Traduzioni come mappe

Pâtres et Paysans de la Sardaigne di Maurice Le Lannou; La géographie, ça sert, d'abord, à faire la guerre di Yves Lacoste; Aimez-vous la géographie? di Armand Frémont

By Dino Gavinelli, Rachele Piras, Marcello Tanca (Università degli Studi di Milano, Università degli Studi di Cagliari, Italia)

Abstract & Keywords

English:

This article highlights the analogy between translation and a map. The idea is that translation can be described as a cartographic diagram, as an active and localized device of cultural, visual and communicative relationships. The task of the translator like that of the cartographer is a difficult task, and it involves the mapping of subjects, bodies, landscapes and places where there is always a hidden dialectic of inclusion-exclusion. Taking into consideration post-representational cartography we will then look at translation –specifically a geographic text – as a practice of adaptation and rewriting of meanings and representations. This article will consider the Italian translations of three very different texts but which are all from French geographical culture. The texts have been chosen as exemplary cases to reflect on geographic translation and the ability of Italian translation to grasp, absorb, exploit and open up to different translations and different research paths.

Italian:

Il presente intervento si basa su un’analogia tra traduzione e mappa, e quindi sull’idea che la traduzione possa essere descritta come un diagramma cartografico, ossia come un dispositivo attivo e localizzato di relazioni culturali, visuali e comunicative. Anche il traduttore, come il cartografo, compie un difficile lavoro di mappatura di soggetti, corpi, paesaggi e luoghi in cui opera sempre una nascosta dialettica di inclusione-esclusione. Facendo tesoro delle acquisizioni della post-representational cartography si guarderà quindi alla traduzione – nel caso specifico di un testo geografico – come ad una serie di pratiche di adattamento, riscrittura e ricontestualizzazione di immagini del mondo che si configurano come un processo aperto di produzione di senso. Per fare questo ci si soffermerà sulla traduzione italiana di 3 testi, molto diversi tra loro ma tutti provenienti dalla cultura geografica francese, scelti come casi-esemplari che consentono di riflettere sulla “traducibilità” della geografia e in particolare sulla reale capacità di quella italiana di cogliere, assorbire, valorizzare e aprirsi a tradizioni e percorsi di ricerca “altri.

Keywords: geografia, traduzione, mappe, geography, maps, translation

©inTRAlinea & Dino Gavinelli, Rachele Piras, Marcello Tanca (2021).
"Traduzioni come mappe Pâtres et Paysans de la Sardaigne di Maurice Le Lannou; La géographie, ça sert, d'abord, à faire la guerre di Yves Lacoste; Aimez-vous la géographie? di Armand Frémont"
inTRAlinea Special Issue: Space in Translation
Edited by: Lucia Quaquarelli, Licia Reggiani & Marc Silver
This article can be freely reproduced under Creative Commons License.
Stable URL: https://www.intralinea.org/specials/article/2576

The freedom of the theme is [...] inevitably circumscribed by the concentric circles of language, time, place, and tradition (André Lefevere, Translating Poetry Seven Strategies and a Blueprint,  Amsterdam, Van Gorcum, 1975: 19)

1. Introduzione

Non vi è manuale di cartografia che non ricordi ai propri lettori che, lungi dall’essere una riproduzione fedele e neutra della realtà, la rappresentazione cartografica della superficie terrestre o di una sua parte è inevitabilmente ridotta, approssimata e simbolica (Moore G. W. 1959). Pertanto, nel momento stesso in cui si decide di indagare la possibilità di una analogia tra il lavoro del traduttore e quello del cartografo è necessario tenere sempre a mente questa verità e lavorare in una prospettiva che, per usare le parole di Umberto Eco, è quella del “dire quasi la stessa cosa” (Eco, 2010).

Nel presente contributo l’idea di base è che la traduzione possa essere letta come un diagramma cartografico, concetto di origine foucaultiano-deleuziano che indica un dispositivo attivo e incarnato di relazioni spaziali, visuali e comunicative (Fabbri, 2015). Esattamente come in una mappa, la traduzione è una pratica culturale di significazione e appropriazione (Barnes, Duncan, 1992) in cui l’interazione dinamica tra il visibile e l’enunciabile produce complesse relazioni di somiglianza, di vicinanza, di lontananza, di differenze e di trasformazione. Da questo punto di vista, guardare alla traduzione come ad una pratica di mappatura in cui determinati oggetti e significati vengono trasposti e comunicati da un contesto ad un altro ci costringe a riflettere sui processi soggiacenti l'attivazione di specifiche configurazioni solo apparentemente “mimetiche” ma in realtà profondamente "interpretative" attive in ambito geografico. Mutatis mutandis il traduttore – come il cartografo – svolge un compito paragonabile a un lavoro di mappatura di corpi, di soggetti di luoghi e di paesaggi, in cui all’interno opera una nascosta dialettica di mediazione e di inclusione-esclusione che concerne principalmente tra ciò che sta "dentro" e ciò che viene lasciato "fuori" dalla rappresentazione[1]. Prendendo dunque in considerazione le acquisizioni della post-representational cartography[2] si guarderà quindi alla traduzione – nel caso specifico di un testo geografico – come ad una serie di pratiche di adattamento, di riscrittura e ancor più, di ricontestualizzazione di immagini del mondo e che si configurano come un processo aperto di proiezione – vale a dire di produzione, condivisione e comunicazione – di significati.

Per compiere questo lavoro, o se non altro, per cercare di interpretare le diverse chiavi di lettura proposte e rendere così possibile la correlatività esistente tra il processo di mappatura e quello di traduzione verranno presi in esame tre testi, differenti tra loro e tradotti in italiano, tutti appartenenti alla cultura geografica francese e selezionati all’interno di questo contributo. I testi selezionati verranno utilizzati come dei casi di studio utili per esplicare una riflessione plausibile, che indaghi non solo la “traducibilità” dei loro contenuti ma, nello specifico, la reale e tangibile capacità della geografia italiana di cogliere, assorbire, valorizzare e aprirsi a tradizioni e percorsi di ricerca “altri”. I testi esaminati sono i seguenti: Pâtres et Paysans de la Sardaigne di Maurice Le Lannou (ed. or. 1941, trad. it. di Manlio Brigaglia, Pastori e contadini di Sardegna, 1979), La géographie, ça sert, d'abord, à faire la guerre di Yves Lacoste (ed. or. 1976; trad. it. di A. Maria Damiani, Crisi della geografia, geografia della crisi, 1977); Aimez-vous la géographie? di Armand Frémont (ed. or. 2005; trad. it. di Dino Gavinelli, Vi piace la geografia? 2007).

2. Analogie a confronto: all translations are maps, the territories are the originals

Quando parliamo di “traduzioni come carte geografiche” non intendiamo spazializzare, attraverso una loro mappatura, le traduzioni di opere letterarie sulla falsariga del lavoro compiuto da Franco Moretti in alcune sezioni del suo Atlante del romanzo europeo (1997)[3]. Piuttosto, focalizziamo la nostra attenzione sul fatto che le implicazioni legate materialmente al lavoro di traduzione comportano necessariamente una resa illusoria, ossia quella di poter “dire sostanzialmente la stessa cosa”, guadagnando così qualcosa, che nell’originale si manifestava chiaramente ma che in maniera analoga comporta la perdita sostanziale di qualcos’altro, innescando così un processo aperto basato sul doppio registro del tradurre/mappare. Cercando di rendere tale concetto in maniera più lineare e immaginando quindi di definire una potenziale chiave di lettura, diremo che la traduzione diviene una rappresentazione ridotta, approssimata e simbolica di un testo o di una tradizione culturale e delle relative relazioni di potere che questi veicolano, e in quanto tale può essere accostata a una mappa. Da questo punto di vista, l’atto di tradurre un testo da una lingua all’altra e il mapping possono essere descritti come pratiche di adattamento, di riscrittura e in particolar modo di ricontestualizzazione di immagini del mondo che si configurano come un processo aperto di produzione di senso.

Come osserva in Translated! Papers on Literary Translation and Translation Studies James S. Holmes, il padre della traduttologia:

non ci sono traduzioni "perfette", e poche si avvicinano persino alla "perfezione". (è lo stesso vecchio problema di “equivalenza”). Alcune sono migliori, altre peggiori, ma quasi tutte riescono a riprodurre alcuni aspetti dell’originale abbastanza da vicino, e altre solo più remotamente se non del tutto. Per prendere in prestito un'immagine dalla semantica generale, tutte le traduzioni sono mappe, i territori sono gli originali. E così come nessuna singola mappa di un territorio è adatta a tutti gli scopi, allo stesso modo non esiste una traduzione "definitiva" di una poesia. Ciò di cui abbiamo bisogno è una varietà di versioni inevitabilmente tutt’altro che definitive per una varietà di scopi: traduzioni rigorosamente metriche, forse, ma anche interpretazioni in versi liberi, versioni in prosa, persino glosse con commenti, ognuno di essi è una mappa che a suo modo può aiutarci a riconquistare meglio il territorio (Holmes, 1988: 58; trad.e corsivi nostri).

Il nostro interesse verte quindi sul carattere parziale e provvisorio di ogni mappa/traduzione: la nostra analogia deve essere intesa come un tentativo progressivo di avvicinarsi il più possibile, senza tuttavia riuscirci mai del tutto ad un “territorio originale”. In altre parole, la traduzione di un testo geografico non è mai un’operazione indolore, un semplice lavoro di “adattamento”, dal momento che comporta – sempre – delle scelte precise: da un lato la perdita dell’originale in quanto tale – benché si cerchi sempre di operare nella maniera il più fedele possibile nel rispetto dell’originale; dall’altro, il fenomeno inverso, ossia la possibilità di guadagnare qualcosa prima non esistente, una lettura o pratica di adattabilità per il pubblico di lettori (Morini, 2009: 209).

Crediamo in questo modo di evitare un rischio implicito, connesso a questa interpretazione, che è quello di postulare una lettura della realtà geografica come "specchio della natura" e quindi improntata ad una sorta di realismo ingenuo in cui si presuppone un originale mitico, un’archè o Urtext, il cui senso ultimo precede i nostri tentativi di mapparlo (cfr. le critiche di Davis, 2001: 53; per il realismo ingenuo in geografia: Tanca, 2018: 7-9). Esattamente come in ambito cartografico proiezioni diverse, nella stessa scala e rappresentanti la stessa area, non sono perfettamente sovrapponibili, la traduzione di un testo produce un’equivalenza imperfetta, uno scarto che tuttavia può trasformarsi in spazio di incontro, di ospitalità e di scoperta. Questo carattere problematico e aperto, potenzialmente infinito, della traduzione-mappatura di un testo-territorio è efficacemente esemplificato dalle seguenti parole di Gabriele Zanetto:

La geografia è sempre connaturata ad una cultura, ad un già detto che rende spesso intraducibili i nostri lavori. La geografia dell'Uruguay per un pubblico italiano non può – e non deve! – essere la stessa offerta ad un lettore argentino ).

Inteso nel senso più ampio del termine l’atto del tradurre appare quindi non solamente come un puro processo di “trasferimento di un testo in una lingua diversa dall’originale” ma come la capacità di un discorso o di una certa rappresentazione geografica maturata in seno ad una determinata cultura di penetrare e fecondare un’altra tradizione culturale (geografica).[4] Per svolgere questa tesi, nelle pagine che seguono procederemo all’analisi di tre testi appartenenti alla cultura geografica francese, che utilizzeremo come possibili esempi delle tensioni e trasformazioni che porta con sé la pratica della traduzione in ambito geografico, in modo da verificare caso per caso le differenze emerse fra l’imago mundi del testo di partenza e quella che emerge “dalla” e “nella” traduzione. Si tratta in ultima analisi di valutare luci e ombre di un lavoro tanto complesso quanto articolato di trasposizione, traduzione, tradimento.

3. La fortuna/sfortuna di Pâtres et paysans de la Sardaigne di Maurice Le Lannou

Il primo testo adottato per provare a ragionare intorno alla dimensione cartografica della traduzione di un testo geografico è la versione italiana di Pâtres et paysans de la Sardaigne da Maurice Le Lannou (ed. or. 1941), opera caratterizzata da un destino piuttosto singolare che può essere riassunto nella formula indicata da Antonio Loi come “fortuna/sfortuna” (Loi, 1999, 2006). La sua duplice connotazione appare evidente a partire dalla sua “fortuna” definita dalla funzione prettamente divulgativa e conoscitiva del territorio sardo che ha reso Pâtres et paysans il “più riuscito” contributo in campo geografico sulla Sardegna (Loi, 2006: 154)[5]. Se il lavoro di Le Lannou appare come una fedele descrizione dell’isola, la storia della sua pubblicazione e diffusione in Italia evidenzia un percorso tutt’altro che lineare: dopo la prima edizione a Tours, nel 1941, il testo è stato riedito nel 1971 per i tipi della casa editrice sarda La Zattera di Cagliari, e presenta una riproduzione fedele del testo originale in francese. La terza ed ultima edizione, datata 1979 (e più volte ristamata), venne tradotta integralmente in lingua italiana da Manlio Brigaglia, per la Casa Editrice Della Torre (Brigaglia M, 1979: 3)[6]. Si tratta di una versione accolta sicuramente con interesse dalla critica e dal pubblico accademico, tanto da suscitare il coinvolgimento di un pubblico variegato di antropologi, storici, sociologi e territorialisti.

In seguito alla pubblicazione curata da Brigaglia Pastori e contadini di Sardegna suscitò per la prima volta l’interesse del pubblico sardo che iniziò ad apprezzare molti degli aspetti del proprio territorio emersi grazie alla descrizione fornitane dal geografo bretone, prova questa piuttosto autorevole del suo valore. Nel momento stesso in cui è diventato accessibile al lettore italiano, il testo di Le Lannou ha rappresentato la fonte, spesso inconsapevole e indiretta, di una parte non trascurabile delle pratiche discorsive aventi per oggetto la Sardegna, cosicché non capirebbe granché chi volesse studiare oggi, queste stesse pratiche per farne l’archeologia, senza conoscerlo a fondo (Tanca, 2014). Alla sua prima uscita, il libro andò rapidamente esaurito e se ne fecero presto altre due edizioni.

Per decenni, e cioè prima della risolutiva traduzione di Brigaglia, il testo di Le Lannou era rimasto al tempo stesso “un oggetto misterioso” (Loi, 2006: 148) per intere generazioni di Sardi – condizione questa che lo stesso Loi traduce in termini di “sfortuna”. Come ci segnalano le date di pubblicazione, la versione italiana è giunta solo alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, quindi quasi 40 anni[7], dopo l’edizione originale francese. Se questa “sfortuna” quindi viene letta in termini di effettivo ritardo rispetto all’edizione precedente, allora ad essa si può accostare una connotazione negativa data dal carattere inattuale della rappresentazione del territorio sardo offerta, irriconoscibile da coloro che non ritrovavano più, in quei luoghi descritti, i propri. Quanto emergeva nel testo del 1941 era infatti il sostanziale risultato di una panoramica sulla Sardegna degli anni ’30 del XX secolo, che si sovrapponeva ormai all’attuale condizione dell’isola, in cui frattempo erano intercorsi profondi mutamenti sociali, tecnici e culturali quali, ad es., la cementificazione, l’ industrializzazione e lo sviluppo del turismo nell’Isola – elementi questi non registrati da Le Lannou perché prodottisi in un contesto come quello del secondo dopoguerra che aveva impresso alla realtà isolana tratti molto diversi da quelli che egli aveva conosciuto.

Esaurita quindi la carica di stretta attualità di Pâtres et paysans la traduzione italiana ad opera di Brigaglia ha principalmente offerto al pubblico e, quindi, alla cultura sarda, una serie di descrizioni nelle quali le condizioni geografiche della Sardegna assumevano in molti casi un carattere “sfavorevole” e generando (o in certi casi rinforzando) da qui veri e propri luoghi comuni – a cominciare dal carattere strutturalmente “negativo” della condizione insulare – che spesso sono acriticamente accettati persino dagli stessi Sardi e che naturalmente non hanno alcun valore scientifico. Si tratta chiaramente di una posizione inaccettabile, e non solo perché basata sull’idea che tra le caratteristiche fisiche e quelle umane di una data regione sussista una relazione di causalità unidirezionale (determinismo geografico o ambientale).

Un semplice esempio ci permetterà di evidenziare due aspetti importanti della questione. In primis, l’ambiguità intrinseca del lavoro del geografo bretone i cui “limiti” sono poi i limiti del suo paradigma geografico di riferimento ossia il possibilismo vidaliano[8]; in secondo luogo, la resa della traduzione da parte del traduttore (il quale, ricordiamolo, era storico, e non geografo di professione). Prendiamo due passaggi in cui Le Lannou fa due affermazioni (in corsivo) che sono in evidente contrasto l’una con l’altra:

Structure intérieure et dessin littoral prédisposaient la Sardaigne, île méditerranéenne, à un isolement de continent reculé. Nous nous garderons d’un déterminisme trop absolu ; il est rare que des traits de géographie naturelle exercent seuls des influences décisives, et que l’histoire n’apporte pas de puissantes corrections.  Cependant, il faut bien admettre qu’ici la nature a fixé les voies de l’histoire.

Struttura interna e disegno del litorale predisponevano la Sardegna, isola mediterranea, ad un isolamento da continente emarginato. Ci guarderemo da un determinismo troppo rigoroso: è raro che degli elementi di geografia naturale esercitino da soli delle influenze decisive, e che la storia non apporti delle correzioni potenti. Però, bisogna ammettere che la natura, qui, ha fissato le vie della storia.

Il n’est peut-être pas au monde de pays que l’histoire ait aussi profondément marqué. Le fait essential est l’isolement à peu près parfait dans lequel l’île et restée après la décadence de la paix romane. Lointaine, d’accès malaisé, coupée en bastions faciles à défendre, elle a, depuis lors, vécu à l’écart des grandes transformations du monde moderne.

Non c'è forse al mondo un paese che la storia abbia segnato così profondamente. Il fatto di fondo è l'isolamento quasi totale in cui l'isola è rimasta dopo la fine dell’Impero romano. Lontana, di difficile accesso, tagliata in bastioni facili da difendere, la Sardegna ha vissuto, da quel momento, al margine delle grandi trasformazioni del mondo moderno.

Maurice Le Lannou

Pâtres et paysans de la Sardaigne

(1941)

pp. 22 e 166

 

Maurice Le Lannou

Pastori e contadini di Sardegna

(1979)

pp. 24 e 163

La natura, qui, ha fissato le vie della storia/Non c'è forse al mondo un paese che la storia abbia segnato così profondamente: come si vede, ci troviamo in presenza di due posizioni in aperto contrasto – una improntata al determinismo geografico, l’altra più vicina al possibilismo vidaliano (che valorizza gli elementi storia umana) – la cui “grammatica” è dichiaratamente stridente e inconciliabile ma che la traduzione italiana immette sic et simpliciter con tutta la loro ambiguità nel dibattito pubblico sull’insularità dando loro consacrazione ufficiale.

4. La geographie, ça sert, d'abord à faire la guerre di Yves Lacoste

Il secondo esempio proposto appartenente anche questo al mondo geografico francese, La geographie, ça sert, d'abord à faire le guerre di Yves Lacoste[9] (ed. or. 1976) – con una traduzione realizzata a un anno di distanza dall’edizione originale da Anna Maria Damiani e la cura di Pasquale Coppola, geografo dell’Orientale di Napoli – ci darà la possibilità di evidenziare come durante il lavoro di traduzione sia necessario operare ritagli e di interventi in profondità, operazioni utili per poter rendere il testo più comprensibile e adattarlo a un pubblico diverso da quello dell’edizione originale.

La prima considerazione relativa al lavoro di traduzione del lavoro di Lacoste riguarda la scelta del titolo: una vera e propria operazione di traduzione, ancora prima che del testo, del suo messaggio complessivo. Siamo chiaramente al cospetto, in questo caso, di una strategia di ricontestualizzazione e adattamento del significato originale, probabilmente connotato da un senso troppo forte per il pubblico del nostro paese, meno abituato agli “scricchiolii” interni alla disciplina (Meyner, 1969) ossia alle critiche che una nuova generazioni di geografi, ivi compreso lo stesso Lacoste, rivolgevano alla “geografia dei professori”, incapace di affrontare i problemi sociali, politici, economici ed ecologici (sottosviluppo, decolonizzazione, questione urbana, inquinamento ecc.) che in quegli anni si imponevano all’attenzione degli studiosi. Così il titolo originale, che al pubblico francofono annuncia polemicamente che La geografia serve soprattutto a fare la guerra, diventa nella versione italiana Crisi della geografia, geografia della crisi (1977). Notiamo intanto che a differenza di quella italiana, la titolazione del 1976 rendeva immediatamente il messaggio dell’autore – una esplicitazione critica del carattere strategico del sapere geografico, da sempre indispensabile per la conoscenza concreta del territorio, e quindi condizione strettamente necessaria agli Stati Maggiori, agli strateghi e ai militari per il controllo del mondo. Nelle intenzioni di Lacoste, La geographie, ça sert, d'abord à faire le guerre mirava esattamente a svelare l’ambiguità del sapere geografico attraverso la messa in campo di una forte critica alla sua apparente innocenza e a-problematicità oltre che all'assenza, al suo interno, di una esaustiva riflessione teorica. Definito – e quindi praticato – in genere come una mera raccolta di informazioni spaziali e fisiche, quello geografico veniva percepito principalmente come un sapere essenzialmente scolastico, mnemonico e a-problematico, dunque non rilevante per fare e soprattutto per poter assicurare il controllo dello spazio e delle risorse definite strategiche[10].

 Il discorso sulla resa del titolo appare ancora più interessante quando si sfogliano gli indici delle due edizioni e si scorge così una strutturazione differente tra le due versioni: quella italiana apre con un paragrafo intitolato A che serve la geografia? A niente, che è assente nell’originale. Accostando i testi per un confronto sinottico rileviamo assonanze e differenze (queste ultime date in primis dallo spostamento nella traduzione italiana di alcune parti di testo, di seguito segnate in corsivo):

Tout le monde croit que la géographie n'est qu'une discipline scolaire et universitaire dont la fonction serait de fournir des éléments d'une description du monde, dans une certaine conception désintéressée de la culture dite générale... Car quelle peut bien être l’utilité de ces bribes hétéroclites des leçons qu’il a fallu apprendre au lycée ? Les régions du bassin parisien, les massifs des Préalpes du Nord, l’altitude du mont Blanc, la densité de population de la Belgique et des Pays-Bas, les deltas de l’Asie des moussons, le climat breton, longitude-latitude et fuseaux horaires, les noms des principaux bassins charbonniers de l’U.R.S.S.et ceux des grands lacs américains, le textile du nord (Lille-Roubaix-Tourcoing), etc. Et les grands-parents de rappeler qu’autrefois il fallait savoir « ses » départements, avec leur préfectures et sous-préfectures… Tout cela sert à quoi ?

[…]

A l’Université, où l’on ignore pourtant les « difficultés pédagogiques » des profs d’histoire et géo du secondaire, les maîtres les plus avisés constatent que la géographie connaît « un certain malaise » ; un des doyens de la corporation déclare, non sans solennité, qu’elle « est entrée dans le temps des craquement ». Quant aux jeunes mandarins qui se lancent dans l’épistémologie, ils en viennent à oser se demander si la géographie est bien une science, si cette accumulation d’éléments de connaissance, « empruntés » à la géologie comme à la sociologie, à l’histoire comme à la démographie, à la météorologie comme à l’économie politique ou à la pédologie, si tout ça peut prétendre constituer une science véritable, autonome, à part entière…

La geografia è in crisi. Nei licei la maggior parte degli studenti è arcistufa di sentir parlare di geografia. Nelle università, dove comunque si ignorano le difficoltà pedagogiche degli insegnanti di geografia delle scuole secondarie, i professori più avveduti riconoscono che la geografia attraversa una fase di malessere. Già alcuni anni fa uno dei decani della corporazione dei geografia universitari francesi constatava, in modo abbastanza solenne, che “la geografia è entrata nel periodo degli scricchiolii”.

“La geografia è in crisi. Ma cosa ce ne importa?”, diranno tutti quelli per i quali la geografia non è altro che l’insieme di frammenti bizzarri residuato dalle lezioni apprese al liceo: l’altezza del Monte Bianco, le densità di popolazione del Belgio o del Giappone, il clima bretone, la longitudine e i fusi orari, i nomi dei principali bacini carboniferi dell’Urss, nozioni sul distretto tessile del Nord (Lille-Roubaix-Tourcoing), ecc. … E non mancheranno gli anziani a ricordare che ai loro tempi bisognava conoscere a menadito le caratteristiche della propria provincia…

La geografia in crisi? Ma andiamo… Non si complica in questo modo ancora di più il termine di crisi, contribuendo a farne un cliché alla moda, se si parla di crisi anche per indicare le difficoltà pedagogiche incontrate da quanti devono insegnare questa disciplina noiosa, ma tutto sommato “alla buona”, che è la geografia?

Y. Lacoste

La geographie, ça sert,

d'abord à faire le guerre

(1976)

pp. 5-6

Y. Lacoste

Crisi della geografia,

Geografia della crisi

(1977)

p. 11

Ulteriori discordanze emergono nella titolazione dei paragrafi: alcuni di quelli presenti nell’edizione francese non vengono inseriti in quella italiana o, ancora, ricevono un nuovo titolo nella versione tradotta. Lo stesso procedimento è condotto nella scelta del titolo dell’opera che nella traduzione riprende esattamente il titolo di uno dei paragrafi del testo “Per una geografia della crisi” – si confrontino, per maggiori dettagli, gli indici delle due versioni (tab. 1).

Un’altra differenza riscontrabile tra le due edizioni ha a che fare con l’introduzione, in Crisi della geografia, geografia della crisi, di due sezioni, una relativa alla parte iniziale e una per quella finale, curate entrambe da Pasquale Coppola. Se la prima ha la funzione di introdurre il lettore al testo, fornendogli le coordinate culturali dell’operazione messa in atto da Lacoste, la seconda gli offre un esempio concreto di quella funzione strategica del sapere geografico su cui questi si sofferma più volte: consiste infatti in corposo apparato cartografico contrassegnato da ritagli bianchi indicanti una copertura che cela la presenza di installazioni militari.

Altri scostamenti sono dati dall’eliminazione di alcune parti presenti in La géographie ça sert, d'abord à faire le guerre e volutamente assenti nella versione italiana, scelta adottata verosimilmente perché le polemiche e i riferimenti “interni” all’ambiente accademico e culturale francese degli anni ‘70 non sarebbero stati colti appieno dal pubblico italiano; la complessità emersa in una resa ottimale italiana quindi stava proprio nel riuscire a tradurre il messaggio dell’autore per un contesto per molti versi differente. Si tratta di un'operazione resa ancora più delicata dal fatto che il testo francese aveva visto la luce proprio all'interno di una fase vivacemente contrassegnata dal ripensamento critico del ruolo accademico, sociale e culturale, del sapere geografico.

  • Du rideau de fumée de la géographie des professeurs aux écrans de la géographie-spectacle
  • Un savoir stratégique laisse aux mains de quelques-uns
  • Myopie et somnambulisme au sein d'une spatialité devenue différentielle
  • La géographie des professeurs : une coupure avec toute pratique ; pour mieux inculquer l'idéologie nationale ?
  • La mise en place d'un puissant concept-obstacle : la « région »
  • L'escamotage du problème capital des échelles, c'est-à-dire de la différenciation des niveaux d’analyse
    La « réalité » apparait différente selon l'échelle des cartes, selon les niveaux d'analyse
    Une étape primordiale dans la démarche d'investigation géographique : le choix des différents espaces de conceptualisation
  • Les « surprenantes » carences épistémologiques de la géographie universitaire
  • Absence de polémique entre géographes.
  • Absence de vigilance a l'égard de la géographie
  • Marx et l'espace « néglige »
    Les difficultés de l'analyse marxiste en géographie
  • Débuts d'une géographie marxiste ou fin de la géographie ?
  • Du développement de la géographie appliquée à la « New Geography »
  • Des géographes plus ou moins prolétarisés pour des recherches parcellaires confisquées par le pouvoir ?
  • Pour une géographie de la crise.
  • « A bas la géographie technocratique ! . . . ». C'est vite dit
  • Ces hommes et ces femmes qui sont « objets » d'étude
    ll faut que les gens sachent le pourquoi des recherches dont ils sont l'objet
  • Les lycéens commencent à donner des coups de pied dans le paravent idéologique
    Dans la hargne, les débuts, enfin, d'une grande polémique épistémologique
  • Savoir penser l'espace pour savoir s'y organiser, pour savoir y combattre
    Pour des actions militantes plus efficaces
  1. A che serve la geografia? A niente?
  2. Dalla cortina fumogena della geografia dei professori allo schermo fantasmagorico della geografia come spettacolo
  3. Miopia e sonnambulismo nell'ambito di una spazialità differenziale
  4. La geografia dei professori: frattura con ogni genere di pratica per inculcare l'ideologia nazionale
  5. La messa a punto di un potente concetto-ostacolo: la "regione"
  6. Uno spirito che ama definirsi "terra-terra", un rifiuto di teorizzare e di polemizzare per non porsi problemi epistemologici
  7. Assenza di polemica, mancanza di vigilanza nei riguardi della geografia
  8. Uno spazio "trascurato" da Marx
  9. Le difficoltà dell'analisi marxista in geografia
  10. L' analisi dei problemi urbani: esordi di una geografia marxista o fine della geografia?
  11. Dallo sviluppo della geografia applicata alla New Geography
  12. Geografi più o meno proletarizzati e ricerche parcellizzate confiscate dal potere?
  13. Per una geografia della crisi
  14. "Abbasso la geografia tecnocratica! " Si fa presto a dire...
  15. Questi uomini e queste donne che costituiscono "oggetti" di studio
  16. Bisogna che la gente sappia qual è lo scopo delle ricerche di cui è oggetto

Tabella 1: confronto tra l’indice di
La geographie, ça sert, d'abord à faire le guerre di Yves Lacoste (a sinistra)
e quello della sua traduzione italiana Crisi della geografia, Geografia della crisi (a destra)

5. Aimez-vous la géographie ? di Armand Frémont

Aimez-vous la géographie?, il testo di Armand Frémont che chiude la nostra carrellata venne presentato per la prima volta e discusso pubblicamente in occasione della sedicesima edizione del Festival International de la Géographie di Saint Dié des Vosges nel 2005. Il prestigioso evento, iniziato con lo scopo di presentare la geografia in tutti i suoi aspetti scientifici e divulgativi, prevede ogni anno la presenza di un paese ospite. Nel 2005 fu la volta dell’Italia che venne rappresentata in quell’occasione da tutte le sue associazioni disciplinari e da una nutrita presenza di geografi italiani. Fu in questo clima che, per opera di Adalberto Vallega (allora presidente dell’Unione Geografica Internazionale o UGI), di Alessandro Di Blasi (presidente dell’Associazione dei Geografi Italiani o AGEI) e di Gino De Vecchis (presidente dell’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia o AIIG) maturava l’idea di fare una edizione italiana del testo appena pubblicato da Armand Frémont considerato da loro particolarmente significativo e coinvolgente per lo stile e i temi trattati. La traduzione italiana fu affidata a Dino Gavinelli, che era stato suo allievo durante la sua permanenza di studio in Francia e aveva pertanto conosciuto il metodo di insegnamento, lo stile e l’approccio peculiare alla disciplina tenuto da Armand Frémont. L’accordo prevedeva un’edizione più snella di quella francese e con alcuni altri interventi “minori” per meglio adattarla al pubblico italiano. La traduzione ha richiesto oltre un anno di elaborazione perché è stata condivisa e rivista più volte, dopo numerosi confronti, tra l’autore transalpino e il traduttore italiano. 

L’edizione italiana pertanto è uscita dopo quasi due anni con il titolo Vi piace la Geografia? Tale titolo è stato scelto appositamente per conservare al meglio la profonda domanda iniziale che Frémont poneva indirettamente a sé stesso, quando decise di scrivere il suo volume, e direttamente ai suoi lettori sin dalle prime righe dell’opera stessa. La domanda può sembrare retorica ma non si deve dimenticare che – come abbiamo già avuto modo di rilevare – la geografia soffre a volte di un’immagine negativa: quella di una materia soporifera, mnemonica, nella quale bisogna memorizzare infiniti nomi, capitali di stato e capoluoghi di regione oppure conoscere la quantità di tonnellate di un determinato prodotto. In molti lettori la geografia suscita indubbiamente un ricordo generalmente negativo. La disciplina a cui pensa l’autore nel suo testo è invece quella che sta rinascendo dalle sue ceneri, attraverso un rinnovato interesse mondiale per le guide di viaggio a taglio geografico, certe pubblicazioni turistiche non commerciali, il Salone del Libro a Parigi, i cafés géographiques, il Festival annuale della geografia a Saint-Dié nei Vosgi, i documentari, Internet, ecc. Con questo spirito è stata svolta la traduzione, cercando di mantenere al meglio il messaggio e l’approccio disciplinare del volume che è in sostanza anche una sorta di testamento spirituale e culturale del “vecchio geografo” rivolto alle nuove generazioni di ricercatori, appassionati o anche semplici lettori. Una traduzione dunque nella quale i principali temi e i concetti della geografia sono diventati indispensabili per gli individui del Terzo Millennio che devono confrontarsi con una realtà quotidiana complessa e decifrare un mondo in rapida trasformazione, stratificato e nel quale forze ed elementi materiali e immateriali si mescolano continuamente tra loro.

Ben conscio della complessità del pensiero e della scrittura dell’autore transalpino, del suo percorso di geografo e del suo fervore teorico-metodologico, il traduttore ha accettato con un certo timore e un’indubbia riverenza l’arduo e non facile lavoro di curare l’edizione italiana di questo volume. A intimorirlo inizialmente non è stato tanto il lavoro di traduzione di un francese pur linguisticamente raffinato, spigliato, originale ma anche già sentito e sperimentato, quanto piuttosto la responsabilità di adattare e sintetizzare per un pubblico italiano il pensiero articolato e complesso di Frémont. Numerosi e persino provocatori sono infatti i riferimenti che l’autore propone quando analizza alcune realtà culturali, quando affronta alcuni argomenti di carattere interdisciplinare con la storia, l’economia, la psicologia, la sociologia, la pianificazione del territorio, la letteratura, quando si rivela attento conoscitore di temi della tradizione geografica transalpina e, soprattutto, quando delinea lo stato attuale del “fare geografia”. Il brano scelto per il nostro esempio, di lettura apparentemente semplice, ripreso dalla pagina 15 della versione francese, in realtà sottende concetti complessi e che richiedono una traduzione non letterale per privilegiare il messaggio che il Fremont rivolge ai lettori. Per questo è stato tradotto nel seguente modo alla pagina 33 della versione italiana:

La géographie contemporaine, héritière d’une longue évolution historique, peut se reconnaitre sous quelques traits fondamentaux. Nous en choisissons quatre...

Une affirmation. Il n’est pas de géographie sans géographe. Le géographe est une figure de l’histoire des sciences, de l’aventure, de la découverte. Le géographe contemporain produit la géographie. Mais il est très divers, à l’image de l’objet qu’il étudie.

La geografia contemporanea, erede di una lunga evoluzione storica, si caratterizza per alcuni tratti fondamentali. Noi ne scegliamo quattro.

Un’affermazione. Non esiste geografia senza geografi. Il geografo è una figura della storia, delle scienze, dell’avventura, della scoperta. Il geografo contemporaneo costruisce la propria geografia anche se conserva una certa distanza critica di fronte agli elementi e agli oggetti che studia.

Armand Frémont

Aimez-vous la géographie?

(2005)

p. 15

Armand Frémont

Vi piace la geografia?

(2007)

p. 33

L’edizione italiana conserva la struttura in cinque parti di quella francese e la “Introduzione” di Frémont. Anche la struttura per capitoli viene conservata. Così dei 20 capitoli dell’edizione francese ne sono stati tradotti 19 in italiano. Il ventesimo capitolo, intitolato La Géographie à l’école (La Geografia a scuola) trattava della struttura della disciplina nel quadro scolastico francese, molto diverso da quello italiano e svizzero italiano. Per questo è stato considerato poco significativo per un pubblico italofono e non è stato tradotto. Al suo posto è stata aggiunta una “Premessa” critica all’edizione italiana, a cura di Dino Gavinelli, nella quale si sintetizza la figura di Armant Frémont, le sue opere, il suo apporto innovativo, a scala mondiale, all’interno della disciplina geografica. L’intervento del traduttore è stato sostanzialmente “filologico” e conservativo, con piccoli interventi laddove gli esempi di casi di studio scelti dal Frémont erano troppo specifici, limitati alla microscala e lontani dalle conoscenze del vasto pubblico italiano. In questo caso si è preferito omettere tali riferimenti o si sono presentati esempi alternativi presi dal contesto italiano e condivisi con il Frémont stesso[11].

A livello iconografico si sono riportate nello stesso ordine carte, immagini, dati e tabelle dell’edizione francese in quella italiana. Solo in un paio di casi il traduttore-geografo italiano ha introdotto delle rappresentazioni paracartografiche assenti nell’edizione originale allo scopo di rendere più espliciti alcuni aspetti metodologici e paradigmatici del pensiero dell’autore francese.

Un lavoro di sinergia, tra il 2005 e il 2007, tra un geografo francese maturo che salutava il mondo accademico e un giovane geografo-traduttore italiano che ci era entrato da qualche anno. Un lavoro che ancora oggi, in base al numero di edizioni stampate e delle copie vendute, si rivela essere stato positivo e apprezzato.

6. Conclusioni

La traduzione di un testo geografico, come si è cercato di esplicare all’interno di questo contributo, non appare sicuramente come un mero lavoro di "piegatura del testo originario". Si tratta piuttosto di una delicata operazione di proiezione che si muove parallelamente su due piani: da un lato, l'idea di esclusione e di una perdita di significato tra la versione originale e quella tradotta e, dall'altro, il processo inverso, ossia caratterizzato dall’inclusione di qualcosa di nuovo e di un lavoro produttivo di rielaborazione del senso. La costruzione di una possibile analogia esistente tra il lavoro di  traduzione e quello di una mappatura è stata dunque interpretata, in questo specifico contesto e come esplicato nella premessa iniziale di questo contributo, nell’atto performativo di un diagramma cartografico in grado di sviluppare una variegata rete di dispositivi comunicativi, visuali e culturali; per avvalorare questa tesi inoltre sono stati presi in riferimento tre testi significativi della cultura geografica francese che hanno avuto, e ancora hanno, una loro autorevolezza anche nella geografia italiana: Pâtres et Paysans de la Sardaigne di Maurice Le Lannou, La géographie, ça sert, d'abord, à faire la guerre di Yves Lacoste, Aimez-vous la géographie? di Armand Frémont.

All’interno del primo testo, Pâtres et Paysans de la Sardaigne di Maurice Le Lannou, si coglie sicuramente una determinata rappresentazione della Sardegna basata sull’idea di una geografia puramente vidaliana e introdotta nella cultura italiana attraverso una traduzione “ritardata” – le due edizioni, quella del 1941 e del 1979, presentano una sostanziale differenza che le separa di quasi quarant’anni. Ciò che appare interessante mettere in luce è che la sostanziale “sfortuna” del testo è incentrata prevalentemente sull’uscita tardiva della traduzione di Brigaglia e soprattutto su modalità di produzione del sapere geografico ormai lontane e non adatte alle (mutate) condizioni socio-territoriali dell’Isola. Questa tipologia di traduzione appare quindi accurata e fedele ma tardiva: contribuisce alla trasmissione di una certa immagine del mondo, ma mostra i propri limiti nel momento stesso in cui le mutate condizioni di vita hanno ridefinito gli assetti territoriali e paesaggistici della Sardegna; per questa ragione può essere equiparata ad una mappa storica ossia ad un documento che ci offre un colpo d’occhio su uno stadio di organizzazione del territorio precedente quello attuale.

Un discorso ancora più complesso è quello che riguarda Il testo La géographie, ça sert, d'abord, à faire la guerre di Yves Lacoste che  sintetizza sostanzialmente una serie di “scricchiolii” e di evidenti criticità emerse all’interno della geografia francese accademica e di esperienze vissute dall’autore a stretto contatto con la guerra in Vietnam; la scelta di una titolazione differente, così come della strutturazione interna del testo, può essere letta quindi come un possibile tentativo di “adattamento” ad un pubblico italiano di un messaggio sicuramente troppo forte e volutamente esplicito, espedienti resi possibili attraverso una serie di accorgimenti e “spiegazioni” aggiuntive, a cominciare dal titolo. In questo secondo caso, la traduzione consiste in un lavoro di piegamento, ossia di parziale ridisegno o risintonizzazione che elimina alcuni dei contenuti informativi presenti nella mappa in funzione di un fruitore altro, lontano e diverso da quello per il quale era stata originariamente concepita.

Un caso analogo di filtratura e rielaborazione è infine rappresentato dal testo di Armand Frémont, che vuole essere un compendio della propria esperienza personale di professore universitario e dell’alto funzionario (CNRS, DATAR), con la sola esclusione di un capitolo poco significativo per l’utenza italofona, l’eliminazione di qualche esempio troppo specifico del mondo francofono e l’introduzione di qualche rappresentazione grafica e cartografica più consona al lettore italofono. Come evidenzia Gavinelli, curatore della versione italiana, il volume si propone come

un lavoro divulgativo, nel senso più positivo del termine, che diventa però propositivo quando il nostro autore si dichiara sostenitore di una geografia che deve servire a leggere meglio il grande libro del mondo; a presentare i suoi aspetti migliori agli studenti. (Gavinelli, 2007: 24)

Armand Frémont è pertanto convinto che la geografia sia al centro della nostra contemporaneità e che essa possa dare un forte contributo alla lettura del mondo e alla comprensione della complessità del momento. Pensiero questi condivisi, in definitiva, anche da Le Lannou et Lacoste.

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Note

[1] Come è stato osservato, “una traduzione che non sia anche interpretazione e comprensione di realtà culturali lontane e differenti che, talvolta, partono da orizzonti di senso totalmente diversi da quelli in cui arrivano, rischia di destinarsi allo scacco” (Canullo, 2017: 18).

[2] Con la post-representational cartography, spiega Rob Kitchin, si va oltre la posizione elaborata da Brian Harley (1989), consistente nel considerare le mappe come delle “costruzioni sociali”; secondo Harley, infatti, la mappa trasmetteva ciò che fondamentalmente si identificava come una verità socialmente costruita. Per Kitchin si tratta invece di mettere a fuoco i molteplici modi in cui le mappe vengono concepite, costruite ed usate dai fruitori: “Le mappe non emergono nello stesso modo per tutti gli individui. Piuttosto esse emergono in contesti ed attraverso un mix di pratiche creative, riflessive, ludiche, tattili ed abituali; determinate dalla conoscenza, dall’esperienza e dalla capacità dell’individuo di mappare praticamente. […] Si aprono nuove questioni epistemologiche, incentrate sulle pratiche di mappatura in senso ampio, piuttosto che semplicemente sul fare-la-mappa o sull’usare-la-mappa o sulla natura delle mappe. Invece, l’attenzione è rivolta al modo in cui le mappe nascono in diversi modi, per scopi diversi, e prendono forma in funzione dei diversi contesti” (Kitchin, 2010: 11).

[3] Si veda in particolare il terzo capitolo, Il mercato del romanzo verso il 1850 (Moretti, 1997: 145-202).

[4] Riassumendo quanto detto, e spingendo l’analogia al punto tale da inglobare gli elementi-base del lavoro del cartografo, si può affermare che, mutatis mutandis, la traduzione produce sempre un effetto di riduzione, approssimazione e simbolicità rispetto al testo a cui rimanda. La riduzione cartografica indica il particolare rapporto sussistente tra la realtà e il territorio rappresentato, ossia il fatto che ogni mappa è per forza di cose costretta a ridurre in scala le lunghezze reali della superficie terrestre; a ciascuna scala corrisponderà un “dettaglio” maggiore o minore, ossia una aderenza (o distanza) della traduzione rispetto all’originale. L’approssimazione della carta ci ricorda che non è possibile trasferire una superficie sferica come quella terrestre su di un piano senza deformarla; allo stesso modo, la traduzione implica sempre, strutturalmente, perdita, adattamento, ricalibrazione, deformazione, sforzo, compressione, ecc. di un significato preesistente all’atto del tradurre (inutile dire che, quando si parla di traduzione, questi termini non hanno una connotazione necessariamente negativa). Infine, come la mappa, anche la traduzione è un oggetto simbolico vale a dire basato su segni convenzionali che permettono di comunicare, reinterpretandole, le informazioni riguardanti il territorio-testo rappresentato (in quanto tale, come la mappa ci parla anche del proprio autore, ossia di colui che la disegna, la traduzione ha molto da dirci anche su colui che traduce, ecc.).

[5] Ricordiamo en passant che per Le Lannou (1906-1992), la monografia incentrata sulla storia, la geografia e la popolazione della Sardegna, rappresentò il risultato di una ricerca condotta durante alcuni soggiorni nell’Isola per la preparazione della tesi di dottorato e finanziata con una borsa di studio dalla Rockefeller Foundation.

[6] Storico (1929-2018) dell’Università degli Studi di Sassari.

[7] Per esattezza 38.

[8] Si rimanda, per questo punto, a Farinelli (1980).

[9] Fondatore, nel 1973, della rivista Hérodote.

[10] Il cambiamento di titolo non produce peraltro soltanto una resa significativa diversa, ma fa perdere di vista l’intento polemico e la posizione politica “sotto i riflettori” dell’autore: Yves Lacoste era stato chiamato dal governo vietnamita durante la guerra in Vietnam per definire una strategia complessiva nell'azione dei bombardamenti statunitensi e aveva raccontato questa esperienza su Le Monde nei primi anni ‘70.

[11] Così il legame tra arte e geografia incarnato da un importante personaggio, Julien Gracq, famoso in Francia ma praticamente sconosciuto in Italia non è presente nell’edizione italiana. Le modalità con il quale Frémont ne parla (molto precise) e i riferimenti (troppo specifici) sono di scarso interesse per lo studente e il lettore medio italiano: Julien Gracq fascine la corporation des géographes, tout au moins en France. Plusieurs articles de grandes revues lui ont été consacré. Un géographe, Jean-Louis Tissier, a écrit une thèse sur son œuvre littéraire. Parce-qu’il est essentiellement connu comme écrivain, le cas de Julien Gracq est exceptionnel. Il résume merveilleusement les rapports complexes et souvent ambigus de l’art et de la Géographie (estratto dalle pp. 133-134).
Il est né à Saint-Florent-le Vieil, sous le nom de Louis Poirier d’une famille très représentative des petites classes moyennes de la province française.

About the author(s)

Dino Gavinelli is full professor in Human Geography at the University of Milan (Italy) where he teaches Regional and Urban Geography, Political and Economic Geography, Cultural Geography and Didactics of Geography. He also teaches in doctoral courses and in university and professional masters.

Rachele Piras is Phd in History, Cultural Heritage and International Studies (University of Cagliari, Italy). His research interests include tourism and depopulation of inland areas.

Marcello Tanca is Associate professor in Human Geography at the University of Cagliari (Italy), where he teaches Regional and Human Geography. His research interests are focused on landscape, relations between geography and philosophy, the geography of fiction.

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©inTRAlinea & Dino Gavinelli, Rachele Piras, Marcello Tanca (2021).
"Traduzioni come mappe Pâtres et Paysans de la Sardaigne di Maurice Le Lannou; La géographie, ça sert, d'abord, à faire la guerre di Yves Lacoste; Aimez-vous la géographie? di Armand Frémont"
inTRAlinea Special Issue: Space in Translation
Edited by: Lucia Quaquarelli, Licia Reggiani & Marc Silver
This article can be freely reproduced under Creative Commons License.
Stable URL: https://www.intralinea.org/specials/article/2576

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