The Politics and Poetics of Translation in Turkey, 1923-1960

Şehnaz Tahir Gürçağlar (2008)

Rodopi: Amsterdam e New York, pp. 331, € 66

Reviewed by: Tunc Ozben

Il libro di Şehnaz Tahir Gürçağlar, che è la versione pubblicata della sua dissertazione dottorale (2001) presso l’Università Boğaziçi di İstanbul, si occupa della storiografia traduttiva in Turchia tra gli anni 1923 e 1960 e si pone due obiettivi. Il primo è di contribuire alla storiografia culturale della Turchia. Il secondo è invece quello di mostrare che la triade storia, cultura e traduzione sono strettamente collegate tra di loro, analizzando il caso specifico della Turchia. Per questo motivo il volume potrebbe essere utile sia per chi si occupa di traduzione sia per chi si occupa della storia culturale e politica turca.

L’autrice inizia il suo libro criticando alcuni scrittori e studiosi turchi di storia di traduzione in Turchia e propone una storiografia alternativa, prendendo le mosse da una serie di lacune da lei riscontrate nei lavori di costoro. La prima di queste lacune consiste nel ridurre la storiografia traduttiva della Repubblica di Turchia in una storiografia istituzionale. Vale a dire che la storia della traduzione in Turchia si concentra solo sulle attività traduttive dello stato e percepisce l’“Agenzia di Traduzione” come l’unico riferimento. La Gürçağlar sviluppa un argomento contro questa posizione e scrive che tra gli anni 1923 e 1960 le case editrici private pubblicano un cospicuo numero di traduzioni e contribuiscono alla “progettazione della cultura”. Parla, quindi, sia della letteratura “seria” o canonica sia della letteratura popolare tradotta nella storiografia culturale. La seconda lacuna criticata da Gürçağlar è che fino a oggi i traduttologi turchi non hanno mai, dal punto di vista storiografico, analizzato le traduzioni nelle loro ricerche per raccogliere i dati.

Nel suo libro, l’autrice formula un metodo di ricerca triadica basata su materiale testuale (traduzioni), extra-testuale (ad esempio recensioni critiche o discorsi fatti in incontri sulla traduzione) e para-testuale (copertine, prefazioni e note a piè di pagina, ecc.). La terza e ultima critica è rivolta al fatto che fino a poco tempo fa in Turchia i traduttologi valutavano le strategie traduttive attraverso il concetto di equivalenza “accettabile” o “adeguata”. La Gürçağlar afferma che questo paradigma bi-polare non è sufficiente per spiegare i fenomeni traduttivi. Nel capitolo VI Gürçağlar presenta il suo studio monografico incentrato sulle opere, traduzioni e pseudo-traduzioni degli scrittori e traduttori Selami Münir Yurdatap e Kemal Tahir. In questo ambito, l’autrice analizza come si formano le distinzioni tra la letteratura “alta” e la letteratura “bassa” e come queste letterature si trasformano nel tempo. Nel capitolo VII, l’autrice analizza il modo in cui l’“Agenzia di Traduzione” e le case editrici affrontano vari problemi traduttivi, analizzando più di dieci traduzioni dei Viaggi di Gulliver fatte tra gli anni 1923 e 1960.

L’analisi si concentra poi sull’influenza esercitata dalle “norme” dell’“Agenzia di Traduzione” su quelle delle case editrici private, analizzando le aggiunte e le omissioni nella traduzione degli elementi culturali e dei nomi propri. In breve, l’autrice analizza una serie di approcci relativi alla traduzione che hanno avuto un ruolo determinante in un periodo ben preciso in Turchia. Concludendo, con questo suo lavoro Şehnaz Tahir Gürçağlar non propone solo una prospettiva originale nell’ambito della storiografia traduttiva, ricorrendo agli strumenti teorici e ontologici di Itamar Even-Zohar, Gideon Toury, Maria Tymoczko e Pierre Bourdieu, ma sicuramente anche una ricerca valida che si distingue da quelle compiute precedentemente in questo campo, poiché è basata sull’analisi di traduzioni vere e proprie e presenta al lettore internazionale la ricca cultura traduttiva della Turchia.

©inTRAlinea & Tunc Ozben (2008).
[Review] "The Politics and Poetics of Translation in Turkey, 1923-1960", inTRAlinea Vol. 10
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