таблички: “Все билеты проданы”, “Щитовая”, “Поел — убери за собой”, “Закрыто!”, “Отоларинголог”, “Осторожно, окрашено”, “Пива нет”, “Стой! Предъяви пропуск!” и д
Capitolo primo I tamburi rullavano. I tamburi rullavano terribili incantesimi che lo riempivano di un tremore gelido dalla gola fino in fondo alla schiena. L’aria rancida tremava al ritmo dei tamburi e sulle palpebre scorrevano ombre veloci. Se fosse in grado di liberarsi! Qualcosa di peloso, somigliante a un orecchio barbuto, fluttuava davanti al suo viso. Tentò di spalancare gli occhi e di mettere a fuoco: inutilmente. Attraverso le ciglia penetravano le ombre di prima, cercavano di farsi strada, quelle. Come accidenti andrà a finire? Sprofondava. Era tormentato dalla sete. Attorno ondeggiavano falò, falò, falò. Sul confine tra luce e ombra negli ammassi neri si intuivano carcasse di animali. Tra le dita nodose degli sciamani rullavano convulsi i tamburi. Qualcuno si chinava a chiedere se aveva sete e scompariva senza aver avuto risposta. Di nuovo l’orecchio barbuto gli fluttuava davanti - un mostruoso totem peloso. La sensazione del pericolo era appiccicosa come la polvere nella calura. La paura cresceva dal nulla, dall’aria amara; avvolgeva, avviluppava; si instillava nel sangue e toglieva le forze. Le ombre facendosi avanti serravano le fila. Si confondevano. Magari potesse fuggire, ma sembra legato. Il rullio è più feroce. Vorrebbe gridare: ”Basta, ho paura!”. … Mitja batté la mano sul tavolo, rovesciando il posacenere che sbuffò una nuvola grigia, e si svegliò. L’allucinazione svanì, si lacerò come la carta assorbente che un alunno ha riempito di sgorbi³. Scollò le palpebre e si precipitò in una bettola opaca e rumorosa dal pavimento coperto di sputi. - Vuoi bere? - Sì. Sporcizia intorno. La colomba, dietro la finestra, si stringe contro il vetro lercio. Sul bancone del bar c'è una radio tenuta insieme da un nastro adesivo blu. Attraverso la rete degli altoparlanti di plastica pompano i soli bassi, un rullo incalzante e ritmato. Uno straccio unto cade vicino al bicchiere. La mano di una vecchia: un anello affonda nella carne. Ha fatto appena in tempo a togliere le sue. Due movimenti svelti e ampi. Dov’è passato lo straccio luccica una scia biancastra, come dietro un lumacone. Lo straccio atterra sul tavolo successivo. La colomba si stringe contro la finestra e nasconde l’occhio vitreo tra le piume. Il pulviscolo trasparente della pioggia ricopre il suo corpo senza testa simile a un dirigibile. Forse è malata. Non c’è spettacolo più triste di un pennuto malato. Davanti - un orecchio peloso, un orecchio barbuto. - Senti, Capo, qui manca un po’ d’aria. E poi … dove sono il tuo arco, faretra e frecce? Hiawatha [1] non reagiva. Sarà che Mitja non gli era più simpatico. Ma oggi Mitja non aveva voglia di adattarsi e si concesse uno scatto. Olà! – e l’uomo si scatena, vola. Decise di essere se stesso: fai quello che vuoi, così saprai anche che cosa vuoi. Ma la cosa strana era che per essere se stessi mancava una compagnia giusta: non riusciva a verificare se fosse diventato se stesso o no. - Versa! Hiawatha versava e girava la testa dall’altra parte sfiorando, per sicurezza, il proprio bicchierino con la grossa unghia convessa. Mitja fissava il profilo rosso del Capo – il suo orecchio, per la precisione, - con la curiosità di un giovane viaggiatore che è riuscito a superare la ripugnanza verso gli aborigeni. In verità, soltanto per via di queste orecchie stupefacenti Mitja lo fece sedere al proprio tavolino. Non riusciva a comprendere: a che pro’ curare le basette così bene – come i cespugli di un giardino inglese –, se dalle orecchie spuntano tali ramazze, certe fontane di matasse. I peli erano grigi, lunghi almeno cinque centimetri, spuntavano dalle orecchie in fasci stretti ripiegandosi all’ingiù e, arruffandosi un poco, gli cadevano sulle basette. Forse al mattino li pettinava. Scorgendo sulla maglietta che indossava sotto la giacca la testa di un indiano coronata di piume con il calumèt e la scritta “The True American”, Mitja sorrise. Capì subito: è Hiawatha – e passò al verso libero. La porta emise uno scricchiolio. Entrarono gli skinheads. - Rieccoli, - grugnì Hiawatha. - Sappi, amico pellerossa, - verseggiava Mitja agitando in mano una sigaretta spenta come il direttore d’orchestra la sua bacchetta, - tutt'è merda in questo mondo. Corvo Saggio ci ha lasciati e agli avi se n’andato. E adesso, eh-eh-eh, siamo morti. Corvo Saggio, che ti venga … Ti sputtano, Corvo Saggio, Corvo Saggio, cra-cra-cra! Al suo “cra-cra-cra” gli skinheads si voltarono. - La vodka è tarocca, – disse Hiawatha guardando il tavolo, – non prende per niente. Vodka tarocca vendono. Si avvicinò un giovane inquieto con la svastica su entrambi i polsi. Guardava così che pareva capace cavarti gli occhi con lo sguardo. Prese la sedia accanto al tavolo di Mitja e la trascinò in fondo al bar. - Tarocca. Cento per cento tarocca. - Versa, Capo, la tarocca, - ordinò Mitja, - attarocchiamoci un po’! - Smettila di rompere. Bevi ch’è pieno. – Hiawatha indicò con gli occhi il bicchiere. - Allora, - Mitja alzò solennemente il bicchiere, - alla tua riserva, nei confini fino all’anno 1492! Mitja di certo si era accorto delle occhiate furtive e timorose che Hiawatha lanciava ai presenti ostentando con tutto il suo atteggiamento quanto poco avesse in comune con quello sbruffone. Ma lo sbruffone paga e quindi - pazienza. Mitja si sentiva offeso, ma doveva pur adattarsi anche lui. Come compenso per il malcelato disprezzo gli restava la meraviglia di queste lussureggianti orecchie pelose. Quei ciuffi, li potevi intrecciare e avvolgere di notte sui bigodini. Erano le barbe degli gnomi nascosti dentro le orecchie; gli gnomi-indios con le penne d’aquila sulla punta dei copricapo, con un ghigno rapace, i tomahawk stretti nei pugni incrociati sul petto. In caso di pericolo li potevi semplicemente tirare fuori per la barba. - Certo, Capo, che lo so, ma non ricordo cosa so … beviamo dunque. Hiawatha con un’unghia diede un buffetto alla bottiglia vuota. - Niente. Senti … – gli diede una ginocchiata, - Ancora una, eh? Mitja estrasse dal taschino un centone. Hiawatha strinse la banconota nel pugno e si diresse verso il bancone. Le sue orecchie barbute si trasformavano in code di vecchi cavalli grigi che scomparivano tristi nella foschia di fumo. “Non gli vado a genio, - pensò Mitja, - sarà ancora per via dell’accento?” L’accento georgiano, che immancabilmente saltava fuori sotto la spinta dei vapori dell’alcool, più di una volta lo aveva messo in difficoltà con gli sconosciuti. Di solito preferiva non bere con gli estranei: si spaventano, cominciano a fissare indispettiti – un tipo con la fisionomia russa che più russa non si può all’improvviso comincia a ficcare gli accenti dove non dovrebbe, e le normali parole russe si lanciano in un ballo georgiano. Di colpo gli è venuta voglia di vedere Luska. Quel desiderio lo rendeva felice: se in questo stato si ricorda di lei, allora ancora non tutto è perduto. Nell’angolo più lontano il vetro della finestra scoppiò con suono acuto. Gli skinheads urlando balzarono dai loro posti. Partirono sedie verso il bancone del bar. La saliera si schiantò contro il muro lasciando una strisciata secca che si sgranava lentamente. Il giovane con la svastica sui polsi si avvicinò a Mitja e gli assestò con gusto un colpo sulla mascella. Sopra di lui volavano sedie, paralumi di plastica roteavano come in un carosello scagliando intorno scintille e schegge. Il rumore dei piedi era assordante. Nella testa scoppiavano i tamburi. Qualcuno si sgolava: “Polizia!”. Mitja era steso per terra lungo il muro con la faccia girata verso un vaso di fiori rovesciato e attraverso le grandi foglie frastagliate guardava il soffitto. Si sentiva odore di letame. Era tornato completamente e definitivamente sobrio. Finalmente poteva riflettere su tutto. Quando uno sconosciuto ti dà un colpo in faccia e ti trovi steso sotto il tavolo è stupido fuggire dai propri pensieri. … L’ingresso dell’edificio era come la brutta copia di un’opera di Eduard Limonov. Frasi abbastanza letterarie tipo “diamo inizio a una vita nuova” si alternavano a delle parolacce. Dal soffitto pendevano brandelli di ragnatele da tempo abbandonate dai ragni. Una delle tre porte che davano sul vestibolo squadrato era quella dell’ufficio passaporti. Sulla porta fogli laceri con orari, numeri di conto corrente che, tanto, nessuno sarebbe riuscito a leggere al buio. Poi c’era la fila dalle tre o quattro di notte, la lista in due copie, orario di apertura: sabato dalle 9 alle 13. Rinnovo dei passaporti. Come al solito in questi casi giravano voci: i vecchi passaporti presto saranno aboliti, per chi non si sbriga arriveranno le multe[2]. È da tempo che Mitja se ne doveva occupare, ma come per dispetto il lavoro si era accumulato – i colleghi erano stati inviati in missione fuori sede e i week-end erano scomparsi. Per di più si doveva risolvere il problema della residenza[3]. Mamma per l’ennesima volta si era trasferita: dalla casa per maestri d’asilo, tutta pericolante, alla casa per gli impiegati della fabbrica di cuscinetti, pericolante solo a metà. Mitja viveva solo già da tempo, prendeva le camere in affitto qua o là, ma la residenza l’aveva da sua madre. Non puoi stare senza la residenza. La vita senza la residenza è cosa sgradevole e sconveniente. Vivere in Russia senza avere la residenza è un brivido estremo per i cittadini di ”seconda classe”: “Vogliamo giocare a nascondino, signori poliziotti?”. Così era da sempre. In verità, all’epoca delle trasformazioni democratiche, la “residenza” era stata chiamata “registrazione”. Senza la “registrazione” non si può. La vita senza la “registrazione” [4] è una cosa sgradevole e sconveniente … Ed ecco che Mitja era rimasto senza la “registrazione”: quella precedente era stata cancellata e la nuova non ce l’aveva ancora. Mamma non la finiva più: vieni, che dobbiamo consegnare i passaporti! E bisognava farlo di persona. Ma la faccenda non sembrava così urgente. Tanto più che c’erano solo due giorni liberi al mese: un sacco di lavoro in ufficio perché due si erano licenziati e uno aveva preso le ferie. Finalmente poterono consegnare i passaporti. Dopo quattro ore di fila erano riusciti a entrare e consegnare. Poi dovevi fare la stessa trafila per ritirare i passaporti vecchi, sovietici con la registrazione nuova e qui, sul posto, allegando tutte le ricevute, le foto e le dichiarazioni necessarie, consegnare i vecchi passaporti con la loro nuova registrazione per ricevere quelli nuovi, russi, per poterli poi subito consegnare, dopo aver pagato la tassa alla banca, con allegata la nuova domanda di “registrazione” da inserire in questi. - Chi c’è prima di Lei? - C’era una donna con gli occhiali. Dov’è finita? - Vada a cercarla, allora. Un buco nell’angolo era chiuso con il coperchio di una scatola in compensato, fissato con dei bulloni al soffitto. Dall’altro foro quasi al centro del muro scendeva parallelamente agli scaffali coperti da schedari un tubo di scarico di plastica che finiva nel pavimento. L’impiegata tirò fuori il vecchio passaporto sovietico e lo posò con cura sul bancone. Tra le pagine sporgeva il modulo della domanda piegato a metà. - Lei non ha ottenuto la “registrazione”, - disse abbassando gli occhi. Aveva il destro strabico, e per questo stava sempre seduta con lo sguardo abbassato. - Come? - E hanno detto che non le cambieranno il passaporto. Mitja fece un sorriso di plastica, tirò il modulo fuori dal passaporto e gli diede un’occhiata. Con la penna rossa vi era scritto “Accettare” poi depennato con la matita dello stesso colore. La ha reagì al disappunto con il solito borbottio indispettito. Rimise la domanda dov’era prima e passò il passaporto da una mano all’altra. - E perché? Sicuramente lei se l’aspettava e rispose prontamente: - Andate dal capufficio, vi spiegherà tutto. Scricchiolò la porta – c’era già un altro che gli stava con il fiato sul collo. - No, davvero: perché? Da dietro arrivò: - Ma se t’ha già detto ‘va dal capufficio’! Mitja fece per sbottare, ma all’improvviso fu trafitto da una tale angoscia che gli venne soltanto: - Me lo dica perché? Sono sicuro che lo sa. - Sbrigati! – la fila si agitava – che non sei da solo qui. - È da stanotte che aspettiamo. Egoista! L’impiegata rispose: - Le manca un allegato. E poi la residenza nel novantadue era temporanea. - E con ciò? Se è temporanea e nel novantadue … E con questo? Lei con aria autorevole appoggiò le mani sul tavolo: - C’è una nuova legge sulla cittadinanza. - Sì? Dal corridoio commentarono: - Manco questo ha sentito! - E secondo questa legge – continuò l’impiegata – lei non è più un cittadino russo. L’agitazione alle spalle continuava ad aumentare. - Come, non sono un cittadino? Lei allargò le braccia. Mitja sentì una mano sulla spalla: - Esci! Ha detto ‘va dal capufficio’! - Cacciatelo fuori! Aprì la bocca nel tentativo di chiedere qualcos’altro … Il rumore all’ingresso aumentava ad ogni secondo. La legione romana adirata aspettava l‘”Avanti!”. Un attimo e le lance gli avrebbero trafitto la schiena ... Finalmente proruppe: - E mia madre? Ce l’ha la residenza? Perché lei l’allegato ce l’ha. - Pure la mamma adesso! – disse quello che stava alle spalle. - A nome di sua madre faranno la richiesta al consolato. È lì che ha preso la residenza? - Eh-ehm … credo. – annuì Mitja senza aver capito, ma non osando continuare con le domande. Si voltò, fece un passo verso l’uscita e all’improvviso si lanciò indietro verso lo sportello dando uno spintone all’ometto che si era messo al suo posto: - Come non sono un cittadino, eh?! Come?! È dall’ottantasette che vivo in Russia! Allora di quella Russia non si sentiva niente – era tutto un’URSS! Beh?! Chi sono adesso? Un cittadino di che? Del Mozambico? Lo tiravano per la manica e sentiva sulla nuca il respiro che puzzava di tabacco. - Cosa le urli! - Un cretino la fa incavolare e dopo tocca a noi subire! Mitja entrò nel corridoio buio e passando tra figure ferme in posizioni minacciose attraversò l’ingresso e uscì sulla veranda. Un randagio sdraiato lì senza aprire gli occhi tirò col naso verso di lui. “Ecco qua – pensò – ci siamo arrivati”. E all’improvviso il cervello esplose come un colpo a scoppio ritardato: Mitja capì che cosa era successo realmente. Era steso a terra sulla schiena, e lungo la sua spina dorsale si stava srotolando il rombo lontano di milioni di zoccoli di cavallo che si conficcavano nella terra, la laceravano e la macinavano in polvere... Com’era che lui si era trovato proprio sulla via di questa corsa devastante? Trattenendo il respiro si spinse in avanti e fece capolino da dietro un vaso di fiori. Gli sbirri gli davano le spalle, fumavano e sottovoce facevano domande al personale. Tutti guardavano da qualche parte a sinistra, in giù, dietro la colonna. Mitja storse gli occhi in quella direzione, ma non vide niente tranne, per terra, una scarpa consumata con una cicca di sigaretta incollata al tacco. Uno degli sbirri si era sistemato su uno sgabello da bar e appoggiati i gomiti sul bancone scriveva qualcosa. … Mitja pian piano liberò dai cocci uno spazio davanti a sé, si alzò e uscì fuori. Per fortuna non urtò niente, e nessuno fece caso a lui. Una fastidiosa pioggerellina fredda si appiccicò al viso. Nella testa si sentivano più voci contemporaneamente. La mascella appesantita gli faceva male. La toccò – sentì che era gonfia – e rise. La notte era tempestata dai colori chiassosi dei semafori sotto i quali si accendevano chiazze pastose e arrotondate, schiacciate ed estese fino a coprire la metà degli isolati – diverse secondo la prospettiva. All’incrocio Mitja si fermò per osservare i semafori che svolgevano il “servizio notturno”: rosso – giallo – verde – giallo … Le automobili facendo sibilare i pneumatici sull’asfalto bagnato si fermavano svogliatamente al ‘rosso’. E negli abitacoli come un potente insetto coriaceo in una scatola si agitava e si dibatteva la musica. Rosso – giallo – verde – giallo … - un cambio della guardia in costume. All’angolo tra via Čechov e via Puškin sostava fermo il veicolo della polizia con gli sportelli spalancati; gli sbirri bevevano birra in lattina e ad alta voce discutevano su qualcosa di spassoso. Mitja si infilò in un vicolo. Si stava facendo tardi, ma lui si ostinava a non guardare l’orologio: avrebbe potuto essere troppo tardi per andare da Lusja all’“Apparecchio” - perché dopo la chiusura lei non lo faceva entrare. Dove andare, dunque? A casa? Con quella carta da parati a roselline lilla, per buttarsi sul divano davanti al televisore a cambiare i canali finché le immagini parlanti non ti ipnotizzano? E quando le trasmissioni finiscono, il televisore ti risveglia con uno sibilo tale e quale a quello delle ruote sull’asfalto. Ma il rumore delle ruote è pieno di movimento, è piacevole e rimanda al suono delle onde; e lo sibilo del televisore invece è soffocante. Stai lì e fissi con gli occhi rossi lo schermo vuoto che sembra un grosso oblò rettangolare. Mitja aveva paura di trascorrere la notte nei ricordi o peggio, ripassare con la mente le immagini in bianco e nero di una vita passata. Lui amava fotografarla: Marina di profilo, Marina di faccia. Marina assonnata che si affaccia dalla tenda. I capelli raccolti in due codine, il sacco a pelo piegato a fisarmonica. Il sorriso sereno di Marina che esce dalla sala tesi. I piedi di Marina sull’altalena - calzini bianchi e scarpe da tennis. Lui e Marina davanti all’ufficio dello stato civile, il giorno quando vi presentarono la domanda di matrimonio. Cercano di sembrare seri – è uno scatto per la storia. Quello scatto lo fece un passante con un braccio ingessato che, stranamente, prese la macchina fotografica proprio con la mano rotta e, nello schiacciare il bottone, storse il viso dal dolore. La foto uscì sfocata. Chissà com’è andata a quel passante? Dopo aver restituito la macchina fotografica ed essersi allontanato un po’, si sarà dimenticato della giovane coppia sulla scalinata del comune, ma la foto era rimasta per sempre. E quel giovane diventato uomo, adesso guarda quella foto e ricorda la mano ingessata e la smorfia di dolore del passante che schiacciava il bottone della macchina fotografica. Ma forse non era andata così. Forse la coppia davanti al comune gli aveva lasciato qualche impressione come a loro erano rimaste impresse la sua mano e la smorfia. Per qualche motivo li avrebbe ricordati per tutta la vita e proprio ora starebbe lì da qualche parte strofinando la vecchia frattura dolorante a causa del tempo e pensa: “Chi sa cosa faranno quei due che ho fotografato il giorno che sono uscito dall’ospedale? Come se la passeranno?” Andrà tutto come sempre. Alle immagini dove Marina stringe tra le braccia il piccolo Vanja Mitja arriverà con il cuore a galoppo. Andrà a fumare al balcone per farsi coraggio: come se sul divano, invece delle foto, fossero rimaste le persone vere. No, non si può. Bisogna a tutti i costi evitare di guardare le fotografie. Al mattino vede allo specchio gli occhi di un randagio malmenato; al lavoro le fisionomie dei colleghi sembrano porte sbattute in faccia. Ha bisogno di vedere Lusja. Da lei trova sempre un rifugio. Se entra all’“Apparecchio” mentre lei sta cantando, rimane all’entrata per non farsi notare, per non disturbarla, ma anche perché ama tanto osservare la gente che sorseggia i cocktail e la vodka al suono del blues. Dopo averlo notato lei accennerà un movimento con la mano avvolta nel lungo guanto grigio o in quello lilla o rosso. A volte in segno di saluto scosta soltanto un dito dal microfono. Mentre Genrich suonerà qualcosa di Gershwin, lei lo raggiungerà al tavolino. Gli sfiorerà la mascella con un gesto intimo chiedendo: “Dove ti è successo?”. Lui alzerà le spalle – beh, sciocchezze! Cose della vita! Lusja farà un cenno con la testa – già, sono loro che non ti devono provocare. Riesce sempre a dare a un uomo il modo di salvare la dignità. Persino diventando amante riesce a restare amica. Lusja gli era stata sempre vicina. Così gli sembrava. Eppure per sei lunghi anni non si erano visti e non si erano incontrati nemmeno in un sottopassaggio o su un autobus. Sei anni … Tre più tre. Tre anni con Marina e Vanjuša e altri tre con Vanjuša senza Marina. Non lontano dall’”Apparato” si fermò e accese una sigaretta dopo aver frugato nelle tasche in cerca di gomme. Non c’erano, le aveva perse. Ma la voglia di fumare era forte e decise: l’odore sarebbe scomparso presto. Contrariamente di quanto andava a dire alla gente, non aveva smesso di fumare. Non aveva resistito una settimana, ma non voleva ammetterlo. Che pensassero pure che lui è forte. … Le voci del piano e della chitarra-basso svanivano dialogando, assorte, fra di loro. Quando il numero di Lusja finì, lei si allontanò dal microfono, prese il cocktail dal piano e lo sorseggiò dalla cannuccia. Mitja si alzò e si appoggiò allo stipite della porta. Il pubblico era scarso. Nell’angolo più lontano si era sistemato Arsen, ubriaco, insieme alla compagna che trangugiava un gelato in modo sexy. Arsen era semisteso sul tavolino e, come al solito, muoveva la testa fuori tempo. “Il padrone si diverte”, - pensò Mitja. Lusja lo notò e alzò l’indice: “Ciao!”. Allo svanire degli ultimi accordi Mitja si diresse al tavolino facendo al barista un cenno con la testa. Ai baristi dell’”Apparecchio” parlava poco: erano altezzosi e chiusi nel loro mondo come se il bancone del bar li separasse da tutto il resto. Sopra ogni tavolino, libero o vuoto che fosse, erano appesi dei lampadari in modo che il cerchio di luce coprisse esattamente il cerchio della tavola. Avrebbe dovuto andare all’”Apparecchio” subito, pensò, così avrebbe bevuto comodamente e con la musica. Ma no, lui aveva voluto stare tra la gente, nella massa! Ed eccoti servito – non cacciarti dove non sei il benvenuto. Lusja sorseggiò un paio di volte dalla cannuccia, rimise il bicchiere sul piano e, chinatasi verso Genrich, gli sussurrò qualcosa nell’orecchio. Lui fece una smorfia, storcendo la bocca. Mitja capì: lei voleva cantare qualcosa che a Genrich non piaceva. Ma tra loro c’è un accordo – una volta alla settimana lei può cantare tutto quello che vuole. - Senza sentiero né via galoppa il mio Merani …[5] Non le capitava spesso di cantare “Merani”. Anzi, Genrich diceva che cantare i blues in russo è come sentire una chioccia che raglia. Ma lei aveva insistito e Genrich aveva scritto lo spartito per la tastiera. Lui la accontenta sempre. Genrich è tra quelli che provano fastidio davanti a una richiesta altrui – è una di quelle persone stravaganti che non prestano e non prendono a prestito. Bisogna prepararsi psicologicamente prima di chiedere una sigaretta a un tipo così. Ma quando lei chiede: “Genrich, non potresti?..” – si scopre che Genrich può tutto. … Una volta che Mitja era ubriaco e innaturalmente allegro e non aveva nessuno su cui poter rovesciare questa sua allegria, andò da Lusja. Ma questa volta l’“Apparecchio” era chiuso per lavori. Dai locali adiacenti arrivava il battito dei martelli e una serie di parolacce di diversa lunghezza ogni volta che qualcosa di piatto si schiantava per terra. Nel locale, a parte lui e Lusja, c’erano solo i musicisti: Genrich, Stas e Vitja-Varenik. Stavano per cominciare le prove e gli permisero di restare a patto di fare piano. Le cose non andavano: un estenuante tentativo di suonare una loro versione di “Summer time” era interrotto da silenzi inquieti e svogliate prese in giro. Genrich ripassava con le dita i tasti come se stesse cercando qualcosa sotto di essi. La melodia si spezzò e divenne irriconoscibile. Lusja era lì che si lisciava i capelli con il pettine. In ogni momento di imbarazzo si sfogava sempre con i suoi capelli. Mitja salì sul palco, prese di nascosto il microfono e, cogliendo l’attimo, attaccò: - Senza sentiero né via galoppa il mio Merani. Tutti si voltarono verso di lui. Genrich e Stas si guardarono. Genrich alzò le spalle in segno di indifferenza. - Cos’è? - chiese Stas. - Baratašvili. - Chi? Beh, non importa. – Stas si portò l’armonica alla bocca. – Dai, potrebbe venir fuori qualcosa. Vai avanti con il tuo …švili, - e fece un gesto espressivo verso Genrich – non fare il guastafeste, suona! Genrich fece una smorfia, ma li accompagnò. E Mitja per la prima e l’ultima volta nella vita, accompagnato dal rumore dei martelli al di là del muro e dalla melodia blues, cantò una poesia nota dai banchi di scuola: “Corri, Merani, che impervie cime rasenti e spargi il mio dolore ai nomadi venti”. Capitolo secondo Credeva di essere pronto. Eppure Rostov di nuovo gli venne addosso come un soffitto che crolla. - Beh? Che cacchio dormi! Datti una mossa, su! Ah! Non c’è tempo di riflettere. Senza pensare, senza un attimo di respiro, devi salire. - Che imbranato! Il prossimo autobus è tra un’ora e se perdi anche quello, in facoltà non troverai più nessuno. Faceva caldo. Nella stazione la solita voce insulsa, nell’annunciare la partenza del treno, si scioglieva nell’aria appiccicosa. Fiocchi di polline di pioppo come un’abbagliante neve estiva volteggiavano su e giù da ogni parte. “Sarebbe ora di farci l’abitudine, di adeguarsi. Visto che quel groviglio ansante se l’è presa solo con te. Tutti salgono in modo giusto. Ma tu riesci a fare sempre tutto sbagliato!” Nulla era cambiato: ora come allora, prima del militare, in risposta al lessico da caserma si accese dentro di lui sdegnoso “Ecco, la Madre-Russia!” – e, dopo averlo pensato, si morse il labbro come se lo avesse detto ad alta voce. Eppure si augurava: ora sarebbe stato diverso, ora doveva essere diverso. Immaginava delle frasi fatte: “Sono un russo che va in Russia. Sono una persona che torna in Patria.” Avrebbe potuto restare a Tbilisi più a lungo con la mamma e con la nonna e non correre a Rostov dopo l’ultimo appello mattutino: le lezioni alla facoltà di geografia sarebbero dovute cominciare soltanto un mese dopo. Dalla caserma ci si riprende come da uno svenimento, e tornare alla vita di tutti giorni senza tornare in sé, non era ragionevole. Un po’ come in un film dove il protagonista irrompa nudo nella stanza piena di gente in giacca e cravatta. Ma Mitja aveva fretta. Quando era a casa, non andava quasi mai in città. La mamma aveva detto: non ne vale la pena. Non si sa mai, disse, – Tbilisi è impazzita. Era meglio che i ragazzi giovani non andassero in giro da soli. È questa la situazione … specialmente dopo il 9 aprile[6]. Qui, tra queste mura natie, tra gli oggetti e gli odori che ricordava sin dall’infanzia, a Mitja mancava qualcosa, non si sentiva più a casa. Invano cercava di trovare in sé gli slanci di gioia e la commozione: finalmente sei tornato. Sapeva come avrebbe dovuto sentirsi. Aprire gli occhi la mattina e sorridere perché questa è casa tua – sprazzi di luce calda sui muri uguali a quelli di dieci anni fa; perché tu, cambiato e dopo aver visto tante cose, finalmente ti svegli non in un qualsiasi posto di passaggio, ma qui, a casa tua, tra queste mura sempre le stesse. Stare sdraiati e guardare il soffitto, familiare come il palmo della propria mano. Poi alzarsi, girare per la casa senza una ragione e, ridendo del proprio capriccio, accarezzare le mura. E ora invano cercava di riprovare tutto ciò: toccava e non sentiva nulla. Sembrava che sotto la mano vi fosse qualcosa di estraneo. Puzzava di stazione. Sembrava che da un momento all’altro davanti agli scaffali sarebbe passato un treno rallentando affannosamente, e Mitja gli avrebbe camminato appresso, cogliendo con lo sguardo le targhe coi numeri dei vagoni che fuggono via, oltre le mura, lungo la banchina che si vedeva fino a lontano, lasciandosi dietro le schiene degli sconosciuti e le valigie. Mitja si preparò in fretta e partì per Rostov. E ora, uscendo dalla stazione incontro alla città arroventata, si rese conto: nulla era cambiato. Una misteriosa forza di repulsione, come quella scoperta da Archimede, che respinge il corpo immerso nell’acqua, non aveva cessato di agire. - Toglimi quella ca…o di borsa dalla faccia! La sera a lungo attesa spense l’incandescente cielo bianco, versando dall’alto del blu e da sotto dell’oro pallido dei lampioni. Restio a chiedere la strada ai passanti dall’aria cupa, Mitja girò a lungo per il quartiere cercando il vicolo Bratskij. Una volta, di giorno, l’aveva trovato facilmente, ma ora, giungendo da un’altra direzione si era perso. In fine svoltò dai binari del tram in una traversa e riconobbe il posto dalla spezzata linea dei tetti e dalle sagome dei balconi grandi come una scatola di fiammiferi. I lampioni scassati sembravano dei calamai rovesciati. Le figure incollate lungo le mura lo scortavano con un silenzio eloquente. Mitja decise fermamente: sarebbe rimasto a Rostov. Al diavolo la casa dello studente. Un’unica cosa lo faceva soffrire: chiamare a casa e chiedere di mandare dei soldi, perché con quelli che aveva portato con sé avrebbe dovuto pagare l’affitto. Ma dove li prenderanno i soldi, le due donne – una disoccupata e l’altra in pensione? Gli dovevano assegnare un posto nella casa dello studente, ne era certo! Ma la stanza sua era da tempo occupata da altri e di posti liberi non ce n’era nemmeno uno, nemmeno nelle stanze da quattro posti letto che nessuno voleva. - Niente paura, andrai in affitto, - disse il decano Sergej Sergeevič chiamato Si-Si. – Io alla tua età affittavo un angolo separato da una tendina dove avevo: un lettino per bambini senza lo schienale e uno sgabello. Si alzò facendo capire che la conversazione era finita. Mitja lo guardò da sotto in su – era alto più di due metri – e capì che Si-Si non avrebbe mai perdonato al mondo quel lettino per bambini senza lo schienale e sarebbe stato inutile chiedergli una sistemazione. Dietro il negozio di parrucchiera riconobbe il cancello di ferro battuto e Mitja accelerò il passo. Dopo una camminata di due ore era ormai stanco e voleva dormire. Un cortile chiuso da edifici variopinti. Dai lampioni che dondolavano sui tiranti caddero due coni luminosi – due gigantesche campane di luce. Tremavano e si muovevano avanti-indietro in una danza monotona. I tiranti cricchiavano. Uno-due-cric. Uno-due-cric. I cumuli di carbone dagli scantinati straripavano sul cortile. La casa a destra era somigliante a quella dei Molokani [7] del quartiere natio: quattro piani alti e una lunga scala di ferro – un budello architettonico appiccicato a casaccio sulla facciata. Silenzio scintillante. Dei gatti su un cumulo di carbone storsero il collo guardando all’insù come bravi soldatini al comando di “tutti in fila”. Le finestre erano scure e silenziose. Al pianterreno sfavillavano i denti aguzzi di una finestra rotta. In alto a metà della scala di ferro c’erano due uomini. Quello girato verso Mitja, era un colosso peloso con le braccia come tronchi di palma e la pancia irsuta come noce di cocco. Lo guardava da sotto in su, e Mitja per un attimo credette che quello fosse il decano e che abitasse proprio in quella casa. I mutandoni neri della nonna tirati fin sopra l’ombelico, a piedi nudi sopra il ferro freddo. Girato per metà verso il gigante c’era un piccolo ometto grigio: pantaloni sportivi rigonfi a tratti e la camicia a quadri abbottonata fino al mento. I gradini sonanti erano coperti da macchie di sangue. Arrivato fino a loro, Mitja vide che il ciccione aveva la testa spaccata, il sangue gli gocciolava dai capelli sulle spalle, la pancia e le gambe. Era avvolto da un fittissimo odore di vino. Il pensiero si leggeva sul suo volto guanciuto. Il suo amico sobrio, alzandosi sulle punte dei piedi e sporgendo di fuori il suo minuscolo sedere per non sporcarsi, gli sussurrava qualcosa di rassicurante. Passando davanti a loro Mitja sentì dritto nell’orecchio una voce profonda come il suono di una nave in partenza: - Oh-oh-oh! Allora sei per il mat-ri-ar-ca-a-ato?!! L’ometto grigio si raddrizzò smarrito e cercò di rabbonirlo con una vocina dolce e confusa: - E che cos’è? - Eh! Spingendo con la pancia insanguinata il piccoletto alla ringhiera, il ciccione si mise a bisbigliargli nell’orecchio con voce sinistra … e all’improvviso scoppiò a ridere. Mitja bussava, ma non venne ad aprire nessuno. La finestra della cucina che dava sul terrazzo restava nel buio e dietro la porta si sentiva qualcuno russare al ritmo di una marcia militare. Oramai anche il peloso gigante ferito, trascinando con sé l’amico e apostrofando con male parole il matriarcato, scomparve nelle viscere dei corridoi; e i gatti si sparpagliarono a fare le loro faccende notturne. Mitja da un leggero tamburellare con le dita sulla porta passò al bussare con il pugno … All’improvviso smisero di russare, i talloni sbatterono sul pavimento e seguirono i passi frettolosi, come in discesa. - Chi ca…o è? - Sono io, il vostro inquilino, - disse Mitja Dietro la porta esplose una granata: Quale ca…o di ‘nquilino?! Ti faccio …! Va fa ‘n… ‘nquilino! ‘Nquilino! Vengono qui, pezzi di me…da, non fanno dormire! ‘Nquilini del ca…o ! I passi frettolosi si allontanarono e tacquero. La rete del letto emise uno scricchiolio nell’accogliere un corpo che stramazzava. Mitja rimase fermo sul terrazzo deserto sotto il muso livido-cinereo di una luna triste sopra i lampioni danzanti. La cosa che gli dispiaceva di più era che la signora Zina si ubriacò a sue spese. L’unica condizione che pose affittandogli l’appartamento era di pagare giornalmente: “Solo un rublo al giorno, non uno di più. Ogni giorno – un rublo. Più facile, sai, contare”. Un rublo. Di sera. Nelle mani di signora Zina oppure in un paniere di legno, sarcofago degli scarafaggi. Che c’è di più semplice? Ma un rublo non ce l’aveva, e la signora Zina quando lui stava per uscire non era in casa. Sapendo che lui sarebbe tornato tardi, mise nel paniere una banconota da tre. Beh, deve prendersela con sé stesso. Il mondo è capriccioso e fragile è il suo equilibrio. È stato detto un rublo – e un rublo sia. Non ti presentare con qualcosa di non previsto, non dare più del dovuto: distruggerai quell’equilibrio. A quest’ora avrebbe potuto dormire tranquillo nella sua stanza. E adesso quando sarebbe tornata in sé, pensava Mitja … e, a proposito, quando sarà tornata in sé, ricorderà di aver ricevuto tre rubli invece di uno? Era stata una bidella della facoltà a dargli l’indirizzo della vecchia. Lontano, disse, proprio in centro, ma così economico che a meno non l’avrebbe trovato. Decise di non fare il difficile. La signora Zina lavora in lavanderia. Quando prende un inquilino, si trasferisce in cucina. Nella stanza c’era un letto di ferro e un armadio alto e odorava di cloro. - Tutto pulito con la varecchina, - disse signora Zina tutta orgogliosa, facendolo entrare nella stanza, e strappò il lenzuolo dal letto. Sopra il letto buffò una nuvoletta acre, e il lenzuolo volò verso la porta. Sul letto cadde, con un'altra nuvoletta acre, un lenzuolo nuovo che, a giudicare dal marchio, apparteneva prima al Ministero della Difesa. - Stenditi, giovanotto, riposa. Nonna Zina teneva nell’armadio tutte le sue ricchezze – pile di lenzuola lavate nella lavanderia dove lavorava. Lenzuola lavate non alla buona, ma con sentimento, con passione, “pulite con la varecchina” a più non posso. Rimanendo da solo nella stanza, Mitja come prima cosa esplorò l’armadio. Vi era una collezione interessantissima: una raccolta completa di lenzuola di proprietà dello stato: “proprietà Ministero della Difesa”, “ospedale № 1”, “Ministero delle Comunicazioni”. Con quale piacere Mitja si sarebbe sdraiato ora sopra uno di quei pezzi da collezione. Di sotto esplose di musica accompagnata da grida gagliarde. Nello scoppio di risa Mitja riconobbe la voce del gigante peloso. Un coro ubriaco intonò alla rinfusa un ritornello: “Vodka, vodka, pane e seljodka [8] …”. Ahimè, la nonna Zina non si svegliò, il suo russare restava altrettanto vigoroso e regolare. “A casa non c’erano queste cose”, – era la solita reazione di Mitja. All’improvviso si sentì in collera con se stesso. – “Casa! Adesso, che sei arrivato qua, la casa tua sarebbe lì?!” Ma il pensiero molesto continuò fino alla fine: “A casa nel bel mezzo di una notte un coro di ubriachi non sveglierebbe i vicini”. La malattia incurabile degli emigrati, già conosciuta nel primo anno passato in Russia – sottoporre la nuova realtà a riscontro/confronto con quella di prima, – si risvegliava in lui. Quella necessità costante di paragonare e mettere tutto a confronto spesso lo gettava in uno stato di prostrazione. Sospirò pensando alla propria incapacità di dominare questa ossessione, si muoverebbe sempre da un estremo all’altro: lì era in un modo, qui – in un altro; qui è cosi, ma da noi è tutta un'altra cosa. È tutto un girare in tondo. Perché da loro funziona così, se da noi è diverso? Portare tutte le “stranezze” in giudizio e sottoporle a un’attenta disamina: beh, che animale è questo? Non c’è scampo dalla paranoia, tutto sarà misurato e soppesato, in tutto si nasconde il principio di dualità. - Vas’ka, figlio di … Scendi giù! “Lì” avevi lasciato la festa, il carnevale del tuo benessere, la fiera delle qualità umane. Che in conformità si svolgeva: lenta, scenografica, senza lasciare nulla al caso. Qui invece la festa è pericolosa, qui è impetuosa e irruente come un assalto alla baionetta. Tra la prima e la seconda la distanza è poca. All’attacco, svelti, svelti! Uno scatto, e si sfinisce. Stiamo cercando i sopravvissuti. Qualcuno si è gettato sopra la mitragliatrice, domani diventerà un eroe. - Matriarca-a-ato?! Non permetto a nessuno! I lampioni che scricchiolano sui tiranti. Gli ammassi di carbone. Gli occhi di gatto. Il buco nella finestra e il bucato lasciato tutta la notte sulla corda allentata. Un pallone. Un pallone blu a puntini bianchi in mezzo al cortile deserto. Chissà perché la vista di quel pallone solitario lo toccò nel cuore. Niente di che, ma il mondo che gli si apriva dal terrazzo era così penetrante. Come un frammento di vetro – attento che ti tagli. Come un grido di uccello. Un uccello attraversa il mondo – questa è la sua vita, pellegrina – e da qualche parte, in un posto qualunque, passando sopra un tizio qualunque chino su un lavoro qualunque, griderà – così, senza scopo, e sospirerà nella sua lingua. Il tizio si alzerà e, con le braccia penzolanti lungo i fianchi, seguirà con lo sguardo l’uccello e piangerà … - Vas’ka! Scendi giù, ti dico! La gozzoviglia andava crescendo. Difficilmente avrebbe potuto dormire in mezzo a quel baccano, tanto valeva restare qui, all’aria aperta, tra la luna e i lampioni. La notte, poi, stendendo sopra la terra una coltre blu a puntini d’oro, era bella. Sopra l’aureola biancastra della città ardeva la luna. Il suo faccione, chino un po’ di fianco, era colmo di una tristezza vitrea di morte. Odore di foglie secche. “In qualche modo, insomma, le cose si sistemano, - pensò Mitja. – È dura all’inizio, poi ci si abitua, si cambia. Ci si adatta in qualche modo”. Devi farlo, devi. Lì non tornerai più. Mitja sospirò e disse alla luna: - Fa niente, ce la faremo. - Ce la faremo, - rispose la luna con una intensa voce femminile. – se non schiatteremo. Colto di sorpresa, Mitja con un balzo si allontanò dalla ringhiera battendo con le scarpe un breve tip-tap. Di sotto scoppiarono a ridere: - Mah, quant’è pauroso. - È che non me l’aspettavo, - cercò di giustificarsi Mitja guardando nel buio. - È colpa mia, cammino sempre piano. La voce era timbrata. Creava una sensazione di asprezza in gola, come se non stesse entrando attraverso gli orecchi, ma come se venisse ingoiata come una bibita dolce e densa. Mitja si sporse fuori dal terrazzo e vide al piano di sotto la sagoma di una ragazza. Lei lo stava guardando e in segno di saluto aprì il palmo della mano che si aggrappava alla ringhiera. - Ciao. Non hai sonno? - Sì, e come faccio? - Non me lo dire. Va bene se cantassero … - La ragazza scomparve dalla vista, e lui sentì i suoi passi su per le scale. – Ma quelli strillano come se li tirassero per il … Le diverse razze si erano fuse in lei felicemente. Davanti a Mitja si trovava un volto completamente europeo – con le labbra sottili, il naso dritto , – ma fatto di cioccolata. I capelli bagnati di luce lunare si ergevano sopra la testa in una soffice aureola. - Tu chi saresti, un inquilino? Una mulatta qui, su questa scala assurda, sembrava surreale. Adesso dietro di lei su quelle scale di ferro salirà tutta l’Africa. Leoni, giraffe, elefanti. I Masai con le lunghe lance stanno per uscire dall’ombra, scintillando con le loro pupille nere laccate. Invece di tutto questo lei disse: - Mah! Timido e pensieroso. - Ho affittato una camera qui, - cominciò Mitja. - Da Zina? - Sì. - A-ah, non riesci a svegliarla? Anch’io una volta ci ho provato. Mitja si aspettava che la mulatta ridesse, ma lei, tutta seria, tacque per un paio di secondi, poi disse: - Bene. Vieni da me. - Cosa? - Hai la testa apposto? Lei lo squadrò con attenzione. - Vieni da me. Non resterai qui per tutta la notte? Zina, se ha preso la ciucca, va avanti per giorni. Mitja stava arrossendo. “Meno male che è buio, - pensò. – Non se n’accorgerà”. - Allo-ora, - disse lei. – Sei arrossito per quello che ho detto o per quello che hai pensato? Ma se ti sto offrendo un posto per dormire! Vieni? Lei si voltò e cominciò a scendere. Mitja la seguì. - Ho un letto solo. Grande, ma uno solo. Perciò, se hai la testa apposto … - Grazie, - rispose confuso lui. - Vedi solo di non raccontare dopo qualcosa che non c’è stato. Ti castro. Mi chiamo Ljuda[9] Passarono per un labirinto stretto tra scaffali, bauli, ammassi indistinti di carabattole coperte di stracci. Tra sedie, catini, secchi dell’immondizia, biciclette appoggiate alle pareti, basi d’appoggio per alberi di Natale. Le camere straripavano nei corridoi. I confini degli alloggi non coincidevano con le pareti. Il pavimento di legno scricchiolava in modo ora cupo ora isterico. Girarono, girarono, salirono tre gradini, Mitja fece cadere una bici, di nuovo girarono, scesero cinque gradini. La sua camera era in fondo a quel ventre di mattoni. - Entra, - disse lei, spingendo la porta aperta ed entrando per prima. Sulla porta era appesa una targhetta tolta da un vagone ferroviario “Adler – Mosca” e sotto, di traverso, una striscia sottile di quelle che si appendono sul parabrezza di dietro: “Non sei sicuro – non sorpassare”. Mitja entrò in una stanza passata in un tritatutto. Il disordine era fenomenale. Ogni centimetro quadrato delle pareti era coperto dalle targhette più inverosimili: “Biglietti esauriti”, “Pannello di controllo”, “Una volta mangiato, pulisci il tavolino”, “Chiuso”, “Otorinolaringoiatra”, “Pittura fresca”, “La birra è finita”, “Alt! Mostra il lasciapassare!” e persino un fotoritratto di un certo Stepan Semjonovič Chves’ko, serio d’aspetto, con i baffi e la cravatta. Gli oggetti riempivano la stanza in modo casuale come uno storno di uccelli per una breve sosta. - Non sbirciare. – Lei tirò via dall’abatjour un reggiseno, lo gettò nell’armadio e sbatté lo sportello. Il reggiseno ricadde da sotto lo sportello. – A volte io pulisco. È ancora presto, però. Accomodati. Un letto veramente grande. Un pianoforte. Vestiti per terra, sopra le sedie, appesi ai chiodi sulle pareti. Tra i vestiti pile di spartiti musicali. - Aspetta che trovo qualcosa per darti una sciacquata. – Lusja si mise a cercare qualcosa nel mucchio di stracci. - Fai musica? – Lei non rispose alla domanda, a quanto pare considerandola palesemente retorica. – Abiti da sola? - Mamma si è data al bere, è in giro da qualche parte. Il pianoforte c’era da prima, sai? Nessuno ricorda perché si trovi qui. È inchiodato al muro con dei chiodoni così, là, guarda. Credo che stia qui da prima della rivoluzione. Chi lo avrà inchiodato? - E tutto questo? – disse Mitja indicando con lo sguardo le pareti. Le targhette, le insegne, il ritratto del tizio, preso con ogni evidenza, dall’albo delle onorificenze di una fabbrica, – nemmeno lo scoppio di una granata avrebbe potuto cancellare a tal punto qualsiasi senso di vivibilità in quella stanza. Lusja si era circondata dai segni che evocavano immagini di uffici, corridoi, entrate per gli addetti e bistrot. Lei realizzava con coerenza il principio ribadito da una canzone “la casa che non hai, non sarà distrutta mai” [10] e, pare, non se ne faceva un problema. Stava seduta sul letto dondolando i piedi e, con un asciugamano scovato da qualche parte messo sopra la spalla alzata, seguiva Mitja con occhio divertito. - Perché stai fissando il mio papà? – disse lei indicando con la testa il ritratto e, soddisfatta dal suo aspetto imbarazzato, ammiccò. – Sto scherzando. Papà è in Angola da qualche parte, non l’ho mai visto. Faccio collezione, – spiegò lei alzando le spalle come se stesse dicendo “puoi pensare quello che vuoi, cioè, ma io faccio collezione”’. – Targhette per lo più. Quel tipo l’ho preso perché mi piaceva. Guarda quant’è per bene, astemio, l’orgoglio del collettivo. Andrebbe bene come padre, no? - E qui da voi tutti collezionano qualcosa? Lei si mise sulla sedia dopo averla liberato con l’aiuto dell’ asciugamano dagli involucri della caramella, appoggiò il gomito sul tavolo e si fermò con la mano rivolta all’insù. - No, - disse pensosa Lusja. – Forse Vova del primo piano – tappi di birra, Sofia Il’inična – sapone d’importazione. Già! Stepan colleziona bottiglie. Da lunedì a sabato colleziona e poi le porta al punto di raccolta [11] - Perché? - E la signora Zina? - Cosa la signora Zina? Non lo so. - Lei colleziona lenzuola, a quanto sembra? Lusja si animò. - No-o! Quelle le porta via dalla lavanderia dove lavora. Quella non è una collezione. - Perché? - Perché è così! – Sembrava si stesse arrabbiando. – Bisogna capire la differenza. Quando un topo riempie la tana di grano è una collezione? No, è la provvista. E quando la gazza ruba le cose che luccicano? È collezione? Già! Perché Mitja non si perdesse nel ventre oscuro del corridoio, Lusja lo accompagnò fino al lavandino. Mentre lui si lavava il viso e puliva i denti con un dito, lei stava ferma nel vano della porta mettendo il piede nudo sopra un ceppo. Mitja si vergognava di lavarsi i denti davanti a lei, ma allo stesso modo non poteva darle il didietro – perciò si contorceva in una strana spirale, cercando di nascondere da lei sia il viso che il sedere. Lusja nel frattempo gli stava raccontando della Bastiglia – così chiamava lo stabile – e dell’uomo con la ferita alla testa che era il più innocuo dei vicini, soltanto sfortunato con la moglie che lo picchiava tanto; e che lei stessa viveva con la mamma che si trovava a casa di rado. Dopo tornarono camminando sopra le lamine instabili e scricchiolanti del pavimento di legno, poi, chiudendo la porta a chiave e con due catenine, lei disse: “Girati, - e un secondo dopo che il letto emise uno scricchiolio: - Ti puoi sdraiare”. Fuori del finestrino le ruote dei treni battevano sull’incudine delle rotaie, forgiando la tristezza notturna. Lui stava disteso e ascoltava. Il rumore delle rotaie era forte, come se quelle fossero sotto la sua testa: la stazione è qui vicina. Proprio come a Tbilisi. In quei giorni, trascorsi a casa dopo il militare, stava spesso sdraiato così di notte, guardando il soffitto-fantasma, accarezzando il moncherino del dito perso nella sparatoria – al tatto sembrava un piccolo cranio bernoccoluto – e ascoltava le rotaie che promettevano qualcosa. “Di là, di là, - ripetevano, - di là, di là”. Forse, sarebbe stato meglio cambiare casa, ma lui sarebbe rimasto nella Bastiglia. Lo aveva appena deciso. Il rumore notturno delle rotaie qui è come quello di casa sua, quando le finestre sono spalancate in cerca di salvezza dalla calura di luglio e quando assorbi con ogni centimetro della tua pelle arroventata ogni folata di fresco; quando il tremolo dei grilli viene spezzato soltanto dal suono metallico delle rotaie. “Di là - di là – dicono quelle – di là - di là”. E qui è lo stesso: “Di là - di là”. Accanto dormiva saporosamente Lusja. Dapprima era coperta da un’ala nera e arruffata di capelli, ma poi con un gesto particolarmente preciso – al punto che Mitja credette che lei fosse sveglia – le aveva tolti dal viso. Mitja cercava di non sfiorarla sotto la coperta e si sposto sul bordo del letto. Avrebbe dovuto essere più deciso e chiederle di essere sistemato per terra. Alcune volte volse lo sguardo verso di lei e si rimproverò di spiare una persona che dormiva. Si ricordò anche quando la prima notte, da militare, si era sentito terribilmente a disagio perché avrebbe dovuto dormire così, alla vista del capocamerata. Più tardi, quando divenne egli stesso il capocamerata, camminando per la caserma cercava di non guardare verso i cuscini, a quelle teste rasate così uguali nel buio della caserma, a quelle mascelle cadute sul petto come se fossero in un’espressione di estremo stupore … Scacciando i ricordi involontari: “Che frana! Stai vicino a una ragazza e pensi alla caserma!” – Mitja tuttavia si alzò su un gomito e la guardò. Non c’è niente di sgradevole in Lusja che dorme – né la bocca spalancata, né le gocce di sudore sotto il naso. Come se lei per un secondo abbia socchiuso gli occhi abbagliata da troppo sole. Gli sembra meravigliosa. Il fatto stesso della sua esistenza in quel posto sembra non meno straordinario di quel pianoforte anterivoluzionario inchiodato al muro. Di là - di là, di là - di là. Di sotto, con un rombo, qualcosa si schianta contro il pavimento di legno, risa e brontolio di una voce profonda. La Bastiglia non dorme. L’edificio a fianco è così vicino alla finestra di Lusja che il suo livido muro lunare ha coperto tutta la vista, lasciando uno stretto spiraglio che lascia intravedere otto stelle e l’estremità di un cavo sporgente da dietro l’angolo. Il cavo sfilacciato brilla con la stessa luce blu argento delle stelle e si trasforma in un pennello dal quale si siano staccate quelle otto gocce. Presto Mitja smette di sentire quanto sta scomodo sul bordo del letto e il sangue scorre libero attraverso il suo corpo. “Di là - di là”, - ancora e ancora ripetono le rotaie, - “di là - di là. Mitja cercava di nasconderlo, ma in realtà era frastornato dall’improvviso cambiamento delle cose. Ieri a quest’ora si trovava a Tbilisi sdraiato sul terrazzo e sopra le cime degli alberi dai contorni mutevoli guardava la Via Lattea e le giravolte biancastre dei pipistrelli fuori della finestra. E oggi, senza che sia passato ancora nemmeno un giorno da quando è arrivato a Rostov, stava a letto con una ragazza sconosciuta di nome Lusja – ed era una mulatta! – in una stanza impossibile con un pianoforte inchiodato al muro. A Tbilisi non ne ha visto nemmeno una di mulatte. Il suo organismo in risveglio dall’anabiosi del militare era in agitazione. Questa agitazione, non avendo altra via di sfogo, dava alla testa e rinvigoriva come una tazza di caffè forte e bollente. Dalla punta dei piedi fino alla cima dei capelli era tutto pervaso da una incessante e come eccessiva concentrazione che non gli faceva sfuggire nessun scricchiolio né alcun odore vagante in quella casa addormentata. Come se qualcosa di importante, che non si poteva assolutamente lasciar scappare, dovesse succedere. Trovarsi in un tale stato di concentrazione gli capitava all’inizio del militare, durante le esercitazioni al poligono, quando dai fori sui bersagli dipendeva quale plotone dovesse marciare e quale dovesse correre fino alla caserma. Allora, però, lo sfogo arrivava con la fine degli spari e, a seconda della precisione dei colpi, con un’imprecazione a voce piana, gioiosa o triste. E adesso questo stato di concentrazione regalava una sensazione che non si poteva inserire in un sistema “gioia-tristezza”. Quella era una vaga attesa di qualcosa di molto grande: la verità, la morte, la felicità. Sembrava, che se il Cristo stesso fosse entrato dalla porta in quel momento, Mitja Lo avrebbe salutato, poi alzandosi piano per non svegliare Lusja, sarebbe uscito con Lui nel corridoio. “Forse è proprio così che ci si sente prima di compiere una impresa eroica, - pensò lui. – Io, poi, sto a letto sotto la stessa coperta con una mulatta di nome Lusja, sto a letto e non cinguetto. E le lenzuola non sono proprio linde.” Mitja, in una situazione così piccante, non riusciva a capacitarsi di questa tensione così acuta e soprattutto non capiva cosa doveva farsene. Semplicemente stava fermo e aspettava. “Di là – di là”, - continuavano le rotaie, e lui sapeva che quell’ansia di tornare a casa, a Tbilisi, non sarebbe riuscito a vincerla. Ma sapeva anche che non ci sarebbe tornato mai. Quella Tbilisi dove lui era nato ed era vissuto non c’è più. E mai più ci sarà. Il suo Tbilisi è morto, e tutte quelle folle tracotanti e impetuose che si riversavano dal corso Rustaveli, sul ponte attraverso la Kurà, fino alla via Plechanovskaja e oltre, e si spargevano dal mercato fino al lungofiume non erano altro che un corteo funebre. - Zviad! Zviad[12] ! – Centinaia di pugni saltano nell’aria. - Zvi-ad! Zvi-ad! – ruggiscono a squarciagola cadendo in isteria. Un viso baffuto e imbronciato ritratto su enormi cartelloni fluttuava sopra le teste e dondolava da tutte le parti, come se stesse facendo degli inchini alla folla. Negli sguardi strappati per caso dalla folla brilla la fermezza – il trionfo della fermezza. “La Georgia per i georgiani!” – strillano gli oratori con una tale esaltazione che gli astanti impreparati annegano nel pieno delle emozioni. Qualcuno si lascia sfuggire un sospiro agitato, gli altri – lacrime di trionfo rivoluzionario. “Occupanti russi, tornatevene in Russia!” Un giovane prete con una barbetta rada e arruffata ha annunciato l’appello del katholikòs: “Chi ucciderà un georgiano brucerà nell’inferno per l’eternità”. Molti con fervore si fanno il segno della croce. Lo spirito di cristallo di chi si sente dalla parte della ragione risuona in ogni respiro della folla e trema nella secca aria estiva, sopra la scalinata dell’odiato Palazzo di Governo, fra le ampie chiome verde-scuro dei platani; e tace nei ripidi vicoli spigolosi che salgono al monte Mtacminda. Quella stessa gente che poco tempo prima era stata spinta via da quello stesso posto dalle fiancate di ferro dei carri armati e dalle schiere dei soldati dagli sguardi spaventati che filtravano dalle fessure tra i caschi e i nuovissimi scudi della polizia. Quella gente è tornata a prendere la rivincita. Hanno passato alcune ore davanti al Palazzo di Governo a scandire, ad accusare e a fare i giuramenti più solenni. E nessuno più osa cacciarli via. Ma l’edificio traforato da archi altissimi si staglia orgoglioso, è tuttora inespugnabile, non è ancora pane per i loro denti; perciò bisogna accontentarsi delle urla e delle gesta minacciose conto le mura rivestite di tufo giallo. Ma tutto questo, dopo i carri armati che avanzano nel buio, non può bastare. Non avendo esaurito tutto l’ardore, la folla si dirige verso la Filarmonica. Il traffico sul corso Rustaveli è bloccato e i manifestanti fluiscono tra le macchine come un fiume tra macigni variopinti. I conducenti aspettano con pazienza. Le macchine che arrivano dalla direzione opposta alla fiumana coi ritratti di Zviad, frenano di colpo e girano in fretta per guizzare nel prossimo vicolo. Davanti al caffè “Le acque di Lagidze” si trova un vigile con l’aria confusa. Probabilmente il caffè l’hanno chiuso in tutta fretta prima dell’arrivo della manifestazione e il vigile, che era uno dei clienti messi alla porta, si è trovato faccia a faccia con gli zviadisti. Una ripida stradina laterale è bloccata da un camioncino che trasporta il pane e da una macchina incastrata. Tra le fiancate delle macchine e i muri la distanza è meno di mezzo braccio. Il vigile con il fisico che ha non può neanche provarci a passare. Proprio come davanti a un grosso cane arrabbiato, abbassa gli occhi e lentamente, senza movimenti bruschi, tira fuori una sigaretta. Una decina di persone si dirige verso il vigile, lo circonda, gli domanda qualcosa gridando, lo tira per il cinturone pretendendo una risposta immediata. È evidente che da quello che dirà dipenderà la cosa più importante – sarà picchiato o no. Il suo berretto è strappato e gliel’hanno ficcato nelle mani. E all’improvviso tutto si risolve. Gridando qualcosa che ha fatto divertire tutti e gettando il berretto nuovo (sicuramente fatto su misura) sotto centinaia di piedi strascicanti per il marciapiede sul quale viene calpestato e scalciato lontano, il vigile con decisione si unisce alla folla. Riceve pacche sulla spalla ed esclamazioni di approvazione. Il fiume umano scorre senza fermarsi, ed enormi ritratti del baffuto dall’espressione tetra si susseguono sbirciando nelle finestre e, salutando qualcuno con un pugno issato in alto, proseguono con un dondolio sequenziale. Alcune ore più tardi Karina Bogratovna si trova seduta sul divano nella sala, ha gli occhi lucidi come per un raffreddore e le guance che vanno a fuoco, alle quali avvicina i palmi delle mani come per cercare di spegnerle. La manifestazione l’aveva colta nell’ultima tappa del proprio cammino, in via Plechanov, dove erano affluiti dei ragazzini dei quartieri vicini che avevano aggiunto nuove forze e nuovo ardore rivoluzionario. Quelli fischiavano e urlavano senza risparmiare le loro giovani voci, incendiavano pattumiere e cartelloni pubblicitari, si arrampicavano sui filobus allineati lungo la strada agitando le bandiere. Karina Bogratovna si dirige in fretta verso casa, ma la strada è lunga e lei ha bisogno di calmarsi … - Mi fermo solo un attimo, soltanto per riprendere il fiato, - disse lei dalla porta, appendendo tutta distratta la macchina fotografica nel guardaroba come si fa con una sciarpa o un cappotto. – Sapete, non riuscivo a crederci. Che cos’è tutto questo? La nonna con l’aria persa è seduta in poltrona di fronte a lei. È meglio non toccarla. Mitja non vuole affatto che la nonna parli. Ma, a quanto pare, lei non ha alcuna intenzione di parlare, non riuscirebbe nemmeno a uscire da quel silenzio tombale. Quando Mitja la guarda e si figura quali immagini di quarant’anni fa possano scorrere adesso nella sua mente e di cosa stia pensando ascoltando i racconti sulle manifestazioni nei quali è stata chiamata “un’occupante”, – gli viene la pelle d’oca. Si sente impacciato: di regola dovrebbe consolare le donne, ma non sa come farlo. È andato a prendere dell’acqua e ora due bicchieri pieni stanno sul tavolino davanti a loro. Karina Bogratovna sembra altrettanto avvilita. Trovarla in questo stato a Mitja sembra innaturale, lui la ricordava diversa. Con due o tre frasi che sembravano colpi di frusta riusciva a domare una classe di alunni, colti da una frenesia ribelle. Arrivava a scuola a piedi da lontano. Il fine settimana girava per la città vecchia e fotografava le case. È da tempo che lei aveva la passione per la fotografia e già da alcuni anni fotografava le case. Ritratti di case. E come ci riusciva? Le persone in quelle foto, ovunque si trovassero e qualsiasi cosa stessero facendo, rimanevano dettagli secondari – a volte superflui come la punteggiatura in un’ottima poesia, a volte essenziali come l’accento in una parola sconosciuta, - sempre utili soltanto per esaltare qualche tratto particolarmente rilevante della facciata. Una volta Mitja andò con lei a fotografare le case. Vedendo la vecchia Tbilisi con gli occhi di Karina Bogratovna – il sole arabescato con le balaustre dei balconcini, il selciato dei vicoli contorti come i dorsi dei pesci, - Mitja capì con quale magia questa città fa innamorare di sé le persone. Aveva sbirciato come distilla nelle sue stradine questo insidioso veleno che trasforma i comuni cittadini in fanatici di Tbilisi … Quella volta loro due attraversarono mezza città e decisero di tornare soltanto quando avessero finito il terzo rullino. Anche quel giorno, probabilmente, andava in giro a fare le foto. E ora Karina Bogratovna appare smarrita. - Sembra l’inizio del fascismo, - dice. – Un vero e proprio inizio del fascismo. Guardando il riflesso della nonna nel vetro della libreria, Mitja per qualche motivo è convinto che ora lei stia ricordando quel tedesco in ospedale che lei era riuscita a curare risparmiando a volte sui medicinali destinati ai nostri feriti. Regolarmente per un mese il tedesco, nascondendo lo sguardo, aveva mormorato soltanto un timoroso ‘danke’ dopo ogni medicazione, e persino cercava, girando da un fianco all’altro, di non far scricchiolare le molle del letto – ed ecco a sentire il rumore dei Messerschmidt il tedesco balzò dal letto e, come se fosse appena ferito, urlò e rise selvaggiamente e puntava la mano fasciata verso il soffitto. E come se non ci fossero né bombardamenti né la zuppa di bucce di patate, né le notti insonni – quel tedesco ferito rimase la sua offesa più grande in tutta la guerra. “Occupanti russi, tornatevene in Russia! – ripete tra sé e sé Mitja guardando il riflesso della nonna nel vetro scuro della libreria. – Tornatevene in Russia!” E ora lui è in Russia. Perché allora la casa è tuttora lì, a Tbilisi? Non deve, non può essere così! - Zvi-ad! Zvi-ad! Бубны бубнили. Бубны бубнили грозные заклинания, наполнявшие его трусливым холодком от горла до копчика. Прогорклый воздух дрожал в такт, по векам текли быстрые тени. И если б он мог вырваться! Нечто мохнатое, похожее на бородатое ухо, плавало перед его лицом. Он пробовал широко распахнуть глаза, вглядеться, но тщетно. Сквозь ресницы сочились все те же тени, продирались все те же тени. Чем все это закончится, черт возьми? Он тонул. Его мучила жажда. Вокруг вились костры, костры, костры. В черных грудах на границе света и тьмы угадывались трупы животных. В узловатых пальцах шаманов дергались, бубнили бубны. Кто-то наклонялся и спрашивал, хочет ли он пить, но, не дождавшись ответа, исчезал. Вновь перед ним проплывало бородатое ухо, уродливый волосатый тотем. Ощущение опасности было прилипчиво, как пыль в жару. Страх вырастал из ниоткуда, из горького воздуха, обвивал и опутывал, всасывался в кровь и лишал сил. Тени, приближаясь, смыкались плечом к плечу. Тени сливались. Бежать бы, но он, кажется, связан. И бубны бубнят все злее. Хочется кричать: “Хватит, боюсь!..” …Митя хлопнул ладонью по столу, опрокинув взорвавшуюся серым облаком пепельницу, и проснулся. Наваждение кончилось, порвалось школьной промокашкой, изрисованной чертиками, он разлепил веки и вывалился в тусклую шумную забегаловку с заплеванным полом. — Пить будешь? — Буду. Грязно. Голубь жмется к заплаканному стеклу. На барной стойке перетянутая синей изолентой поперек всего корпуса магнитола. Из пластмассовых дуршлагов колонок льются только басы, напористый бубнящий ритм. Жирная тряпка упала возле стакана. Рука старой женщины. Кольцо врезалось в плоть. Еле успел отдернуть свои. Два движения, быстрые и размашистые. После тряпки, как после слизня, блестит мокрый белесый след. Тряпка падает на следующий стол. Голубь жмется к стеклу, прячет стеклянный глаз в перья. Дождевая стеклянная пыль укрывает его безголовое, похожее на дирижабль тело. Наверное, болен. Нет зрелища мучительней больной птицы. Напротив — волосатое ухо… бородатое ухо. — Слушай, вождь, здесь как-то душно. И… Где твой лук, колчан и стрелы? Гайавата не реагировал. Видимо, Митя больше не вызывал в нем симпатии. Но Мите сегодня не хотелось подстраиваться. Он разрешил себе сорваться. Хоп! — сорвался человек, летит. Разрешил себе быть самим собой: делай что хочешь, заодно узнаешь, чего тебе хочется. Однако странное дело — для того, чтобы быть собой, недоставало подходящей компании: никак не удавалось измерить, стал ли он уже самим собой или нет. — Наливай! Гайавата разливал и отворачивался, на всякий случай касаясь своей рюмки толстым выпуклым ногтем. Митя смотрел в красный профиль вождя — точнее, в его ухо — с любопытством молодого путешественника, поборовшего гадливость в отношении к туземцам. Собственно, только из-за этих удивительных ушей Митя и усадил его за свой столик. Он не мог взять в толк, для чего столь тщательно — как кусты в английском парке — стричь бакенбарды, если из ушей растут такие метелки, такие шерстяные фонтаны… Волосы были седые. Волосы были сантиметров в пять длиной. Волосы выходили из ушей толстыми пучками, загибались книзу и, мягко распушившись, ложились на бакенбарды. Наверное, по утрам он их расчесывал. Разглядев профиль индейца, увенчанного перьями, трубку мира и надпись “The True American” на его футболке, надетой под пиджак, Митя улыбнулся. Сразу понял: Гайавата — и перешел на верлибр. Взвизгнула входная дверь. Вошли бритоголовые. — Вернулись, — буркнул Гайавата. — Знай же, друг мой краснокожий, — говорил Митя, энергично дирижируя не прикуренной сигаретой, — все дерьмово в этом мире. Мудрый Ворон нас покинул. К предкам, сволочь, улетел. Мы, эээ, мертвы с тобой сегодня. Мудрый Ворон, чтоб ты лопнул. Я ругаю тебя матом, Мудрый Ворон, кар-кар-кар! На Митино “кар-кар-кар” обернулись бритоголовые. — Водка паленая, — сказал Гайавата в стол. — Не берет ваще. Паленой водкой торгуют. Подошел возбужденный юноша со свастикой на обеих кистях. Смотрел так, будто зрачками умел выколоть глядящие на него глаза. Взял стоящий возле Митиного столика стул, поволок его в глубь бара. — Паленая. Сто пудов — паленая. — Наливай, о вождь, паленой! — скомандовал Митя. — Опалимся дочерна. — Хорош моросить. Пей, налито. — Гайавата кивнул на его рюмку. — Ну, — Митя торжественно поднял рюмку, — за твою резервацию в границах до одна тысяча четыреста девяносто второго года! Митя, конечно, замечал, как Гайавата опасливо косится на окружающих, всем своим видом показывая, сколь мало у него общего с этим пустотрепом. Но пустотреп угощает, приходится терпеть. Митя обижался, но приходилось терпеть и ему. В уплату за нескрываемое пренебрежение оставались эти роскошные волосатые уши. Волосы можно было бы заплести в косичку. На ночь на них можно было бы накручивать бигуди. Это были бороды сидящих в ушах гномов. Индейских гномов с перьями орлов на кончике шапок, с хищным оскалом и томагавками в перекрещенных руках. В случае опасности просто вытяни их за бороды. — Да, мой вождь, я знаю точно. Точно знаю — но не помню, что я знаю… так что… выпьем. Гайавата щелкнул ногтем по опустевшей бутылке. — Нету. Слышь… — толкнул его коленом. — Может, еще одну? Митя выудил из нагрудного кармана стольник. Гайавата зажал стольник в кулак и пошел к стойке. Бородатые его уши становились хвостами старых седых коней, грустно уходящих в табачный туман. “Я ему не по душе, — подумал Митя, — может, опять акцент?” Грузинский акцент, неизменно выскакивающий из организма под напором алкогольных паров, не раз подводил Митю с незнакомыми людьми. Обычно он предпочитал не пить с незнакомыми: пугаются, всматриваются — тип с рязанской физиономией вдруг начинает не туда втыкать ударения, нормальные русские слова пускает танцевать лезгинку. Вдруг захотелось увидеть Люську. Его радовало это желание. Если в таком состоянии он вспоминает о Люсе, не все потеряно. В дальнем углу звонко взорвалось стекло. Бритоголовые с криками вскакивали с мест. В сторону бара полетели стулья. Перечница врезалась в стену, оставив на ней сухую, медленно осыпающуюся кляксу. К Мите подошел парень со свастикой на обеих кистях и с чувством ударил в подбородок. Над ним летели стулья, пластмассовые абажуры вертелись каруселью, разбрасывая снопы искр и осколков. Топот оглушал. В голове лопались бубны. Кто-то надсадно выкрикивал слово “милиция”. Митя лежал у стены головой к опрокинутому цветочному горшку и сквозь большие резные листья смотрел в потолок. Пахло навозом. Отрезвление было полное и окончательное. Наконец-то можно было подумать обо всем. Когда незнакомый человек бьет тебя в челюсть и ты лежишь под столом, глупо прятаться от собственных мыслей. …Подъезд был — как черновик Эдуарда Лимонова. Довольно художественные фразы типа “начнем жить заново” смешались с классическим трехбуквием. Свисали клочья паутины, давно покинутой пауками. Одна из трех дверей, выходящих в коробочку тамбура, — дверь паспортистки. Драные листки расписания, номера счетов, которые все равно в темноте не разглядеть. Очередь с трех-четырех часов ночи, список в двух экземплярах, прием в субботу с девяти до часу. Обмен паспортов. Как обычно в подобных случаях, роились слухи: старые паспорта скоро будут недействительны, будут штрафовать.⁶ Давно надо было заняться этим, да как назло на работе приключился аврал — людей поотправляли в командировки, выходных не стало. И нужно ведь было еще разобраться с пропиской. Мама в очередной раз переселилась из общежития детского сада, совсем аварийного, в общежитие подшипникового завода, аварийного только наполовину. Митя давно жил отдельно, то здесь, то там — снимал квартиры, но прописан всегда был у матери. Без прописки нельзя. Жизнь без прописки — дело неприятное и неприличное. Паспорт без прописки — экстрим ущербных граждан: “поиграемте в прятки, господа милиционеры”. Так было всегда. Правда, в эпоху демократических переименований прописку назвали “регистрацией”. Без регистрации — нельзя. Жизнь без регистрации — дело неприятное и неприличное… И вот Митя из детсадовского общежития выписался, а в заводское так и не вписался. Мама совсем запилила: приезжай, отнесем паспорта. Нужно лично. Но вопрос не казался таким уж срочным. Тем более когда свободного времени — два дня в месяц: на работе аврал, двое уволились, один взял отпуск. Наконец отнесли паспорта. Выстояли четыре часа, пробились, сдали. Теперь нужно было выстоять столько же, чтобы получить паспорта — старые, советские — с новой пропиской и тут же, приложив все необходимое: квитанции, фотографии, заявления, — сдать паспорта, старые советские с новой уже пропиской, для обмена их на новые российские, чтобы потом, снова оплатив госпошлину в Сбербанке и снова написав заявление с просьбой прописать, сдать эти новые российские паспорта для оформления в них полагающейся прописки-регистарации… — А вы за кем? — А женщина была в очках. Куда делась? — Ищите, значит, женщину. Дыра в углу комнаты была заделана крышкой от посылочного ящика, прибитой к потолку дюбелями. Из другой, ближе к середине стены, выходила пластиковая канализационная труба и мимо стеллажа с картотеками уходила в пол. Паспортистка аккуратно выложила на стойку его советский паспорт, из которого торчал сложенный пополам бланк заявления. — Вас не прописали, — и опустила глаза. Правый глаз у нее сильно косил, и поэтому она почти всегда сидела потупившись. — Как? — И паспорт, сказали, не будут менять. Он резиново улыбнулся, вытащил бланк и заглянул в него. “Прописать”, — было написано красной ручкой и поверх замалевано красным карандашом. Живот, как обычно, среагировал на неприятность тревожным урчанием. Митя сунул бланк обратно, переложил паспорт из руки в руку. — А почему? Она, конечно, ждала этого вопроса. Ответила заготовленной формулой: — Идите к начальнику, он все объяснит. Скрипнула дверь. Следующий уже дышал в спину. — Нет, ну правда, почему? Сзади послышалось: — Сказала же: к начальнику. Митя набрал воздуха, чтобы огрызнуться, но внезапно такая острая, сквозная тоска одолела его, что он сумел лишь переспросить: — Почему? Вы ведь знаете, скажите. — Не задерживай! — волновалась очередь. — Ты ж не один здесь. — С ночи стоим. Вот эгоист! Паспортистка сказала: — Вкладыша у вас нет. А прописка в девяносто втором — временная. — Ну и что, что временная… в девяносто втором — ну и что с того?.. Она по-учительски положила руки на стол. — Закон новый вышел о гражданстве. — Да? Из коридора усмехнулись: — А он и о законе не слышал! — Согласно этому закону вы не гражданин России, — сказала она. Волнение за спиной нарастало. — Как… не гражданин? Она развела руками. Митю тронули сзади за плечо. — Выходи, давай! Сказано — к начальнику! — Да вытащите его! Он раскрыл рот, чтобы спросить еще что-то. Гул в тамбуре тяжелел с каждой секундой. Разгневанный римский легион ожидал приказа. Задержись еще на секунду — и копья войдут промеж лопаток. Наконец он вспомнил: — А матери паспорт? Мать прописали? У нее с вкладышем. — Еще и мать! — сказал тот, что стоял за спиной. — По ней будут делать запрос в консульство. Она ведь в консульстве гражданство получала? — Ааа… кажется, — кивнул Митя, ничего не поняв, но не решаясь переспрашивать. Развернулся, сделал шаг к выходу, но, оттолкнув двинувшегося на его место мужичка, порывисто вернулся к стойке. — Как же я не гражданин, а?! Как?! Я же с восемьдесят седьмого года в России живу! Тогда и России этой самой в помине не было — поголовный СССР! Ну?! И кто я теперь? Кто? Гражданин чего? Мозамбика?! Его тянули за рукав, дышали в затылок табаком. — Что ты на нее кричишь?! — От гад, раздраконит щас, а нам потом заходить! Митя шагнул в темный тамбур. Сквозь враждебно застывших людей прошел в подъезд и вышел на крыльцо. Лежавшая на крыльце дворняга, не открывая глаз, повела в его сторону носом. “Ну вот, — подумал он, — приплыли”. И тут, как заряд с замедляющим взрывателем, в мозгу рвануло — и Митя по-настоящему осознал, что только что произошло. Он лежал, опрокинутый навзничь, а по позвоночнику катился приближающийся гул… миллионы копыт тяжело впиваются в землю, рвут ее, перемалывают в пыль… как так вышло, что он оказался на пути этого всесокрушающего бега? …Затаив дыхание, он подвинулся вперед и высунул голову из-за цветочного горшка. Менты стояли к нему спиной. Курили, негромко задавали вопросы персоналу. Все смотрели куда-то влево и вниз, за колонну. Митя покосился в ту сторону, но ничего не увидел. Разве что бесхозно валявшийся стоптанный ботинок с прилипшим к каблуку “бычком”. Один из ментов взгромоздился на высокий барный стул и, разложив локти по стойке, что-то писал. Митя осторожно расчистил пятачок перед собой от осколков горшка, встал и шагнул к выходу. Ему повезло, он ничего не зацепил, никто не обернулся в его сторону. Холодная изморось противно облапила лицо. В голове было так, будто там одновременно болтали несколько человек, ныл отяжелевший подбородок. Он потрогал его — подбородок припух — и рассмеялся. Ночь была крикливо раскрашена светофорами. Под ними вспыхивали сочные пятна. Округлые, сплюснутые, вытянутые на полквартала — разные в зависимости от ракурса. На перекрестке Митя задержался, понаблюдав, как светофоры несут ночную службу. Красный — желтый — зеленый — желтый… Автомобили шипели шинами по мокрому асфальту, нехотя останавливались на красный свет. Как большой сильный жук в коробочке, в них громко билась, ворочалась музыка. Красный — желтый — зеленый — желтый… Караул в маскарадных костюмах. На углу Чехова и Пушкинской стоял милицейский “бобик” с распахнутыми дверцами, менты пили баночное пиво, громко обсуждая что-то забавное. Он нырнул в переулок. Было довольно поздно, но Митя решительно не желал смотреть на часы. Вдруг окажется слишком поздно, чтобы идти к Люсе в “Аппарат”, — а приходить после закрытия она не разрешает. И тогда куда податься? Домой, в обклеенные сиреневыми розочками стены? Упасть на диван перед телевизором и лежать, переключая каналы до тех пор, пока говорящие картинки не загипнотизируют тебя. Потом передачи заканчиваются, тебя будит телевизор, шипящий точь-в-точь как шины по мокрому асфальту. Но звук шин полон движения, и он приятен, он подражает шуму волн. А монотонное шипение телевизора душит. Лежишь и смотришь кроличьими глазами в пустой экран как в большое прямоугольное бельмо… Митя боялся провести эту ночь в воспоминаниях. Того хуже — перебирая черно-белые фотографии из прошлой жизни. Он любил ее фотографировать. Марина в профиль, Марина анфас. Марина, заспанная, выглядывает из палатки. Волосы собраны в два хвостика, спальный мешок собрался гармошкой. Спокойная улыбка Марины, выходящей из аудитории после защиты диплома. Ноги Марины, катающейся на качелях. Белые носки и теннисные туфли. Он и Марина перед ЗАГСом. В день, когда подали заявления. Стараются делать серьезные лица: кадр для истории. Их снял прохожий с загипсованной рукой. Он почему-то взял фотоаппарат как раз поломанной рукой и, когда нажал на кнопку, сморщился от боли. Снимок получился смазанный. Интересно, как сложилась жизнь у этого прохожего? Отдав фотоаппарат, он через пару шагов забыл о молодом человеке и девушке, стоящих на ступеньках ЗАГСа, а сделанный им снимок остался навсегда. И бывший молодой человек, ставший зрелым, смотрит на этот снимок и помнит про его гипс и как он сморщился от боли, нажимая на кнопку. А может быть, и не так. Может быть, пара перед ЗАГСом чем-то запомнилась прохожему, как он запомнился своим гипсом и гримасой. Прохожий почему-то помнит о них всю свою жизнь. И точно так же сидит сейчас где-то, поглаживает свой давний, ноющий на погоду перелом и думает: “А интересно, что там те двое, которых я сфотографировал в тот день, когда шел из поликлиники? Как живут-поживают?” Все будет, как всегда. До фотографий, на которых Марина держит на руках маленького Ваню, Митя доберется с бешено барабанящим сердцем. Пойдет курить на балкон и потом будет собираться с духом, прежде чем вернуться в комнату, будто на диване остались не фотографии, а живые люди. Нет, нельзя. Надо во что бы то ни стало избежать фотографий. Утром в зеркале глаза побитой дворняги, и на работе физиономии окружающих — как захлопывающиеся перед носом двери. Нужно было добраться до Люси. У Люси он всегда найдет спасение. Если он заходит в “Аппарат” в тот момент, когда она поет, то стоит у входа. Чтобы не маячить, не сбивать — но еще и потому, что любит понаблюдать за публикой, поглощающей коктейли и водку под звуки блюзов. Заметив его, она еле заметно шевельнет рукой в длинной серой перчатке. Или в длинной лиловой перчатке. Или в красной. Иногда в качестве приветствия она лишь отрывает от микрофона палец. Пока Генрих поиграет что-нибудь из Гершвина, Люся выйдет к нему в зал, сядет за столик. Дотронется до подбородка совсем по-домашнему, спросит: “Где это ты?” Он, конечно, пожмет плечом — мол, пустяк, мелочи жизни. Люся понимающе качнет головой — мол, понятно, пусть сами не лезут, да? Она всегда даст мужчине шанс выглядеть достойно. Даже став его любовницей, она умудряется оставаться его другом. Люся всегда была рядом. Так ему казалось. А ведь целых шесть лет они не виделись, ни разу даже не столкнулись где-нибудь в переходе или в автобусе. Шесть лет… Три плюс три. Три года с Мариной и Ванюшей, другие три — с Ванюшей без Марины. Невдалеке от “Аппарата” он остановился и закурил, поискав предварительно по карманам жевательных резинок. Резинок не было, потерял. Но курить хотелось сильно, и он решил, что ничего — выветрится. Нет, он не бросил курить, как рассказывает всем знакомым. Недели не продержался. Но признаваться в этом не хочется. Пусть думают, что он сильный. …Пианино и бас-гитара притихали, задумчиво переговариваясь друг с другом. Люсина партия кончилась. Отойдя от микрофона, она взяла с пианино коктейль и потянула из трубочки. Митя встал, прислонившись плечом к дверному косяку. Публики было немного. В дальнем углу с какой-то дамой, сексапильно заглатывающей мороженое, расположился пьяный Арсен. Арсен полулежал на столике и, как обычно, не в такт подергивал головой. “Хозяин гуляет”, — подумал Митя. Люся заметила его. Подняла указательный палец: “Привет”. Дослушав до конца гаснущие аккорды, Митя прошел за столик, кивнув по пути бармену. С барменами “Аппарата” Митя общался мало, были они как на подбор надменны, погружены в какую-то свою закрытую среду, будто доска бара отчеркивала их от всего окружающего. Над каждым столиком, пустым и занятым, горели низко опущенные абажуры. Повешены они были так, чтобы круг света как раз заполнял круг стола. Зря сразу не пошел в “Аппарат”, подумал он. Напился бы в уюте и под музыку. Так нет же — в народ, в массы. За что и получил: а не лезь, куда не звали. Глотнув пару раз из трубочки, Люся вернула коктейль на пианино и, наклонившись, что-то шепнула Генриху. Генрих поморщился, криво изломав губы. Митя догадался: она собирается петь что-то, чего не любит Генрих. Но у них договор: раз в неделю она может петь все, что захочет. — Мчит-несет меня без пути-следа мой Мерани… Нечасто Люся исполняла “Мерани”. Генрих вообще считал, что петь блюзы по-русски — то же, что кукарекать по-лошадиному. Но Люся попросила, и он написал партию для клавишных. Ее просьбы он исполняет. Генрих из тех людей, которые испытывают физическое страдание от чужих просьб, — из тех малопонятных людей, которые убежденно не дают и не берут в долг, из тех, у кого попросить сигарету можно лишь после долгой предварительной подготовки. Но когда Люся говорит: “Генрих, а ты не мог бы?” — оказывается, что Генрих может практически все. …Когда-то Митя был пьян и болезненно весел. Ему не на кого было вывалить это свое веселье, и он пришел к Люсе. Но “Аппарат” был закрыт на ремонт. В подсобках стучали молотки, то и дело что-то плоское грохало об пол и раздавался различной продолжительности мат. В зале, не считая его и Люси, были все музыканты: Генрих, Стас и Витя-Вареник. Они собрались репетировать, а ему разрешили посидеть тихонько, но не мешать. Дело не шло. Мучительно затянувшаяся попытка сыграть свой вариант “Summer Time” обрывалась нервной тишиной и унылыми взаимными подколами. Генрих ходил пальцами по клавишам, будто пытаясь нащупать что-то под ними. Мелодия сломалась и изменилась неузнаваемо. Люся стояла рядом, приглаживая волосы гребнем. В любой затруднительной ситуации она набрасывается на свои волосы. Митя поднялся к ним на подиум, незаметно взял микрофон и, улучив момент, вступил: — Мчит-несет меня без пути-следа мой Мерани. Все обернулись в его сторону. Стас с Генрихом переглянулись, и Генрих подчеркнуто безразлично пожал плечом. — Что это? — спросил Стас. — Бараташвили. — Кто? Ну, не важно. — Стас поднял гармошку ко рту. — Ну-ка… Может неплохо получиться. Давай-ка дальше своего Швили, — и выразительно махнул Генриху, мол, не жопься, подыграй. И Генрих хоть и скривился, но подыграл, а Митя в первый и последний раз в жизни под стуки молотков за стенкой, под блюзовую мелодию спел знакомое со школы стихотворение Бараташвили: “Мчи, Мерани мой, несдержим твой скач и упрям. Размечи мою думу черную всем ветрам”. Глава 2 Собирался, настраивался. Но Ростов опять оглушил, как рухнувший потолок. — Эй! Хуля спишь! Лезь давай, лезь! Ай! Ни вздохнуть, ни обдумать. Некогда думать. Надо лезть. — Вот балбес! Следующего автобуса можно дожидаться час, и если пропустить этот, в деканате никого не застанешь. Была жара. Казенный вокзальный голос, объявляющий отправление поезда, вязко растекался в воздухе. Тополиный пух — летний ослепительный снег — летел и сверху и снизу. “Пора бы привыкнуть, пообтереться. Ведь никого другого не обругали в этом сопящем клубке. Все лезут, как надо. Но ты все равно все сделаешь не так!” Ничего не изменилось: как и в самом начале, до армии, в ответ на базарную ругань внутри вспыхнуло пренебрежительное “Россия-мать!” — и, подумав так, он прикусил губу, будто сказал это вслух. А ведь загадывал: теперь все будет иначе, теперь должно быть иначе. Выводил формулы: “Я русский, едущий Россию. Я человек, возвращающийся на Родину”. Можно было бы подольше остаться в Тбилиси с мамой и бабушкой, не мчаться в Ростов через неделю после последней утренней поверки: занятия на геофаке начинались только через месяц. От армейщины отходишь, как от обморока, и возвращаться в обычную жизнь, не придя в сознание, было неразумно. Немного похоже на ту нелепую киношную ситуацию, когда герой заскакивает голый в комнату, полную строго одетых людей. Но он спешил. Дома он почти не выходил в город. Мама сказала: не стоит. Мало ли что, сказала, Тбилиси с ума сошел. Молодым мужчинам вообще лучше не ходить в одиночку. Обстановка такая… особенно после девятого апреля. В родных стенах, среди привычных с детства предметов и запахов, Мите чего-то недоставало, он больше не чувствовал себя дома. Он тщетно ждал от себя умиления, радостного пробужденья: ну вот и вернулся. Он знал, как это должно быть. Открыть утром глаза и улыбаться — оттого, что вот он, твой дом — жаркие утренние блики на стенах точь-в-точь те же, что десять лет назад, оттого, что ты — другой, изменившийся, многое повидавший — наконец-то просыпаешься не в каком-то случайном и временном месте, а здесь, у себя дома, среди этих неменяющихся стен. Лежать. Смотреть в потолок, знакомый, как собственная ладонь. Встать, пройтись по квартире. Просто так. Смеясь собственной причуде, гладить стены. И он пробовал. Но трогал — и ничего не чувствовал. Почему-то казалось, будто трогает чужое. Пахло вокзалом. Казалось, вот-вот, грузно замедляясь, мимо шкафов потащится поезд, и он пойдет с ним рядом, ловя взглядом убегающие таблички с номерами вагонов, — за стены, по распахивающемуся далеко вперед перрону, обгоняя чьи-то спины и чемоданы. Митя наскоро собрался и поехал в Ростов. И вот — лишь выйдя из вокзала в раскаленный город, удостоверился: ничего не изменилось. Таинственная сила отторжения сродни архимедовой силе, выталкивающей погруженное в воду тело, не прекратила своего действия. — Убери, на хрен, сумку, прямо в рожу тычешь! Долгожданный вечер погасил белое раскаленное небо, плеснув сверху синевы, а снизу фонарного тусклого золота. Не желая спрашивать дорогу у хмурых прохожих, Митя долго бродил по кварталу, разыскивая переулок Братский. Днем он нашел его довольно легко, но теперь пришел с другой стороны и заблудился. В конце концов он свернул от трамвайных путей в сторону и по изломанной линии крыш, по силуэтам балкончиков размером со спичечный коробок опознал место. Побитые фонари смотрелись здесь опрокинутыми чернильницами. Прилипшие к стенам фигуры выразительно молчали вслед. Митя решил твердо: он будет жить в Ростове. Черт с ней, с общагой. Одно только терзало: придется звонить домой, просить выслать денег. Все, что привез с собой, придется потратить на жилье. А где они возьмут денег, две женщины — одна безработная, другая пенсионерка? Должны были выделить место в общаге, он был уверен! Но в его комнате давно живут другие и мест свободных нет ни одного, даже в не престижных четырехместках. — Снимешь квартиру, — сказал декан Сергей Сергеевич, по прозвищу Си Си. — Ничего страшного, я в твои годы угол снимал за занавесочкой. Детская кроватка без спинок и табурет. Он поднялся, давая понять, что разговор окончен, и Митя посмотрел на него — а росту в нем было два с небольшим — снизу вверх и понял, что Си Си никогда не простит миру той детской кроватки без спинок и просить его бессмысленно. За парикмахерской показались те самые кованые ворота, и Митя прибавил шагу. После двухчасовой прогулки он наконец устал и хотел спать. Глухой двор, составленный разномастными домами. С покачивающихся на растяжках фонарей упали два ярких конуса — два гигантских световых сарафана. Дрожали, ходили взад-вперед в монотонном танце. Растяжки скрипели. Раз-два-скрип, раз-два-скрип. Угольные кучи из забитых до отказа угольных подвальчиков высыпались во двор. Дом справа, чем-то напомнивший ему молоканский дом в родном дворе. Четыре высоких этажа и длинная железная лестница — вывалившаяся архитектурная кишка, кое-как разложенная по фасаду. Тишина искрила. Кошки на угольной куче вывернули головы вверх и в сторону, как примерные солдаты по команде “равняйсь”. Окна были темны и беззвучны. На первом этаже посверкивало остроугольными зубками выбитое стекло. Высоко над землей посредине железной лестницы стояли двое мужчин. Лицом к Мите — волосатый истукан: руки как пальмы, пузо как мохнатый кокос. Из-за схожего ракурса — снизу вверх — Мите даже померещилось, что это декан стоит на лестнице, живет в этом самом доме. “Семейные” трусы натянуты выше пупка, босые ступни на холодном железе. Полубоком к нему — маленький мышастый человечек. Синие трико пузырятся, клетчатая рубашка застегнута под самый кадык. Гулкие ступени заляпаны кровью. Поравнявшись с мужчинами, Митя разглядел, что голова толстяка пробита, с кровавых волос капает на плечи, на живот, на ноги. Он был окутан плотнейшим перегаром. В щекастом лице стояла мысль. Его трезвый друг бормотал что-то успокоительное, привстав на цыпочки и отклячив, чтобы не вымазаться, свой двухграммовый зад. Над самым Митиным ухом, лишь только тот поравнялся с парочкой, раздался бас — будто дунули в пароходный гудок: — Е-оо! Так, значит, ты за мат-ри-ар-ха-а-ат?!! Мышастый человечек сильно смутился, выпрямился. Выстрелил смущенным шепотком: — А что это? — Хе! И, приперев его окровавленным пузом к перилам, толстяк зашептал ему в самое ухо зловещим шепотом… и вдруг расхохотался. Митя никак не мог достучаться до хозяйки. Окно кухни, выходившее на веранду, оставалось темно, из-за двери слышался храп, похожий на военный марш. Уже и раненый волосатый гигант, волоча за собой друга и недобро поминая матриархат, исчез в недрах коридоров, и кошки разбрелись по своим полуночным делам. Митя перешел от легкого постукивания ногтем к стуку кулаком… Храп вдруг оборвался, пятки глухо ударили в пол, и послышались торопливые, словно по косогору сбегающие шаги. — Кого … прынес?! — Это я, ваш квартирант, — сказал Митя. За дверью разорвалась шрапнель: — Какой на … кртирант?! Щас как …. швябряй! Пшел на … кртирант! Кртирант! Ходют тут, пидарасы, спать не дають! Кртиранты е..! Удалились и смолкли сбегающие шаги. Пронзительно скрипнула кроватная сетка, принимая упавшее тело. Митя остался стоять на пустынной веранде — под сизовато-пепельной грустной мордой луны над танцующими фонарями. Самое обидное было то, что баба Зина напилась на его же деньги. Единственное условие, поставленное ею при сдаче квартиры, — платить поденно: “Токо за день, вперед ни-ни. Кажий день — рупь. Проще, знаешь, щитать”. Рубль. Вечером. В руки бабе Зине или в деревянную хлебницу, усыпальницу тараканов. Чего уж проще? Но рубля у него не оказалось. И бабы Зины, когда он уходил, дома не было. Он знал, что вернется поздно, вот и сунул в хлебницу трояк. Что ж, сам виноват. Хрупок мир и капризен. Сказано: рупь — значит рупь. И не лезь с неучтенным, не суй больше, чем нужно: сломаешь. Сейчас бы спал спокойно в своей комнате. Когда же теперь она придет в себя, думал Митя, и, кстати, когда придет в себя, вспомнит ли, что вместо рубля получила три? Ее адрес Мите дала вахтерша на факультете. Мол, далековато, в самом центре. Зато дешево, дешевле не найдешь. Он не стал привередничать. Баба Зина работает в прачечной. Пуская к себе очередного квартиранта, переселяется на кухню. В комнате — железная кровать и высокий шифоньер. И пахнет хлором. — Все щистенько, прахрариррвано, — сказала баба Зина, торжественно заводя его в эту комнату, и содрала с кровати простыню. Над кроватью вспыхнуло едкое белое облачко, простыня полетела к двери, а на ее место, снова выстрелив едким облачком, легла новая — судя по клейму, до бабы Зины принадлежавшая Министерству обороны. — Ложись, касатик, отдыхай. В шифоньере хранится все ее богатство, стопки выстиранных в родной прачечной простыней. Выстиранных не абы как — с чувством, с пристрастием, прах-рарр-рирванных донельзя. Оставшись в комнате один, Митя первым делом изучил шифоньер. Простыни составляли интереснейшую коллекцию: полное собрание казенных простыней. “Собственность МО”, “Горбольница №1”, “Министерство путей сообщения”. Сейчас Митя с удовольствием бы растянулся на одной из коллекционных простынок. Откуда-то снизу грянули музыка и лихие вопли. В громовом хохоте он узнал голос мохнатого истукана. Пьяный хор вразнобой подхватил припев: “Русская водка, черный хлеб, селедка…”. Увы, бабу Зину это не разбудило. Ее храп оставался все таким же размеренным и основательным. “Дома такого не бывает, — привычно подумал Митя. И вдруг почувствовал злость на самого себя. Д о-м а! Теперь, стало быть, когда ты приехал сюда, твой дом — там?!” Но непрошеная мысль, вызвавшая его раздражение, добежала до конца: “Дома среди ночи не орут пьяным хором, не будят соседей”. Неизлечимая болезнь эмигрантов, знакомая еще по первому году российской жизни — “все подвергай сравнению”, — снова пробуждалась в нем. Постоянная необходимость сравнивать и сверять частенько вгоняла его в ступор. Он вздохнул, подумав о том, что не имеет власти над этим наваждением, так и будет перемалывать: а там — вот так, а здесь — вот эдак, а у них — вот что, а у нас — совсем другое. По кругу, по кругу. А почему у них так, если у нас по-другому? Все новое притащить на суд и подвергнуть пристальному рассмотрению: ну-ка, что за крокозяба? И никуда не деться от паранойи, все будет измерено и взвешено, во всем кроется раздвоенье. — Васька, сукин сын! Слезь! Там праздник — карнавал моего благополучия, парад моих и твоих достоинств. Так и разворачивается: медленно, театрально, чтобы ничего не упустить. Здесь праздник опасен, здесь праздник быстр и стремителен, как штыковая атака. Между первой и второй перерывчик небольшой. В атаку марш! Быстрее, быстрее! Рванули и задохнулись. Ищем уцелевших. Кто-то рухнул грудью на амбразуру, завтра он будет героем. — Матриарха-а-ат?! Не позволю! Раскачивающиеся на скрипучих растяжках фонари. Угольные кучи. Кошачьи глаза. Дыра в стекле и оставленное на ночь белье на провисшей веревке. Мяч. Синий мяч в белый горошек посреди пустого двора. Почему-то вид этого одинокого мяча тронул его сердце. Ничего такого. Но мир, открывающийся ему с веранды, был как-то пронзителен. Как скол стекла — осторожно, порежешься. Как птичий крик. Летит птица через полмира, жизнь у нее такая, перелетная, — и где-нибудь в совершенно непримечательной точке, над каким-нибудь совершенно непримечательным дядькой, занятым каким-нибудь совершенно непримечательным делом, крикнет — так, ни о чем, вздохнет по-птичьи. А дядька разогнется, руки уронит плетьми, смотрит ей вслед и плачет… — Васька! Кому говорю, слезь! Гулянка, похоже, набирала обороты. Вряд ли он уснул бы в таком шуме, так что лучше уж постоять здесь, на воздухе, между луной и фонарями. А ночь, накрывшая землю синим в золотой горошек покрывалом, была хороша. Над белесым нимбом города полыхала луна. Ее морда, устало склоненная вниз и чуть набок, была исполнена мертвой стеклянной грусти. Запахло листьями. “Как-то ведь все всегда устраивается, — подумал Митя. — Сначала трудно, потом привыкаешь. Меняешься. Как-то ведь меняешься, приноравливаешься”. Надо, надо, надо. Туда ты уже не вернешься. Митя вздохнул и сказал луне: — Ничего, прорвемся. — Прорвемся, — ответила луна сочным девичьим голосом. — Если не порвемся. От неожиданности Митя отскочил от перил, выбив каблуками коротенькую чечетку. Внизу рассмеялись: — Тю, какой пугливый. — Да не ожидал, — оправдался Митя в темноту. — Моя вина, я всегда тихо хожу. Голос был вкусным. От него делалось чуть терпко в горле, будто он входил не через уши, а заглатывался, как густой сладкий напиток. Митя перевесился через перила и увидел прямо под собой силуэт девушки. Она смотрела на него и в знак приветствия распрямила пальцы, лежавшие на перилах. — Привет. Не спится? — Да, уснешь тут. — Не говори. И если б еще пели… — Девушка скрылась из виду, и он услышал ее поднимающиеся по ступеням шаги. — А то воют, будто им прищемило. Расы смешались в ней весьма удачно. На Митю смотрело совершенно европейское лицо — тонкие губы, прямой нос, но вылепленное из шоколада. Волосы, облитые лунным светом, стояли надо лбом пушистым нимбом. — Ты кто, квартирант, что ли? Мулатка здесь, на этой несуразной лестнице, выглядела отступлением от реальности. Сейчас следом за ней по железным ступеням поднимется вся Африка. Львы, жирафы, слоны… масаи с длинными копьями вот-вот выйдут из тени и сверкнут черными полированными зрачками. Но вместо этого она сказала: — Тю! Пугливый и задумчивый. — Я тут комнату снял, — начал Митя. — У Зинки? — Ну да. — Ааа, разбудить ее не можешь? Я тоже ее как-то будила. Митя ожидал, что мулатка рассмеется, но она помолчала пару секунд с серьезным видом. Сказала: — Ладно. Идем ко мне. — Что? — Ты на голову стойкий? Она осмотрела его скрупулезно. — Ко мне идем. Ты ж ночь здесь так не простоишь? А Зинка если белочку поймала, то дня на три. Митя начал краснеть. “Хорошо, что темно, — подумал он. — Не заметит”. — Та-ак, — сказала она. — Ты сейчас отчего покраснел, от моих слов или от своих мыслей? Я ж тебе ночлег предлагаю. Идешь? Она повернулась и пошла вниз. Митя пошел следом. — Кровать у меня одна. Большая, но одна. Так что, если голова тебя не подводит… — Спасибо, — отозвался он невпопад. — Смотри только, потом не болтай, чего не было. Кастрирую. Меня Люда зовут. Они прошли по тесному лабиринту мимо шкафов, сундуков, неясных груд скарба, укрытого тряпьем. Мимо стульев, тазиков, помойных ведер, мимо выставленных за двери велосипедов и подставок под новогодние елки. Комнаты выдавились в коридоры. Границы жилья не совпадали со стенами. Половые доски скрипели то угрюмо, то истерично. Свернули, свернули, поднялись на три ступеньки, Митя уронил велосипед, снова свернули, спустились на пять ступенек. Ее комната оказалась в самой глубине этого кирпичного чрева. — Заходи, — сказала она, толкая незапертую дверь и проходя вперед. На двери висела табличка с железнодорожного вагона “Адлер—Москва”, под ней наискосок — узенькая полоска, какие вешают на задние стекла автомобилей: “Не уверен — не обгоняй”. Митя вошел в комнату, пропущенную через мясорубку. Беспорядок был феноменальный. На стенах, на каждом свободном кусочке, теснились самые невероятные таблички: “Все билеты проданы”, “Щитовая”, “Поел — убери за собой”, “Закрыто!”, “Отоларинголог”, “Осторожно, окрашено”, “Пива нет”, “Стой! Предъяви пропуск!” и д

Commento

Il ritorno dell’“uomo superfluo”
Denis Guckò è uno scrittore molto giovane, ancora poco conosciuto. Ed è stata una sorpresa per tutti quando, nel 2005, ha vinto l’edizione russa del prestigioso “Premio Booker”[13]. Denis è nato a Tbilisi (Georgia) nel 1969. Il nonno si era trasferito in Giorgia a 14 anni dopo che gli era stata espropriata la terra durante i primi anni del comunismo. Sin dall’infanzia Denis ha fermamente creduto che sarebbe diventato uno scrittore. Questa certezza cominciò con la sua divorante passione per la lettura: Tolstoj dopo Puškin, Hemingway dopo O. Henry. Persino la scelta della facoltà fu dettata dall’impressione che gli aveva fatto la lettura, quella di Jack London. Denis è vissuto in Georgia fino a 17 anni, e dopo il diploma di maturità si è iscritto all’Università di Rostov-sul-Don alla facoltà di Geografia. La prima impressione della Russia fu di un paese totalmente estraneo. In Giorgia regnava l’equilibrio, tutto girava intorno a un determinato asse, in Russia invece regnava un caos indescrivibile. Dopo la laurea ha fatto il servizio militare nel Caucaso proprio nel periodo del crollo dell’Unione Sovietica e là ha conosciuto tutto l’orrore dei conflitti nazionali. Proprio questo è uno dei temi principali dei suoi romanzi e racconti. Il primo racconto che ha scritto parla di un uomo tornato dalla Cecenia. Il primo romanzo, intitolato “Apsny abuket” (Il bouquet dell’Abchazia), racconta il conflitto tra Georgia e Abchazia. Nel 2004, ha pubblicato il secondo romanzo “Tam, pri rekach Vavilona” (Lì, sui fiumi di Babilonia[14]). Nel romanzo Bez puti-sleda [Senza sentiero né via] lo scrittore attinge a piene mani dalla propria biografia. Il protagonista è un ragazzo russo nato in Georgia. Sia lo scrittore che il protagonista hanno un leggero accento, ma nelle loro vene non scorre nemmeno un goccio del sangue georgiano. Entrambi trovandosi in un ambiente estraneo si sentono di essere al centro di Babele – una confusione di lingue e tradizioni. Rispondendo alla domanda di una giornalista che lo interrogava sul perché avesse scelto il tema del conflitto tra nazioni ora che non era più una novità, e che, addirittura, quella di scrivere sul Caucaso e sulla Cecenia fosse diventata una moda, Denis obietta: dubito che qualcuno si accinga a scrivere su questi argomenti per accontentare il pubblico di massa. Perché la guerra e i conflitti nazionali non sono un tema commerciale. Alla maggior parte dei lettori serve un’improbabile sparatoria, dove il nemico è annientato e il protagonista già sta sbottonando la camicetta sul petto di una bionda tutta fuoco. Dolore e miseria in fin dei conti non interessano a nessuno. Oggi la società è abituata a vedere la miseria come qualcosa di astratto e il dolore per la maggior parte delle persone è virtuale. Bisogna costringere il lettore a compartecipare a un dolore vero. […] perché non urli tra un bicchiere e l’altro ai “nostri ragazzi in Cecenia”, al “grande paese”, a quelli che “Stalin ha fatto bene a deportare”. […] Finché noi non accettiamo la verità, della quale non spetta a me di parlare – sono soltanto un segugio che segue le sue tracce – continueremo a girare in tondo e a parlare di comunismo e di prodotto interno lordo raddoppiato. Nelle zone di conflitto invece la verità è messa a nudo” [15]. Il protagonista del romanzo, Mitja Vakula, è nato a Tbilisi, ha fatto il militare nel Caucaso, si è trasferito a Rostov-sul-Don dove si è laureato, si è sposato e si è fatto degli amici. Ma la vita non è andata come sperava: la moglie con il figlio si erano trasferiti all’estero, e, abbandonati gli studi universitari, l’eroe si ritrova a fare il guardiano notturno in una banca, tentando di ottenere un passaporto russo. Come sopravvivere qui, in un paese così diverso? Conservare la propria diversità oppure nasconderla? E come accettare la patria dei propri genitori così diversa da come l’aveva sognata – come passare dalle strade soleggiate di Tbilisi a vie anguste tra ubriachi e imprecazioni, dove a nessuno importa niente di te? Ma ormai non può tornare indietro e ora deve ottenere il passaporto russo. Seguono lunghe ore di fila davanti agli uffici. La nuova patria non vuole accettare un altro immigrato come cittadino. La parola ‘patria’ oggi non commuove nessuno. Come se non ce ne fosse più bisogno: vivi come vuoi e dove vuoi. Ma per Denis questo tema appare molto attuale, da cui dipende la vita stessa del protagonista. L’uomo non può vivere senza le proprie radici, senza lasciare una traccia di sé. Mitja vaga tra le vie di Rostov ricordando il proprio arrivo in questa città, l’università, le nozze, la nascita del figlio Vanja, la partenza della moglie con il nuovo marito e con il figlio in Norvegia. “Lui, laureato, colto e intelligente trova un lavoro come guardiano notturno in una banca – a “fissare i monitor” e ad aprire le porte ai superiori. E così per dieci lunghi anni. Quegli anni in cui gli uomini dovrebbero sudare sette camicie per conquistarsi il posto nella società, fare guerre oppure creare – persino morire, per una causa. Trascorre da escluso questi lunghi anni superflui, tutti uguali che in sostanza possono essere raccontati descrivendone un giorno qualsiasi. “Il romanzo di Guckò – nota la scrittrice Marija Skrjagina - mi ha ricordato La conversazione nella «Catedral» di Mario Vargas Llosa: quando qualcosa succede alla tua patria, anche la tua personalità comincia a disgregarsi, ci vogliono forza e volontà per resistere all’impeto e mantenersi integri. La nuova realtà lo investe, e ogni volta, quando bisogna agire, opporre resistenza e mostrare carattere, Mitja si nasconde nel mondo oscuro dei suoi pensieri tra i lampioni offuscati dalla nebbia. Eppure la rottura avviene. […] l’eroe compie un’azione – riconosce di aver tradito il paese e se stesso, […] accettando passivamente tutto così com’è. «La felicità, quando ebbe capito che avrebbe dovuto lottare per essa, smise di interessarlo. E lui si nascose lì, dove si nascondono sempre i deboli, che sono in cerca non di vittoria, ma di consolazione. Perché altrimenti, se avesse avuto qualcosa per cui lottare, avrebbe accettato di vivere così come gli hanno comandato»”[16] Mitja non riesce proprio a mettere radici. Lo disgustano la propria stanchezza, le debolezze altrui, l’ambiente, la burocrazia, gli inganni spiccioli. Può ben essere iscritto nel novero degli “uomini superflui”. Ma rispetto ai suoi numerosi prototipi, Mitja non ha alcun tratto che lo rende particolare: non ha il demonismo di Pečorin, né il fascino di Oblomov, né il raffinato egoismo di Onegin. Flaccida sagoma di un perdente si trascina da una pagina all’altra e lascia il lettore in disappunto: non si ha nessun desiderio di compatirlo o di comprenderlo. Anche l’aspetto di Mitja non presenta niente di eccezionale, è mediocre: lo scrittore non perde tempo nemmeno a descriverlo. Sarà poco più generoso con gli altri personaggi per l’aspetto dei quali spenderà qualche raro aggettivo. Per questo il romanzo è come se fosse “cieco”. Gli eroi sono come ombre che acquistano corporeità quasi per distrazione dell’autore. Però questo romanzo ‘suona’. Sin dalle prime parole i tamburi bubbolano, l’aria risuona a ritmo dei tamburi, i vetri “esplodono”, le ruote, i letti e i pavimenti scricchiolano, la compagna di Mitja canta i blues. Da ogni buon libro è possibile trarre un insegnamento. Denis ha descritto il mondo degli schiavi. Mitja è inerte. Ma ogni uomo è predestinato a essere libero. Sotto la coltre dei problemi quotidiani, politici o sociali si terrà sempre alta la fiamma della libertà, sempre viva quella luce che aiuterà l’uomo a trasformarsi. Stiamo costruendo una nuova Torre di Babele. Dove ci porterà questo?

Note

[1]Hiawatha è un eroe indios del sec. XVI. L’autore si riferisce all’eroe di The Song of Hiawatha di Henry Wadsworth Longfellow. Il libro è stato reso molto popolare in Russia dalla traduzione in versi liberi di Ivan Bunin. [2]Dal 1997 al 2003 venne effettuata la sostituzione dei passaporti sovietici con quelli nuovi, russi. [3]Residenza (propiska) — la registrazione sul passaporto del luogo di residenza – era un sistema statale di controllo sulla mobilità della popolazione, formatasi nell’URSS. Il suo principio base consisteva nel creare un legame rigido tra il cittadino e il suo luogo di residenza. La prassi di propiska richiedeva il rilascio del permesso da parte delle autorità locali per ottenere, appunto, la residenza, il lavoro, l’acquisto dell’abitazione e il permesso di studio. Prima del 1997 nell’area sovietica esisteva un unico passaporto che conteneva le indicazioni precise sul luogo della residenza del suo proprietario. Con il crollo dell’Unione Sovietica avvenne la separazione delle repubbliche che ne facevano parte, e molti cittadini di nazionalità russa si ritrovarono in terra straniera in un ambiente poco “amichevole”, a volte persino ostile, in mezzo alla gente che addossava loro le colpe per i patimenti subiti durante il regime. Maggior parte di loro decise di tornare in Russia ma con la legge sulla cittadinanza russa del 28 novembre 1991 coloro che non avevano la residenza fissa nella Federazione Russa dal 6 febbraio 1992 venivano considerate persone non aventi la cittadinanza russa. È proprio quello che succede a Mitja: pur avendo entrambi i genitori russi, lui era nato e cresciuto in Georgia, un’ex repubblica sovietica, la quale lui deve lasciare per tornare nella terra dei genitori; ma per via dei problemi burocratici non riesce a ottenere il passaporto russo. [4]La “registrazione” è il registro del luogo di residenza. È stata introdotta nella Federazione Russa dall’1 ottobre 1993 in luogo di propiska. La principale differenza con quest’ultima consiste nel fatto che la “registrazione” è collegata a una determinata abitazione, e non più a una località. [5]Nicoloz Baratašvili, un poeta georgiano (1817-1844). [6]Si tratta degli avvenimenti tragici nel 1989. Nella notte tra l’8 e il 9 aprile centinaia (secondo alcune fonti, migliaia) di dimostranti, capeggiati dalle forze nazionalistiche, si raccolsero davanti al Palazzo di Governo sulla piazza centrale di Tbilisi chiedendo di abolire il potere sovietico, cacciare via i russi dalla Georgia, liquidare autonomie entro il territorio georgiano. I dimostranti furono dispersi coll’aiuto delle forze armate che non esitarono a utilizzare i lacrimogeni. Morirono decine di persone e centinaia furono ferite. [7]”Molokani” s. m. pl. [dal russo molokane, der. di moloko “latte”] – setta religiosa sorta in Russia nella seconda metà del XVI sec.: non ammetteva il sacrificio eucaristico né il culto dei santi. Così nominata in quanto durante la Quaresima faceva del latte il proprio solo nutrimento (al contrario degli ortodossi che non consumavano i latticini in quel periodo del calendario liturgico) – a indicare simbolicamente che la loro dottrina era il latte spirituale di cui parla Paolo nella prima lettera ai Corinzi 3, 2. [8]Seljodka sono aringhe salate, usate per accompagnare vodka. [9]Il nome di Lusja e Luska prima e dopo sono rispettivamente il diminutivo e il vezzeggiativo di Ljuda. [10] “Esli u vas netu tjoti” (“Se non avete una zia” parole di A. Aronov, musica di M. Tariverdiev) è una canzone resa molto famosa da un popolarissimo film di Eldar Rjazanov Ironija sudby (“Ironia del destino”) che tuttora si trasmette per tradizione nella notte di Capodanno. [11]Si tratta di una palese ironia per un lettore russo. Infatti, la ragazza dicendo che il vicino “colleziona” bottiglie intende che lui prima le beve e poi le porta a uno dei numerosi punti di raccolta di vetro, dove riceve in cambio pochi spiccioli. [12]Il carismatico Zviad Gamsachurdia guidò le manifestazioni per l’indipendenza alla fine degli anni ottanta e nel 1990 fu eletto Presidente del Consiglio Supremo della Georgia. Quando nel 1991 si tenne un referendum sull’indipendenza, una schiacciante maggioranza votò a favore. Gamsachurdia fu eletto presidente poco dopo, con oltre l’80 per cento dei voti. Gamsachurdia sarà deposto con un golpe di palazzo e da una ribellione armata popolare ai primi di gennaio 1992, dopo avere soppresso le principali libertà e, con una politica demagogica, messa in ginocchio l'economia del paese. Fuggito dal paese, troverà prima riparo in Armenia e poi in Cecenia. [13]“Premio Booker” russo è stato istituito nel 1991 da una prima Fondazione premio non governativa in Russia dopo il 1917 г. Viene assegnato ogni anno al miglior romanzo in lingua russa ed è diventato il premio letterario più prestigioso del Paese. [14]Nome del libro è tratto dal Salmo 136 (“Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion”.) [15]Giornale online "Kultura-Portal" (Portale di Cultura). №36 (7495) http://www.kultura-portal.ru/ [16]Scrittrice Maria Skrjagina http://www.mary-mary.by.ru/guzko.html

©inTRAlinea & Joulia Vilkeeva (2010).
"Senza una traccia di via". Translation from the work of Denis Guzko.
This translation can be freely reproduced under Creative Commons License.
Stable URL: http://www.intralinea.org/translations/item/1021

Go to top of page