Della traduzione. Storia, scienza, professione

Laura Salmon (2003)

Vallardi: Milano, pp. 290, € 11,50

Reviewed by: Marcello Soffritti

L’impianto generale

Dopo un capitolo introduttivo, la traduzione viene esplorata con l’aiuto di diversi accostamenti, pensati e organizzati in modo da offrire un percorso organico. Nel libro incontriamo quindi nell’ordine: 1. sacralità, mistica e ideologia (la teoria tra religione ed estetica); 2. storia, epistemologia e ricerca (la traduttologia e la scienza); 3. deontologia e professione (il traduttore e il mercato); 4. progetto, competenze ed addestramento (tecnica e mestiere). All’interno di ogni binomio/capitolo, poi, ci sono ulteriori suddivisioni. Anche se nessuno di questi binomi è inedito, Laura Salmon li affronta mirando sia ad aggiornare, sia ad innovare, sia a sistematizzare. E lo fa con un ottimo stile: non ci sono astrusità o fumosità, i termini più specialistici vengono sistematicamente spiegati, molti esempi ci illustrano concretamente il ragionamento. In questo modo ci si rende conto facilmente se da qualche parte il ragionamento è controverso o criticabile [1]. Si percepisce nel libro il vincolo, forse imposto dall’editore, di discutere prevalentemente opere (critiche e scientifiche) accessibili in traduzione italiana. Di 227 opere indicate in bibliografia, infatti, almeno 132 sono pubblicate in italiano. E qui sta uno dei limiti all’aggiornamento e all’innovatività, considerando che la ricezione della letteratura traduttologica in Italia è lenta e selettiva. Un altro limite è imposto dalla non sempre accettabile qualità delle traduzioni italiane stesse (senza ovviamente che Laura Salmon ne sia direttamente responsabile): mi riferisco a diversi particolari importanti nei testi di Schleiermacher e Benjamin, che escono piuttosto malconci e mal comprensibili dalla penna dei traduttori.

I punti centrali

A confronto con le ultime monografie pubblicate in Italia, sono evidenti alcuni punti forti (nel senso che l’autrice li approfondisce con impegno particolare). Il collegamento fra la traduzione e le scienze cognitive, per esempio, è seriamente approfondito e persino troppo allargato. Il richiamo all’ordine (in senso epistemologico) è sacrosanto, e consente anche di distribuire con maggiore equità lodi e rimproveri ad un bel po’ di traduttologi. Il discorso sulla dimensione a-scientifica e irrazionale di numerose posizioni della traduttologia si riallaccia benissimo alla presenza di spunti sacrali, mistici e ideologici, e allo stesso tempo contribuisce a dare il giusto rilievo ai momenti emotivi del tradurre. Anche le considerazioni su etica e deontologia sono in gran parte convincenti e ottimamente articolate. Tutto bene, quindi, se non fosse per i memi (tra parentesi, è un vero peccato che Laura Salmon non abbia approfondito gli spunti memo-traduttologici di Chesterman (1997, e si sia limitata alle ben più rudimentali considerazioni di Vermeer 1997). Il libro è infatti portatore (abbastanza sano) di tre memi traduttologici che rischiano di passare inosservati anche in ambienti solitamente molto critici, con il rischio di far morire prematuramente la discussione sul mestiere, la responsabilità, i processi mentali e i meccanismi della formazione.

Ecco i memi (da me) incriminati:

· Per parlare di traduzione basta in sostanza parlare di traduzione letteraria/editoriale (MEMTRAD1).

· Il traduttore lavora e si gestisce fondamentalmente da solo (MEMTRAD2).

· I processi traduttivi sono essenzialmente processi che si svolgono nella mente di una sola persona, in un unico giro di decisioni (MEMTRAD3).

Qualche memopatologo ritiene poi che da frammenti di MEMTRAD2 e MEMTRAD3 si possa sintetizzare MEMTRAD4 (La traduzione assistita non è rilevante per la competenza del traduttore). Chi si becca uno di questi memi non sempre se ne accorge. L’infezione generalmente cronica, è anche dura da eliminare, perché alcuni segmenti di memi possono presentarsi per così dire come retromemi, cioè in qualche modo annidati uno dietro o dentro l’altro. Ora cercherò di illustrare – per binomi – i reperti più significativi. Chi traduce meglio i sonetti? (MEMTRAD1: Per parlare di traduzione basta in sostanza parlare di traduzione letteraria/editoriale)

In metafora, se parlare è passeggiare, scrivere un racconto è una corsa, scrivere un sonetto è una corsa ad ostacoli, tradurre un sonetto è una corsa ad ostacoli con i piedi legati (217).

Godiamoci ancora un po’ l’abuso delle metafore: il senso comune ci dice che la traduzione letteraria sta alla traduzione tout court come la danza classica sta alle attività motorie del corpo umano o gli scacchi stanno alla strategia bellica. Quindi, impostare una monografia di teoria della traduzione su racconti e sonetti è come Barishnikov che insegna educazione fisica o Kasparov al corso di addestramento delle reclute. Entrambi ne sanno troppo di troppo poco, e alla fine ricadono sempre lì. Passano le maggior parte del loro tempo alla sbarra o alla scacchiera, e se hanno accettato di insegnare queste cose sono sicuri che la loro specialità vada bene, per doverosa estensione, anche per le corrispondenti macro-aree. Barishnikov o Kasparov avranno poi senz’altro qualche problema nell’applicazione del metodo Stanislavski: “tradurre la lingua dei tagliatori di teste significa aver imparato a mutarsi mentalmente in un tagliatore di teste, convertendo non solo una scala di valori astratta, ma un’esperienza psicomentale” (p. 219). Ma forse per i sonetti ci sono diversi livelli di prestazione traduttiva: “Se si confronta il rapporto tempo/qualità ottenuto da un traduttore-interprete professionista (supponiamo un dipendente del Servizio di Traduzione della Comunità Europea) con quello ottenuto da un dilettante, ci si convincerà facilmente che, dati cento testi diversi e dato un tempo x, il professionista li tradurrà meglio tutti e cento (compresi romanzi e sonetti)” (p. 216).

Sappiamo che il professionista è quello dichiarato tale dalla EU (o quello che ha imparato a tagliare le teste), ma il dilettante? Fino a questo momento il dilettante è identificabile solo circolarmente: è quello che traduce – se non ha abbastanza tempo – peggio del professionista. Comunque: il professionista traduce meglio i sonetti anche se – o forse poiché – ha avuto un addestramento per i servizi EU, notoriamente privi di analogia con la traduzione letteraria/editoriale. Una constatazione significativa ed allarmante per chi incentra il discorso sulla traduzione letteraria/editoriale. L’allarme però non scatta come si deve, e la questione non viene approfondita. Del resto, il problema è affiorato solo marginalmente, e comunque solo a p. 216 di una trattazione che finisce a p. 243 (il resto sono note e bibliografia). Epistemologicamente parlando, un discorso accettabile deve coprire il tema che è stato dichiarato. Se il tema è omogeneo, non ci sono problemi nel concentrarsi su settori più o meno ristretti. Quindi, per impostare un discorso corretto, nel nostro caso bisognerebbe dichiarare esplicitamente quanto segue: “Secondo me, tutto quello che si può affermare sulla traduzione letteraria/editoriale vale automaticamente per ogni altra sorta di traduzione. La traduzione letteraria/editoriale è la traduzione”. Eco (2003: 19) in qualche modo lo dichiara, ma con una certa noncuranza: “siccome parto da esperienze personali è chiaro che l’argomento che mi interessa è la traduzione propriamente detta, quella che si pratica nelle case editrici” [corsivo di U.E.]. Qui il discorso epistemologico è ovviamente già impostato con un subdolo tentativo di normalizzazione terminologica: tutto il resto non dovrebbe chiamarsi traduzione. Ma chi ha stabilito i confini del “propriamente detto” in questo caso? E se Barishnikov dicesse: “Quello che mi interessa è l’educazione fisica propriamente detta, cioè il balletto”? Chi traduce in compagnia … (MEMTRAD1 + MEMTRAD2: Il traduttore lavora e si gestisce fondamentalmente da solo) Laura Salmon non lo dichiara direttamente, ma imposta il suo discorso allo stesso modo, senza particolari incertezze.

La storia, l’ideologia e la teoria della traduzione gravitano intorno a riferimenti letterari e filosofici, con i relativi prototipi, archetipi e stereotipi. Anche il suo discorso sui testi è regolato sui testi letterari, sulla comunicazione scritta istituzionalizzata dagli editori, e su imprese di rilievo culturale da secoli ancorate all’autorialità. Le deviazioni da questa linea sono puramente occasionali, e non stanno certo in primo piano. Mi pare di trovarne una quando parla di “altre” applicazioni dell’attività traduttiva: “Nei tre ambiti della traduzione per lo spettacolo […] le considerazioni teoriche necessarie alla realizzazione di un prodotto che funzioni sono diverse, poiché variano ruoli e le competenze di dialogisti, parolieri, esecutori, registi, attori, cantautori. La comprensione delle differenze tipologiche tra gli interventi aiuta a comprendere some sia possibile trasformare in qualità gli sforzi congiunti degli esperti del settore” (p. 187). Come ho detto, è però solo una deviazione occasionale e rapidamente riassorbita. Non riusciremmo infatti a trovare nel libro una convinta conferma del fatto che ci sono molti altri campi in cui il tradurre (e il traduttore) interagisce con diversi pacchetti di competenze specialistiche e professionali. Peccato, perché a questo punto il discorso epistemologico poteva farsi ancora più interessante, ma MEMTRAD2 ha colpito molto duramente.

Citiamo la traduzione dei Settanta e non ci chiediamo nemmeno come si siano distribuiti il lavoro. Traduttori, progetti e competenze (MEMTRAD2 + MEMTRAD3 I processi traduttivi sono essenzialmente processi che si svolgono nella mente di una sola persona, in un unico giro di decisioni) MEMTRAD2 ha allentato la sua morsa in pochi brani, fra cui questo: “Chi traduce per diletto e non per professione (perché guadagna in altro modo) e chi ha amici ben disposti, ha inevitabilmente con la deontologia e con il mercato un rapporto anomalo. Il “normale” traduttore professionista è al servizio (e in balia) del patrono, il quale, a sua volta, è assoggettato al mercato, che è l’interfaccia della pubblicità, della moda, dell’emulazione” (p. 176). Si intravede infatti persino la possibilità che il lavoro venga organizzato da fattori esterni al traduttore, e di qui si potrebbe azzardare anche il passo verso la scoperta del progetto traduttivo inteso come collaborazione di diversi specialisti, distribuiti magari non solo nello spazio, ma anche nel tempo e in diverse fasi, utilizzo razionale di risorse e strumenti, verifica della qualità, ecc. MEMTRAD2 è però una brutta bestia, e riconduce immediatamente il discorso alla logica dell’uno contro tutti, intendendo con “tutti” sia gli editori a cui proporre una traduzione letteraria/culturale, sia i concorrenti/traduttori. E quando si parla di progetto (pp. 197 – 213), entra in gioco MEMTRAD3, che lascia sopravvivere solo il progetto di un singolo: l’interprete simultaneo, il traduttore brillante che applica fulmineamente una serie di automatismi, il traduttore letterario editoriale alle prese con un ventaglio di alternative, come Attualizzazione o storicizzazione del testo Omologazione e straniamento Compensazione, spostamento, esplicitazione Ibridazione.

MEMTRAD3 distrugge qui ogni traccia di raccordo con un lavoro di squadra o con un apparato non rudimentale di risorse esterne al Soggetto Traducente. Se ne parlerà solo, molto in fretta, nelle ultime pagine del libro, dedicate alla formazione. Traduzione automatica e assistita (MEMTRAD3 + MEMTRAD4: La traduzione assistita non è rilevante per la competenza del traduttore) Che la traduzione automatica sia una sfida impossibile è più di un mema (o meme, se vogliamo). E’ un dato empiricamente e storicamente assodato. Qualsiasi capitolo sulla traduzione automatica è quindi la constatazione e la ricostruzione di un fallimento. Però abbiamo ancora in mano i cocci, o meglio un notevole magazzino di strumenti interessanti tutt’altro che in disuso. Con questi si è messa in piedi la traduzione assistita, e in particolare la componente di documentazione enciclopedica, la componente terminologica, le tecniche di analisi quantitativa dei testi, le memorie traduttive, una serie di strumenti lessicografici, la gestione dei processi, ecc. E’ un modo del tutto nuovo di tradurre, ancora abbastanza ignoto ai grandi editori, ma adottato in maniera massiccia nella maggior parte delle imprese e delle agenzie, e in via di assorbimento persino nel mondo della formazione accademica. Per la metodologia del tradurre ne derivano conseguenze vaste e profonde, che la ricerca internazionale ha affrontato finora solo in parte. Alla ricostruzione del fallimento della traduzione automatica il libro dedica dieci pagine, in una posizione di rilievo all’inizio del terzo capitolo (pp. 99 – 109). La traduzione assistita, che meriterebbe una discussione molto articolata e un inquadramento sullo stesso piano dei fondamenti principali, viene invece sistemata con poche e sbrigative considerazioni fra p. 241 e p. 242, cioè una pagina prima della fine dell’ultimo capitolo. Nel contesto memologico MEMTRAD4 non è riuscito ad annidarsi però nell’icona di Kasparov: almeno lui ha saputo sfruttare e incrementare l’assistenza dei computer, dei programmi appositamente concepiti per gli scacchi e delle banche dati in cui rintracciare le soluzioni già trovate da altri.

Bibliografia

Chesterman (1997): Andrew Chesterman, Memes of Translation: The Spread of Ideas in Translation Theory (Benjamin's Translation Library, Vol 22). Amsterdam, Benjamins.

Eco (2003): Umberto Eco, Dire quasi la stessa cosa. Milano, Bompiani. Vermeer (1997): Hans-J. Vermeer, "Translation and the 'Meme'", in: Target 9.1, 155-166

Note

[1] Ecco per esempio un punto in cui evidentemente il discorso non fila: “Nella letteratura sulla traduzione, il termine etica viene spesso considerato sinonimo del termine deontologia (in lingua inglese, poi, il secondo termine non si usa quasi mai e viene sostituito dal primo)” (p. 165). In realtà, neppure il termine etica in inglese si usa molto, per la buona ragione che si tratta di una parola italiana. Ma esprimersi così in una monografia sulla teoria della traduzione significa anche suggerire al lettore: puoi parlare tranquillamente di ethics usando il termine italiano etica – salvo qualche leggero scompenso a causa di una deplorevole genericità della lingua inglese. E cosa succederebbe se i nostri lettori dovessero tradurre in inglese le suddette osservazioni su etica e deontologia? “Per prima cosa, dunque, il traduttore deve imparare che, quando traduce, moltissime cose “giuste” non funzionano o funzionano male perché dicono qualcos’altro” (p. 223).

©inTRAlinea & Marcello Soffritti (2004).
[Review] "Della traduzione. Storia, scienza, professione", inTRAlinea Vol. 7
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