La traduzione e la lettera in psicoanalisi

By Luisella Mambrini (Istituto Freudiano, Rome)

Abstract & Keywords

English:

Translation is an integral part of the very concept of the unconscious. The unconscious interprets, it translates in the sense that its formations, dreams, slips of the tongue, and so on allude to the desire of the subject; we can say that they interpret it in a wild way. But on closer inspection, there are two languages that interest a subject, the one s/he uses and the one from which s/he is introduced into the language s/he speaks: one’s mother tongue or lalangue. Between the two a porous space opens in relation to which the psychoanalyst listens so as to isolate the letter as an out-of-chain signifier, the origin of one’s affects and symptoms. If with neurosis, during analysis, it is a question of making the unspeakable lalangue resonate in public language, with psychosis the reverse is the case; the most private use of language passes into public language. To this end, it may be appropriate to open up to a double translation, that is, one that is socially accepted as the most suitable for supporting the subject in the social sphere and one that is private, restricted to the analytic space.

Italian:

La traduzione è di fatto compresa nel concetto stesso di inconscio; l’inconscio interpreta, traduce nel senso che le sue formazioni, sogni, lapsus e quant’altro alludono al desiderio del soggetto, si può dire che lo interpretano in modo selvaggio. Ma a ben vedere due sono le lingue che interessano un soggetto, quella di cui si avvale e quella a partire dalla quale si è introdotto nella lingua che parla, la lingua materna o lalangue . Tra le due si apre uno spazio poroso rispetto al quale uno psicoanalista si appresta ad un ascolto che punta a isolare la lettera come significante fuori catena, all’origine degli affetti e dei sintomi. Se nella nevrosi in una esperienza analitica si tratta di far risuonare nella lingua pubblica l’indicibile de lalangue, nella psicosi si tratta del processo inverso, che l’uso più privato della lingua passi nella lingua pubblica. A questo fine può essere opportuno aprire ad una doppia traduzione e cioè quella socialmente accettata come la più idonea a sostenere il soggetto nel legame sociale e quella privata, ristretta allo spazio analitico.

Keywords: psicoanalisi, lettera, interpretazione, lalingua, psychoanalysis, letter, interpretation, lalangue

©inTRAlinea & Luisella Mambrini (2021).
"La traduzione e la lettera in psicoanalisi"
inTRAlinea Special Issue: Space in Translation
Edited by: Lucia Quaquarelli, Licia Reggiani & Marc Silver
This article can be freely reproduced under Creative Commons License.
Stable URL: https://www.intralinea.org/specials/article/2572

La traduzione e l’inconscio

Il soggetto che parla in una esperienza analitica appare determinato almeno da due lingue, la lingua di cui si avvale nella comunicazione e quella a partire dalla quale si è introdotto nella lingua che parla e cioè la lingua materna. Tra le due uno spazio, un confine poroso e mobile rispetto al quale uno psicoanalista si appresta ad un ascolto che punta alla matrice materiale della lettera, ascolto che è in qualche modo anche traduzione.

La questione della traduzione accompagna la clinica psicoanalitica e la sua trasmissione fin dai primi testi di Freud (1980). Si può dire che la psicoanalisi è di fatti incentrata sul problema della traduzione sia come traduzione-cifratura che avviene nell’inconscio sia come traduzione-interpretazione nella clinica, anche se spesso questo dato non viene riconosciuto come tale.

Vorrei, a questo proposito, riflettere su quello che può essere l’apporto della psicoanalisi ad un intendimento della traduzione, a partire dal pensiero e dall’opera di Jacques Lacan. 

Diciamo che in prima battuta l‘inconscio è un lavoro di cifratura, è una traduzione sul piano significante di dati che appartengono ad un altro registro e cioè la trasformazione della traccia causata dall’impatto di un evento percepito in fatto psichico, ma è anche la traduzione del rimosso, il suo ritorno in modo cifrato nelle formazioni di carattere teorico-linguistico dell’inconscio, lapsus, atti mancati, sintomi.

Ogni formazione dell’inconscio cifra qualcosa in vista della jouissance, del godimento, intendendo per godimento ciò che caratterizza la pulsionalità umana, un insieme di pulsione di vita e di morte, qualcosa segnato dall’eccesso, che non risponde al principio di piacere. L’entrata nel linguaggio abolisce infatti tutto quello che sarebbe del registro della istintualità e fa entrare i soggetti in una economia della soddisfazione in perdita, segnata dallo spreco e dalla dispersione, segnata da una irrisolvibile privazione del bene.

Quindi ogni formazione dell’inconscio così come il sintomo, come sostenuto da Freud, rappresenta di fatto un compromesso tra la soddisfazione interdetta, quella della istintualità piena che il soggetto può solo immaginare e quella che ne può recuperare come sopravvissuta alla interdizione.

Il godimento non sta solo nel cifrato, nelle formazioni dell’inconscio, ma si rinviene nel suo stesso compiersi, dice Lacan: “è una traduzione in cui si dimostra che il godimento sta propriamente nei passaggi logici” (2013:510) e cioè nel lavoro di cifratura di una dimensione significante pura, nella combinazione e trasformazione del significante. Dunque, il lavoro di cifratura che si compie nell’inconscio è una macchina cifrante che vuole solo cifrare, che non serve a comunicare perché è dell’ordine del godimento, godimento che dunque non è eccentrico al linguaggio ma all’interno.

Per cogliere questo aspetto e cioè la coalescenza tra significante e godimento è opportuno partire da quello che Lacan indicava con il neologismo lalangue, (tutto attaccato). Scrivere con una sola parola fa già intravedere come il linguaggio e le sue categorie sono di fatto per Lacan il frutto di una costruzione su lalangue. Il linguaggio viene dopo, è una costruzione su di essa ed è il legame sociale che le presta quelle proprietà comuni che hanno portata universalizzante.

Lalangue è una dimensione preliminare al linguaggio, la parola prima di essere ordinata dal punto di vista grammaticale e lessicografico, ed è ben rappresentata dalla lingua materna che è di fatto attraversata da una pluralità di lingue in quanto deposito di quello che si è cristallizzato nell’esperienza dei detti e negli intervalli tra i detti nel corso delle generazioni precedenti. Lingua materna che è pura materia sonora, sciame, ronzio, mormorio, la materialità sonora delle parole prima che acquisiscano un senso, aperta fin dalle prime ricezioni al malinteso, che si deposita nel corpo di ciascun individuo come gocce di godimento marchiando il vivente, traducendosi in una dimensione corporale, determinando la formazione degli affetti e dei sintomi.

C’è solidarietà tra lalangue e la dimensione degli affetti, è infatti da lalangue e non da una supposta vita naturale del corpo che procede l’animazione del corpo stesso. Lalangue non serve dunque alla comunicazione ma al godimento.

Il godimento in gioco ne lalangue è una prima risposta a quello che è il reale per Lacan, e cioè la realtà non setacciata, quella al di qua dell’operazione di soggettivazione, alla quale il soggetto è confrontato. Se il traduttore è sempre con le spalle al muro rispetto al senso da scegliere e da restituire, così il soggetto nell’incontro contingente con lalangue non si limita a rifletterla, ma sceglie, sceglie nel senso che consente, anche se in modo insondabile alla traccia di godimento che questa veicola. Questo consenso, questa risposta non è già là, prima che il soggetto sia immerso ne lalangue, ma si produce nel l’incontro con essa ed è una risposta che segna il primo costituirsi del soggetto nel movimento di separazione dall’Altro.

A questo incontro contingente e originario con lalangue, Lacan, nell’ultima parte del suo insegnamento, attribuirà lo statuto di lettera. In un tempo precedente Lacan offrirà la definizione di lettera come “il supporto materiale che il discorso concreto prende dal linguaggio” (1974: 490), vale a dire che la lettera come supporto permette nel discorso di chi effettua una esperienza psicoanalitica lo scivolamento infinito delle significazioni attraverso i meccanismi della metafora e della metonimia. L’inconscio, ben lontano dall’immagine dell’inconscio memoria, serbatoio, in una versione essenzialista, si articola concretamente nel discorso del soggetto e opera attraverso gli stessi meccanismi di metafora e metonimia. Lacan giungerà in un secondo momento ad accentuare lo statuto non più simbolico ma reale della lettera affermando che “La scrittura, la lettera è nel reale e il significante nel simbolico” (210:113). La lettera può allora essere pensata come un significante fuori catena, un significante tagliato nel suo rinvio ad altro significante, inidoneo alla produzione della significazione ma ridotto alla sua funzione di oggetto, con valore di godimento. La lettera in questa accezione appare collocata in una sorta di litorale (Lacan 2010:107) tra due domini estranei l’uno all’altra, di una eterogeneità radicale, il sapere e il godimento, il simbolico e il reale, domini che non hanno niente in comune, come succede tra il mare e la spiaggia, ma che sono in continuità; è infatti in virtù della lettera che il reale entra nel simbolico e che, all’inverso, riusciremo ad articolare qualcosa del reale.

Per quel che riguarda il registro simbolico si può dire che la lettera per Lacan non è l’impronta, l’impressione di una traccia primaria che il senso cercherebbe invano di raggiungere come invece è per Derrida, ma è piuttosto il solco scavato dall’impronta, quel che si dice tra le linee, il fuori senso, la traccia del vuoto al cuore del significante. Vuoto che si introduce ad esempio nell’uso della lingua grazie all’impiego del fuori senso nel gioco infantile.

Lettera che in quanto vuoto e bordo di un buco è propizia ad accogliere il godimento, lo convoca, lo “invoca” (Lacan 2010:116) come qualcosa che possa colmare quel vuoto. È infatti questo l’altro registro della lettera, quello reale, in quanto designa il luogo del godimento, l’abito della sostanza godente del soggetto sopravvissuta alla perdita originaria causata dall’ingresso nel linguaggio, un resto refrattario alla simbolizzazione che è alla base, è la causa della formazione dei sintomi e degli affetti. Il godimento in gioco irrompe logicamente prima del linguaggio che subentrerà solo in un secondo momento, per cui non c’è un nome che possa effettivamente definirlo, il colore sessuale della libido “è color-di-vuoto: sospeso nella luce di una beanza” (Lacan 1974: 855). Se però questo reale del godimento è intraducibile si può invece evocarlo passando attraverso i sembianti.

La lettera anima la cifratura dell’inconscio, lavora all’insaputa del soggetto che se ha dimenticato la lettera, la lettera non lo dimentica (Lacan 1974: 31), lavora incessantemente alla produzione delle formazioni dell’inconscio, rappresenta la cifra dello stile di godimento del soggetto, della sua grammatica pulsionale e in quanto tale occupa dunque una dimensione causale.

Lalangue e l’equivoco

Lalangue che si parla e da cui si è parlati è naturalmente singolare a ciascuno, una per ciascuno ed ha un legame profondo con l’equivoco, ed è lalangue a votare il linguaggio all’equivoco radicale.

Ogni lingua ha possibilità proprie rispetto all’equivoco che non sono possibili in altre lingue; ciò che può distinguere una lingua da un’altra è l’equivoco che può produrre; una lingua non è niente di più che “l’integrale degli equivoci che la sua storia vi ha lasciato persistere” (Lacan 1973: 488), sostiene Lacan, e cioè le potenzialità di equivoco che offre all’inconscio. Si può dire che è l’equivoco che da carne, sostanza alla lingua. 

Ed è nel confronto della lingua con la scrittura che può sorgere la dimensione dell’equivoco in particolare omofonico e dove si possono notare le zone in cui, nell’uso di una lingua, si producono le rotture, i vuoti, i fuori senso. La scrittura appare dunque essere un veicolo della dimensione dell’equivoco e di ciò che circola tra le linee del detto, di qualcosa che non arriva a dirsi ma che comunque si intende. Il discorso analitico è interessato alla parola sul versante dello scritto perché la parola verte sul senso mentre la scrittura raggiunge il non senso. In una esperienza analitica si tratta di andare al di là della parola, del senso e della significazione e di puntare, attraverso la traduzione-interpretazione alla materialità della scrittura come fuori senso, alla lettera di godimento.

Lacan non accoglie le teorie che sostengono il primato della scrittura rispetto al linguaggio perché cancellano la necessità di un soggetto parlante, cancellano gli effetti di soggetto; ritiene invece che la scrittura sia seconda, e intervenga a dare conto di quel che accade nel dire del linguaggio, ma al contempo, una volta insediata, il linguaggio ne risulti cambiato, riordinato con un effetto a posteriori. La scrittura scava cioè dei buchi nella continuità dei suoni de lalangue, crea delle cesure, dei varchi in cui si insinuano errori di linguaggio e formazioni dell’inconscio.

In una esperienza analitica non si tratta di ascoltare ma di leggere e leggere presuppone uno scritto; ci avvaliamo cioè della scrittura ogni volta che facciamo intendere al soggetto un equivoco che apre uno scarto tra parola e scritto; si dice uguale, si scrive diversamente!

Lacan ci offre un esempio a proposito della lingua francese dove deux (due) fa equivoco con d’eux (loro); sostiene a questo proposito come questo equivoco sembra conservare traccia di un “gioco dell’anima” (Lacan 1973: 489) nel senso che là dove all’interno di un rapporto amoroso si trattava di fare di “loro” due-insieme, l’equivoco rivela che “loro” sono condannati ad essere “due”, ad essere ognuno un Uno che non fa rapporto con l’altro.

Un altro neologismo è impiegato da Lacan, il motèrialisme, mot e materialisme, per evidenziare la materialità della propria lingua privata, la materialità del significante godente e non la semplice rappresentazione significante, al punto che Lacan giunge ad affermare che “tutto quello che non è fondato sulla materia è una truffa” (Lacan 1976: lezione del 14/12), e questo senza dimenticare che al centro del mòterialisme vi è un vuoto, un fuori senso.

È in questo motèrialisme che risiede la presa dell’Inconscio, inconscio che “abita” (Lacan 1973: 488) lalangue, che dunque può utilizzare il sapere che vi è messo in gioco, gli effetti provocati dalla sua presenza.

Quando il soggetto parla si può dire che è determinato almeno da due lingue; quella di cui si serve per veicolare le informazioni e quella a partire dalla quale si introduce nella lingua che parla. Lalangue, lungi dallo sparire quando il soggetto fa uso del linguaggio, resta presente e fa traccia degli equivoci significanti e dell’incontro del soggetto col godimento.

Ciascun soggetto ha cioè un modo particolare del tutto inconscio di servirsi della lingua comune per dire altro da quello che è ordinariamente supposto dire, parla senza saperlo la propria lingua e lo fa equivocando la lingua comune su diversi registri.

L’interpretazione

Si può dire che l’inconscio consiste proprio nello scarto tra quello che voglio dire e quello che dico, come se il significante deviasse dalla traiettoria del significato e interpretasse a modo suo quello che si vuol dire; la traduzione in quanto interpretazione è compresa nel concetto stesso di inconscio. È l’inconscio che interpreta, che cifra, che traduce, le sue formazioni sono già traduzioni implicite del desiderio del soggetto che le pone in essere. Sogno, lapsus, motto di spirito o sintomo sono cioè manifestazioni che dicono a metà, alludono, fanno risuonare il desiderio del soggetto, lo interpretano, si può dire, in modo non regolato, selvaggio (Miller 1996: 122).

Rappresenta una vera impasse il pensare l‘interpretazione esclusivamente dal lato dello psicoanalista perché questa viene eventualmente in seconda battuta prendendo lo spunto dalla interpretazione che l’inconscio fa già, o meglio, ponendosi al suo seguito.

Non solo, il termine di interpretazione anche se imprescindibile appare inadeguato perché troppo impregnato di senso dal momento che l’interpretazione non è interpretazione di senso, ma gioco sull’equivoco operando quando è possibile allo stesso tempo sui diversi registri omofonico, grammaticale e logico. Poiché ci sarà sempre una impossibilità a designare e a fare raggiungere in modo univoco una parola e la cosa, poiché al cuore della lingua c’è il vuoto della referenza, l’interpretazione che apre all’equivoco può prendere tutto il suo spazio.

Vorrei allora offrire un esempio traendolo da una seduta di analisi con Lacan. La paziente Susanne Hommel[1] racconta come in seduta portasse un sogno in cui continuava a svegliarsi alle cinque del mattino, l’ora in cui, associa, la Gestapo veniva a cercare gli ebrei a casa. Lacan si alzò dalla poltrona e, racconta, si avvicinò a lei per farle una carezza sulla guancia. La paziente testimonia di avere subito inteso la portata interpretativa di questo gesto, geste à peau, un gesto che con un po’ di forzatura fa risuonare l’equivoco omofonico, Gestapo / Geste à peau. Atto dell’analista che apre a ben altro di quello che si era fissato per lei in forza del significante Gestapo in una azione di aberrante crudeltà.

L’interpretazione, più che decifrazione, va allora intesa come una nuova cifratura nel senso che “decifrare è cifrare una altra volta” (Miller 1996: 123), ha cioè una portata creazionista, neologica.

Si tratta piuttosto di rivelazione, mostrare l’impossibile a dire, fare ascoltare ciò che è scritto, sforzo per mantenere l’equivoco al punto più elevato della sua incandescenza giocando sul cristallo de lalangue. Una interpretazione asemantica che non rinvia ad altro che all’opacità del godimento, che fa risuonare l’intraducibile, quel che non si traduce negli enunciati, né nel loro senso né nella loro forma. Se Lacan già nella prima parte del suo insegnamento aveva indicato il valore di risonanza della interpretazione nel far vibrare la dimensione che eccede la significazione, quella del senso, giunge in un secondo tempo a estendere l’ambito di operatività della risonanza al di là di tale registro affermando che si tratta di fare risuonare qualcos’altro rispetto al senso, dal momento che “Il senso risuona con l’aiuto del significante ma ciò non va lontano ed è piuttosto molle, ciò si tampona” (Miller 2010: 222)[2].

Una cura il cui processo è orientato dal senso rischia di virare all’interminabile, sempre altro senso si aggiunge al senso, dunque si può dire che paradossalmente l’efficacia di una cura “non va lontano” mentre si tratta non già di evacuare il senso ma di spingerlo ai suoi ultimi limiti puntando alla lettera che riveste la dimensione causale e rispetto alla quale il senso opera come velatura. Si tratta di ridurre l’inconscio come scritto alla sua espressione minimale. La psicoanalisi non è infatti una teoria a-causale come pretende la sua versione ermeneutica, infatti l’emergenza della lettera segna la fine logica di una esperienza psicoanalitica.

La psicoanalisi è attenta a quello che si dice tra gli intervalli significanti, di quello che non si può dire all’inizio fa una costruzione logica, attraverso l’equivocità radicale si tratta di giungere a isolare la lettera fuori senso che produce l’avvenimento di godimento all’origine degli affetti e dei sintomi, lo choc puro del linguaggio sul corpo. Leggere l’inconscio non è recensire gli usi di una lingua come fa il dizionario ma è lasciare apparire quel che la lettera racchiude di opacità, un dire fuori dal comune. Dei detriti depositati da “l’acqua del linguaggio” (Lacan 1987: 22), una volta che si siano rianimati, che si sia fatto risuonare l’intraducibile, la scommessa è che il soggetto possa farne un uso inedito.

Per quel che riguarda la interpretazione in caso di psicosi c’è da dire che lo psicotico appare un martire dell’inconscio, consegnato senza difese alle parole dell’Altro e alla infinità delle loro possibili significazioni, circondato da significanti isolati, slegati, che si presentano come enigma. Nella psicosi è infatti messo in questione il legame sociale che riunisce la singolarità de lalangue con l’elemento standardizzato. La cosa vuol dire tanto più che non si sa che cosa, meno significa più significa; il significante fino a che non è decifrato si preserva, una volta che sia decifrato cominciano le arguzie della decifrazione, lo slittamento continuo della significazione, le astuzie della retorica.

Là dove il significante non è decifrato, al posto del vuoto della significazione viene una certezza che ha la colorazione della minaccia, la minaccia è sempre quella di un significante in rilievo, che si indirizza al soggetto, che gli domanda, che vuole il male del soggetto.

Lo psicotico per il solo fatto di parlare sotto transfert può già mettere ordine in un universo di linguaggio frammentato.

L’esperienza enigmatica non si riduce agli enigmi della significazione ma riguarda anche il godimento che si impone a lui in modo non velato. Il corpo del soggetto diventa allora il luogo di un godimento non simbolizzabile. Si tratta per l’analista di localizzare il godimento che è alla deriva, e collocare un punto de lalangue che consenta di introdurre un arresto, una pausa che faccia scansione alla deriva del godimento.

In alcuni casi lo si può aiutare a tenersi distante da questo reale attraverso uno spostamento del discorso sul godimento indirizzandolo verso la scena pubblica del discorso comune; ad esempio, attraverso conversazioni sulle inquietudini di dominio pubblico può essere trattata l’inquietudine privata, in una diffrazione che vela.

Si tratta in ogni caso di instaurare il luogo che può permettere la traduzione, un lavoro di traduzione continua ma al tempo stesso si tratta di ottenere una stabilizzazione, una omeostasi.

In alcuni casi, infatti, di fronte al delirio psicotico dove l’inconscio si ritraduce senza fine, occorre non farsi trascinare dal movimento delirante, mettere un arresto alla traduzione continua, spingere le cose per arrivare ad un intraducibile, qualcosa come un Nome Proprio che nella lingua ha la proprietà di essere intraducibile, che possa mantenersi almeno per un certo tempo.

Là dove invece siamo sempre nel campo della psicosi in assenza però di un delirio, occorre che la traduzione si dia in un processo asintotico; si tratta di introdurre qualcosa come il principio di indeterminatezza della traduzione quale quello che mette in campo Quine (2008). Naturalmente la distanza tra Lacan e Quine nell’approccio al linguaggio è abissale ma non è quella che intendo esplorare. Per Quine il significato è prima di tutto una proprietà del comportamento e le nostre proposizioni sul mondo esterno si sottopongono al tribunale dell’esperienza sensibile, non individualmente ma come un insieme solidale.

Per Quine due traduzioni della stessa lingua, fondate su ipotesi analitiche differenti, quelle che eguagliano una ipotetica parola ad un possibile equivalente della lingua madre del linguista, potrebbero risultare coerenti e compatibili con la totalità dei significati stimolo ma totalmente discordanti l’una con l’altra in merito al significato di alcuni enunciati dove questi venissero considerati fuori dal tutto. Non esiste cioè un criterio ultimo per affermare che una traduzione è o no corretta, per scegliere tra due diversi manuali di traduzione di una stessa lingua ma, secondo Quine, ogni insieme di ipotesi che siamo in grado di costruire per spiegare il comportamento linguistico dei parlanti di una lingua è altrettanto legittimo se ci permette di interpretare i loro proferimenti.

L’approccio di Quine è di assoluta pertinenza per quel che riguarda il trattamento della psicosi; è questa una clinica in cui si tratta di lasciare intendere che sempre un’altra traduzione è possibile, che non si tratta di traduzione giusta o sbagliata, ma che si tratta se mai di valorizzare quella che nel momento appare la più idonea a sostenere il soggetto, a mantenerlo nel legame sociale, alla massima distanza da un possibile passaggio all’atto. In alcuni casi, se necessario, si può fare intendere al paziente che è consigliabile mantenere una doppia traduzione; che dietro quella socialmente accettata può continuare a mantenerne una altra privata, ristretta allo spazio analitico.

Se nella nevrosi si tratta di fare risuonare l’intraducibile de lalangue nella lingua pubblica, restituirgli la sua logica di godimento perché il soggetto possa farne un nuovo uso, a servizio della vita, nel caso di psicosi si tratta di una traduzione dell’uso più intimo e privato della lingua in lingua pubblica, nel senso comune del legame sociale che permetta l’inserimento e la permanenza nel legame sociale.

Lo spazio

Si è visto, a proposto della lettera, come questa appaia collocata in una sorta di litorale che apre ad una dimensione diversa da quella assicurata dalla frontiera. La nozione di frontiera, infatti, separa simbolicamente due territori che sono omogenei, che possono essere di natura simile per chi li oltrepassa, il litorale invece segna due domini estranei l’uno all’altro, il sapere e il godimento, il simbolico e il reale, che non hanno niente in comune ma che sono in continuità.  Se la logica del significante traccia delle frontiere simboliche, la logica della lettera fa piuttosto da litorale al reale poiché mentre assicura il punto di giunzione tra due elementi eterogenei, fissa la configurazione della loro linea di divisione.

Si è detto come la lettera, la scrittura venga come seconda a dare conto di quel che accade nel dire del linguaggio e come al contempo il linguaggio ne risulti cambiato, riordinato con un effetto a posteriori. La lettera non è primaria ma è prodotta dal significante, frutto della sua rottura come ci indica Lacan con l’immagine della nuvola che si scioglie in pioggia, producendo erosioni (2010: 109) sulla terra come solchi di scrittura. La lettera scava del vuoto, produce cioè un’erosione a livello del significato di modo che, si può dire, finisce col disegnare di continuo il litorale per effetto della incessante erosione sul simbolico. La conseguenza è che gli spazi della percezione di sé, degli altri e del mondo ne risultano incessantemente ridisegnati. Ma, più in generale, si può dire che il litorale è l’immagine più idonea a rappresentare i fenomeni di frangia, le fessure nella struttura degli avvenimenti che agitano l’essere parlante.     

 Occorre dire che la psicoanalisi ha sempre trattato con lo spazio straniero che esiste per ciascun soggetto, spazio senza frontiere precise tra territori sempre estranei tra loro, impossibili da evidenziare in una mappa, fatto di litorali e discontinuità.

Così come credo si sia mostrato come ogni lingua si trovi in una relazione di litorale rispetto a lalangue poiché opera tra intensione ed estensione, intimità e esteriorità, è sempre trascrizione di quest’ultima. Il soggetto cioè gravita tra lalangue e il linguaggio e questo movimento è di per sé litorale tra l’una e l’altra. Non si tratta cioè di mescolare delle lingue ma di superamenti di spazi psichici e luoghi retorici.

Nei confronti della interpretazione si è mostrato come il compito di uno psicoanalista è di dare spazio, in molteplici modi e in specifico con una interpretazione che sostiene l’equivoco, aprendo uno spazio in cui l’oscillazione di senso può essere mantenuta come indefinita per un certo lasso di tempo.

Interpretazione che, si è detto, punta allo spazio tra i significanti, al solco scavato dall’impronta, uno spazio dunque finito di contro alla interpretazione di impronta ermeneutica che punta ad uno spazio infinito, in cui si manifesta la pluralità del senso, il suo non avere punto di arresto.  

Per esercitare la sua funzione lo psicoanalista si fa lui stesso spazio vuoto, presta cioè la sua presenza a qualcosa che è già lì come particolare pulsionale del soggetto, perché possa prendervi posto. Del resto, l’analisi punta proprio a questo e cioè a realizzare la distanza massima tra il piano delle identificazioni idealizzanti del soggetto e la pulsione che vi si realizza perché il soggetto vi si reperisca.

Bibliografia

Freud, Sigmund (1980/1925) “Inibizione, sintomo, angoscia”, in S. Freud Opere Volume X, Torino, Boringhieri.

Lacan, Jacques (1973) “Lo stordito”, in Altri Scritti, Torino, Einaudi.

Lacan, Jacques (1974) “Del Trieb di Freud e del desiderio dello psicoanalista”, in Scritti, Torino, Einaudi.

Lacan, Jacques (1976) Le Séminaire livre XXIV. L’insu que sait de une-bévue s’aile à mourre, Paris, Seminario Inedito.

Lacan Jacques (1987) “Il Sintomo”, in La Psicoanalisi, no. 2.

Lacan, Jacques (2010) Il Seminario Libro XVIII. Di un discorso che non sarebbe del sembiante, Torino, Einaudi.

Lacan, Jacques (2013) “Television”, in Altri Scritti, Torino, Einaudi.

Miller, Jacques Alain (1996) “Il rovescio dell’interpretazione”, in La Psicoanalisi, no. 19.

Quine, Willard (2008) Parola e oggetto, Milano, Il Saggiatore.

Note

[1] Mi riferisco all’intervista che Susanne Hommel ha dato nel film di Gerard Miller Rendez-vous chez Lacan.

[2] Miller. Jacques Alain “L’orientamento lacaniano. L’inconscio reale” in La Psicoanalisi n. 47/48, Roma, Astrolabio: 222, che riporta un passaggio del Seminario inedito di Jacques Lacan, “L’insu que sait de l’une bevue s’aile a mourre”, lez. 19 aprile 1977.

About the author(s)

Luisella Mambrini is a practicing psychotherapist and psychoanalyst in Bologna, and is a member of the Scuola Lacaniana di Psicoanalisi and the Association Mondial de Psychanalyse. She has been teaching at the Istituto Freudiano in Rome since 2008. Numerous articles by her have appeared in journals such as La psicoanalisi (Astrolabio), Attualità lacaniana (Rosenberg Sellier) and Mental (Ecole Freudienne de Paris) as well as in collective works: Corpo, linguaggio e psicoanalisi, Quodlibet Studio Macerata 2013, Filosofia della psicoanalisi, Quodlibet Studio Macerata 2012, Stili della sublimazione, Franco Angeli Milan 2001, L’inconscio dopo Lacan, LED Milan 2012, Una per Una: Il femminile e la psicoanalisi, Borla, Rome 2007. In 2010, she published Lacan e il femminismo contemporaneo, Quodlibet Studio Macerata.

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