Dire quasi la stessa cosa

Umberto Eco (2003)

Milano: Bompiani, pp. 391, € 18,00

Reviewed by: Federico Zanettin

L’uscita in libreria di un libro di Umberto Eco dedicato alla traduzione è un evento nel panorama della traduttologia tanto a livello internazionale quanto, in primo luogo, a livello nazionale italiano. Il problema della traduzione è da lungo tempo in maniera più o meno latente presente negli scritti del semiologo, che ha posto il discorso sulle possibilità e sui limiti dell’interpretazione al centro delle sue analisi teoriche, a partire da Opera Aperta (1962) fino a titoli più recenti come, appunto, I limiti dell’interpretazione (1990). Oltre a ciò, Eco si è occupato in maniera diretta della traduzione soprattutto nel corso degli ultimi anni, sia come autore di testi (narrativi) tradotti e traduttore che come studioso, affrontando il tema della traduzione, in particolare della traduzione intersemiotica, in diverse pubblicazioni e convegni, corsi e seminari accademici. Alcuni lettori potrebbero trovare questo lavoro insoddisfacente rispetto alle aspettative suscitate da un’opera interamente dedicata alla traduzione di un semiologo e intellettuale tra i più autorevoli. Il libro di Eco non aggiunge infatti nulla di particolarmente nuovo a quanto già in precedenza pubblicato, se non la comodità di trovare riuniti in un volume coerente analisi, osservazioni ed esemplificazioni altrimenti disperse in pubblicazioni di diversa natura e in diverse lingue (principalmente in italiano e in inglese).

Nel volume si sovrappongono spesso due piani di analisi, quello “interno” del critico/autore e quello “esterno” dello studioso/osservatore. Il volume da una parte si presenta come una serie di commenti e osservazioni sulla traduzione di testi letterari, con esempi tratti in primo luogo dalle traduzioni in diverse lingue dei propri romanzi. Sotto questo aspetto il testo di Eco appartiene all’ambito della “critica della traduzione”, in quanto si propone di analizzare sistematicamente un testo o un corpus di testi per esprimere un giudizio motivato sull’adeguatezza o meno di determinate traduzioni. Il fatto di essere autore di testi tradotti, oltre che praticante traduttore, mette ad Eco in una posizione privilegiata. Gli è infatti possibile esprimersi con cognizione di causa riguardo all’intenzione autoriale dei brani analizzati, per vedere poi se essa è stata rispettata o meno da parte di uno o più traduttori. Il secondo piano di analisi è invece quello del semiologo, interessato allo studio delle relazioni tra oggetti testuali e a stabilire un ordine interpretativo per il concetto di traduzione e le sue possibili manifestazioni nel più ampio senso del termine.

Punto di partenza è in questo caso, come si conviene ad un approccio semiotico, la distinzione proposta da Jakobson tra traduzione intralingustica (o riformulazione), traduzione interlinguistica (la “traduzione propriamente detta”) e traduzione intersemiotica. Eco propone di rivedere il diagramma in cui solitamente vengono rappresentate i tre tipi di “traduzione” sopramenzionate e presenta uno schema classificatorio più articolato, in cui la “traduzione propriamente detta”, ovvero la traduzione tra lingue naturali, è un tipo di “interpretazione” al pari di altri tipi di interpretazione che possono riguardare sia lo stesso sistema semiotico sia sistemi semiotici diversi. Ogni traduzione è cioè un’istanza di interpretazione, ma non viceversa. Volendo rappresentare questa sistematizzazione concettuale in un diagramma ad albero (a rischio in incorrere in un’errata interpretazione dell’intenzione autoriale) si avrebbe “interpretazione” come termine radice, distinguendo poi tra interpretazione all’interno dello stesso sistema di segni, come ad esempio la “traduzione intralinguistica” e la riproduzione in scala di opere d’arte, e interpretazione tra sistemi diversi. In questo secondo caso abbiamo un’ulteriore distinzione tra due tipi di interpretazione, quella in cui cambia la sostanza, come nella traduzione tra lingue naturali e nella riproduzione a stampa di un’opera pittorica, e quella in cui cambia la materia e non solo la sostanza semiotica, detta adattamento o trasmutazione, come ad esempio nella una versione filmica di un romanzo o nella “traduzione” in dipinto di una poesia. La traduzione “propriamente detta”, e in particolare la traduzione per l’editoria di testi narrativi e poetici rimane comunque al centro dell’analisi di Eco. Questa classificazione dei diversi tipi di “interpretazione” possibili consente a Eco di elaborare una tipologia di “modi di tradurre” (314) più che di traduzioni tra testi in lingue naturali diverse, esaminando oltre alla “traduzione propriamente detta”anche rifacimenti radicali, casi limite e zone di confine.

Per Eco la “traduzione propriamente detta”, argomento principale del libro, è quindi la traduzione “che si pratica nelle case editrici” (19), e in particolare, sembra, la traduzione letteraria. Altri tipi di “attività traduttive” tra lingue naturali, dall’interpretazione orale alla traduzione per il cinema e la televisione non vengono considerati, e scarsi sono i riferimenti alla traduzione editoriale non letteraria o alla traduzione tecnica in generale. Nell’opera sono peraltro scarsi e generalmente cursori i rimandi alla vasta letteratura prodotta negli ultimi quindici-venti anni nel campo dei Translation Studies. I principali riferimenti di Eco appartengono alla letteratura semiotica e alla sua vasta conoscenza di scrittura, testi e pratiche editoriali, accademiche e letterarie. La traduzione viene definita in termini funzionali come “strategia che mira a produrre, in lingua diversa, lo stesso effetto del discorso fonte” (292). Si tratta di una formulazione non dissimile da quella dell’”equivalenza dinamica” proposta da Nida, a cui Eco fa riferimento, così come fa riferimento alla skopos theorie (80). Questo è abbastanza sorprendente in quanto uno dei principali contributi della skopos theorie è stato quello di distinguere tra la funzione del testo fonte e la funzione della traduzione, che spesso, ma non sempre, coincidono. Avendo ristretto il campo alla traduzione editoriale letteraria, rimane da definire la differenza tra “traduzione” e altre pratiche editoriali simili. Si possono ancora definere “traduzioni” rifacimenti radicali come “le traduzioni” italiane di Queneau (ad opera di Eco) o di Joyce (ad opera di Joyce stesso)? Cosa distingue una traduzione da una non traduzione? Eco si appella inoltre al “senso comune” che permettere a un redattore editoriale di sapere cosa è accettabile come (buona) traduzione (19) e alla deontologia del traduttore, al “tacito principio per cui si è tenuti al rispetto giuridico del detto altrui” (20, enfasi dell’autore).

Un criterio più oggettivo sembrerebbe essere quello della reversibilità, ovvero la possibilità di poter ricostruire il testo fonte a partire da una retroversione, o ritraduzione della traduzione. Si tratta però anche in questo caso di un criterio indeterminato (Eco precisa trattarsi di un “continuum di reversibilità” (64)), ridefinito in termini di “ottimalità”, in base al quale “è ottimale la traduzione che permette di mantenere come reversibili il maggiore numero di livelli del testo tradotto” (68), che permette ad Eco di proporre una propria casistica di livelli di analisi ma che non risolve il problema definitorio. I due casi di rifacimento discussi presentano molte “licenze” (299) rispetto a criteri di reversibilità, “senso comune” e rispetto giuridico del detto altrui. Ad esempio, “qualsiasi traduttore che non fosse stato Joyce stesso sarebbe stato accusato di insostenibile licenza” (307). Non rimane che affidarsi al giudizio di Eco, che pur ponendoli come “casi limite” li fa rientrare tra le traduzioni (299, 312). D’altronde, come sottolinea il brillante titolo dell’opera, la traduzione è un fenomeno indeterminato, che riguarda testi e non sistemi linguistici (37). Il concetto che Eco identifica come centrale alla sua riflessione è quello di negoziazione: per “dire quasi la stessa cosa” il traduttore deve negoziare “con il fantasma di un autore sovente scomparso, con la presenza invadente del testo fonte, con l’immagine ancora indeterminata del lettore per cui si sta traducendo, … e talora … anche con l’editore” (345). Il sottotitolo “Esperienze di traduzione” sottolinea poi come l’opera non si pone come un testo di teoria della traduzione, ma come riflessione sulla traduzione di testi specifici. Eco non si addentra in quello che la negoziazione implica in termini di deontologia e agentività del traduttore, di norme condivise a livello editoriale e di rapporti di potere tra i diversi soggetti individuali e collettivi coinvolti nell’attività di traduzione. Il libro è godibilissimo anche e forse perché non si rivolge a un pubblico di specialisti, e nello specifico degli esempi discussi è difficile essere in disaccordo con i giudizi di merito espressi da Eco, a cui si può perdonare anche un certo autocompiacimento che affiora a tratti in riferimento alle proprie opere narrative.

Qual è l’interesse maggiore di questo libro per lo studioso di traduzione? Eco ha l’autorevolezza intellettuale e l’opportunità come autore per esprimere dei giudizi normativi su cosa è o non è una traduzione e di dare dei giudizi di valore sulle traduzioni stesse. In questo senso il libro può essere considerato una specie di “manuale per il traduttore letterario”. Nei termini della distinzione proposta da Toury (1995) tra “traduttologia pura” e “traduttologia applicata”, in cui la prima si occupa di quello che potrebbe essere (teoria della traduzione) e di quello che effettivamente è (studi descrittivi sulla traduzione), mentre la seconda si occupa di quello che dovrebbe essere (la formazione dei traduttori o la critica della traduzione), il volume di Eco rientra senz’altro nel secondo tipo. Eco di fatto suggerisce che il “senso comune” di “traduzione” è “dire la stessa cosa” in un’altra lingua, e che la “traduzione propriamente detta” è la traduzione editoriale. L’apparato classificatorio semiotico da lui introdotto a partire dal diagramma jakobsoniano gli permette di identificare tipi di relazioni interpretative tra testi all’interno dei quali è possibile identificare criteri che permettano di valutare l’opera di un traduttore esprimendo un giudizio sulla qualità di determinate scelte traduttive. Le norme con cui il traduttore negozia la propria produzione testuale sono determinate da pratiche linguistiche e culturali così come da consuetudini editoriali e “prescrizioni” di formatori e critici. L’autorevolezza di questi ultimi sarà a sua volta determinata dalla loro capacità di porsi come portatori del “senso comune” 19), capacità che di certo non manca ad Eco.

©inTRAlinea & Federico Zanettin (2003).
[Review] "Dire quasi la stessa cosa", inTRAlinea Vol. 6
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