Special Issue: Palabras con aroma a mujer. Scritti in onore di Alessandra Melloni

L’italiano invasore nel Consultorio gramatical de urgencia di Arturo Capdevila

By Maria Vittoria Calvi (University of Milan, Italy)

Abstract & Keywords

English:

The current presence of Spanish speakers coming from various Latin-American countries led to a new situation of contact between the Italian and Spanish languages, which closely resembles the one that occurred as a consequence of the Italian migration to Argentina. After a short description of the contact between Italian and Rioplatense Spanish, and of the linguistic ideologies that inspired Argentinian linguistic policies, we will move on to analyse a little- known work by Argentinian writer Arturo Capdevila, Consultorio Gramatical de Urgencia (1967), that deals with some of the less evident, but most insidious features of this contact, in the light of a position that tends to defend the native language, Spanish, and to oppose all sorts of hybridization.

Italian:

L’attuale presenza in Italia di immigrati ispanofoni, provenienti da diversi paesi latinoamericani, determina una nuova situazione di contatto tra italiano e spagnolo, che ripropone in modo speculare quella verificatasi a seguito dell’immigrazione italiana in Argentina.

Dopo una breve panoramica del contatto tra l’italiano e lo spagnolo rioplatense, e delle ideologie linguistiche che ispirarono la politica argentina in campo linguistico, il presente contributo si propone di analizzare un’opera poco conosciuta dello scrittore argentino Arturo Capdevila, il Consultorio gramatical de urgencia (1967), che approfondisce alcuni degli aspetti meno vistosi, ma più insidiosi, del contatto, alla luce di una posizione difensiva nei confronti della la lingua migratoria, l’italiano, e di una visione del tutto avversa a ogni forma di ibridazione.

Keywords: Italian and Spanish, Italian in Argentina, italiano e spagnolo, italiano in Argentina, Arturo Capdevila

©inTRAlinea & Maria Vittoria Calvi (2013).
"L’italiano invasore nel Consultorio gramatical de urgencia di Arturo Capdevila"
inTRAlinea Special Issue: Palabras con aroma a mujer. Scritti in onore di Alessandra Melloni
Edited by: Maria Isabel Fernández García & Mariachiara Russo
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 La presenza in Italia di immigrati provenienti dall’America ispanofona, che ha assunto proporzioni significative soprattutto a partire dagli anni 2000, ha determinato una nuova situazione di convivenza tra italiano e spagnolo, dopo quelle verificatesi in passato, e in particolare a seguito dell’immigrazione italiana in America Latina, tra gli ultimi decenni dell’800 e i primi del 900.[1]

Come in ogni situazione di apprendimento, la somiglianza tra le due lingue svolge un ruolo significativo, favorendo fenomeni di ibridazione e interferenza (Weinreich 1953) a tutti i livelli del sistema linguistico. Ma, nei contesti migratori, quello linguistico è solo uno fra tanti fattori che determinano l’esito del contatto, sia dal punto di vista del mantenimento della L1, sia per quanto riguarda i risultati dell’apprendimento della L2. Emerge, in particolare, l’importanza delle variabili sociali e psicosociali, come i modi di vita, il senso di identità e di appartenenza al gruppo, ecc.

È stata osservata, ad esempio, una forte connessione tra il livello di integrazione in una rete sociale e il comportamento linguistico: a una rete densa, a maglie fitte, corrisponde una tendenza alla conservazione della lingua d’origine, mentre a una rete integrata, a maglie ampie, fa riscontro un comportamento più innovativo (Milroy 1980). Sono altresì da prendere in considerazione elementi sociolinguistici, quali il repertorio linguistico di partenza, e macrosociolinguistici, come le politiche linguistiche messe in atto dai paesi accoglienti, ad esempio in campo educativo. I modelli basati sul concetto di rete sociale, tuttavia, lasciano in ombra un altro aspetto decisivo, cioè l’atteggiamento della comunità ricevente nei confronti del plurilinguismo in generale e, più nello specifico, della lingua in questione, il prestigio di cui questa gode, ecc. (Blas Arroyo 2009; Turell 2007; Zimmermann 2009).

L’attuale situazione italiana a seguito dei recenti flussi migratori è ancora in piena trasformazione, ma inizia a essere oggetto di studio (Chini 2004, Vedovelli 2004), anche per quanto riguarda il rapporto tra italiano e spagnolo (Vietti 2005; Calvi 2011; Calvi, Mapelli e Bonomi 2010). L’osservazione del presente rinnova l’interesse per lo studio di situazioni passate, e soprattutto per il caso argentino, che costituisce il più importante precedente storico di contatto tra questa coppia di lingue.

1. Italiano e spagnolo in contatto in Argentina

Fin dalla sua costituzione come stato indipendente, l’Argentina si pose il problema di un’identità altra rispetto alla Spagna; l’allontanamento dal modello spagnolo comportò, soprattutto nelle classi più colte e progressiste, un diffuso cosmopolitismo, inteso come apertura a modelli provenienti dall’esterno, e in particolare dai paesi nordeuropei come Francia e Inghilterra, visti come stimolo alla modernizzazione del paese (Patat 2004: 31-33). Anche la lingua svolse un ruolo centrale come strumento di emancipazione; ben nota è, ad esempio, la centralità delle ideologie linguistiche nel progetto politico e culturale della Generación Romántica del 37 (Ciapuscio e Miotto 2011). Mentre le ipotesi di rottura rispetto alla lingua ereditata si rivelarono poco praticabili, emersero posizioni di equilibrio che, pur riconoscendo l’appartenenza al mondo ispanofono, rivendicavano una propria autonomia all’interno del sistema linguistico, quindi sul piano della variazione di stili e di accenti, così come un’indipendenza dall’apparato della cultura spagnola (Di Tullio 2003).

Su questo sfondo si colloca l’ondata dirompente dei flussi migratori che, richiamati da una politica di attrazione, nell’arco di pochi decenni produssero nella giovane nazione argentina un incremento demografico senza precedenti. Basti pensare che, tra il 1869 e el 1914, la popolazione passò da due a circa otto milioni di abitanti, dei quali la metà erano immigrati. Ma la fisionomia dei nuovi argentini non corrispondeva al progetto iniziale: anziché gli auspicati gruppi provenienti dal nordeuropa, che avrebbero dovuto, secondo le previsioni, accelerare il processo di modernizzazione del paese, furono piuttosto gli europei del sud che risposero all’appello ed emigrarono in massa verso una terra che offriva lavoro. Gli italiani, come è noto, costituivano il collettivo più forte, con percentuali sulla popolazione immigrata che, nel periodo citato, oscillarono tra il 34% e il 49%.

Questo andamento imprevisto, insieme ad altri fattori quali la crescita smisurata dei nuclei urbani, mutò l’atteggiamento delle élites intellettuali, che passarono dalla xenofilia alla xenofobia (Di Tullio 2003: 83). Iniziarono ad affermarsi rivendicazioni di un’identità nazionale che trovava il proprio emblema nella figura del gaucho; sul piano linguistico, la massiccia presenza della lingua italiana, che si infiltrava anche nella vita pubblica, venne sentita come un elemento pericoloso e disgregante (Patat 2004: 33-34). La risposta più immediata fu l’attuazione di una politica educativa assimilazionista; ma questi comportamenti difensivi non impedirono che l’Argentina diventasse un grande crogiolo di lingue e di culture, sviluppando risposte originali al contatto. Vediamo alcune delle fasi principali di questo processo.

Dal punto di vista sociolinguistico, gli emigranti italiani erano principalmente dialettofoni; le loro conoscenze di italiano erano fondate su una scolarizzazione piuttosto scarsa, ma progredirono proprio per l’urgenza dei contatti intraetnici nel contesto migratorio. Possiamo quindi concludere che l’italianizzazione costituì la prima risposta linguistica alla migrazione (Vedovelli 2002: 128-133).

La seconda fase, comune a ogni realtà migratoria, è rappresentata dall’apprendimento della nuova lingua. E’ a questo punto che emergono gli effetti della somiglianza interlinguistica: in primo luogo, l’affinità percepita permette un immediato accesso all’input della L2, a differenza di quanto avviene in situazioni di forte distanza sociale e linguistica, che generano varietà semplificate come pidgin e creoli. Il cocoliche è il risultato di questo contatto, favorito dalla prossimità tra le due lingue: più che una vera e propria lingua mista tra italiano e spagnolo, si tratta di un continuum di interlingue, diverse da un parlante all’altro, caratterizzate da interferenze, calchi e ogni altro fenomeno di ibridazione (Meo Zilio 1989; Cancellier 1996 e 2011). La formazione di interlingue, cioè sistemi autonomi transitori tra la L1 e la L2 (Selinker 1972), avviene in ogni processo di apprendimento; ma, nel caso degli immigrati italiani in Argentina di prima generazione, si trasforma in una condizione permanente, che può condurre al semilinguismo (Siguan 2001: 88), cioè la perdita di competenze nella L1, senza che il parlante abbia sviluppato una conoscenza adeguata della L2.

Data la consistenza numerica del gruppo, queste varietà ibride parlate dagli italiani immigrati erano sotto gli occhi della popolazione autoctona, che reagì, come si è detto, in modo difensivo; si svilupparono anche forme caricaturesche, ad esempio nel teatro e in particolare nel genere del sainete, in cui la figura dell’emigrante italiano si consolidò come un tipo drammatico, contraddistinto dal suo buffo modo di parlare, e dai vani tentativi di avvicinarsi allo spagnolo corretto.[2] Da varietà individuale, il cocoliche diventò così una lingua letteraria, oggetto di burla ma anche portatrice degli accenti più intimi e profondi (Cancellier 2010); lo stesso termine che definisce questa lingua ibrida, identifica il personaggio teatrale.

Per quanto riguarda le seconde generazioni, invece, lo shift verso lo spagnolo è netto e deciso; la perdita della L1 è favorita sia dalle politiche educative assimilazioniste messe in atto dalla nazione argentina, sia dalla scarsa fedeltà linguistica del nucleo famigliare, in cui, come si è detto, le conoscenze dell’italiano erano spesso scarse.

Ma esiste anche un altro lato della medaglia: benché il cocoliche come tale si estinse con l’interruzione dei flussi migratori, rimanendo vivo solo nel repertorio di alcuni parlanti anziani, poco integrati nella vita sociale, l’influsso della lingua italiana assunse carattere di stabilità, agendo quindi nel processo di differenziazione dello spagnolo argentino. Tra i fenomeni più vistosi, e più studiati, è la consistente presenza di italianismi lessicali nel lunfardo, diffuso nell’area rioplatense dapprima come gergo della malavita, poi come dialetto urbano (Meo Zilio 1989). La lingua immigrata, quindi, assume una visibilità tale da generare fenomeni di adozione linguistica di elementi allogeni (Franceschini 2004: 262-263), che si possono definire esotismi sociali, cioè segnali della dinamica interattiva fra identità idiomatiche e sociali diversificate (Vedovelli 2004: 603). Da ricordare anche l’ipotesi, rafforzata da studi recenti, di un influsso prosodico dell’italiano sullo spagnolo porteño (Peŝková, Gabriel e Feldhausen 2011).

Il plurilinguismo e l’ibridazione che caratterizzavano il panorama argentino, tuttavia, furono valutati negativamente dalla maggior parte dei grammatici e dei filologi, che si mostrarono poco tolleranti nei confronti delle innovazioni; essi condividevano le opinioni degli spagnoli sull’imbarbarimento del castigliano parlato in Argentina, determinato dallo scarso amore per la lingua colta e dal conseguente indebolimento della norma, proprio di una società plurilingue. Il peso linguistico dell’immigrazione, quindi, non fu solo diretto, ma anche indiretto, in quanto la comunità accogliente sviluppò un atteggiamento permissivo, dovuto anche alla presenza di stranieri nelle classi più elevate, in campo sociale e politico. Tuttavia, restarono piuttosto isolate posizioni come quella di Vicente Rossi, il quale intervenne nel dibattito sulla questione della lingua sostenendo che, per rompere la sudditanza linguistica e culturale nei confronti della Spagna e delle sue istituzioni, occorreva valorizzare la diversità, l’apporto straniero e soprattutto italiano, e perfino il “parlar male”, se questo costituiva un segno di identità. A metà strada tra la concezione purista e la proposta di rottura, si colloca la visione variazionista di Borges, che difende le peculiarità stilistiche della parlata quotidiana, equidistante dalle varietà più basse e dalla norma asettica dei grammatici, e sceglie, come voce personale, quella “heterogénea lengua vernácula de la charla porteña” (Di Tullio 2003: 211-222).

Possiamo infine ricordare un’ultima fase, quella del ricupero del vissuto migratorio di andata attraverso l’esperienza del ritorno, cioè il movimento pendolare che ha riportato in Italia molti discendenti di immigrati italiani, a seguito dell’esilio imposto dalla dittatura militare prima (dal 1976 al 1983), e dalla crisi economica poi, a partire dal 2000. Questi eventi diedero luogo a una riflessione fondata sulla memoria, sospesa tra testimonianza e finzione, in cui l’immigrato italiano non è più una ridicola caricatura del cattivo parlante, ma una figura in cui specchiarsi, alla ricerca della propria identità. L’oralità assume un ruolo centrale: tuttavia, non si tratta di un ricupero della lingua ibrida, bensì di una polifonia discorsiva in cui si alternano voci diverse (Cancellier 2010). Emerge una forte coscienza linguistica, che si manifesta nell’adozione piena della variante argentina, in opposizione allo standard della norma peninsulare; ma, a parte la presenza di sporadici italianismi, la voce dell’immigrato si esprime in una lingua depurata. Fa però eccezione l’opera di Roberto Raschella, in cui l’idioletto della memoria, che unisce spagnolo, italiano e dialetto calabrese, acquista un ruolo di primo piano; l’ibridazione non riguarda solo il livello lessicale, ma anche quello sintattico, e rivela una prospettiva nuova: non più lo sforzo vano di integrazione, ma la rievocazione consapevole di un passato personale e collettivo (Allegroni 2011; Magnani 2004).

2. Arturo Capdevila e il Consultorio gramatical de urgencia

Arturo Capdevila (1889-1967), scrittore e intellettuale argentino, svolse un ampio ventaglio di attività, dalla professione di magistrato all’insegnamento della storia e della filosofia; membro della Academia Nacional de Letras e corrispondente della Academia de la Lengua spagnola, scrisse opere poetiche e teatrali, nonché numerosi saggi su temi storici, linguistici e letterari. Tra gli scritti dedicati alle questioni linguistiche, i più noti sono Babel y el castellano (1940) e Despeñaderos del habla (1952), in cui l’autore professa la sua fede ispanistica: «Un orgullo ha dictado este libro argentino: el de hablar castellano. Y una cosa querría patrióticamente el autor: comunicar este orgullo a toda la gente que lo habla», scrive nell’epigrafe a Babel y el castellano. Della corrente purista, Capdevila è uno dei più convinti rappresentanti.

Meno conosciuta la terza opera, Consultorio gramatical de urgencia (1967), che contiene due capitoli dedicati alla lingua italiana; mi propongo qui di affrontarne l’analisi, sia per quanto riguarda le osservazioni linguistiche, che non sono rivolte ai noti aspetti lessicali ma a questioni più sottili di grammatica e sintassi, sia per mettere a fuoco l’immagine della lingua italiana che viene delineata.

L’opera è suddivisa in quattro parti; nella prima, intitolata “Sazones y desazones lingüísticas”, l’autore rievoca il terzo Congresso delle Accademie della lingua, riunitesi a Madrid nel 1964, per poi soffermarsi sull’analisi di alcune voci considerate come proprie dello spagnolo argentino, ma che  sono in realtà espressioni tradizionali, ancorché dimenticate, dello spagnolo peninsulare. Nella seconda, “Los brasileñismos”, esamina in dettaglio alcuni vocaboli di origine brasiliana presenti nello spagnolo argentino, soprattutto nelle regioni di frontiera, sottolineando che l’adozione di forestierismi comporta un impoverimento della lingua, ma riconoscendo la vicinanza culturale che in qualche modo la giustifica. La terza parte è il vero e proprio “Consultorio gramatical de urgencia”, in cui Capdevila racconta, in forma narrativa, di aver dato vita a un servizio di consulenza grammaticale, e affronta alcune delle principali questioni emerse nello svolgimento di questa attività. Il libro si conclude con una parte intitolata “La definición del hombre”, in cui l’autore trascrive l’intervento presentato al IV Congresso delle Accademie, svoltosi a Buenos Aires nel 1967, riguardante la definizione della parola hombre contenuta nel dizionario accademico.

I capitoli dedicati all’influsso dell’italiano sono l’XI e il XII della terza parte, intitolati, rispettivamente, “En el orbe de los italianismos” e “Todavía en el orbe de los italianismos”. Vi si ravvisa una visione del tutto negativa del contatto, considerato come fonte di imbarbarimento e depauperamento, che contrasta con l’atteggiamento più equilibrato espresso nei confronti dell’influsso brasiliano.

Prima di tutto, viene criticato il tentativo di definire e caratterizzare quella presunta «jerga italo-porteña», il cocoliche, che, secondo Capdevila, «sólo consistió, cuando mucho, en meras deformaciones jocosas de carnaval, por parte de determinadas máscaras grotescas en libres personificaciones del bachicha, como se le denominaba a cierto inmigrante dialectal de rahez procedencia» (Capdevila 1967: 156).[3] Lo studioso, dunque, riconosce l’esistenza del cocoliche letterario, teatrale, ma nega che sia mai esistita una modalità espressiva contraddistinta dall’ibridazione; tuttavia, egli stesso afferma che proprio l’affinità interlinguistica è responsabile della falsa convinzione di possedere l’altro sistema linguistico, offrendo un esempio del “modo jergal” con cui un immigrato napoletano descriveva la propria familiarità con lo spagnolo: «–¿Non comprende? Chegamo. Ansaguida carame (quería decir agarramos) ansaguida carame l’idioma e podemo anseñare la casticha (que era como seguía llamándole al castellano)» (ib.: 163).

Ma al nostro autore non interessa addentrarsi nella descrizione dello spagnolo parlato dagli immigrati italiani, bensì stigmatizzare la nefasta penetrazione della loro lingua nello spagnolo argentino. Riconosce e valuta positivamente l’esistenza di italianismi nel linguaggio musicale, quali allegro o allegretto, ma sferra veementi attacchi contro l’italiano invasore: «otra cosa son las voces y los giros que nos desnaturalizan el idioma, hiriéndolo en la propia sintaxis o aniquilando esencias del habla» (Capdevila 1967: 156). Capdevila ricorda l’esistenza di diversi studi sull’apporto lessicale italiano, ma si sofferma su aspetti meno vistosi, nel terreno grammaticale ma anche nella fonetica, sottolineando la facilità con cui si incorre nell’errore; parla di «inocentísima insidia» (ib.: 157), «penetración subrepticia» (ib.: 159), «profunda penetración» (ib.: 163), «modo callado de invasión» (ib.: 163), ribadendo che questa infiltrazione sotterranea è dovuta all’acquiescenza dei parlanti, poco attenti alla norma colta, e quindi più esposti ai pericoli del contatto. Le insidie dell’apprendimento di  lingue affini sono ben note a docenti e discenti, consapevoli che l’ingannevole somiglianza genera interferenze spesso persistenti; ma la particolarità del caso argentino, come si è detto, è legata all’influsso indesiderato della voce del migrante sulla lingua del paese di accoglienza. Lo scrittore argentino interpreta questo esito del contatto in modo del tutto negativo, non solo come deviazione dalla norma, ma anche come segnale di impoverimento: «El italianismo, por punto general, no trae consigo añadiduras. Quita, suprime, resta» (ib.: 157).

Uno dei primi esempi citati è l’uso di cada tanto, calco dell’italiano ogni tanto, così come dell’analogo italianismo de tanto en tanto; forme non dissonanti nella lingua spagnola, ma estranee rispetto alla norma. Questo, come altri casi, viene contestualizzato da Capdevila mediante la citazione di una lettera ricevuta, il cui autore lo invitava a persistere nella difesa della purezza del castigliano: un uso presente, quindi, nel codice scritto di un parlante piuttosto sensibile alle questioni linguistiche. Analogamente, gli usi devianti affioravano nel registro orale di uomini colti, come rivela un altro aneddoto riportato, secondo il quale Sarmiento, in visita presso una famiglia, salutò la padrona di casa con un insolito “Buen día”, a cui il pappagallo di casa replicò con un più corretto “Buenos días”.

Capdevila rimarca anche l’origine fonetica di alcuni errori, dovuti, ad esempio, alla penuria di esse nella lingua italiana, rispetto allo spagnolo: «El italianismo anda siempre escaso de  eses. En los hijos de italianos esta carencia es notoria» (Capdevila 1967: 159). Altro italianismo crudo è l’uso di en vez al posto di en cambio, calco dell’italiano invece, indotto dalla somiglianza con la forma en vez de.

L’aspetto più inquietante, secondo l’autore, è però la profonda penetrazione dell’italianismo nella vita pubblica e nell’oratoria politica, in cui l’impiego di voci straniere crea «encontronazos con el sentido tradicional idiomático» (Capdevila 1967: 160). A questo proposito, cita l’esempio del termine reencuentro, usato, soprattutto nel sintagma "reencuentro de los argentinos", nel senso di ‘riconciliazione’, un significato estraneo alla voce spagnola, che equivale piuttosto a scontro. Questa adozione linguistica, indotta dalla moda fascista del ‘reincontro degli italiani’, è per Capdevila una forma di plagio, che denota scarsa creatività.

Il secondo capitolo dedicato agli italianismi si apre con un’altra citazione tratta da una lettera, in cui compare l’espressione más nada, derivata dall’italiano più niente; e prosegue ricordando altri errori in cui incorrono frequentemente parlanti poco colti, tra cui le forme venir viejo, ir del médico o volver en casa, in cui si vede come le aree di interferenza non coinvolgono solo il lessico ma anche le parole funzionali. In seguito, l’autore si sofferma su un’altra zona di penetrazione surrettizia, cioè l’incorporazione della preposizione de nei cognomi; accadde così, racconta Capdevila, che il presidente dell’Accademia Argentina delle Lettere, Mariano de Vedia, si sentisse chiamare De Vedia, anziché Vedia (Mariano de), e reagisse con rabbia a questa scorrettezza: ma, osserva sconsolato lo scrittore, nella Buenos Aires italianizzata tutti accettano questi barbarismi senza opporre alcuna resistenza. A questo punto, si alza l’invettiva contro la cultura della mescolanza, in difesa della purezza idiomatica, che è espressione della fedeltà allo spirito nazionale:

Y por cierto que nunca cupieron dudas al respecto en la Argentina hispánica cuando todavía se expresaba conforme a tradición y a pureza, en el limpio seno de su nativo idioma.

Fue más tarde, con la Argentina que se llamó mezclada, y con el auge de muchos de los de esa mezcolanza, cuando nos cubrió el olvido (Capdevila 1967: 104).

Il capitolo si conclude con un richiamo alla “esencia idiomática”, che rischia di perdersi, mentre deve essere mantenuta; gli esempi citati, insiste Capdevila, non sono piccolezze ma segnali di una più profonda perdita di identità:

Todos debemos querer que esencias como ésas permanezcan incólumes para fuerza y bien del alma colectiva. Por eso me detengo tanto en la consideración de estas desviaciones que con tanto descuido se dejan pasar. Lo cual es malo y aún malísimo. Porque entre tanto pasar, un día se nos pasa la patria y se nos va todo lo castizo y raigal que con la lengua española recibimos.

Los pueblos que triunfan son los que saben conservarse fieles a su propio ser (ib.:  106).

3. Riflessioni conclusive

Oggi che il dibattito su identità e mescolanza si è fatto più acceso anche in paesi da poco toccati dall’immigrazione, l’Argentina costituisce un interessante osservatorio sui fenomeni di plurilinguismo e lingue in contatto.

Il risultato più vistoso, la nascita di una varietà etnica ibrida, con una forte base dialettale, destinata a non raggiungere mai la lingua obiettivo, contribuiva alla rappresentazione stereotipata dell’immigrato, messo in scena dal teatro comico nel suo goffo tentativo di integrazione linguistica; non è un caso che la parola cocoliche abbia assunto anche il significato colloquiale di capo d’abbigliamento o altro oggetto vistoso e di cattivo gusto (Magnani 2004: 233). Benché il cocoliche non sia sopravvissuto come lingua di gruppo, a differenza di quanto avvenne con l’italiano di alcune comunità isolate (come i gruppi venetofoni di Chipilo, in Messico), è invece rimasta una traccia visibile dell’italiano nel gergo urbano noto come lunfardo. Negli ultimi anni, il viaggio di ritorno chiude in qualche modo il cerchio, rivalutando l’apporto creativo del migrante; al di là dell’esperienza letteraria, che solo occasionalmente propone l’ibridazione linguistica come strumento espressivo, la recente emigrazione argentina verso l’Italia favorisce nuove situazioni di contatto nelle quali si rispecchia il passato familiare e riaffiora una memoria linguistica lontana.

Il Consultorio gramatical de urgencia di Arturo Capdevila, che dedica una significativa attenzione agli italianismi dello spagnolo argentino, offre interessanti osservazioni su alcuni aspetti meno studiati di questo influsso; l’autore si mostra sensibile agli usi linguistici nei diversi contesti sociali e nelle varie situazioni comunicative, anche se il suo esacerbato purismo lo porta a un aprioristico rifiuto di ogni apporto straniero. La condanna espressa è senza appello; la lingua immigrata è sentita come un corpo estraneo che mina all’integrità della lingua ricevente, complice l’acquiescenza di parlanti poco inclini al rispetto della norma colta; la mescolanza e l’ibridazione linguistica sono segnali pericolosi di perdita dei valori essenziali. Capdevila rappresenta la posizione più estrema, ma questa visione era condivisa da molti linguisti e intellettuali, che vedevano nell’italiano e nelle lingue portate dagli immigrati una minaccia per la purezza linguistica.

Nell’Italia di oggi, né lo spagnolo né le altre lingue immigrate si avvicinano alla massiccia presenza dell’italiano in Argentina; colpisce piuttosto la loro scarsa visibilità, in un panorama urbano contraddistinto comunque da un crescente plurilinguismo (Vedovelli 2004). Ma è certamente istruttivo tornare con la memoria all’epoca in cui gli italiani erano visti come invasori, e il loro variegato patrimonio linguistico come una minaccia per l’identità della società di accoglienza.

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Zimmermann, Karl (2009) “Migración, contactos y nuevas variedades lingüísticas: reflexiones teóricas y ejemplos de casos en América Latina”, in Contacto lingüístico y la emergencia de variantes y variedades lingüísticas, Anna María Escobar, Wolfgang Wölck (eds), Madrid / Frankfurt am Mein, Iberoamericana / Vervuert: 129-60.

Note

[1] Schmid (2008) individua quattro principali situazioni di contatto tra italiano e spagnolo: la lingua franca del Mediterraneo, sviluppatasi a partire dai sec. XIV e XV; il bilinguismo letterario nel periodo della dominazione spagnola in Italia; il repertorio linguistico degli immigrati italiani nel Río de la Plata; e l’uso dell’italiano come lingua veicolare tra immigrati di diversa provenienza (e in particolare ispanofoni) nella Svizzera tedesca. A questi precedenti storici, naturalmente, bisogna aggiungere l’attuale presenza dello spagnolo come lingua immigrata in Italia, che può offrire un’immagine-specchio del cocoliche.

[2] Sulla presenza di italianismi nel sainete criollo, cfr. Engels e Kailuweit (2011).

[3] Tutte le citazioni si riferiscono a questa edizione. Ringrazio l’amica e collega Emilia Perassi che mi ha fatto dono del volumetto, suscitando la mia curiosità per l’argomento nel momento in cui sceglievo un titolo per il mio piccolo contributo in onore di Alessandra Melloni. Aggiungo questa nota per render conto di come l’amicizia, la stima e il dialogo si intreccino spesso con i percorsi della ricerca. 

 

About the author(s)

Full Professor of Spanish Linguistics and Translation since 1/10/2002, University of Milan.
My research activity falls within the sphere of the contrastive linguistics of Spanish and Italian. In recent years, this been mainly oriented towards the following two fields: specialised discourse, with particular regard to the language of tourism, and the contact between Spanish and Italian in migration contexts. Another line of research is the linguistic analysis of the literary text. My methodological approach is based on the analysis of lexical and textual aspects.
Didattica di lingue affini. Spagnolo e italiano, 1995; Lengua y comunicación en el español del turismo, 2006; Las lenguas de especialidad en español, Roma, Carocci, 2009 (with M. C. Bordonaba Zabalza, G. Mapelli, J. Santos López); “Los géneros discursivos en la lengua del turismo: una propuesta de clasificación”, Ibérica, 19, Spring 2010, pp. 9-32;“El español como lengua inmigrada en Italia”, Lengua y migración, 3, 1, 2011, pp. 9-32.

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©inTRAlinea & Maria Vittoria Calvi (2013).
"L’italiano invasore nel Consultorio gramatical de urgencia di Arturo Capdevila"
inTRAlinea Special Issue: Palabras con aroma a mujer. Scritti in onore di Alessandra Melloni
Edited by: Maria Isabel Fernández García & Mariachiara Russo
This article can be freely reproduced under Creative Commons License.
Stable URL: http://www.intralinea.org/specials/article/1990

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