Un approccio “fisiologico” agli studi sulla traduzione. A proposito di Applying Luhmann to Translation Studies

Applying Luhmann to Translation Studies. Translation in Society

Sergey Tyulenev (2012)

Routledge: London-New York, 240 pp., 140 $

Reviewed by: Fabio Regattin

A partire dalla rivoluzione concettuale del darwinismo, iniziata nel 1859 con l’uscita della prima edizione di The Origin of Species, i tentativi di applicare concetti tratti dalla biologia al dominio della cultura non sono mancati. Solo pochi anni dopo l’uscita del volume-cardine di Charles Darwin, il filologo tedesco August Schleicher (1863) proporrà un parallelo tra la descent with modification e selezione naturale dei viventi, da un lato, e analoghi fenomeni ravvisabili nell’evoluzione delle lingue umane, dall’altro;[1] gli spetta il merito di aver inaugurato una vena che proseguirà fino ai nostri giorni – basti pensare alle ipotesi “naturalistiche” di un Dan Sperber (1999) o di un Daniel Dennett (2007), o ancora a concetti quali quello lotmaniano di semiosfera.

Tappa fondamentale di questo processo di avvicinamento è stata, specialmente tra gli anni settanta e i novanta del secolo scorso, l’attività del sociologo tedesco Niklas Luhmann. Se la sua influenza sulla sociologia contemporanea è indubbia, si può considerare che, al contrario, i translation studies lo abbiano a lungo ignorato;[2] a recuperarne e diffonderne le idee, applicandole al nostro ambito di studi, giunge un recente volume di Sergey Tyulenev,[3] Applying Luhmann to Translation Studies.

Il volume si compone di due parti principali, precedute come si deve da una introduzione e seguite da conclusione, bibliografia e da un indispensabile glossario dei termini tecnici introdotti da Luhmann e ripresi da Tyulenev.

L’introduzione, piuttosto corposa (pp. 1-22), svolge diverse funzioni: introduce alcuni concetti di base della proposta luhmanniana (in particolare, quello di sistema sociale come sistema autopoietico[4]); fornisce una prima collocazione e una prima definizione della “traduzione in quanto (sotto)sistema sociale” (è isolata dagli altri sottosistemi sociali in quanto ha un ruolo che nessun altro sottosistema svolge; allo stesso tempo, a un livello più ampio, la sua principale responsabilità consiste nel separare il sistema complessivo da, e nel connetterlo con, il suo ambiente); indica infine un piano dell’opera, preceduto dalle domande a cui il volume cercherà di rispondere:

How is translation, being improbable, made probable? […] How […] does translation emerge as a specific activity? What are the internal mechanisms that made / make translation possible? Upon what basis are different social activities categorized as translational […]? What is translation’s contribution to making the improbability of social order probable? (p. 20).

Come si vede, le prime tre domande riguardano il sottosistema-traduzione in sé, la quarta i suoi rapporti con altri sottosistemi e con il sistema sociale nel suo complesso, e la quinta indaga i rapporti tra il sottosistema-traduzione e il sistema sociale.

Il resto volume ricalca questa divisione, con una prima parte (“System”, pp. 23-130) che cerca di rispondere alle prime tre domande – analizzando dunque la traduzione come sistema – e una seconda (“Subsystem”, pp. 131-193) dedicata alle ultime due – dove quello relativo alla traduzione è un sistema interagente con altri sistemi, all’interno del più ampio sistema sociale complessivo. Queste due macro-sezioni sono a loro volta suddivise nei capitoli 1-5, per la prima parte, e 6-10, per la seconda. Ne forniremo innanzitutto una sintesi,[5] per poi offrirne una valutazione personale.

Il primo capitolo, “Autopoiesis of translation” (pp. 25-44), si interroga sulla possibilità di definire la traduzione come un sistema autopoietico. Molto spazio (pp. 22-34) è dedicato alla storia della locuzione, dalla sua concezione da parte di Humberto Maturana e Francisco Varela (1980) all’uso fattone da Niklas Luhmann; in seguito (pp. 35-44) l’autore cerca di stabilire se, in base alle definizioni offerte, la traduzione possa effettivamente considerarsi un sistema autopoietico. Il salto cognitivo di Maturana e Varela è quello di definire gli esseri viventi non in base alle proprietà delle loro componenti, ma in base ai processi che avvengono al loro interno / esterno e alle relazioni tra questi processi. Può essere considerato autopoietico qualsiasi sistema in grado di mantenere la propria organizzazione senza interventi esterni; si tratta di un sistema operativamente chiuso ma interazionalmente aperto, in grado di scambiare materiale, energia e informazioni con l’ambiente che lo circonda. Luhmann allarga questa definizione, pensata certo in termini sistemici ma per gli esseri viventi, ai sistemi sociali, composti – nella sua visione – non da esseri umani ma da eventi comunicativi.

Il fatto che la traduzione possa essere considerato un sistema autopoietico è dimostrato, per Tyulenev, dalla capacità – tipica unicamente dei sistemi autopoietici – di contrastare la seconda legge della termodinamica, aumentando costantemente il proprio grado di organizzazione nel corso dei secoli.[6]

Al cuore della traduzione in quanto sistema si trova il “translation communication event”, o “TCE” (p. 38), che riunisce in sé tre attori, identificati dalle tre lettere A, B e C, dove A e C sono la fonte e il bersaglio dell’evento comunicativo e B un agente traduttivo; il TCE è costituito in realtà da due diversi eventi comunicativi, il primo tra A e B (comunicazione di A, comprensione da parte di B) e il secondo tra B e C (che riproduce il primo: comunicazione di B, comprensione da parte di C).

Il secondo capitolo (“Properties of translation qua system”, pp. 45-77) comincia con una panoramica delle rare interazioni tra i translation studies e la sociologia di Luhmann (pp. 45-54), per poi passare ad alcune interessanti – e fondamentali – questioni teoriche riguardanti le proprietà dei sistemi autopoietici in generale e di quello traduttivo in particolare (pp. 54-77). Nella prima parte, Tyulenev fa riferimento a diversi lavori, interessandosi in particolare ad alcuni testi scritti tra il 1997 e il 2007 da Theo Hermans e nel 2006 da Hans Vermeer. Se il primo sembra utilizzare in maniera ortodossa la teoria di Luhmann, concentrandosi però solamente sulla “prima serie” di domande poste da Tyulenev, quelle che riguardano l’individuazione e la definizione del sottosistema-traduzione, Vermeer sembra fraintendere uno dei concetti-chiave di Luhmann, quello di auto-osservazione,[7] considerato unicamente in senso proprio (la capacità fisica di guardarsi e riconoscersi). Dopo questa panoramica che, seppur in maniera più superficiale, tocca anche altri contributi teorici (come quelli di Andrew Chesterman o Andreas Poltermann), si entra veramente al cuore del volume, almeno per quanto riguarda la parte definitoria. Viene innanzitutto fornita una fondamentale definizione dell’osservazione luhmanniana:

Observing implies marking, that is distinguishing one thing from another and indicating one and not the other, for example differentiating between what belongs to the observing agent and what is alien to it. Based on this distinction, some observed phenomena gain the status of “marked” […] as opposed to […] “unmarked” (p. 54).

Osservare equivale dunque a distinguere tra sistema e ambiente (dove viene definito “ambiente”, in negativo, come tutto ciò che non appartiene al sistema). Per i sistemi viventi questa osservazione può anche essere l’osservazione fisica, fornita dalla visione; ad altri tipi di sistema spettano però diverse forme di osservazione: per esempio, un sistema immunitario osserva, in termini luhmanniani, quando distingue tra ciò che appartiene al corpo, e va quindi preservato, e ciò che non gli appartiene e deve essere distrutto.

Oltre al concetto di “osservazione”, il capitolo introduce le diverse modalità di interazione del sistema; quella tra sistema e ambiente, quella gerarchica tra sistema e sottosistema e quella paritaria tra sistema e sistema o tra sottosistema e sottosistema; la traduzione può essere studiata ai tre livelli. Il primo consente di capire se la traduzione sia effettivamente un sistema autopoietico (un aspetto, questo, che riemerge nonostante sembrasse definitivamente regolato nel primo capitolo): in effetti, le proprietà specifiche della traduzione

set translation apart from any other type of activity. Moreover, such distinct nature of translation acts […] creates a “memory” of translation based on prior translational operations and connects them with future translational operations by anticipating what the latter should be like in order to belong to the translational system. Thus, translation marks certain phenomena as belonging to itself and being itself as opposed to all other phenomena [ossia, si auto-osserva] (pp. 57-58).

Vengono poi analizzati i rapporti del tipo (sotto)sistema / (sotto)sistema e quelli del tipo sistema / sottosistema; in quest’ultimo caso, la traduzione viene considerata un fenomeno di confine, in quanto in grado di aprire il sistema all’ambiente e l’ambiente al sistema e di funzionare, in determinate occasioni, come un elemento catalitico, in grado di ottimizzare i processi sociali (anche su questo concetto Tyulenev tornerà nel seguito del volume). Tornando al TCE, l’autore si concentra poi sul concetto – che in seguito diverrà fondamentale – di mediazione: la traduzione viene considerata come “a special case of mediation” (p. 64), in cui la mediazione traduttiva che avviene tra A e C (cf. supra) è sempre portata avanti da un agente B che appartiene ad A o a C (quantomeno linguisticamente), motivo per cui la traduzione è forzatamente influenzata dall’ideologia, dalla cultura, dall’etica, e così via di almeno uno dei sistemi in comunicazione. Nell’ultima parte del capitolo (pp. 70-77), Tyulenev ricorda alcuni punti essenziali, e spesso controintuitivi: il fatto che i sistemi sociali si compongano essenzialmente di relazioni e che gli elementi che vengono messi in relazione non siano persone ma eventi comunicativi. Come si è visto, l’evento comunicativo alla base del sistema-traduzione è il TCE, composto di due sotto-eventi, quello che lega l’entità che comunica all’entità mediatrice e quello che lega quest’ultima all’entità che riceve la comunicazione. Secondo Tyulenev, “the true complexity of the translation system is revealed when take [sic] a step aside and view several TCEs relating to one another” (p. 73); gli esempi portati a questo proposito sembrano però di carattere essenzialmente polisistemico (nell’accezione usata in Even-Zohar 1990), e non ci pare portino un punto di vista innovativo, al di là della sostituzione terminologica. Si dice per esempio, a proposito delle politiche traduttive russe tra il XVIII e il XIX secolo:

Peter the Great commissioned translations of a number of Western European publications, yet thematically the translated works were almost exclusively limited to technical and military domains […]. In systems-theoretical terms, TCEs, thematically marked as technical or military, dominated the scene as compared to literary TCEs. In the mid- and late-eighteenth century, literary translations gained in popularity and by the beginning of the nineteenth were quite numerous (p. 74, l’enfasi è nostra).

Si vede come, al di là dell’introduzione dei TCE, la proposta metodologica non si discosti da altri lavori di carattere storico / sistemico.

Il terzo capitolo, breve ma molto denso (“First- and second-order observations”, pp. 78-84) torna sul concetto di “osservazione”, per meglio definirlo e specificarlo, distinguendone tre tipi. La traduzione può osservare (ossia distinguere): la differenza tra il sistema per il quale traduce e il suo ambiente; le proprie operazioni; le proprie osservazioni. I primi due tipi di osservazione-distinzione sono piuttosto chiari: nel primo si differenzia il sistema per cui si traduce da ciò che non ne fa parte, nel secondo si differenziano gli eventi comunicativi che possono essere considerati come facenti parte del sistema-traduzione da quelli che non lo sono. Entrambi i processi sono dinamici in quanto ricorsivi: i nuovi TCE influenzeranno la percezione, da parte del sistema, di ciò che può essere considerato TCE e di ciò che non lo è. Il terzo tipo di osservazione è meno intuitivo, e corrisponde alle osservazioni di secondo grado: a questo punto ciò che si distingue non è più il cosa ma il come.

As far as translation is concerned, the first-order observation is the practice of translating. […] [Second-order observation] looks at – indicates – the observation as observation. […] Translation theory is a type of the second-order observation (pp. 82-83).

La presenza di osservazioni di secondo grado è considerata da Tyulenev, che riprende Hermans, come un indice di evoluzione del sistema-traduzione: “Indeed, the translation system’s emancipation from other social subsystems’ influence started with formulating laws […] which are […] the development of observations of how translation handled its distinctions” (p. 83).

Il quarto capitolo (“Medium and forms”, pp. 85-116) è dedicato, in sostanza, a definire la traduzione in modo che il termine (ovviamente nella forma inglese translation) possa coprire tutti gli eventi che fanno parte di questa attività, ivi compresi quelli che ancora non esistono e che potrebbero svilupparsi in futuro. Inizialmente Tyulenev passa in rassegna numerosi tentativi, interni ai translation studies (si citano i nomi di Even-Zohar, Lambert, Lefevere, Toury e Tymoczko), di allargare il concetto di traduzione, spesso limitato da una visione euro- o occidento-centrica di questa attività. I tentativi di ampliamento passati, tuttavia, “are but palliatives, because they do not provide a theoretical basis which would help describe translation as a distinct phenomenon yet keep the description open enough to embrace new manifestations” (p. 86); la soluzione a questo problema potrebbe passare, secondo l’autore, dalla distinzione operata da Luhmann tra medium e forma. Per capirla è necessario innanzitutto ricordare che in un sistema gli elementi esistono non in quanto tali ma in virtù della relazione che intrattengono con altri elementi; gli elementi sono “dependent on couplings [accoppiamenti]” (p. 88), che possono essere sciolti o stretti. Il medium è caratterizzato da un accoppiamento sciolto, ossia “an open-ended multiplicity of possible connections that are still compatible with the unity of an element” (ibid.); l’esempio portato da Tyulenev è quello di una parola che, pur mantenendo invariate le sue proprietà semantiche, può essere usata per creare un numero indefinito di frasi (in ognuna delle quali l’accoppiamento verrebbe stretto producendone diverse forme).[8] Il medium della traduzione è, per l’autore, quello della “social mediation” (ibid.), che offre un accoppiamento sciolto degli elementi A, B e C, accoppiamento che viene poi stretto nel momento in cui si producono le diverse forme di mediazione. La distinzione tra medium e forma, infine, presuppone “the selection of one option (one form) out of many other possible (medium). […] The selected form is marked as compared to the unmarked pool of the other possibilities of the medium” (p. 91), un aspetto che si ricollega alla nozione di osservazione (nel senso tecnico spiegato supra) e che offre – questo è innegabile – una certa coerenza alla proposta concettuale del volume. Un’ulteriore parte del capitolo, forse meno interessante e in qualche modo sganciata dall’argomentazione complessiva (pp. 91-101), descrive alcuni modelli sociologici (quelli di Joachim Renn, Michel Callon e Bruno Latour) che usano il termine “translation” in senso ampio, quando non metaforico, per vedere se da essi possa venire qualche suggerimento definitorio valido anche per i translation studies. La conclusione in merito (“a clear distinction is lacking”, p. 101) è negativa, e fa ritornare l’autore al concetto di medium vs. forma. Da qui viene introdotta la concezione luhmanniana di traduzione, che fa nuovamente riferimento alla distinzione sistema / ambiente: lo spazio marcato e quello non marcato si definiscono a vicenda, “are translatable into each other” (p. 102) e hanno pertanto uguale valore. “The two values are of equal value. Moreover, one does not exist without the other. If there is a ‘+’, there must be a ‘–’” (ibid.); e ancora, poco dopo: “The form entails marking the phenomenon and unmarking the rest of the social space. […] The newly created social phenomenon does not exist without its interpretation / translation” (p. 103). Da questa premessa sembra prendere le mosse una deduzione problematica, che confonde il rapporto sistema / ambiente con quello sistema / sistema. Si afferma infatti che, vista l’uguaglianza tra spazio marcato e non marcato, “the relationship between source and translation may be presented as ‘source = translation’” (p. 105), laddove l’uguaglianza andrebbe invece postulata – è almeno quel che ci pare di capire – tra una traduzione e tutto ciò che non è quella traduzione. L’errore sembra continuare[9] laddove si afferma (pp. 108-109):

Komissarov asserts that the system of translation in Old Rus’ was predominantly ‘literal’. This kind of statements is too crude to describe a national scene of translation activities […]. At any given time in any given social system, any particular distinction should be applied […] bearing in mind that translation qua autopoietic system operates as a form[10]: if there is a so-called literal translation to be found, then by the same token, there must, in the same period and in the same locale, exist non-literal types of translation. […] It follows […] that translation qua system always seeks equilibrium in the sense that the entire spectrum of realizations of translation is continuously reproduced. […] If we say that at some point in history in a certain place, literal translation was predominant, there will necessarily be found free translation as well. If translation is predominantly invisible, there will be some who will start practice and theorize the visibility of translation [l’enfasi è nostra].

Le critiche a Komissarov sembrano doppiamente fuori bersaglio: in primo luogo perché viene criticata un’approssimazione simile a quella che l’autore stesso ha effettuato in precedenza a proposito della traduzione all’epoca di Pietro il Grande, e secondariamente perché fanno astrazione dell’osservatore.[11] Se sosteniamo che in una data epoca o in una data cultura si traduce prevalentemente secondo una certa modalità, lo facciamo a partire dalla nostra visione, che può prendere in considerazione altre culture o altre epoche, servendosene come pietra di paragone. A questo si aggiunga il fatto che, almeno nella riduzione fornita da Tyulenev, Komissarov[12] parla di un sistema “predominantly literal” (l’enfasi è nostra), ragion per cui viene lasciato spazio anche ad altre strategie traduttive. Quello dell’autore rischia di trasformarsi, così, in uno straw man argument. Dopo questa digressione, Tyulenev torna alla questione definitoria, per affermare che “no exhaustive list of translation-related forms can be possibly compiled because no exhaustive list of translation-related media can exist. Everything depends on observation criteria”[13] (p. 112). Il medium della traduzione rimane, come all’inizio, la mediazione.

La prima sezione del volume, più teorica e definitoria, si conclude con il quinto capitolo, “Code and programs” (pp. 117-130), in cui si spiega come il sistema determini la propria struttura interna. Per code si intende qui un semplice codice binario, capace in un primo momento di differenziare (attraverso la semplice opposizione sì / no, o marcato / non marcato) ciò che fa parte del sistema e ciò che non ne fa parte. Una volta che la separazione iniziale ha suddiviso il mondo in marcato / non marcato,

the internal set [ciò che viene etichettato come marcato] becomes a meaning horizon […]. Now the code operates inside the system. […] All translation events are further differentiated and grouped within the translation system as [si tratta di esempi, non di una lista esaustiva] satisfactorily / unsatisfactorily done, as literary, legal, technical, etc. Whatever classification is made, it is based upon a particular indication and distinction and a binary code which allows to structure the internal space of the translation system (pp. 118-119).

Dato che la funzione della traduzione è quella di mediare, il suo codice è, “simply enough, mediated / non-mediated” (p. 121). All’interno di questo codice, che permette di decidere che cosa sia di interesse per il sistema-traduzione (ciò che non è mediato) e che cosa non lo sia (ciò che è già mediato), sono presenti diversi programmi, ossia regole che permettono di determinare che cosa venga mediato in maniera soddisfacente. Una traduzione potrebbe essere effettuata in base a un programma che richiede una resa vicina per quanto possibile all’originale; un’altra in base a un programma che richiede una resa compatibile, per quanto possibile, con la cultura-target. Entrambi i traduttori, in questo caso, “operate according to the same code by turning what is mediatable but not yet mediated into mediated, but according to different programs” (p. 125). Le pagine conclusive del capitolo, e della sezione, sono dedicate a un confronto tra due sotto-sistemi, quello della traduzione e quello, scelto arbitrariamente, della medicina; si mostra che, per quanto apparentemente distanti, da un punto di vista sistemico i due campi condividano diverse caratteristiche.

La seconda parte del volume si occupa della traduzione non più in quanto sistema, ma in quanto sottosistema, e ne mette quindi in luce le proprietà relazionali nei confronti: 1. del sistema sociale in senso ampio e 2. degli altri sottosistemi che interagiscono all’interno del primo. I capitoli di questa seconda sezione sono più brevi e, in una certa misura, più facilmente interpretabili anche a chi non sia già familiare con la sociologia di Luhmann. Il primo di essi (il capitolo 6, “Subsystem / system”), si occupa del ruolo della traduzione all’interno del più ampio sistema (linguistico, sociale, culturale, globale) di cui essa fa parte. Contrariamente ad altri sottosistemi, più organizzati, la traduzione occupa, secondo Tyulenev, una posizione alquanto particolare: dato il suo ruolo di mediatrice sociale, si posiziona invariabilmente alla frontiera dei sistemi (nel caso della traduzione interlinguistica) o dei sottosistemi (traduzione intralinguistica) in interazione. Si reintroduce quindi il concetto di catalisi, termine che indica, in chimica, un fenomeno attraverso il quale la velocità di una reazione subisce una variazione[14] in seguito all’intervento di una sostanza detta catalizzatore, che non viene consumata dal procedere della reazione stessa. E proprio quello del catalizzatore sarebbe il ruolo svolto dalla traduzione secondo Tyulenev: questa, in effetti, avrebbe la funzione di rendere più rapida ed efficiente la comunicazione tra sistemi diversi. Dalla definizione data sopra e dalla sua applicazione all’attività che ci interessa derivano diversi corollari. In primo luogo, la “reazione” (la comunicazione) potrebbe avere luogo anche in assenza di traduzione, ma sarebbe molto più complicata o inefficiente: “two parties speaking different languages may communicate (e.g., by gestures), but interlingual translation considerably facilitates the communication that is otherwise made difficult” (p. 140). Inoltre, al pari del catalizzatore, la traduzione “non si consuma” nel processo: “the mediator (B), like a catalyst, is ‘regenerated’: its state and condition do not change in contrast to A’s and C’s state and condition. The A / C communication system evolves as if without B” (p. 139). Infine, al pari dei catalizzatori, la traduzione non ha sempre un effetto positivo: alcune traduzioni “are found so unsatisfactory (according to whatever criteria) that they cause detriment to the unfolding interaction and thereby slow down or even block this interaction” (p. 142). L’esempio che si porta è quello della prima traduzione francese dell’Origin of Species di Darwin, a cura di Clémence Royer: a causa di un’interpretazione spesso parziale, erronea o estremistica del testo di Darwin, la traduzione impedì in effetti per lungo tempo la diffusione delle idee del naturalista britannico oltre Manica (più di quanto sarebbe forse accaduto in assenza di una traduzione).

Il capitolo 7, “A boundary phenomenon” (pp. 146-157), torna sulla posizione occupata dal sottosistema-traduzione all’interno del sistema sociale nel suo complesso. Una precisazione iniziale riguarda i confini di quest’ultimo (e dei sistemi in generale), da non intendersi in senso fisico (“Social systems are not necessarily bounded in space: boundaries separate communication from all noncommunicative events and […] cannot be fixed as territories or groups of persons”, p. 146). Proprio la creazione di un confine (ossia l’atto di osservare) permette, secondo Tyulenev, la nascita della traduzione. In effetti, “the marked state, in order to account for its being marked and named, has to explore (or at least cast a glance at) the unmarked state and compare itself with the unmarked” (p. 151); e, se non tutti i sottosistemi hanno la possibilità di oltrepassare il confine del sistema, altri – tra cui la traduzione – funzionano come “organi” grazie ai quali il sistema può portare osservazioni su quanto non gli appartiene. Questi sottosistemi sono in grado di oltrepassare il confine, “without […] losing the capacity to view other types of operations through the prism of the operations of their home system” (p. 149, l’enfasi è nostra), ragion per cui “translation cannot […] become an independent third party. […] Every communication event is made either part of the system or of its environment” (p. 150). Rimane, però, la possibilità che la traduzione possa essere considerata quel “terzo spazio” appena negato. Per farci capire in che modo, Tyulenev introduce il concetto di re-entry di George Spencer Brown, in base al quale la differenza tra sistema e ambiente può essere reintrodotta nel sistema, nel quale funge da distinzione tra autoriferimento ed eteroriferimento. Il compito di questa reintroduzione spetta proprio alla traduzione; e proprio la re-entry, portando a una nuova configurazione del sistema e dunque a un’oscillazione dei suoi confini, è la fonte della variazione nell’evoluzione del sistema sociale.

Proprio il ruolo della traduzione nell’evoluzione del sistema è il tema del successivo capitolo, “Translation in system’s evolution” (pp. 158-168). Per evoluzione dei sistemi, Luhmann intende un processo ricorsivo in tre fasi, direttamente adattato dall’analogo processo darwiniano: si parla di variazione, selezione e stabilizzazione (p. 159), sostituendo quest’ultima alla terza fase darwiniana, quella dell’eredità. Secondo Luhmann, seguito in questo da Tyulenev, l’evoluzione del sistema è conseguenza della dissimmetria tra sistema e ambiente. Il sistema riduce per forza di cose la complessità dell’ambiente, e proprio questa differenza tra complessità del primo e complessità del secondo è causa di instabilità. Il sistema, osservando la propria incongruità rispetto all’ambiente, può (a) sviluppare un maggiore grado di indifferenza all’ambiente oppure (b) accettare quanto trova all’esterno, variando e dando inizio a un altro ciclo evolutivo. In questo contesto, la traduzione svolge il suo ruolo principale nella fase di variazione, fornendo al sistema nuovi elementi; nei momenti successivi, quelli della selezione e della stabilizzazione (in cui ciò che viene selezionato è incorporato al sistema), il sottosistema traduttivo sembra invece svolgere un ruolo più passivo, di semplice conferma (la sua funzione sarebbe “no longer to suggest but to confirm and conform”, p. 165). In ognuna di queste fasi, comunque, il sistema-traduzione può solo suggerire: “It is up to the system whether a suggested option be accepted and integrated into the internal communication or rejected” (ibid.).

Il capitolo 9 (“Power, collective action, and translation”, pp. 169-183) può essere inteso come un doppio case study che esemplifica quanto messo in luce nella seconda parte del volume. L’autore mette in evidenza il ruolo di catalizzatore del sottosistema traduttivo, e il modo in cui, in determinati periodi storici, esso sia in grado di accelerare enormemente l’evoluzione sociale, trasformandola “from a smooth process into a revolutionary leap” (p. 169). Viene analizzato il rapporto alla traduzione di due figure-cardine della storia russa degli ultimi secoli, importanti qui non dal punto di vista biografico ma per la capacità di incarnare l’azione collettiva dei sistemi sociali di cui facevano parte: lo zar Pietro il Grande nel XVIII secolo (si veda, supra, la relativa discussione) e Vladimir Lenin a cavallo tra il XIX e il XX. Entrambi furono personalmente attivi nel sottosistema traduttivo: il primo come committente e revisore di traduzioni relative alla tattica bellica e a varie scienze e tecniche, il secondo come traduttore prima, e committente e revisore poi, di pubblicazioni di matrice marxista. In entrambi i casi, dal punto di vista del sistema l’unico modo di introdurre nel proprio orizzonte di significato gli elementi presenti in una precisa parte dell’ambiente, l’Europa occidentale, consisteva proprio nella mediazione offerta dalla traduzione – un aspetto talmente importante che le massime espressioni dell’azione collettiva della società furono attivamente impegnate nell’evoluzione del sistema.

Nel decimo e ultimo capitolo, “Throughput” (pp. 184-193), la traduzione è vista come continuo movimento oscillatorio: non in una singola direzione, ma in entrambe – dalla forma (ossia dal sistema) all’ambiente e dall’ambiente alla forma. Come si è già affermato in precedenza, il sistema ha bisogno di un contatto con l’ambiente, e assegna questo ruolo di contatto ad alcuni sottosistemi, tra cui quello traduttivo. La traduzione, svolgendo il proprio ruolo, porta all’attenzione del sistema – fa entrare nel suo orizzonte di significato – qualunque informazione ritenga applicabile o pertinente; l’accettazione delle nuove opzioni da parte del sistema non è però scontata: “Some of the options may be found acceptable, but some will be rejected or put aside as only potentially acceptable at some point in the future” (p. 185); il terzo potrebbe essere il caso, per esempio, delle traduzioni russe di testi marxisti tedeschi o inglesi prima che, attorno agli anni ottanta del XIX secolo, quello marxista diventasse il discorso politico dominante tra i socialisti del paese.

La conclusione del volume (pp. 194-210) ne riassume le principali linee, per poi affermare, nella parte finale, la necessità di non limitarsi a un unico approccio, per quanto promettente: “There are multitudes of other exciting aspects and promising lines of research in sociology and beyond, which await their TS researcher” (p. 210).

Dopo questo lungo riassunto – ma crediamo che la complessità di quanto esposto rendesse necessaria una trattazione dettagliata – è giunto il momento di tentare una valutazione del volume. Un compito certo non semplice, se si considera che uno degli elementi imprescindibili in ogni lavoro di questo tipo è la competenza del valutatore. Se questa, nel nostro caso, è certo manchevole (non siamo sociologi, e il nostro interesse per il volume derivava dall’aspetto naturalistico della teoria di Luhmann, che non conoscevamo e a cui si accennava nella presentazione dell’editore), abbiamo ritenuto tuttavia che un’opera tendenzialmente “introduttiva” come questa dovesse poter essere fruita da sola, senza obbligare il lettore a frequentare direttamente Luhmann o introduzioni alla sua teoria. È possibile immaginare che ci sia stata, quindi, una comprensione solo parziale di alcuni suoi aspetti anche da parte nostra, specie nei risvolti più tecnici dell’esposizione (come quelli, ai capitoli 4, 7 e 10, che fanno riferimento alla teoria della forma di George Spencer Brown[15], con una complicata notazione simbolica di cui si dà solo in parte spiegazione), che spesso abbiamo solo sommariamente riassunto.

Cominciamo dalle note dolenti. Alcune perplessità sono emerse, qua e là, già nella fase di presentazione del volume, e possono essere riassunte in due parole-chiave, esposizione frammentaria e complessità (a nostro parere, e a conti fatti, eccessiva).[16] In fin dei conti, in concetti-chiave non sono poi numerosissisimi: perché non dedicare una prima parte (anche lunga, anche corposa) alle definizioni di base, per poi servirsene nel resto dell’opera? Al contrario, molti concetti vengono ripresi – in formulazioni simili, quando non uguali – in diversi luoghi del testo. La possibilità di considerare la traduzione come un sistema autopoietico emerge per esempio fin dall’introduzione; viene poi espansa nel primo capitolo, dove la questione sembra regolata, per tornare tuttavia nuovamente nel secondo. Il concetto-chiave di osservazione riappare nei capitoli 2 e 3. Quello di forma è introdotto in una accezione (quella di Spencer Brown) nel capitolo 2, e nella stessa accezione ricompare nel terzo capitolo; nella prima parte del quarto capitolo ha invece un altro senso, opponendosi al medium (cf. supra), ma torna poi – sempre nello stesso capitolo – ad assumere il significato primo che le era stato assegnato; in quest’ultimo senso, anche se talvolta ricompare la distinzione medium / form, la nozione ricompare anche nel capitolo 7 (la lista non è esaustiva). Anche per quanto riguarda la definizione stessa di traduzione, il continuo ritorno sulla questione, in diversi luoghi testuali, non è motivato da un’evoluzione o da una precisazione del concetto, la cui estensione rimane sostanzialmente invariata almeno da quando lo si considera come una forma del medium della mediazione.

Gran parte della complessità del volume – complessità evitabile, a questo punto – pare essere dovuta proprio alla struttura, così esplosa (o, per riprendere il termine visto alla nota 16, “labirintica”), della presentazione delle nozioni teoriche. In molti casi, poi, specie nella prima macro-sezione del volume, sembra che questo sforzo abbia come fine principale l’imposizione di un nuovo lessico a concetti già espressi in passato. Un caso patente è quello della diade forma / medium, che ricalca – almeno negli esempi che ne offre Tyulenev – la distinzione saussuriana tra langue e parole; sempre allo strutturalismo prima maniera può essere fatta risalire l’idea che un sistema non sia definito dagli elementi che lo compongono ma dal sistema di relazioni reciproche che essi intrattengono. Il volume risulta, per di più, eccessivamente teorico in molte sue parti, dove le relazioni intra- e intersistemiche vengono descritte, per così dire, asetticamente, laddove qualche esempio pratico in più avrebbe probabilmente permesso una comprensione più immediata dei concetti espressi.

Proprio dove tali esempi sono forniti (come nel capitolo 9, ma anche altrove, specie nella seconda sezione del volume) il testo risulta, invece, molto interessante e godibile. Allo stesso modo, è estremamente feconda l’idea luhmanniana di trattare la società come un sistema di eventi comunicativi e non di persone, queste ultime rappresentando al limite i loci in cui determinati eventi si concentrano maggiormente (in qualche modo, nodi della rete di relazioni di un sistema). Il ricorso alla sociologia di Luhmann sembra inoltre essere estremamente positivo in quanto permette talvolta di fornire descrizioni oggettivamente più aderenti alla realtà rispetto ai modelli concorrenti: questo accade per esempio quando, nel capitolo 9, il modello di Tyulenev si fa carico esplicitamente delle traduzioni “rifiutate” dal macro-sistema (p. 173)[17], le quali non trovano spazio, ci sembra, nella teoria dei polisistemi di Itamar Even-Zohar. Ci pare molto positivo anche il riadattamento, effettuato da Luhmann e assunto da Tyulenev, del modello darwiniano ai fatti sociali (capitolo 8); l’evacuazione dell’eredità – che aveva spesso costituito un problema importante per le teorie evoluzionistiche della cultura, dalla memetica all’epidemiologia delle rappresentazioni di Sperber – a favore della stabilizzazione costituisce un passo interessante, e il cui apporto andrebbe approfondito in questo tipo di teorizzazioni.

Il contributo fornito ai translation studies dal volume di Sergey Tyulenev è senz’altro di peso; resta da vedere quanti vorranno sobbarcarsi – e sapranno farlo con profitto – la lettura di un testo certo non facile. Nel nostro campo più che in altri, se consideriamo i translation studies come un’interdisciplina (Snell-Hornby et al. 1994), appare infatti necessaria una contestualizzazione e una ripresa forte delle basi teoriche a cui ci rifacciamo, per forza di cose conosciute solo da una minoranza dei potenziali fruitori. E una teoria complessa come quella di Luhmann – la cui complessità non sembra diminuire nell’applicazione al nostro ambito di studi – avrebbe forse tratto profitto da un’impostazione ancor più divulgativa di concetti poco familiari alla gran parte degli studiosi della disciplina. Il volume sembra, in definitiva, pensato più per i sociologi interessati alla traduzione che per i traduttologi dalle competenze sociologiche meno che notevoli.

Note

[1] Un passo già suggerito, del resto, dallo stesso Darwin nel proprio volume.

[2] A questo scarso interesse, motivato forse anche dal carattere estremamente tecnico della scrittura luhmanniana, esistono alcune eccezioni, debitamente riportate dallo stesso Tyulenev e su cui torneremo.

[3] Adottiamo per praticità la traslitterazione offerta nel testo.

[4] Ossia un sistema che ridefinisce continuamente se stesso, si autosostiene e si autoriproduce – il caso tipico è quello degli organismi viventi. In quest’ottica, e in modo originale rispetto alle proposte di tipo più strettamente evoluzionistico, quella di Luhmann potrebbe essere considerata una fisiologia della cultura.

[5] Sintesi che speriamo essere breve nella massima misura possibile; la complessità della teoria di Luhmann ci obbligherà comunque a una certa prolissità e a un notevole sforzo definitorio, senza il quale i concetti espressi da Tyulenev risulterebbero del tutto, o quasi, incomprensibili. In questa prima fase demanderemo quindi alle note a piè di pagina il compito di fornire opinioni o valutazioni personali su aspetti specifici del testo, lasciando il bilancio complessivo per la fine dell’articolo.

[6] Si intenda con “grado di organizzazione” la crescente professionalizzazione, l’uso di strumenti sempre più perfezionati e una complessità crescente dell’ambito, in termini di suddivisioni interne, riflessione teorica e pratica, e così via.

[7] A questo punto del testo Tyulenev non l’ha ancora introdotto esplicitamente, ma ci tornerà nelle pagine immediatamente successive.

[8] Se già l’importanza della relazione tra elementi pare molto vicina allo strutturalismo, lo stesso si può dire per le nozioni di medium e forma, che sembrano debitrici di idee e distinzioni quali langue e parole, o ancora competence e performance. Allo stesso modo, come si vedrà, la proposta di Tyulenev non pare più produttiva – né meglio poggiata su una teoria “forte” – di quella avanzata, già nel 2005, da Nicholas Round, che definisce la traduzione servendosi della teoria dei prototipi e del concetto wittgensteiniano di “aria di famiglia” (cf. Round 2005).

[9] È ugualmente possibile che la nostra interpretazione del testo sia manchevole; l’alta tecnicità del lessico e una certa asprezza della lingua (ravvisabile, crediamo, anche dalle citazioni) non semplificano il lavoro interpretativo del lettore.

[10] Ossia come un oggetto che osserva, e che distingue il proprio spazio interno, marcato, da quello esterno, non marcato.

[11] Mentre proprio il fatto di prendere in considerazione l’osservatore all’interno del sistema era uno dei grandi vantaggi offerti dalla sociologia di Luhmann.

[12] Il lettore interessato potrà verificare quanto scrive direttamente alla fonte, Komissarov 2008: 517. Noi, colpevolmente, non lo abbiamo fatto.

[13] Un fatto che ci riporta all’utilità / opportunità di una definizione ispirata alla semantica dei prototipi.

[14] In positivo o in negativo: si tende a considerare il catalizzatore come un elemento in grado di rendere più rapida o più efficiente una reazione, ma può anche avvenire il contrario.

[15] Cf. Spencer Brown 1973.

[16] Il secondo punto è più volte preso esplicitamente in considerazione da Tyulenev, il quale, seguendo in questo lo stesso Luhmann, che cita, afferma fin dall’introduzione che “the more complex a theory is, the closer it comes to reality” (p. 4). La complessità è quindi investita di un valore positivo. Lo stesso vale anche per il primo punto. Nella stessa introduzione si argomenta contro un’esposizione lineare, citando nuovamente il sociologo tedesco: “Naturally, the theory is presented as a printed book with a particular sequence of chapters. Yet the sequence may be different, because ‘the theory’s design resembles a labyrinth more than a freeway off into the sunset’” (p. 11).

[17] Riportiamo anche qui, per comodità del lettore, quanto Tyulenev scrive a questo proposito nel capitolo 10: “Some of the options may be found acceptable, but some will be rejected or put aside as only potentially acceptable at some point in the future” (p. 185).

Bibliografia

Darwin, Charles, 1859. On the Origin of Species, London, John Murray.

Dennett, Daniel, 2007. Rompere l’incantesimo. La religione come fenomeno naturale (2006), Milano, Raffaello Cortina.

Even-Zohar, Itamar, 1990. Polysystem Studies, Poetics Today 11(1).

Maturana, Humberto, e Francisco Varela, 1980. Autopoiesis and Cognition. The Realization of the Living (1972), Dordrecht-Boston-London, Reidel.

Round, Nicholas, 2005. “Translation and its metaphors: the (n+1) wise men and the elephant”, in Skase Journal of Translation and Interpretation n. 1, pp. 47-69.

Schleicher, August, 1863. Die Darwinsche Theorie und die Sprachwissenschaft – offenes Sendschreiben an Herrn Dr. Ernst Haeckel, Weimar, H. Böhlau.

Snell-Hornby, Mary, Franz Pöchhacker e Klaus Kaindl (eds.), 1994. Translation Studies. An Interdiscipline, Amsterdam-Philadelphia, John Benjamins.

Spencer Brown, George, 1973. Laws of Form (1969), Toronto-New York-London, Bantam Books.

Sperber, Dan, 1999. Il contagio delle idee (1996), Milano, Feltrinelli.

©inTRAlinea & Fabio Regattin (2013).
[Review] "Un approccio “fisiologico” agli studi sulla traduzione. A proposito di Applying Luhmann to Translation Studies", inTRAlinea Vol. 15
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Stable URL: http://www.intralinea.org/reviews/item/1915

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