Arthur Rimbaud, Une saison en enfer

Adriano Marchetti (a cura di) (2009)

Pier Giorgio Pazzini editore (“Parole nell’ombra”, 28), p. 192, € 13,50.

Reviewed by: Sara Amadori

Una stagione all’inferno, a cura di Adriano Marchetti, pubblicato per i tipi di Pazzini (2009), si offre a noi come un contributo quanto mai completo ed esauriente alla lettura del celebre testo rimbaudiano. Fin dall’introduzione (“Il libro della crisi”, pp. 7-18), nella quale lo studioso considera alcuni dati biografici che hanno giocato un ruolo essenziale nella genesi dell’opera, siamo trasportati nell’inferno della vita di Rimbaud e della sua tormentata relazione amorosa con Verlaine. In questa stagione infernale affonda le sue radici infatti l’altro inferno, quello della scrittura, di una parola di carne tesa verso l’assoluto e al contempo desiderosa di accogliere in grembo la “réalité rugueuse” (p. 102).

Une saison en enfer risulta dunque essere, come constata Marchetti nella sua introduzione, un “esempio unico nella letteratura occidentale di congegno inventivo e dissolvente insieme”, attraverso il quale il poeta “sceglie di resistere, in solitudine, tra il possibile e l’impossibile, assumendosi l’esercizio più poeticamente rigoroso e insieme più drammaticamente desolato” (p. 17). La parola poetica di Une saison en enfer, tormentata, difficile, involuta, ermetica, consente a Marchetti di esibire le sue notevoli doti di ermeneuta, già ampiamente dimostrate al banco di prova delle Illuminations (Arthur Rimbaud, Illuminations, a cura di Adriano Marchetti, Villa Verucchio (Rn), Pier Giorgio Pazzini ed., 2006). Il movimento traduttivo è infatti profondamente irrorato dalla riflessione critica. L’apparato esegetico al testo francese, che segue le traduzioni e i loro testi a fronte, costituisce un importante contributo alla lettura. Marchetti alterna infatti alcune informazioni sulla genesi dell’opera a un attento lavoro di esegesi dell’originale, soffermandosi talora su aspetti più specificamente linguistici che si sono rivelati problematici per la traduzione.

Il rapporto osmotico che si instaura tra riflessione critica e movimento traduttivo si rivela così estremamente fecondo: facendosi testimonianza di quanto la traduzione possa essere occasione di una lettura profonda dell’originale finalizzata a offrire al lettore un testo più trasparente, questa versione di Une saison en enfer dimostra al contempo quanto “un'opera si completi solo nella comprensione” (Apel, Friedmar, Il movimento del linguaggio: una ricerca sul problema del tradurre,  Milano, Marcos y Marcos, 1997, p. 35). Se per Marchetti del resto quella del traduttore è una “figura della mediazione e della complicità, […] compromess[a] nella relazione che esiste tra la parola e l’essere » (Adriano Marchetti, Charles du Bos: “Che cos’è la letteratura?”, in Scritture di passaggio, Verona, Anterem, 2007, p. 13), il movimento traduttivo non può che configurarsi come il risultato del cristallizzarsi di una nuova esperienza poetica volta a contribuire alla maturazione dell’originale. A tale maturazione corrisponde quella della lingua traducente, letteralmente penetrata e fecondata dalla parola poetica rimbaudiana. Se questa si caratterizza infatti per il suo essere rivoluzionaria, esplosiva, corrosiva, e per il suo esplicito “ripudio di una certa forma etico-estetica della letteratura” (Note al testo, p. 154), la parola poetico-traduttiva di Marchetti riesce a esserlo a sua volta: non solo in quanto parola poetica, ma anche in quanto parola traduttiva, che si pone attentamente in ascolto dell’originale e si lascia fecondare dalla sua estraneità.

La traduzione tenta infatti di riprodurre il sapore della “lettera” del testo rimbaudiano, i suoi timbri, i suoi ritmi, la sua configurazione sintattica e semantica. La parola “ad arcipelago” di Rimbaud, per usare un’espressione cara a René Char - che non a caso compare tra i poeti amati e tradotti da Marchetti (René Char, Mulino Primo. Al di sopra del vento, a cura di Adriano Marchetti, Bologna, Pàtron, 1999) -, richiede infatti al traduttore di fare “violenza” alla propria lingua, ampliandone le possibilità espressive e intensificandone le potenzialità semantiche. Solo questo la renderà capace di sostenere quell’esplosione e quella disseminazione di senso che ha dato vita all’originale. Marchetti lascia dunque che le parole della sua traduzione si rincorrano, creino effetti d’eco e si nascondano dietro a sottili giochi di polisemia e ambiguità, che destabilizzano la lettura vanificando ogni comoda certezza per il lettore. Anche la sintassi, ultimo baluardo della razionalità, crolla inesorabilmente sotto i colpi della parola poetica rimbaudiana. Il traduttore segue infatti il poeta di Charleville anche sui sentieri più audaci dal punto di vista sintattico: si pensi a formulazioni come “Oh! La vie d’aventure qui existe dans les livres des enfants, pour me récompenser, j’ai tant souffert, me la donneras-tu?”, tradotto con “Oh ! la vita di avventure che esiste nei libri dell’infanzia, per ricompensare che ho tanto sofferto, me la darai tu ?” (“Délires I, Vierge folle. L’époux infernal”, pp. 62-3).

A sua volta Marchetti, perfettamente in sintonia con l’essenza della poetica rimbaudiana, ricerca, a prescindere dall’originale, formulazioni volte a rendere più tortuosa e involuta la sintassi italiana: basti l’esempio della resa del celebre verso di “Délires II, Alchimie du verbe”, che presenta ben due inversioni: “Pleurant, je voyais de l’or, - et ne pus boire -” tradotto con “Piangendo, oro vedevo – e impossibile mi fu bere” (pp. 68-9). Si noti inoltre che in questo caso, come in molti altri passaggi delle traduzioni, la tortuosità sintattica favorisce effetti d’eco che incrementano il potenziale semantico dell’enunciato. La parola traduttiva diventa a tratti ancor più sonora e materiale di quella dell’originale, offrendosi in tutta la sua corporeità al martirio che il traduttore è pronto a infliggerle. Da questa parola-corpo delle traduzioni, talora mortalmente ferita, talora parzialmente medicata da una ricerca lessicale di rara eleganza, sembra dunque levarsi la voce nostalgica e disperata di Rimbaud che apre la raccolta e continua a percorrerla sommessamente in ogni sua pagina: “Una sera, ho preso la Bellezza sulle mie ginocchia – E l’ho sentita amara. – E l’ho insultata” (p. 21). “Una sera”… come oggi nelle traduzioni di Marchetti, grazie alla cui opera “Je est un autre”, ugualmente eterno, ugualmente attuale.

©inTRAlinea & Sara Amadori (2011).
[Review] "Arthur Rimbaud, Une saison en enfer", inTRAlinea Vol. 13
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