Traduzione professionale e traduzione di consumo

Alcune riflessioni

By Antonio Furlanetto (Italy)

Abstract & Keywords

English:

In this short article the author, a professional Italian translator, offers some thoughts on the changing professional requirements, and outlines professional concerns and opportunities.

Italian:

In questo breve articolo l'autore, traduttore professionista, discute alcuni aspetti relativi a requisiti, problematiche e nuove prospettive professionali.

Keywords: professional translators, translation and the language industry, traduttori professionisti, traduzione professionale

©inTRAlinea & Antonio Furlanetto (2000).
"Traduzione professionale e traduzione di consumo Alcune riflessioni", inTRAlinea Vol. 3.
This article can be freely reproduced under Creative Commons License.
Stable URL: http://www.intralinea.org/archive/article/1626

Da qualunque angolatura la si scruti, la traduzione come attività lavorativa è affetta da una imprescindibile peculiarità: la cultura. Lontano da ogni autocelebrazione o superficiale spocchia corporativa, l’affermazione si intende qui piuttosto come componente necessaria di professionalità, metro di valutazione della qualità del prodotto traduzione. Non solo per ribadire il troppo citato concetto di mediazione che si rinnova ad ogni incarico di traduzione tra due o più mondi sottintesi dai testi e dalle lingue di partenza e di arrivo. Parliamo, ad esempio, di formazione ed anche in questo campo ci accorgiamo che per il traduttore essa è per antonomasia “formazione continua”, a partire dal mantenimento delle competenze linguistiche per passare all’apprendimento di discipline specialistiche diverse per poter capire la logica di ciò che si traduce o all’aggiornamento, per così dire, geopolitico e antropologico sui paesi dove vivono i parlanti delle lingue di lavoro. Cosa non dire poi delle abilità, costantemente da affinare, che vengono richieste ai prestatori di una professione di fatto non protetta, non regolamentata e a volte misconosciuta, spesso anche da chi, come committente, dovrebbe poter distinguere anche ad un livello più superficiale la qualità nella prestazione. Ed ecco che il traduttore deve masticare un po’ di contabilità e di diritto tributario, magari comparato, e di diritto societario se vuole associarsi con alcuni colleghi e mettere insieme le forze per affrontare meglio il mercato. Deve inoltre sviluppare quelle abilità nel trattare con i clienti e nel vendere il proprio lavoro e la propria immagine che gli permettano non solo di acquisire nuovi incarichi, ma di mantenere i propri contatti d’affari. Nessuna “protezione”, nessun vincolo all’accesso al mercato, garantiti ad altre professioni riconosciute e tutelate nei loro privilegi di formazione, di ingresso nella professione, di carriere predeterminate o addirittura di tariffe o stipendi predefiniti, aiutano il traduttore nella competizione. Aggiungiamo in questo quadro apparentemente selettivo che la concorrenza avviene in un settore il cui livello di ricchezza, a parità di prestazioni intellettuali, è decisamente inferiore a quello di molte altre professioni. Tra i potenziali committenti il grado di conoscenza delle peculiarità, collegate alla qualità nella traduzione, è piuttosto basso e, mancando un riferimento normativo seppur minimo, la confusione è massima. Ancora una volta la chiave per sopravvivere o vivere meglio con il proprio lavoro è di carattere culturale, anche se è necessaria una certa creatività ed eclettismo.

La rivoluzione copernicana dell’informatica o, più precisamente, del PC ha forse aggravato la situazione, nel senso che ha colto di sorpresa molti dei professionisti sul mercato, tanto che ancor oggi esiste scarsa coscienza del gap tecnologico che ha già cominciato ad operare una drastica, a volte ingiusta ma inevitabile selezione. Nel corso del recente Seminario di Terminologia informatizzata e Traduzione assistita di AITI a Bolzano e a Treviso si è constatato come coesistano due atteggiamenti tra i professionisti della traduzione di fronte alle nuove tecnologie: chi afferma che il traduttore deve essere anche un po’ informatico per padroneggiare macchine e programmi al meglio, e chi sostiene che proprio tali ausili permettano il riemergere della figura del traduttore “puro”. Quest’ultimo può giovarsi delle tecnologie dei programmi integrati di traduzione assistita che, sempre più amichevoli, gli consentono di astrarre persino dall’impaginazione, dal “formato” del documento di arrivo e di partenza, concentrandosi solo, come un tempo, sul testo nudo e crudo da tradurre. All’altro capo c’è chi afferma che solo un uso consapevole e competente del supporto informatico, permette al traduttore di scegliere gli strumenti più adatti al proprio tipo di traduzioni e al proprio stile di lavoro, e tutto ciò non solo in un’ottica di qualità della traduzione, ma anche in una prospettiva di ottimizzazione del lavoro e di giusta valutazione del profitto. Molto probabilmente le due posizioni non sono alternative, certo a parere di chi scrive le opportunità di lavoro per i neotraduttori puri sono più ristrette e comunque in qualche modo legate ad un tipo di rapporto lavorativo dipendente o subordinato, inserito cioè in grandi enti o aziende con sistemi standardizzati o al servizio di intermediari ben strutturati. Il professionista-informatico chiaramente deve sobbarcarsi un altro processo di acculturazione, per di più con il rischio di venire sempre e di nuovo travolto dalla perversa spirale all’innovazione che detta legge attualmente nel mondo dei computer. Forse è tutto sommato più realistico affermare che un traduttore non può prescindere da una certa dimestichezza con l’informatica.

Pur senza pregiudizi nei confronti della traduzione automatica, che comincia ad imperversare con i programmi “da banco” per tradurre le pagine Web, ma che impegna una parte cospicua della ricerca sull’automazione nell’uso delle lingue e dei linguaggi con altro tipo di programmi decisamente interessanti, forse la vera dimensione del nuovo professionista viene dai programmi di traduzione assistita. Essi integrano, a volte in modo complesso e non ancora sempre intuitivo, strumenti di terminologia avanzati e di traduzione automatica e di editing in un processo costantemente guidato dalle scelte del traduttore.

Forse è possibile prevedere una prossima evoluzione del mercato che estremizzi quanto è andato delineandosi negli ultimi anni: da un lato la traduzione commerciale a bassi costi, una traduzione di consumo, funzionale alla dinamica della grande distribuzione dei grandi numeri e senza tante pretese di esattezza o fedeltà, ma solo quella dell’immediata disponibilità; dall’altra una traduzione professionale alla quale vengono riconosciuti i caratteri di una prestazione qualitativamente elevata e che su questo metro aggiusta i rapporti tra committente ed esecutore, che meglio si definirebbe un consulente per il contenuto di competenza tecnica e culturale della sua prestazione, una attività altamente selettiva a causa dei suoi presupposti, non tanto incentrata sulla figura del traduttore individuale, ma su quella dei professionisti associati, anche temporaneamente, e dei team di progetto.

Fantasie?

About the author(s)

Antonio Furlanetto lavora come traduttore alle dipendenze di un’azienda ed è consigliere nazionale dell’Associazione Italiana Traduttori e Interpreti (AITI).

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©inTRAlinea & Antonio Furlanetto (2000).
"Traduzione professionale e traduzione di consumo Alcune riflessioni", inTRAlinea Vol. 3.
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