"Zona": apologia della N.d.t.

Competenza lessicale e competenza culturale

By Duccio Colombo (SSLiMIT- Università di Bologna, Italy)

Abstract & Keywords

English:

The republication in Italy of Piknik na obočine (Roadside Picnic) by Arkadij e Boris Strugackij, a science-fiction masterpiece published in the USSR in 1972, provides the occasion for a discussion of the problems involved in the translation of this text, both at the level of lexical and cultural competence.

Italian:

La ripubblicazione in Italia di Piknik na obočine (Picnic sul ciglio della strada) di Arkadij e Boris Strugackij, capolavoro della fantascienza sovietica che risale al 1972, offre l’occasione per una riflessione su una difficoltà particolare che questo testo pone al traduttore, sul confine tra i problemi di competenza (e di resa) lessicale e quelli di competenza culturale.

Keywords: literary translation, traduzione letteraria, arkadij e boris strugackij, science-fiction, fantascienza, ussr

©inTRAlinea & Duccio Colombo (2004).
"“Zona”: apologia della N.d.t.", inTRAlinea Vol. 7.
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L’editore Marcos y Marcos ha ripubblicato di recente Picnic sul ciglio della strada di Arkadij e Boris Strugackij, noto in Italia soprattutto per aver ispirato ad Andrej Tarkovskij il film Stalker (sceneggiato dagli stessi autori). L’iniziativa editoriale[1] (estremamente meritoria: l’ultima edizione italiana di quello che è probabilmente il capolavoro della fantascienza sovietica risaliva al 1988 – era uscita, sotto il titolo del film, in una collana di consumo, Urania di Mondadori) offre l’occasione per una riflessione su una difficoltà particolare che questo testo pone al traduttore, sul confine tra i problemi di competenza (e di resa) lessicale e quelli di competenza culturale.

Ricordiamo, in sintesi, l’argomento del romanzo (e del film di Tarkovskij, che presenta l’identico problema): il passaggio sul nostro pianeta di visitatori extraterrestri ha lasciato in eredità una serie di Zone che conservano le loro tracce, Zone in cui la realtà è alterata in modo incomprensibile, che nascondono tesori di tecnologia ma anche terribili minacce; le Zone sono state recintate e sono sorvegliate militarmente dalle autorità; solo un gruppo di giovani sbandati, detti stalker, osano sfidare la sorveglianza e i pericoli della Zona e vi si avventurano alla ricerca di tesori (nel film la Zona è una sola, le ragioni della sua esistenza sono solo suggerite, e l’unico obiettivo del viaggio avventuroso è raggiungere una Stanza che, secondo la leggenda, è in grado di realizzare i desideri di chi la visiti).
La ripubblicazione del romanzo ha offerto alla stampa italiana l’occasione di riprendere gli esercizi sulla suggestione, sul significato metaforico evocato dall’immagine della Zona. Emanuele Trevi si produce in una serie di collegamenti interessanti, dalla zona radioattiva intorno alla centrale di Černobyl’[2] come raccontata nel libro di Svetlana Aleksievič (gli Strugackij sono citati nelle testimonianze raccolte dall’autrice) fino alla nota Zona Rossa al G8 di Genova. Luigi Ippolito raccoglie l’occasione in un senso differente:

Un’interpretazione proposta è di tipo psicoanalitico, la Zona come l’inconscio, il luogo dove non vale il principio di realtà e dove attingere le verità riposte. Ma un’altra chiave la offre lo stalker protagonista del libro, Red Schouart, che prima di partire apostrofa il suo compagno di viaggio Kirill: «Che fai, preghi?»... «E prega, prega pure! Più entri nella zona, più ti avvicini al cielo…» (Ippolito 2003).

D’altra parte, già il film di Tarkovskij (molto più apprezzato, in occidente, del romanzo) aveva dato l’occasione ad un’esplosione delle interpretazioni. Una rassegna sintetica è già stata pubblicata:

... per Kovács e Szilágyi, la sua capacità di esaudire i desideri è collegata al bisogno del miracolo in un’epoca priva di religione e di etica… Il viaggio al suo interno è dunque uno spostamento geografico, un pellegrinaggio che, rifacendosi alla tradizione del Medioevo, assume il significato di una rinascita morale, della ricerca di santità. Ma è anche, secondo Carrère, un viaggio nell’inconscio, non dell’uomo ma del mondo… Ma, secondo una lettura più specificatamente mitologica, la Zona è anche il tabù, un limite posto dalla società, un interdetto che deve trovare il suo Prometeo violatore (Masoni-Vecchi 1997: 83-4).

A chiudere il dibattito si cita abitualmente il regista:

Mi hanno sovente domandato che cos’è la Zona, che cosa simboleggia, ed hanno avanzato le interpretazioni più impensabili. Io cado in uno stato di rabbia e di disperazione quando sento domande del genere. La Zona, come ogni altra cosa nei miei film, non simboleggia nulla: la Zona è la Zona, la Zona è la vita: attraversandola l’uomo o si spezza, o resiste (Tarkovskij 1988: 178).

Opinione che può avere forse una validità per quanto riguarda il film (il cui carattere di apologo morale,[3] così scoperto da sfiorare il didascalico, lo rende, a parere di chi scrive, tanto inferiore al romanzo che lo ha ispirato), ma non è sufficiente a chiudere il dibattito sul lavoro degli Strugackij.

Un gioco di interpretazioni davvero affascinante; ma inficiato alla fonte dall’ignoranza di un’informazione fondamentale. In russo moderno, il termine зона (prestito da una lingua europea occidentale (Černych 1994: 328), il cui primo significato è più o meno corrispondente a quello dell’italiano zona) significa anche «campo di concentramento». Non c’è bisogno di dilungarsi sulla potenza associativa di un fatto del genere per il lettore (o lo spettatore) di madrelingua: la lettura del romanzo degli Strugackij, come del film di Tarkovskij, sarà inevitabilmente condizionata dal dato linguistico; ogni interpretazione di altro genere ne sarà inevitabilmente subordinata. La «rabbia e disperazione» che Tarkovskij dichiarava provare alla richiesta di spiegazioni potrebbe essere spiegata come una reazione all’ignoranza degli intervistatori, e, magari, una conseguenza della scarsa opportunità (finché era cittadino sovietico) di esplicitare il senso, piuttosto che con la tradizionale insofferenza dell’artista a dare una lettura banalmente prosastica del suo lavoro.

Questa accezione del termine russo è ormai registrata anche in uno dei dizionari Russo-Italiano, quello di Julija Dobrovol’skaja: «zona all’interno del reticolato del lager» (Dobrovol’skaja 1997).[4] Quanto ai dizionari monolingue la registrazione avviene, per motivi non difficili da immaginare, solo in epoca postsovietica.[5] Ma era evidentemente di uso corrente da tempo – già nella Giornata di Ivan Denisovič di Solženicyn (pubblicato nel 1962) il termine viene utilizzato frequentemente, senza che l’autore senta il bisogno di includerlo nel dizionarietto del gergo concentrazionario pubblicato in chiusura. E diversi costrutti richiedono, per un’interpretazione corretta, una conoscenza inequivoca del significato (i detenuti esonerati dal lavoro sono detti не выходящие за зону: quelli che non escono dalla zona, Solženicyn 1994: 15).

Già qui, in diversi casi, il significato si avvicina a quello attuale, che va oltre la definizione della Dobrovol’skaja: non solo la «zona» recintata (tecnicismo), ma il lager tout-court:

«Смотрите, видите внизу лесоповал, этот гниющий невывезенный лес. Это бывшая зона, зеки работали, надо было их чем-то занимать»
[Guardi, vede laggiù il bosco tagliato, quel legname lasciato qui a marcire. È una ex zona, i detenuti lavoravano, bisognava tenerli occupati].[6]

Si tratta, evidentemente, di due stadi diversi nello sviluppo del significato del termine, che ha origine con tutta probabilità nel linguaggio burocratico dell’amministrazione del GULag, di cui negli ultimi anni sono stati pubblicati numerosi documenti. In un regolamento del 1939 sembra di assistere, per così dire, alla nascita di questo significato. Al punto 5 si tratta ancora di зона ограждения (zona recintata), зона охранения (zona sorvegliata), utilizzati come sinonimi:

При определении границ лагерного пункта (участка, колонны, командировки) зона ограждения должна иметь форму прямоугольника или квадрата, обеспечивающая лучший просмотр.
С внутренней стороны лагеря устанавливается вторая (предупредительная) зона охранения в один провод или со знаками обозначения на расстоянии 5 метров от основной зоны.[7]

[All’atto della determinazione dei confini del lager (del distretto, della colonna, della trasferta) la zona recintata deve avere la forma di un rettangolo o di un quadrato, che garantisca la migliore possibilità di osservazione. Sul lato interno del lager viene stabilita una seconda zona sorvegliata (preventiva) di un filo o con segni indicatori alla distanza di 5 metri dalla zona principale].

Più avanti, si parla di зона лагпункта («zona del lager»): «В зоне лагпункта допускается свободное передвижение заключенных до сигнала отдыха ко сну». [Nella zona del lager è ammesso il libero movimento dei detenuti fino al segnale di ritirata per la notte]. Ma al punto 12 dello stesso documento, зона è già trattato con un termine che non ha bisogno di ulteriore specificazione:

Категорически запрещается всем без исключения заключенным проживание за зоной в деревнях, на частных квартирах или в домах, принадлежащих лагерю.
В отдельных случаях (...) разрешается в местах, удаленных от населенных пунктов, проживание бесконвойных заключенных за зоной в служебных помещениях под систематическим наблюдением охраны.
Ни при каких обстоятельствах не разрешается проживание за зоной осужденных за контрреволюционные преступления.[8]

[È categoricamente vietato a tutti i detenuti senza eccezione di vivere fuori dalla zona in villaggi, in appartamenti privati o in case di proprietà del lager.
In singoli casi (...) si permette ai detenuti con diritto di movimento senza scorta, nei luoghi lontani dai centri abitati, di vivere al di fuori della zona negli edifici di servizio sotto l’osservazione sistematica degli agenti di sorveglianza.
In nessun caso è permesso di vivere al di fuori della zona ai condannati per crimini controrivoluzionari.]

Come trasmettere questo significato al lettore italiano? Il traduttore di Solženicyn (che lavorava nel 1963), rivela una certa insicurezza, frutto evidentemente di qualche difficoltà di comprensione;[9] ma, dove il termine viene utilizzato soltanto in questa accezione, il problema non è evidentemente insormontabile – basterà tradurre зона con «campo», «lager» o qualcosa di simile, l’unica difficoltà potrebbe derivare dal livello stilistico. Dove, come nel caso degli Strugackij, si gioca proprio sulla polisemia del termine, dove зона viene utilizzato nel significato principale, traducibile con l’italiano «zona», e il secondo significato è presente soltanto come un’eco inquietante, la difficoltà diventa enorme. Dal punto di vista del traduttore del singolo testo, non si vede altra soluzione che quella di una nota – l’n.d.t. è la bestia nera del professionista, l’ammissione di un fallimento e di una rinuncia, ma in questo caso avrebbe risparmiato tante elucubrazioni critiche sul nulla.

Questo affrontando la questione dal punto di vista del traduttore solo con il suo originale. Ma dal punto di vista della cultura nel suo complesso, non c’è proprio altro modo di rendere il lettore italiano informato della pluralità di accezioni del termine russo, in modo da renderlo in grado di cogliere autonomamente le associazioni obbligate per il lettore dell’originale?

Un problema in qualche misura analogo è stato risolto con la creazione in italiano (e nelle lingue europee in generale) del prestito soviet. Il russo совет è traducibile, nella maggior parte delle sue accezioni, con consiglio – tanto nel senso di «suggerimento» che in quello di «organo collegiale». I dizionari russi moderni tendono a registrare come omonimi совет1 – «Название различных коллегиальных органов. С. безопасности ООН. Государственный с. Учёный с. института..» [denominazione di diversi organi collegiali. Consiglio di sicurezza dell’ONU. Consiglio di stato. Consiglio scientifico dell’istituto] e совет2 – «представительный орган государственной власти, одна из форм политической  организации общества. Совет Федерации (верхняя палата парламента России). Советы народных депутатов. Верховный С. РСФСР  (постоянно действовавший законодательный и контрольный орган государственной власти в РСФСР). Городской с. (горсовет)...» [organo rappresentativo del potere statale, una delle forme di organizzazione politica della socetà. Soviet della Federazione (camera alta del parlamento della Russia). Soviet dei deputati del popolo. Soviet supremo della RSFSR (organo legislativo e di controllo permanente del potere statale nella RSFSR). Soviet cittadino (gorsovet)] (Ožegov – Švedova 1999).
Il processo di formazione del secondo degli omonimi (o della nuova accezione del termine, se preferiamo interpretare la situazione come un caso di polisemia – i dizionari russi da questo punto di vista non concordano tra loro) è analogo a quello che abbiamo visto per зона: come questo deriva dall’abbreviazione di зона ограждения, зона охранения, совет deriva da quello di совет депутатов[10] [consiglio dei deputati], o più precisamente da совет рабочих и солдатских депутатов [consiglio dei deputati operai e soldati]. Effettivamente, la denominazione ufficiale degli organi elettivi nel corso della storia sovietica è variata diverse volte – dal 1918 al 1936 era советы рабочих, крестьянских и красноармейских депутатов [consigli dei deputati operai, contadini e dell’armata rossa], dal 1936 al 1977 советы депутатов трудящихся [consigli dei deputati dei lavoratori], dopo il 1977 советы народных депутатов [consigli dei deputati del popolo].[11] La distinzione non chiude tutti gli spazi di ambiguità, il secondo termine rimane fortemente collegato al primo: come tradurre in russo l’italiano «consiglio comunale»? La traduzione letterale è «городской совет». Ma l’uso di questa costruzione – specie nella contrazione горсовет – farebbe saltare sulla sedia un russo di oggi.[12] La nuova Russia ha recuperato dai manuali di storia, per la denominazione degli organi del potere pubblico, la parola дума.[13] A rendere necessario il recupero di un termine ormai arcaico è lo stesso dato che ha motivato la comparsa del prestito in italiano, la forte connotazione politica assunta da совет – lo slogan вся власть советам [tutto il potere ai soviet], l’uso dell’aggettivo советский (e, soprattutto, di антисоветский) come segno dell’appartenenza a un campo…

A rendere impossibile, per зона, una soluzione del genere sta il fatto che la traduzione italiana è omografa alla traslitterazione della parola russa.

Nient’altro che la nota, dunque?
Il pubblico inglese e quello francese hanno, oggi, almeno un’opportunità in più, rispetto a quello italiano, per cogliere il potere evocativo della Zona degli Strugackij e di Tarkovskij. Nelle loro lingue il romanzo di Sergej Dovlatov Зона. Записки надзирателя è apparso con il titolo tradotto letteralmente (con un chiarimento nel sottotitolo): The zone: a prison camp guard’s story (Dovlatov 1985); La zone, souvenirs d’un gardien de camp (Dovlatov 2003); in italiano lo stesso romanzo si chiama Regime speciale. Appunti di un sorvegliante (Dovlatov 2002).

La traduttrice giustifica la scelta con la necessità di rendere l’argomento immediatamente evidente al lettore italiano.[14] Una posizione, di nuovo, assolutamente condivisibile nel caso isolato; che però fa rimpiangere un’occasione perduta per rendere più nota una sfumatura di significato che, altrove, è così difficile trasmettere.

Caricare sul traduttore un peso ulteriore, quando è già tanto faticoso trovare la soluzione ottimale per il testo su cui si sta lavorando, potrebbe apparire come un eccesso di severità. Per di più, entrambe le soluzioni che abbiamo proposto – inserimento di una nota, scelta di un titolo meno immediatamente comunicativo per il lettore in LA – sono ai primi posti nella lista delle scelte sgradite agli editori, delle scelte che richiedono una lotta.

Per quanto riguarda il libro dei fratelli Strugackij, la serie lunga e stravagante di interpretazioni svianti riportate in apertura è una prova più che sufficiente della necessità di un chiarimento – è in gioco la comprensione da parte del lettore in LA di significati associativi imprescindibili, e potenzialmente dunque anche il suo interesse per il libro.

Per quanto riguarda il libro di Dovlatov – davvero vale la pena, nella scelta del titolo, di preoccuparsi dei lettori degli Strugackij? Può costituire un elemento a favore un esempio che presenta qualche analogia. Il fatto che nelle traduzioni di narrativa russa si incontrino cognomi con la doppia forma maschile e femminile oggi non provoca difficoltà particolari al lettore in lingue che, come l’italiano o l’inglese, non conoscono distinzioni del genere; ma la scelta di mantenere la forma dell’originale non è così scontata. Vladimir Nabokov, in un appunto relativo ad un progetto mai realizzato di nuova traduzione inglese di Anna Karenina, si dichiarava fermamente contrario:

I traduttori hanno degli enormi problemi col nome dell’eroina. In Russia, un cognome che termina in consonante acquista una “a” finale (tranne quando questi nomi non sono declinabili) quando indica una donna; ma solo se riferito a un’attrice è corretto femminilizzare in altre lingue un cognome russo (seguendo l’uso francese, “la Pavlova”). Le mogli di Ivanov e di Karenin sono la signora Ivanov e la signora Karenin, non “la signora Ivanova” o “la signora Karenina”. Avendo deciso di scrivere “Karenina”, certi traduttori si sono trovati costretti a chiamare il marito di Anna “signor Karenina” che è ridicolo come lo sarebbe chiamare “Lord Mary” il marito di Lady Mary».[15]

Secondo questa logica, il romanzo di Tolstoj dovrebbe intitolarsi, in traduzione inglese, Missis Alexey Karenin (Karyenin?); quanto all’italiano, non sarebbe il caso di stupirsi trovando una traduzione con il titolo nella forma inglese.[16]  La consuetudine con il lavoro di traduttori che hanno scelto per lo straniamento (al prezzo di qualche n.d.t.?) ci risparmia un esito del genere.

Riferimenti bibliografici

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Dovlatov, Sergej (1985). The Zone: a Prison Camp Guard’s Story. Translated from the Russian by Anne Frydman. New York: A.A. Knopf.

Dovlatov, Sergej (2002). Regime speciale. Appunti di un sorvegliante. A cura di Laura Salmon, Palermo, Sellerio.

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Trevi, Emanuele (2003). Il fascino perverso dell’off limits. «Il Manifesto» 30/1/2003.

Note

[1]La traduzione pubblicata da Marcos y Marcos, di Luisa Capo, è vecchia di vent’anni – era apparsa nel 1982, nell’antologia degli Editori Riuniti Noi della galassia  – e presta il fianco a diverse critiche: basti notare che i nomi degli autori, Аркадий и Борис Стругацкие – Arkadij e Boris Strugackij in traslitterazione scientifica – appaiono qui come «Arkadi e Boris Strugatzki» (all’uso francese?); ma non è questo il tema che vogliamo affrontare qui. Del resto, come si evince dal catalogo on line della fantascienza italiana (http://www.fantascienza.com), questi autori sono stati pubblicati in Italia sotto il nome, di volta in volta, di Strugatskij, Strugatckij, Strugazky, Strugatsky, Strugatski

[2]«Il film di Tarkovskij, del 1980, precede di sei anni la catastrofe di Cernobyl’. La vita delle grandi metafore è imprevedibile, perché il corso del tempo le conduce a compromettersi, a impastarsi con i sussulti, le svolte improvvise, le catastrofi del reale…» Trevi 2003; l’occhiello dell’articolo recita: «Grandi metafore».

[3]Ancora più evidente nelle parole di Tarkovskij: «Se l’uomo resisterà dipende dal suo sentimento della propria dignità, dalla sua capacità di distinguere il fondamentale dal passeggero…» (Tarkovskij 1988: 178).

[4] Vedi anche: Dobrovol’skaja 2001. In entrambe le edizioni, la definizione è seguita dai fraseologismi: «малая ~ [zona piccola] il lager; большая ~ [zona grande] (stor.) tutta l’Unione Sovietica»; questo calembour, molto citato (vedi, tra gli altri, Rossi 1997), è di Solženicyn: «Как кусок тухлого мяса зловонен  не  только  по поверхности своей, но и окружен еще молекулярным зловонным облаком,  так и каждый остров Архипелага создаёт и поддерживает вокруг себя зловонную зону. Эта зона, более охватная, чем сам Архипелаг, – зона  посредническая, передаточная между  малой  зоной каждого отдельного острова – и Большой Зоной всей страны». [Come un pezzo di carne marcia non puzza soltanto sulla sua superficie, ma è anche circondato da una nuvola molecolare di puzzo, così ogni isola dell’Arcipelago crea e mantiene intorno a sé una zona puzzolente. Questa zona, più ampia dello stesso Arcipelago, è la zona di mezzo, di trasmissione tra la zona piccola di ogni distinta isola e la Zona Grande di tutto il paese] (Solženicyn 1973). In Moskva 2042  di Vladimir Vojnovič, uno sfegatato ammiratore di Sim Simič Karnavalov, raffigurazione ironica di Solženicyn, racconta al narratore che questi sta lavorando ad una smisurata epopea intitolata Большая зона [La zona grande]: «– А, значит, опять о лагерях, – сказал я». «Дурак – è la risposta, – лагеря – это “Малая зона”. Впрочем, “Малая зона” как часть “Большой зоны” там тоже будет». [– Ah, dunque è ancora sui lager,  – dissi io. – Cretino, i lager sono la “Zona piccola”. D’altra parte ci sarà anche la “Zona piccola” come parte della “Zona grande”] (Cito da Šestakov 1990: 425).

[5]In Skljarevskaja 1998 accanto al termine compare un simbolo che indica un «относительное новое слово (значение), словарные фиксации в пределах описываемого периода» - [parola (significato) – relativamente nuova, fissata nei vocabolari nei limiti del periodo descritto] (che, come da introduzione, è 1985-1997).

[6]«Ogonek», 1991, n. 26, citato in Skljarevskaja 1998: 257.

[7]Vremennaja instrukcija o režime soderžanija zaključennych v ITL NKVD SSSR, in Kokurin – Petrov – Šostakovskij 2000: 457.

[8]Ibid: 458.

[9]Nella traduzione di Raffaello Uboldi, presentata come «unica ... autorizzata dall’autore», зона è tradotto con «campo» in gran parte delle occorrenze; è da notare, però, una certa resistenza – il sintagma «рабочая зона», il campo di lavoro, a una certa distanza da quello dove i detenuti risiedono, è tradotto volentieri con «cantiere», «zona dei lavori»; in almeno due casi l’incertezza sul significato del termine porta a degli errori: dove si racconta del passato di uno dei detenuti, che è stato prigioniero a Buchenwald: «... и там в подпольной организации был, оружие в зону носил для восстания» (e lì era stato in un’organizzazione clandestina, aveva portato delle armi nel campo per un’insurrezione) il campo diventa improvvisamente «la zona esterna del campo» (cito da Solženicyn 2002: 64); alla mensa – che si trova nel campo di lavoro – il discorso indiretto libero del protagonista ci informa che le razioni sono scarse anche per via dei furti, che si compiono tanto alla mensa, quanto al campo, e ancora prima ai magazzini: «И здесь воруют, и в зоне воруют, и еще раньше на складе воруют»; nella traduzione зона, che è, evidentemente, il campo di concentramento, da cui dipende l’organizzazione della mensa, diventa «il cantiere» (Ibid., p. 68).

[10]Secondo Černych 1994, che fa risalire il termine al 1905 e il suo passaggio nell’uso comune al 1917.

[11]Vedi Mokienko – Nikitina 1998; le voci, per quanto riguarda questo argomento, sono costituite in maggioranza da citazioni delle enciclopedie sovietiche.

[12]Eppure, l’identificazione non ha nulla di arbitrario; come scrive un noto storico, con la costituzione del 1936 «Nell’ordinamento statale la maggiore novità era la sparizione dei vecchi congressi dei soviet, regionali, nazionali o federali, che avevano mantenuto un tenue rapporto storico con la loro origine rivoluzionaria. Il loro posto veniva preso da organi rappresentativi più tradizionali, tutti direttamente eletti dalla popolazione, che conservavano il nome di soviet ma erano più vicini ad istituti di tipo parlamentare: soviet di distretto, di città, di regione, di repubblica fino al Soviet supremo dell’URSS…» (Boffa 1990, vol. 2: 205).

[13]Per quanto riguarda gli organi delle amministrazioni comunali; per le regioni si utilizza законодательное собрание, “assemblea legislativa”.

[14]«Zona significa “zona militare”, ma il titolo si è reso in italiano come Regime speciale (Appunti di un sorvegliante), in quanto anche l’espressione “campo militare” avrebbe eluso l’associazione alla colonia penale, gestita dall’esercito sovietico, in cui sono ambientati i racconti» (Salmon 2002: 251).

[15]Nabokov 1987: 169.

[16]Una cosa del genere è successa a un personaggio dello Zio Vanja di Čechov nella versione filmata da Louis Malle – Vanja sulla 42ma strada. I titoli del film indicano che il testo è stato adattato da David Mamet, ma evidentemente il suo intervento è limitato ad alcune battute introduttive: lo spettatore è accompagnato, insieme ad alcuni visitatori, in un teatro abbandonato di New York in cui una compagnia prova lo Zio Vanja, e quello che segue è il testo di Čechov. I titoli di testa indicano anche – caso più unico che raro – non il nome dell’autore dei dialoghi italiani ma quello del traduttore, un anglista di fama. Uno dei personaggi di Čechov porta il soprannome di Вафля  (wafer, cialda, «cialdone» nella bella traduzione di Gian Piero Piretto – Čechov 1989) per via del volto butterato dal vaiolo. Nella versione italiana del film di Malle questo personaggio si chiama Waffles!

About the author(s)

Duccio Colombo ha conseguito il dottorato di ricerca in Letterature slave comparate presso l’università di Milano. Ha insegnato traduzione dal russo in italiano presso la SSLMIT - Forlì. È attualmente assegnista all’università di Siena.

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