Ananda il miracoloso

Translated by: Alessandra Calvani (Università di Urbino)

Ananda the Miracle Worker by Richard Garnett
from The Twilight of the Gods, London : J. Lane the Bodley head ; New York : Dodd, Meat and Company, 1924.


Il sacro Budda, Sakhya Muni, inviando i suoi apostoli a rivelare la sua religione in tutta la penisola dell’India, non mancò di provvedere loro di precetti utili a guidarli. Li esortò alla mitezza, alla compassione, alla sobrietà, allo zelo nel promulgare la sua dottrina, e aggiunse una cosa mai prescritta prima o da allora in poi dal fondatore di una qualsiasi religione, vale a dire, di non compiere alcun miracolo per nessuna ragione.

Si racconta inoltre, che mentre gli apostoli trovarono notevoli difficoltà nell’osservare le altre regole del loro signore, ed in realtà a volte fallirono in questo, la proibizione di operar miracoli non venne mai trasgredita una sola volta da alcuno di loro, tranne che dal pio Ananda, la storia del cui primo anno di apostolato é riportata come segue.

Ananda si recò nel regno di Magadha, e istruì diligentemente gli abitanti nella legge del Budda. Essendo la sua dottrina ben accetta, ed i suoi discorsi persuasivi, la gente lo ascoltava volentieri, ed iniziarono ad abbandonare i bramini che prima avevano riverito come guide spirituali. Accorgendosi di ciò, Ananda si riempì d’entusiasmo, ed un giorno disse:

“Quanto é benedetto l’apostolo che propaga la verità attraverso l’efficacia della ragione ed il virtuoso esempio, unito all’eloquenza, piuttosto che l’errore attraverso l’inganno e la maldicenza, come questi miserabili bramini!”

Non appena pronunciò tali vanagloriose parole, la montagna dei suoi meriti diminuì di sedici yojana, e la virtù e l’efficacia si allontanarono da lui, tanto che quando successivamente si rivolse alla folla prima venne deriso, poi fischiato, ed alla fine preso a sassate.

Quando le cose arrivarono a tal punto, Ananda alzò gli occhi e vide un gran numero di bramini della casta più bassa, affaccendati intorno ad un ragazzo che giaceva a terra in preda alle convulsioni. Avevano a lungo esercitato esorcismi ed altri metodi ratificati con scarso successo, quando il più sagace tra loro suggerì:

“Rendiamo il corpo di questo paziente una sgradevole dimora per il demone; forse smetterà di dimorare qui.”

Si impegnarono quindi nello stigmatizzare il sofferente con ferri incandescenti, riempiendogli le narici di fumo, ed infastidendo in vario modo al massimo delle loro capacità il demone intruso. Il primo pensiero di Ananda fu, “il ragazzo é in preda alle convulsioni;” il secondo, “sarebbe una buona azione liberarlo dai suoi torturatori;” il terzo, “Se me la gioco bene, questa cosa potrebbe cavarmi dalla mia presente scomoda e difficile situazione, e contribuire alla gloria del santissimo Budda.”

Cedendo a questa tentazione, avanzò a gran passi, allontanò i bramini con aria d’autorità, e, alzando gli occhi al cielo, pronunciò i nomi di sette demoni. Non sortendo alcun effetto, li ripetè sette volte ancora, e continuò così fin quando, avendo l’attacco epilettico fatto il suo corso, il parossismo del paziente cessò, aprì gli occhi, e Ananda lo restituì ai suoi familiari. Ma la gente gridava ad alta voce, “miracolo! miracolo!” e quando Ananda riprese i suoi insegnamenti, lo seguì con attenzione, e in molti abbracciarono la fede del Budda. Al che Ananda esultò, ed applaudì se stesso per la sua destrezza e la presenza di spirito, e si disse:

“Di sicuro il fine giustifica i mezzi.”

Come pronunciò tale eresia, la grandezza dei suoi meriti si ridusse alle dimensioni di un mucchietto, e cessò di godere di qualche considerazione agli occhi di santo alcuno, fuorché del Budda, la cui compassione é inesauribile.

La fama della sua impresa, tuttavia, si sparse per tutto il paese, e ben presto arrivò alle orecchie del re, che lo mandò a cercare, e domandò se veramente avesse scacciato il demone.

Ananda rispose in maniera affermativa.

“Mi rallegro veramente,” replicò il re, “perché senza dubbio procederai subito a guarire mio figlio, che giace in uno stato di trance da ventinove giorni.”

“Ahimè! Temuto sovrano,” rispose modestamente Ananda, “come possono i meriti che a stento bastano ad ottenere la guarigione di un miserabile Pariah servire a ristabilire la progenie di un elefante tra i re?”

“Tramite quale processo tali meriti vengono acquisiti?” chiese il monarca.

“Attraverso l’esercizio della penitenza,” rispose Ananda, “in virtù della quale l’austero devoto placa i venti, calma le acque, fa le sue rimostranze alle tigri in maniera convincente, trasporta la luna nella propria manica, e insomma compie tutti quei gesti e quelle azioni atte alle qualità di un taumaturgo peripatetico.”

“Stando così le cose,” rispose il re, “la tua inabilità nel guarire mio figlio deriva evidentemente dal difetto di merito, ed il difetto di merito dal difetto di penitenza. Ti darò quindi in custodia ai miei bramini, che possono aiutarti nel colmare la misura di ciò che manca.”

Ananda fece inutilmente ogni sforzo per spiegare che le austerità cui faceva riferimento erano interamente di natura spirituale e contemplativa. I bramini, affascinati dalla possibilità di avere un eretico nelle loro grinfie, lo presero subito, e lo portarono ad uno dei loro templi. Lo spogliarono, e si accorsero con sorpresa che non una sola piaga o cicatrice era visibile su alcuna parte della sua persona. “Orrore!” esclamarono; “ecco qui un uomo che crede di andare in paradiso senza un graffio!” Per ovviare a tale infrazione delle regole, lo stesero faccia a terra, e lo flagellarono fin quando la sgradevole buona salute dell’epidermide non venne interamente rimossa. Allora se ne andarono, promettendo di tornare il giorno seguente e di operare in maniera simile sulla parte anteriore della sua persona, dopo di che, gli assicurarono in modo beffardo, i suoi meriti sarebbero stati in alcun riguardo inferiori a quelli del santo Bhagiratha, o dello stesso magnifico Viswamitra.

Ananda giaceva mezzo morto sul pavimento del tempio, quando il santuario venne illuminato dall’apparizione di uno splendente Glendoveer, che si rivolse a lui così:

“Ebbene, discepolo caduto nel peccato, non sei ancora convinto della tua follia?”

Ananda non gradì nè l’accusa alla sua ortodossia né quella riguardo alla sua saggezza. Rispose, tuttavia, in tutta umiltà:

“Il cielo proibisce che io mi dolga di una qualsiasi forma di martirio che tende alla propagazione della fede del mio maestro.”

“Vorresti allora per prima cosa essere guarito, e poi divenire lo strumento di conversione dell’intero regno di Magadha?”

“In che modo tutto ciò può essere realizzato?” chiese Ananda.

“Attraverso la perseveranza nel cammino dell’inganno e della disobbedienza,” rispose Glendoveer.

Ananda trasalì, ma rimase in silenzio in attesa di più esplicite indicazioni.

“Sappi,” proseguì lo spirito, “che il figlio del re si sveglierà dallo stato di trance allo scadere del trentesimo giorno, il che avverrà domani a mezzogiorno. Tu non devi far altro che andare al momento giusto al giaciglio dove é stato deposto, e, posando la tua mano sul suo cuore, ordinargli di alzarsi immediatamente. La sua guarigione verrà attribuita ai tuoi poteri sovrannaturali, e ne conseguirà l’affermazione della religione del Buddha. Prima di questo é necessario che io operi una vera guarigione della tua schiena, il che é alla portata delle mie capacità. Chiedo solo che tu prenda nota del fatto che questa volta trasgredirai ai precetti del tuo maestro ad occhi aperti. E’ inoltre giusto avvertirti che il temporaneo toglierti d’impaccio dalle presenti difficoltà comporterà solamente il tuo coinvolgimento in altre difficoltà ancora più formidabili.”

“Un incorporeo Glendoveer non é un buon conoscitore di ciò che sente un apostolo scorticato,” pensò Ananda. “Guariscimi,” rispose, “se lo puoi, e riserva le tue ammonizioni ad una situazione più appropriata.”

“Così sia,” rispose Glendoveer; e non appena allungò la sua mano su Ananda, la schiena di quest’ultimo venne nuovamente rivestita di pelle e contemporaneamente il precedente dolore acuto dissipato. Glendoveer scomparve in quello stesso momento, dicendo, “Quando avrai bisogno di me, pronuncia la formula magica, Gnooh Imdap Inam Mua[1], e sarò immediatamente al tuo fianco.”

Potete immaginare la rabbia e lo stupore dei bramini quando, tornando equipaggiati con nuovi strumenti di flagellazione, scoprirono le salubri condizioni della loro vittima. I loro flagelli si sarebbero probabilmente convertiti in capestri, se non fossero stati accompagnati da un ufficiale reale, il quale prese il martire realmente trionfante sotto la sua protezione, e lo portò via dal palazzo. Venne velocemente condotto presso il giaciglio del giovane principe, dove una vasta folla lo aspettava. Non essendo ancora scoccate le dodici, Ananda discretamente protrasse il tempo con un opportuno discorso sull’impossibilità dei miracoli, ad eccezione solo di quelli forgiati dai professori della fede del Budda. Poi discese dal pulpito, ed esattamente quando il sole raggiunse lo zenit pose la sua mano sul petto del giovane principe, il quale istantaneamente si risvegliò, e completò una frase riguardante il gioco dei dadi che era stata interrotta dalla sua catalessi.

La gente gridò, i cortigiani andarono in estasi, i volti dei bramini assunsero un’espressione estremamente docile. Persino il re sembrava colpito, e chiese con insistenza di essere istruito con più precisione nella legge del Budda. Nel soddisfare tale richiesta, Ananda, il quale aveva fatto progressi meravigliosi riguardo la scienza terrena nelle ultime ventiquattro ore, non ritenne necessario dilungarsi a proposito delle dottrine principali del suo maestro, la miseria dell’esistenza,  il bisogno di redenzione, il cammino verso la felicità, la proibizione di spargere sangue. Affermò semplicemente che i sacerdoti del Budda erano obbligati alla povertà perpetua, e che con il nuovo ordinamento tutte le proprietà ecclesiastiche sarebbero andate all’autorità temporale.

“Per la vacca sacra!” esclamò il monarca, “questa è una religione!”

Le parole erano appena uscite dalle regali labbra che già i cortigiani si professarono convertiti. La folla seguì il loro esempio. La chiesa braminica venne subito destituita ed espropriata, e nel nome della nuova e purificata religione venne commessa più ingiustizia in un giorno di quanta ne era stata causata dalla vecchia in un centinaio d’anni.

Ananda ebbe la soddisfazione di sentirsi capace di perdonare i suoi avversari, e di stimare se stesso di conseguenza; e per completare la sua felicità, venne ricevuto a palazzo, e gli venne affidata l’educazione del figlio del re, che si sforzò di guidare piacevolmente verso i precetti del Budda. Era un compito delicato, in quanto comportava interferenze con il divertimento favorito del principesco giovane, che in precedenza consisteva nel torturare piccoli rettili.

Dopo un breve intervallo Ananda venne nuovamente convocato alla presenza del monarca. Trovò sua maestà in compagnia di due dei più crudeli mascalzoni, uno dei quali portava una grossa ascia, e l’altro un enorme paio di tenaglie.

“Il mio capo esecuzioni ed il mio capo torturatore,” disse il re.

Ananda espresse il suo piacere nel fare la conoscenza di due così alti funzionari.

“Devi sapere, santissimo,” riprese il re, “che é di nuovo sorto il bisogno dell’esercizio della forza d’animo e dell’abnegazione da parte tua. Un nemico potente ha invaso i miei domini, ed ha empiamente pensato di sconfiggere le mie truppe. Dovrei dunque essere sgomento, se non fosse per la consolazione della religione; la mia speranza é in te, padre spirituale! E’ urgente che tu accumuli la più grande quantità di meriti con il minor ritardo possibile. Non sono in grado di invocare le somministrazioni dei tuoi vecchi amici i bramini a tale scopo, essendo loro, come sai, in disgrazia, ma ho mandato a chiamare questi fidati ed esperti consiglieri nelle loro stanze. Li ho trovati non completamente d’accordo. Il mio torturatore capo, essendo un uomo dal carattere mite e di indole sensibile, ritiene che dapprima possano bastare provvedimenti moderati, come, ad esempio, sospenderti a testa in giù nel fumo dell’incendio di un bosco, e riempirti le narici di pepe rosso. Il mio capo esecuzioni, avendo, forse, una visione troppo professionale della questione, crede sia meglio ricorrere subito alla crocifissione o all’impalamento. Sarei felice di conoscere il tuo pensiero a riguardo.”

Ananda espresse, tanto quanto gli permise il suo terrore, la sua completa disapprovazione di entrambe le linee di condotta raccomandate dai due consiglieri reali.

“Bene,” disse il re, con aria di rassegnazione, “se non possiamo metterci d’accordo per l’una o per l’altra, ne consegue che dobbiamo provarle entrambe. A tale scopo ci incontreremo domani mattina all’ora seconda. Va in pace!”

Ananda andò, ma non in pace. La sua paura lo avrebbe quasi privato delle sue facoltà se non si fosse ricordato della promessa a lui fatta dal suo precedente salvatore. Raggiunto un luogo appartato pronunciò la formula mistica, e divenne immediatamente conscio della presenza, non del radioso Glendoveer, ma di un sant’uomo, il cui capo era cosparso di cenere, ed il corpo coperto con sterco di mucca.

“Questa faccenda,” disse il fachiro, “non ammette esitazioni. Devi immediatamente accompagnarmi, e prendere l’abito di uno Jogi.”

Ananda si ribellò in cuor suo con tutte le sue forze, perché aveva assorbito dal mite e saggio Budda un conveniente disprezzo per questi grotteschi e cadaverici fanatici. L’emergenza, comunque, non gli lasciò alternativa, e seguì la sua guida in un ossario, che quest’ultimo aveva scelto quale suo domicilio. Lì, con molte lamentele sulla scorrevolezza dei suoi capelli e la cortezza delle sue unghie, lo Jogi cosparse ed imbrattò Ananda conformemente al suo stesso modello, e lo segnò con gesso e ocra fino a che il pacifico apostolo della più dolce delle fedi non assomigliò ad una tigre del Bengali. Poi si mise al collo una collana di teschi di neonati, piazzò in una mano il teschio di un criminale e nell’altra il femore di un negromante, ed al calar della notte lo portò nel cimitero adiacente, dove, facendolo sedere sulle ceneri di una recente pira funeraria, gli ordinò di tamburellare sul teschio con il femore, e di ripetere dopo di lui le formule magiche che iniziò a gridare verso la parte occidentale del firmamento. Questi incantesimi erano apparentemente dotati di singolare efficacia, perché non appena iniziarono si levò una spaventosa tempesta, la pioggia scendeva a fiumi, lampi fosforescenti dardeggiavano nel cielo, lupi e iene si affollavano ululando dalle loro tane, e Goblin giganteschi, sorgendo dalla terra, stendevano le loro scarne braccia verso Ananda, e tentavano con forza di trascinarlo via dal suo posto. Spinto da folle terrore, e dall’esempio e dalle esortazioni del suo compagno, picchiò, colpì con violenza, e gridò, fino al limite dell’esaurimento; quando, come per incantesimo, la tempesta si placò, gli spettri scomparvero, e grida gioiose ed uno scoppio di musica annunciò l’avvenimento di qualcosa di fausto nella vicina città.

“Il re nemico é morto,” disse lo Jogi; “ed il suo esercito é disperso. Questo verrà attribuito ai tuoi incantesimi. Stanno venendo a cercarti proprio adesso. Addio fin quando non avrai di nuovo bisogno di me.”

Lo Jogi scomparve, il calpestio di una processione divenne udibile, e subito torce brillarono debolmente nell’umida, tetra alba. Il monarca discese dal suo elefante da parata, e, prostrandosi di fronte ad Ananda, esclamò:

“Uomo inestimabile! Perché non hai rivelato di essere uno Jogi? Mai più avrò il minimo timore di alcuno dei miei nemici, finché sarai ospite di questo cimitero.”

Una famiglia di sciacalli fu fatta sloggiare senza cerimonie da un sepolcro abbandonato, che venne assegnato ad Ananda quale sua prossima residenza. Il re non consentì alterazione del suo costume, ed ebbe cura che il cibo elargito con parsimonia non avesse la tendenza a danneggiare la sua santità, la quale diede subito speranza di raggiungere un grado molto elevato. I suoi capelli erano già diventati come di paglia e le unghie tanto lunghe quanto lo Jogi avrebbe desiderato, quando ricevette la visita di un altro messaggero reale. Il Rajah, così riportava la regale missiva, era stato improvvisamente e misteriosamente assalito da una pericolosa malattia, ma con fiducia si aspettava sollievo dai meriti e dagli incantesimi di Ananda.

Ananda riprese femore e teschio, e mestamente iniziò a percuotere quest’ultimo con il primo, in lugubre attesa di ciò che sarebbe successo. Ma la formula sembrava aver perso il suo potere. Niente di più ultraterreno di un pipistrello si presentò, e Ananda stava cominciando a pensare che avrebbe anche potuto desistere quando le sue riflessioni vennero sviate dall’apparizione di un alto e grave personaggio, che indossava una veste dai colori tristi, e portava un lungo bastone, che si trovò improvvisamente accanto a lui come se fosse nato dalla terra.

“Il calderone é pronto,” disse lo straniero.

“Quale calderone?” domando Ananda.

“Quello nel quale stai per essere immerso.”

“Io immerso in un calderone! Per quale ragione?”

“Le tue formule,” rispose l’interlocutore, “avendo finora fallito nell’arrecare a sua maestà il benché minimo sollievo, e dato che la sua esperienza della loro efficacia in una precedente occasione gli impedisce di ritenere che esse siano inefficaci, egli è naturalmente portato ad ascrivere al tuo pernicioso influsso l’aggravarsi del dolore di cui sfortunatamente da qualche tempo é notevole . Io l’ho rassicurato nelle sue congetture, ritenendo interesse della scienza far ricadere la sua rabbia su un impudente impostore come te piuttosto che su un discreto e dotto medico come me. Di conseguenza ha ordinato che il calderone principale fosse mantenuto in ebollizione tutta la notte, proponendosi di immergerci te allo spuntar del giorno, salvo che nel frattempo non abbia qualche beneficio dalle tue preghiere.”

“Cielo!” esclamò Ananda, “dove fuggirò?”

“In nessun luogo oltre questo cimitero,” rispose il medico, “dal momento che é interamente circondato dalle armate reali.”

“Dove, allora,” domandò l’angosciato apostolo, “giace il cammino della salvezza?”

“In questa fiala,” rispose il medico. “contiene un oscuro veleno. Chiedi di essere condotto dal re. Dì che hai ricevuto una medicina infallibile dalle mani di spiriti benigni. Lui la berrà e morrà, e tu sarai riccamente ricompensato dal suo successore.”

“Ayaunt, tentatore!” gridò Ananda, scaraventando via la fiala con indignazione. “Non ubbidirò! E ricorrerò al mio vecchio salvatore – Gnooh Imdap Inam Mua!”

Ma la formula sembrò mancare del suo effetto. Nessuna figura era visibile al suo sguardo, se non quella del medico, che sembrava guardarlo con un’espressione di pietà mentre raccoglieva le sue vesti e si sciolse piuttosto che scivolare nell’oscurità che l’avvolgeva.

Ananda restò lì, lottando con se stesso. Innumerevoli volte fu sul punto di chiamare indietro il medico ed implorarlo di tornare con una pozione dalle uguali proprietà di quella respinta, ma sembrava sempre che qualcosa gli salisse in gola e gli impedisse la frase, fino a che, logorato dall’agitazione, si addormentò e fece questo sogno.

Credette di trovarsi nel vasto e tetro ingresso di Patala[2]. Quel luogo lugubre aveva l’apparenza di essere in festa; tutto sembrava indicare un galà diabolico. Sciami di demoni di tutte le forme e misure assediavano il portale, contemplando quelli che sembravano essere preparativi per una luminaria. File di lampade colorate venivano disposte in ghirlande e festoni da schiere di vivaci demonietti, che chiacchieravano, ridevano, e dondolavano appesi per le code come altrettante scimmie. L’operazione veniva diretta dal basso da demoni superiori di grande ed evidente serietà e rispettabilità. Questi portavano bastoni di comando, con in punta fiamme gialle, con cui bruciacchiavano le code dei demonietti quando tale mortificazione sembrava loro essere necessaria. Ananda non potè trattenersi dal chiedere la ragione di tali gioiosi preparativi.

“Sono in onore,” rispose il demone interrogato, “del pio Ananda, uno degli apostoli di Budda il Signore, la cui venuta tra noi si attende da un momento all’altro con impazienza e soddisfazione.”

Ananda atterrito con grande difficoltà raccolse il coraggio a due mani per chiedere per quale motivo l’apostolo in questione necessitava stabilire la propria residenza nelle regioni infernali.”

“Per aver avvelenato,” rispose il demonio laconicamente.

Ananda stava per chiedere ulteriori spiegazioni, quando la sua attenzione fu catturata da un violento alterco tra due dei demoni sovrintendenti.

“Kammuragha, evidentemente,” gracchiò uno.

“Damburanana, naturalmente,” ringhiò l’altro.

“Posso,” chiese Ananda al demonio cui si era rivolto prima, “osare chiedere il significato di Kammuragha e Damburanana?”

“Sono due inferni,” replicò il demone. “Nel Kammuragha l’occupante é gettato nella pece fusa e nutrito di piombo fuso. Nel Damburanana viene gettato nel piombo fuso e nutrito di pece fusa. I miei colleghi stanno discutendo su quale sia il più appropriato alle colpe del nostro ospite Ananda.”

Prima che Ananda avesse avuto il tempo di digerire tale annuncio un giovane demonietto discese dall’alto con agilità, e, facendo una profonda riverenza, si presentò ai due che discutevano.

“Venerabili demoni,” intervenì, “la mia insignificanza potrebbe azzardarsi a suggerire che non potremmo certo dimostrare  troppo onore al nostro ospite Ananda, considerando che è il solo apostolo di Budda la cui compagnia con tutta probabilità ci sarà mai concessa? Per questo proporrei che né Kammuragha né Damburanana gli vengano assegnate quale residenza, ma piuttosto le amenità di tutti i duecentomilaquarantaquattro inferni uniti in uno nuovo, creato appositamente per riceverlo.”

Dopo che il demonietto ebbe così parlato, i demoni più anziani si meravigliarono della sua precocità, ed operarono una pradakshina, esclamando, “Sei veramente un giovane diavolo di estrema grandezza!” Poi se ne andarono a preparare la nuova camera infernale, conformemente alla sua prescrizione.

Ananda si svegliò, rabbrividendo di terrore.

“Perchè,” esclamò, “perchè mai sono diventato un apostolo? O Budda! Budda! Quant’é duro il cammino della santità! Quanto sono inclini agli errori i bene intenzionati! Quant’é enorme l’assurdità della superbia dello spirito!”

“Hai scoperto questo, figlio mio?” disse una voce gentile vicino a lui.

Si voltò e contemplò il divino Budda, raggiante di una luce delicata e benevola. Una nuvola sembrò roteare via dalla sua immagine, ed egli riconobbe nel suo signore Glendoveer, lo Jogi, ed il Medico.

“O maestro santo!” esclamò nel suo estremo turbamento, “dove mi rivolgerò? Il mio peccato mi impedisce di avvicinarmi a te.”

“Non in considerazione del tuo peccato ne sei impedito, figlio mio,” rispose il Budda, “ma in considerazione della situazione ridicola e ripugnante  cui la tua furfanteria e disobbedienza ti hanno ridotto. Io sono ora apparso per ricordarti che in questo giorno tutti i miei apostoli s’incontrano sul monte Vindhya per dare conto della loro missione, e per chiedere se sto per dar conto della tua in tua vece, o se vuoi proclamarla da te.”

“La presenterò io con le mie stesse labbra,” esclamò risolutamente Ananda. “E’ giusto che io sopporti l’umiliazione del rivelare la mia follia.”

“Hai detto bene, figlio mio,” replicò Budda, “ed in cambio ti permetterò di lasciare da parte l’abbigliamento, se tale può essere chiamato, di uno Jogi, e di comparire nella nostra assemblea indossando le vesti gialle come si addice ad un mio discepolo. Anzi, infrangerò la mia stessa regola nel tuo interesse, e opererò un miracolo di non poca cosa trasportandoti immediatamente sulla sommità del Vindhya, dove i fedeli stanno già iniziando a radunarsi. Altrimenti ti esporreresti molto al rischio di essere fatto a pezzi dalla folla, la quale, come le grida che ora si avvicinano possono rivelarti, ha iniziato ad estirpare la mia religione su istigazione del nuovo re, il tuo promettente alunno. Il vecchio re è morto, avvelenato dai bramini.”

“O signore! signore!” esclamò Ananda, piangendo amaramente, “tutto il lavoro è rovinato, e tutto per colpa mia e della mia follia?”

“Ciò che è costruito sulla frode e sull’impostura non può in alcun modo durare,” rispose Budda, “sia questa la verità stessa del Cielo. Confortati; proclamerai la mia dottrina con risultato migliore in altre terre. Questa volta non hai che da fare un resoconto dolente della tua amministrazione; eppure tu potresti ancora veramente dichiarare che hai obbedito al mio precetto alla lettera, se non nello spirito, visto che nessuno può asserire che tu abbia operato alcun miracolo.”


[1] La formula mistica dei buddisti.

[2] Il Pandemonio Hindu.

The holy Buddha, Sakhya Muni, on dispatching his apostles to proclaim his religion throughout the peninsula of India, failed not to provide them with salutary precepts for their guidance. He exhorted them to meekness, to compassion, to abstemiousness, to zeal in the promulgation of his doctrine, and added an injunction never before or since prescribed by the founder of any religion—namely, on no account to perform any miracle.

It is further related, that whereas the apostles experienced considerable difficulty in complying with the other instructions of their master, and sometimes actually failed therein, the prohibition to work miracles was never once transgressed by any of them, save only the pious Ananda, the history of whose first year's apostolate is recorded as follows.

Ananda repaired to the kingdom of Magadha, and instructed the inhabitants diligently in the law of Buddha. His doctrine being acceptable, and his speech persuasive, the people hearkened to him willingly, and began to forsake the Brahmins whom they had previously revered as spiritual guides. Perceiving this, Ananda became elated in spirit, and one day he exclaimed:

"How blessed is the apostle who propagates truth by the efficacy of reason and virtuous example, combined with eloquence, rather than error by imposture and devil-mongering, like those miserable Brahmins!"

As he uttered this vainglorious speech, the mountain of his merits was diminished by sixteen yojanas, and virtue and efficacy departed from him, insomuch that when he next addressed the multitude they first mocked, then hooted, and finally pelted him.

When matters had reached this pass, Ananda lifted his eyes and discerned a number of Brahmins of the lower sort, busy about a boy who lay in a fit upon the ground. They had long been applying exorcisms and other approved methods with scant success, when the most sagacious among them suggested:

"Let us render the body of this patient an uncomfortable residence for the demon; peradventure he will then cease to abide therein."

They were accordingly engaged in branding the sufferer with hot irons, filling his nostrils with smoke, and otherwise to the best of their ability disquieting the intrusive devil. Ananda's first thought was, "The lad is in a fit;" the second, "It were a pious deed to deliver him from his tormentors;" the third, "By good management this may extricate me from my present uncomfortable predicament, and redound to the glory of the most holy Buddha."

Yielding to this temptation, he strode forward, chased away the Brahmins with an air of authority, and, uplifting his countenance to heaven, recited the appellations of seven devils. No effect ensuing, he repeated seven more, and so continued until, the fit having passed off in the course of nature, the patient's paroxysms ceased, he opened his eyes, and Ananda restored him to his relatives. But the people cried loudly, "A miracle! a miracle!" and when Ananda resumed his instructions, they gave heed to him, and numbers embraced the religion of Buddha. Whereupon Ananda exulted, and applauded himself for his dexterity and presence of mind, and said to himself:

"Surely the end sanctifies the means,"

As he propounded this heresy, the eminence of his merits was reduced to the dimensions of a mole-hill, and he ceased to be of account in the eyes of any of the saints, save only of Buddha, whose compassion is inexhaustible.

The fame of his achievement, nevertheless, was bruited about the whole country, and soon reached the ears of the king, who sent for him, and inquired if he had actually expelled the demon.

Ananda replied in the affirmative.

"I am indeed rejoiced," returned the king, "as thou now wilt without doubt proceed to heal my son, who has lain in a trance for twenty-nine days."

"Alas! dread sovereign," modestly returned Ananda, "how should the merits which barely suffice to effect the cure of a miserable Pariah avail to restore the offspring of an Elephant among Kings?"

"By what process are these merits acquired?" demanded the monarch.

"By the exercise of penance," responded Ananda, "in virtue of which the austere devotee quells the winds, allays the waters, expostulates convincingly with tigers, carries the moon in his sleeve, and otherwise performs all acts and deeds appropriate to the character of a peripatetic thaumaturgist."

"This being so," answered the king, "thy inability to heal my son manifestly arises from defect of merit, and defect of merit from defect of penance. I will therefore consign thee to the charge of my Brahmins, that they may aid thee to fill up the measure of that which is lacking."

Ananda vainly strove to explain that the austerities to which he had referred were entirely of a spiritual and contemplative character. The Brahmins, enchanted to get a heretic into their clutches, immediately seized upon him, and conveyed him to one of their temples. They stripped him, and perceived with astonishment that not one single weal or scar was visible anywhere on his person. "Horror!" they exclaimed; "here is a man who expects to go to heaven in a whole skin!" To obviate this breach of etiquette, they laid him upon his face, and flagellated him until the obnoxious soundness of cuticle was entirely removed. They then departed, promising to return next day and operate in a corresponding manner upon the anterior part of his person, after which, they jeeringly assured him, his merits would be in no respect less than those of the saintly Bhagiratha, or of the regal Viswamitra himself.

Ananda lay half dead upon the floor of the temple, when the sanctuary was illuminated by the apparition of a resplendent Glendoveer, who thus addressed him:

"Well, backsliding disciple, art thou yet convinced of thy folly?"

Ananda relished neither the imputation on his orthodoxy nor that on his wisdom. He replied, notwithstanding, with all meekness:

"Heaven forbid that I should repine at any variety of martyrdom that tends to the propagation of my master's faith."

"Wilt thou then first be healed, and moreover become the instrument of converting the entire realm of Magadha?"

"How shall this be accomplished?" demanded Ananda.

"By perseverance in the path of deceit and disobedience," returned the Glendoveer.

Ananda winced, but maintained silence in the expectation of more explicit directions.

"Know," pursued the spirit, "that the king's son will revive from his trance at the expiration of the thirtieth day, which takes place at noon to-morrow. Thou hast but to proceed at the fitting period to the couch whereon he is deposited, and, placing thy hand upon his heart, to command him to rise forthwith. His recovery will be ascribed to thy supernatural powers, and the establishment of Buddha's religion will result. Before this it will be needful that I should perform an actual cure upon thy back, which is within the compass of my capacity. I only request thee to take notice, that thou wilt on this occasion be transgressing the precepts of thy master with thine eyes open. It is also meet to apprise thee that thy temporary extrication from thy present difficulties will only involve thee in others still more formidable."

"An incorporeal Glendoveer is no judge of the feelings of a flayed apostle," thought Ananda. "Heal me," he replied, "if thou canst, and reserve thy admonitions for a more convenient opportunity."

"So be it," returned the Glendoveer; and as he extended his hand over Ananda, the latter's back was clothed anew with skin, and his previous smart simultaneously allayed. The Glendoveer vanished at the same moment, saying, "When thou hast need of me, pronounce but the incantation, Gnooh Imdap Inam Mua, [*] and I will immediately be by thy side."

*) The mystic formula of the Buddhists, read backwards.

The anger and amazement of the Brahmins may be conceived when, on returning equipped with fresh implements of flagellation, they discovered the salubrious condition of their victim. Their scourges would probably have undergone conversion into halters, had they not been accompanied by a royal officer, who took the really triumphant martyr under his protection, and carried him off to the palace. He was speedily conducted to the young prince's couch, whither a vast crowd attended him. The hour of noon not having yet arrived, Ananda discreetly protracted the time by a seasonable discourse on the impossibility of miracles, those only excepted which should be wrought by the professors of the faith of Buddha. He then descended from his pulpit, and precisely as the sun attained the zenith laid his hand upon the bosom of the young prince, who instantly revived, and completed a sentence touching the game of dice which had been interrupted by his catalepsy.

The people shouted, the courtiers went into ecstasies, the countenances of the Brahmins assumed an exceedingly sheepish expression. Even the king seemed impressed, and craved to be more particularly instructed in the law of Buddha. In complying with this request, Ananda, who had made marvellous progress in worldly wisdom during the last twenty-four hours, deemed it needless to dilate on the cardinal doctrines of his master, the misery of existence, the need of redemption, the path to felicity, the prohibition to shed blood. He simply stated that the priests of Buddha were bound to perpetual poverty, and that under the new dispensation all ecclesiastical property would accrue to the temporal authorities.

"By the holy cow!" exclaimed the monarch, "this is something like a religion!"

The words were scarcely out of the royal lips ere the courtiers professed themselves converts. The multitude followed their example. The Brahminical church was promptly disestablished and disendowed, and more injustice was committed in the name of the new and purified religion in one day than the old corrupt one had occasioned in a hundred years.

Ananda had the satisfaction of feeling able to forgive his adversaries, and of valuing himself accordingly; and to complete his felicity, he was received in the palace, and entrusted with the education of the king's son, which he strove to conduct agreeably to the precepts of Buddha. This was a task of some delicacy, as it involved interference with the princely youth's favourite amusement, which had previously consisted in torturing small reptiles.

After a short interval Ananda was again summoned to the monarch's presence. He found his majesty in the company of two most ferocious ruffians, one of whom bore a huge axe, and the other an enormous pair of pincers.

"My chief executioner and my chief tormentor," said the king.

Ananda expressed his gratification at becoming acquainted with such exalted functionaries.

"Thou must know, most holy man," resumed the king, "that need has again arisen for the exercise of fortitude and self-denial on thy part. A powerful enemy has invaded my dominions, and has impiously presumed to discomfit my troops. Well might I feel dismayed, were it not for the consolations of religion; but my trust is in thee, O spiritual father! It is urgent that thou shouldst accumulate the largest amount of merit with the least delay possible. I am unable to invoke the ministrations of thy old friends the Brahmins to this end, they being, as thou knowest, in disgrace, but I have summoned these trusty and experienced counsellors in their room. I find them not wholly in accord. My chief tormentor, being a man of mild temper and humane disposition, considers that it might at first suffice to employ gentle measures, such, for example, as suspending thee head downwards in the smoke of a wood fire, and filling thy nostrils with red pepper. My chief executioner, taking, peradventure, a too professional view of the subject, deems it best to resort at once to crucifixion or impalement. I would gladly know thy thoughts on the matter."

Ananda expressed, as well as his terror would suffer him, his entire disapproval of both the courses recommended by the royal advisers.

"Well," said the king, with an air of resignation, "if we cannot agree upon either, it follows that we must try both. We will meet for that purpose to-morrow morning at the second hour. Go in peace!"

Ananda went, but not in peace. His alarm would have well-nigh deprived him of his faculties if he had not remembered the promise made him by his former deliverer. On reaching a secluded spot he pronounced the mystic formula, and immediately became aware of the presence, not of a radiant Glendoveer, but of a holy man, whose head was strewn with ashes, and his body anointed with cow-dung.

"Thy occasion," said the Fakir, "brooks no delay. Thou must immediately accompany me, and assume the garb of a Jogi."

Ananda rebelled excessively in his heart, for he had imbibed from the mild and sage Buddha a befitting contempt for these grotesque and cadaverous fanatics. The emergency, however, left him no resource, and he followed his guide to a charnel house, which the latter had selected as his domicile. There, with many lamentations over the smoothness of his hair and the brevity of his nails, the Jogi besprinkled and besmeared Ananda agreeably to his own pattern, and scored him with chalk and ochre until the peaceful apostle of the gentlest of creeds resembled a Bengal tiger. He then hung a chaplet of infants' skulls about his neck, placed the skull of a malefactor in one of his hands and the thigh-bone of a necromancer in the other, and at nightfall conducted him into the adjacent cemetery, where, seating him on the ashes of a recent funeral pile, he bade him drum upon the skull with the thigh-bone, and repeat after himself the incantations which he began to scream out towards the western part of the firmament. These charms were apparently possessed of singular efficacy, for scarcely were they commenced ere a hideous tempest arose, rain descended in torrents, phosphoric flashes darted across the sky, wolves and hyænas thronged howling from their dens, and gigantic goblins, arising from the earth, extended their fleshless arms towards Ananda, and strove to drag him from his seat. Urged by frantic terror, and the example and exhortations of his companion, he battered, banged, and vociferated, until on the very verge of exhaustion; when, as if by enchantment, the tempest ceased, the spectres disappeared, and joyous shouts and a burst of music announced the occurrence of something auspicious in the adjoining city.

"The hostile king is dead," said the Jogi; "and his army has dispersed. This will be attributed to thy incantations. They are coming in quest of thee even now. Farewell until thou again hast need of me."

The Jogi disappeared, the tramp of a procession became audible, and soon torches glared feebly through the damp, cheerless dawn. The monarch descended from his state elephant, and, prostrating himself before Ananda, exclaimed:

"Inestimable man! why didst thou not disclose that thou wert a Jogi? Never more shall I feel the least apprehension of any of my enemies, so long as thou continuest an inmate of this cemetery."

A family of jackals were unceremoniously dislodged from a disused sepulchre, which was allotted to Ananda for his future residence. The king permitted no alteration in his costume, and took care that the food doled out to him should have no tendency to impair his sanctity, which speedily gave promise of attaining a very high pitch. His hair had already become as matted and his nails as long as the Jogi could have desired, when he received a visit from another royal messenger. The Rajah, so ran the regal missive, had been suddenly and mysteriously attacked by a dangerous malady, but confidently anticipated relief from Ananda's merits and incantations.

Ananda resumed his thigh-bone and his skull, and ruefully began to thump the latter with the former, in dismal expectation of the things that were to come. But the spell seemed to have lost its potency. Nothing more unearthly than a bat presented itself, and Ananda was beginning to think that he might as well desist when his reflections were diverted by the apparition of a tall and grave personage, wearing a sad-coloured robe, and carrying a long wand, who stood by his side as suddenly as though just risen from the earth.

"The caldron is ready," said the stranger.

"What caldron?" demanded Ananda.

"That wherein thou art about to be immersed."

"I immersed in a caldron! wherefore?"

"Thy spells," returned his interlocutor, "having hitherto failed to afford his majesty the slightest relief, and his experience of their efficacy on a former occasion forbidding him to suppose that they can be inoperative, he is naturally led to ascribe to their pernicious influence that aggravation of pain of which he has for some time past unfortunately been sensible. I have confirmed him in this conjecture, esteeming it for the interest of science that his anger should fall upon an impudent impostor like thee rather than on a discreet and learned physician like myself. He has consequently directed the principal caldron to be kept boiling all night, intending to immerse thee therein at daybreak, unless he should in the meantime derive some benefit from thy conjurations."

"Heavens!" exclaimed Ananda, "whither shall I fly?"

"Nowhere beyond this cemetery," returned the physician, "inasmuch as it is entirely surrounded by the royal forces."

"Wherein, then," demanded the agonized apostle, "doth the path of safety lie?"

"In this phial," answered the physician. "It contains a subtle poison. Demand to be led before the king. Affirm that thou hast received a sovereign medicine from the hands of benignant spirits. He will drink it and perish, and thou wilt be richly rewarded by his successor."

"Ayaunt, tempter!" cried Ananda, hurling the phial indignantly away. "I defy thee! and will have recourse to my old deliverer—Gnooh Imdap Inam Mua!"

But the charm appeared to fail of its effect. No figure was visible to his gaze, save that of the physician, who seemed to regard him with an expression of pity as he gathered up his robes and melted rather than glided into the encompassing darkness.

Ananda remained, contending with himself. Countless times was he on the point of calling after the physician and imploring him to return with a potion of like properties to the one rejected, but something seemed always to rise in his throat and impede his utterance, until, worn out by agitation, he fell asleep and dreamed this dream.

He thought he stood at the vast and gloomy entrance of Patala. [*] The lugubrious spot wore a holiday appearance; everything seemed to denote a diabolical gala. Swarms of demons of all shapes and sizes beset the portal, contemplating what appeared to be preparations for an illumination. Strings of coloured lamps were in course of disposition in wreaths and festoons by legions of frolicsome imps, chattering, laughing, and swinging by their tails like so many monkeys. The operation was directed from below by superior fiends of great apparent gravity and respectability. These bore wands of office, tipped with yellow flames, wherewith they singed the tails of the imps when such discipline appeared to them to be requisite. Ananda could not refrain from asking the reason of these festive preparations.

*) The Hindoo Pandemonium.

"They are in honour," responded the demon interrogated, "of the pious Ananda, one of the apostles of the Lord Buddha, whose advent is hourly expected among us with much eagerness and satisfaction."

The horrified Ananda with much difficulty mustered resolution to inquire on what account the apostle in question was necessitated to take up his abode in the infernal regions.

"On account of poisoning," returned the fiend laconically.

Ananda was about to seek further explanations, when his attention was arrested by a violent altercation between two of the supervising demons.

"Kammuragha, evidently," croaked one.

"Damburanana, of course," snarled the other.

"May I," inquired Ananda of the fiend he had before addressed, "presume to ask the signification of Kammuragha and Damburanana?"

"They are two hells," replied the demon. "In Kammuragha the occupant is plunged into melted pitch and fed with melted lead. In Damburanana he is plunged into melted lead and fed with melted pitch. My colleagues are debating which is the more appropriate to the demerits of our guest Ananda."

Ere Ananda had had time to digest this announcement a youthful imp descended from above with agility, and, making a profound reverence, presented himself before the disputants.

"Venerable demons," interposed he, "might my insignificance venture to suggest that we cannot well testify too much honour for our visitor Ananda, seeing that he is the only apostle of Buddha with whose company we are likely ever to be indulged? Wherefore I would propose that neither Kammuragha nor Damburanana be assigned for his residence, but that the amenities of all the two hundred and forty-four thousand hells be combined in a new one, constructed especially for his reception."

The imp having thus spoken, the senior demons were amazed at his precocity, and performed a pradakshina, exclaiming, "Truly thou art a highly superior young devil!" They then departed to prepare the new infernal chamber, agreeably to his recipe.

Ananda awoke, shuddering with terror.

"Why," he exclaimed, "why was I ever an apostle? O Buddha! Buddha! how hard are the paths of saintliness! How prone to error are the well-meaning! How huge is the absurdity of spiritual pride!"

"Thou hast discovered that, my son?" said a gentle voice in his vicinity.

He turned and beheld the divine Buddha, radiant with a mild and benignant light. A cloud seemed rolled away from his vision, and he recognised in his master the Glendoveer, the Jogi, and the Physician.

"O holy teacher!" exclaimed he in extreme perturbation, "whither shall I turn? My sin forbids me to approach thee."

"Not on account of thy sin art thou forbidden, my son," returned Buddha, "but on account of the ridiculous and unsavoury plight to which thy knavery and disobedience have reduced thee. I have now appeared to remind thee that this day all my apostles meet on Mount Vindhya to render an account of their mission, and to inquire whether I am to deliver thine in thy stead, or whether thou art minded to proclaim it thyself."

"I will render it with my own lips," resolutely exclaimed Ananda. "It is meet that I should bear the humiliation of acknowledging my folly."

"Thou hast said well, my son," replied Buddha, "and in return I will permit thee to discard the attire, if such it may be termed, of a Jogi, and to appear in our assembly wearing the yellow robe as beseems my disciple. Nay, I will even infringe my own rule on thy behalf, and perform a not inconsiderable miracle by immediately transporting thee to the summit of Vindhya, where the faithful are already beginning to assemble. Thou wouldst otherwise incur much risk of being torn to pieces by the multitude, who, as the shouts now approaching may instruct thee, are beginning to extirpate my religion at the instigation of the new king, thy hopeful pupil. The old king is dead, poisoned by the Brahmins."

"O master! master!" exclaimed Ananda, weeping bitterly, "and is all the work undone, and all by my fault and folly?"

"That which is built on fraud and imposture can by no means endure," returned Buddha, "be it the very truth of Heaven. Be comforted; thou shalt proclaim my doctrine to better purpose in other lands. Thou hast this time but a sorry account to render of thy stewardship; yet thou mayest truly declare that thou hast obeyed my precept in the letter, if not in the spirit, since none can assert that thou hast ever wrought any miracle."

Il sacro Budda, Sakhya Muni, inviando i suoi apostoli a rivelare la sua religione in tutta la penisola dell’India, non mancò di provvedere loro di precetti utili a guidarli. Li esortò alla mitezza, alla compassione, alla sobrietà, allo zelo nel promulgare la sua dottrina, e aggiunse una cosa mai prescritta prima o da allora in poi dal fondatore di una qualsiasi religione, vale a dire, di non compiere alcun miracolo per nessuna ragione.

Si racconta inoltre, che mentre gli apostoli trovarono notevoli difficoltà nell’osservare le altre regole del loro signore, ed in realtà a volte fallirono in questo, la proibizione di operar miracoli non venne mai trasgredita una sola volta da alcuno di loro, tranne che dal pio Ananda, la storia del cui primo anno di apostolato é riportata come segue.

Ananda si recò nel regno di Magadha, e istruì diligentemente gli abitanti nella legge del Budda. Essendo la sua dottrina ben accetta, ed i suoi discorsi persuasivi, la gente lo ascoltava volentieri, ed iniziarono ad abbandonare i bramini che prima avevano riverito come guide spirituali. Accorgendosi di ciò, Ananda si riempì d’entusiasmo, ed un giorno disse:

“Quanto é benedetto l’apostolo che propaga la verità attraverso l’efficacia della ragione ed il virtuoso esempio, unito all’eloquenza, piuttosto che l’errore attraverso l’inganno e la maldicenza, come questi miserabili bramini!”

Non appena pronunciò tali vanagloriose parole, la montagna dei suoi meriti diminuì di sedici yojana, e la virtù e l’efficacia si allontanarono da lui, tanto che quando successivamente si rivolse alla folla prima venne deriso, poi fischiato, ed alla fine preso a sassate.

Quando le cose arrivarono a tal punto, Ananda alzò gli occhi e vide un gran numero di bramini della casta più bassa, affaccendati intorno ad un ragazzo che giaceva a terra in preda alle convulsioni. Avevano a lungo esercitato esorcismi ed altri metodi ratificati con scarso successo, quando il più sagace tra loro suggerì:

“Rendiamo il corpo di questo paziente una sgradevole dimora per il demone; forse smetterà di dimorare qui.”

Si impegnarono quindi nello stigmatizzare il sofferente con ferri incandescenti, riempiendogli le narici di fumo, ed infastidendo in vario modo al massimo delle loro capacità il demone intruso. Il primo pensiero di Ananda fu, “il ragazzo é in preda alle convulsioni;” il secondo, “sarebbe una buona azione liberarlo dai suoi torturatori;” il terzo, “Se me la gioco bene, questa cosa potrebbe cavarmi dalla mia presente scomoda e difficile situazione, e contribuire alla gloria del santissimo Budda.”

Cedendo a questa tentazione, avanzò a gran passi, allontanò i bramini con aria d’autorità, e, alzando gli occhi al cielo, pronunciò i nomi di sette demoni. Non sortendo alcun effetto, li ripetè sette volte ancora, e continuò così fin quando, avendo l’attacco epilettico fatto il suo corso, il parossismo del paziente cessò, aprì gli occhi, e Ananda lo restituì ai suoi familiari. Ma la gente gridava ad alta voce, “miracolo! miracolo!” e quando Ananda riprese i suoi insegnamenti, lo seguì con attenzione, e in molti abbracciarono la fede del Budda. Al che Ananda esultò, ed applaudì se stesso per la sua destrezza e la presenza di spirito, e si disse:

“Di sicuro il fine giustifica i mezzi.”

Come pronunciò tale eresia, la grandezza dei suoi meriti si ridusse alle dimensioni di un mucchietto, e cessò di godere di qualche considerazione agli occhi di santo alcuno, fuorché del Budda, la cui compassione é inesauribile.

La fama della sua impresa, tuttavia, si sparse per tutto il paese, e ben presto arrivò alle orecchie del re, che lo mandò a cercare, e domandò se veramente avesse scacciato il demone.

Ananda rispose in maniera affermativa.

“Mi rallegro veramente,” replicò il re, “perché senza dubbio procederai subito a guarire mio figlio, che giace in uno stato di trance da ventinove giorni.”

“Ahimè! Temuto sovrano,” rispose modestamente Ananda, “come possono i meriti che a stento bastano ad ottenere la guarigione di un miserabile Pariah servire a ristabilire la progenie di un elefante tra i re?”

“Tramite quale processo tali meriti vengono acquisiti?” chiese il monarca.

“Attraverso l’esercizio della penitenza,” rispose Ananda, “in virtù della quale l’austero devoto placa i venti, calma le acque, fa le sue rimostranze alle tigri in maniera convincente, trasporta la luna nella propria manica, e insomma compie tutti quei gesti e quelle azioni atte alle qualità di un taumaturgo peripatetico.”

“Stando così le cose,” rispose il re, “la tua inabilità nel guarire mio figlio deriva evidentemente dal difetto di merito, ed il difetto di merito dal difetto di penitenza. Ti darò quindi in custodia ai miei bramini, che possono aiutarti nel colmare la misura di ciò che manca.”

Ananda fece inutilmente ogni sforzo per spiegare che le austerità cui faceva riferimento erano interamente di natura spirituale e contemplativa. I bramini, affascinati dalla possibilità di avere un eretico nelle loro grinfie, lo presero subito, e lo portarono ad uno dei loro templi. Lo spogliarono, e si accorsero con sorpresa che non una sola piaga o cicatrice era visibile su alcuna parte della sua persona. “Orrore!” esclamarono; “ecco qui un uomo che crede di andare in paradiso senza un graffio!” Per ovviare a tale infrazione delle regole, lo stesero faccia a terra, e lo flagellarono fin quando la sgradevole buona salute dell’epidermide non venne interamente rimossa. Allora se ne andarono, promettendo di tornare il giorno seguente e di operare in maniera simile sulla parte anteriore della sua persona, dopo di che, gli assicurarono in modo beffardo, i suoi meriti sarebbero stati in alcun riguardo inferiori a quelli del santo Bhagiratha, o dello stesso magnifico Viswamitra.

Ananda giaceva mezzo morto sul pavimento del tempio, quando il santuario venne illuminato dall’apparizione di uno splendente Glendoveer, che si rivolse a lui così:

“Ebbene, discepolo caduto nel peccato, non sei ancora convinto della tua follia?”

Ananda non gradì nè l’accusa alla sua ortodossia né quella riguardo alla sua saggezza. Rispose, tuttavia, in tutta umiltà:

“Il cielo proibisce che io mi dolga di una qualsiasi forma di martirio che tende alla propagazione della fede del mio maestro.”

“Vorresti allora per prima cosa essere guarito, e poi divenire lo strumento di conversione dell’intero regno di Magadha?”

“In che modo tutto ciò può essere realizzato?” chiese Ananda.

“Attraverso la perseveranza nel cammino dell’inganno e della disobbedienza,” rispose Glendoveer.

Ananda trasalì, ma rimase in silenzio in attesa di più esplicite indicazioni.

“Sappi,” proseguì lo spirito, “che il figlio del re si sveglierà dallo stato di trance allo scadere del trentesimo giorno, il che avverrà domani a mezzogiorno. Tu non devi far altro che andare al momento giusto al giaciglio dove é stato deposto, e, posando la tua mano sul suo cuore, ordinargli di alzarsi immediatamente. La sua guarigione verrà attribuita ai tuoi poteri sovrannaturali, e ne conseguirà l’affermazione della religione del Buddha. Prima di questo é necessario che io operi una vera guarigione della tua schiena, il che é alla portata delle mie capacità. Chiedo solo che tu prenda nota del fatto che questa volta trasgredirai ai precetti del tuo maestro ad occhi aperti. E’ inoltre giusto avvertirti che il temporaneo toglierti d’impaccio dalle presenti difficoltà comporterà solamente il tuo coinvolgimento in altre difficoltà ancora più formidabili.”

“Un incorporeo Glendoveer non é un buon conoscitore di ciò che sente un apostolo scorticato,” pensò Ananda. “Guariscimi,” rispose, “se lo puoi, e riserva le tue ammonizioni ad una situazione più appropriata.”

“Così sia,” rispose Glendoveer; e non appena allungò la sua mano su Ananda, la schiena di quest’ultimo venne nuovamente rivestita di pelle e contemporaneamente il precedente dolore acuto dissipato. Glendoveer scomparve in quello stesso momento, dicendo, “Quando avrai bisogno di me, pronuncia la formula magica, Gnooh Imdap Inam Mua[1], e sarò immediatamente al tuo fianco.”

Potete immaginare la rabbia e lo stupore dei bramini quando, tornando equipaggiati con nuovi strumenti di flagellazione, scoprirono le salubri condizioni della loro vittima. I loro flagelli si sarebbero probabilmente convertiti in capestri, se non fossero stati accompagnati da un ufficiale reale, il quale prese il martire realmente trionfante sotto la sua protezione, e lo portò via dal palazzo. Venne velocemente condotto presso il giaciglio del giovane principe, dove una vasta folla lo aspettava. Non essendo ancora scoccate le dodici, Ananda discretamente protrasse il tempo con un opportuno discorso sull’impossibilità dei miracoli, ad eccezione solo di quelli forgiati dai professori della fede del Budda. Poi discese dal pulpito, ed esattamente quando il sole raggiunse lo zenit pose la sua mano sul petto del giovane principe, il quale istantaneamente si risvegliò, e completò una frase riguardante il gioco dei dadi che era stata interrotta dalla sua catalessi.

La gente gridò, i cortigiani andarono in estasi, i volti dei bramini assunsero un’espressione estremamente docile. Persino il re sembrava colpito, e chiese con insistenza di essere istruito con più precisione nella legge del Budda. Nel soddisfare tale richiesta, Ananda, il quale aveva fatto progressi meravigliosi riguardo la scienza terrena nelle ultime ventiquattro ore, non ritenne necessario dilungarsi a proposito delle dottrine principali del suo maestro, la miseria dell’esistenza,  il bisogno di redenzione, il cammino verso la felicità, la proibizione di spargere sangue. Affermò semplicemente che i sacerdoti del Budda erano obbligati alla povertà perpetua, e che con il nuovo ordinamento tutte le proprietà ecclesiastiche sarebbero andate all’autorità temporale.

“Per la vacca sacra!” esclamò il monarca, “questa è una religione!”

Le parole erano appena uscite dalle regali labbra che già i cortigiani si professarono convertiti. La folla seguì il loro esempio. La chiesa braminica venne subito destituita ed espropriata, e nel nome della nuova e purificata religione venne commessa più ingiustizia in un giorno di quanta ne era stata causata dalla vecchia in un centinaio d’anni.

Ananda ebbe la soddisfazione di sentirsi capace di perdonare i suoi avversari, e di stimare se stesso di conseguenza; e per completare la sua felicità, venne ricevuto a palazzo, e gli venne affidata l’educazione del figlio del re, che si sforzò di guidare piacevolmente verso i precetti del Budda. Era un compito delicato, in quanto comportava interferenze con il divertimento favorito del principesco giovane, che in precedenza consisteva nel torturare piccoli rettili.

Dopo un breve intervallo Ananda venne nuovamente convocato alla presenza del monarca. Trovò sua maestà in compagnia di due dei più crudeli mascalzoni, uno dei quali portava una grossa ascia, e l’altro un enorme paio di tenaglie.

“Il mio capo esecuzioni ed il mio capo torturatore,” disse il re.

Ananda espresse il suo piacere nel fare la conoscenza di due così alti funzionari.

“Devi sapere, santissimo,” riprese il re, “che é di nuovo sorto il bisogno dell’esercizio della forza d’animo e dell’abnegazione da parte tua. Un nemico potente ha invaso i miei domini, ed ha empiamente pensato di sconfiggere le mie truppe. Dovrei dunque essere sgomento, se non fosse per la consolazione della religione; la mia speranza é in te, padre spirituale! E’ urgente che tu accumuli la più grande quantità di meriti con il minor ritardo possibile. Non sono in grado di invocare le somministrazioni dei tuoi vecchi amici i bramini a tale scopo, essendo loro, come sai, in disgrazia, ma ho mandato a chiamare questi fidati ed esperti consiglieri nelle loro stanze. Li ho trovati non completamente d’accordo. Il mio torturatore capo, essendo un uomo dal carattere mite e di indole sensibile, ritiene che dapprima possano bastare provvedimenti moderati, come, ad esempio, sospenderti a testa in giù nel fumo dell’incendio di un bosco, e riempirti le narici di pepe rosso. Il mio capo esecuzioni, avendo, forse, una visione troppo professionale della questione, crede sia meglio ricorrere subito alla crocifissione o all’impalamento. Sarei felice di conoscere il tuo pensiero a riguardo.”

Ananda espresse, tanto quanto gli permise il suo terrore, la sua completa disapprovazione di entrambe le linee di condotta raccomandate dai due consiglieri reali.

“Bene,” disse il re, con aria di rassegnazione, “se non possiamo metterci d’accordo per l’una o per l’altra, ne consegue che dobbiamo provarle entrambe. A tale scopo ci incontreremo domani mattina all’ora seconda. Va in pace!”

Ananda andò, ma non in pace. La sua paura lo avrebbe quasi privato delle sue facoltà se non si fosse ricordato della promessa a lui fatta dal suo precedente salvatore. Raggiunto un luogo appartato pronunciò la formula mistica, e divenne immediatamente conscio della presenza, non del radioso Glendoveer, ma di un sant’uomo, il cui capo era cosparso di cenere, ed il corpo coperto con sterco di mucca.

“Questa faccenda,” disse il fachiro, “non ammette esitazioni. Devi immediatamente accompagnarmi, e prendere l’abito di uno Jogi.”

Ananda si ribellò in cuor suo con tutte le sue forze, perché aveva assorbito dal mite e saggio Budda un conveniente disprezzo per questi grotteschi e cadaverici fanatici. L’emergenza, comunque, non gli lasciò alternativa, e seguì la sua guida in un ossario, che quest’ultimo aveva scelto quale suo domicilio. Lì, con molte lamentele sulla scorrevolezza dei suoi capelli e la cortezza delle sue unghie, lo Jogi cosparse ed imbrattò Ananda conformemente al suo stesso modello, e lo segnò con gesso e ocra fino a che il pacifico apostolo della più dolce delle fedi non assomigliò ad una tigre del Bengali. Poi si mise al collo una collana di teschi di neonati, piazzò in una mano il teschio di un criminale e nell’altra il femore di un negromante, ed al calar della notte lo portò nel cimitero adiacente, dove, facendolo sedere sulle ceneri di una recente pira funeraria, gli ordinò di tamburellare sul teschio con il femore, e di ripetere dopo di lui le formule magiche che iniziò a gridare verso la parte occidentale del firmamento. Questi incantesimi erano apparentemente dotati di singolare efficacia, perché non appena iniziarono si levò una spaventosa tempesta, la pioggia scendeva a fiumi, lampi fosforescenti dardeggiavano nel cielo, lupi e iene si affollavano ululando dalle loro tane, e Goblin giganteschi, sorgendo dalla terra, stendevano le loro scarne braccia verso Ananda, e tentavano con forza di trascinarlo via dal suo posto. Spinto da folle terrore, e dall’esempio e dalle esortazioni del suo compagno, picchiò, colpì con violenza, e gridò, fino al limite dell’esaurimento; quando, come per incantesimo, la tempesta si placò, gli spettri scomparvero, e grida gioiose ed uno scoppio di musica annunciò l’avvenimento di qualcosa di fausto nella vicina città.

“Il re nemico é morto,” disse lo Jogi; “ed il suo esercito é disperso. Questo verrà attribuito ai tuoi incantesimi. Stanno venendo a cercarti proprio adesso. Addio fin quando non avrai di nuovo bisogno di me.”

Lo Jogi scomparve, il calpestio di una processione divenne udibile, e subito torce brillarono debolmente nell’umida, tetra alba. Il monarca discese dal suo elefante da parata, e, prostrandosi di fronte ad Ananda, esclamò:

“Uomo inestimabile! Perché non hai rivelato di essere uno Jogi? Mai più avrò il minimo timore di alcuno dei miei nemici, finché sarai ospite di questo cimitero.”

Una famiglia di sciacalli fu fatta sloggiare senza cerimonie da un sepolcro abbandonato, che venne assegnato ad Ananda quale sua prossima residenza. Il re non consentì alterazione del suo costume, ed ebbe cura che il cibo elargito con parsimonia non avesse la tendenza a danneggiare la sua santità, la quale diede subito speranza di raggiungere un grado molto elevato. I suoi capelli erano già diventati come di paglia e le unghie tanto lunghe quanto lo Jogi avrebbe desiderato, quando ricevette la visita di un altro messaggero reale. Il Rajah, così riportava la regale missiva, era stato improvvisamente e misteriosamente assalito da una pericolosa malattia, ma con fiducia si aspettava sollievo dai meriti e dagli incantesimi di Ananda.

Ananda riprese femore e teschio, e mestamente iniziò a percuotere quest’ultimo con il primo, in lugubre attesa di ciò che sarebbe successo. Ma la formula sembrava aver perso il suo potere. Niente di più ultraterreno di un pipistrello si presentò, e Ananda stava cominciando a pensare che avrebbe anche potuto desistere quando le sue riflessioni vennero sviate dall’apparizione di un alto e grave personaggio, che indossava una veste dai colori tristi, e portava un lungo bastone, che si trovò improvvisamente accanto a lui come se fosse nato dalla terra.

“Il calderone é pronto,” disse lo straniero.

“Quale calderone?” domando Ananda.

“Quello nel quale stai per essere immerso.”

“Io immerso in un calderone! Per quale ragione?”

“Le tue formule,” rispose l’interlocutore, “avendo finora fallito nell’arrecare a sua maestà il benché minimo sollievo, e dato che la sua esperienza della loro efficacia in una precedente occasione gli impedisce di ritenere che esse siano inefficaci, egli è naturalmente portato ad ascrivere al tuo pernicioso influsso l’aggravarsi del dolore di cui sfortunatamente da qualche tempo é notevole . Io l’ho rassicurato nelle sue congetture, ritenendo interesse della scienza far ricadere la sua rabbia su un impudente impostore come te piuttosto che su un discreto e dotto medico come me. Di conseguenza ha ordinato che il calderone principale fosse mantenuto in ebollizione tutta la notte, proponendosi di immergerci te allo spuntar del giorno, salvo che nel frattempo non abbia qualche beneficio dalle tue preghiere.”

“Cielo!” esclamò Ananda, “dove fuggirò?”

“In nessun luogo oltre questo cimitero,” rispose il medico, “dal momento che é interamente circondato dalle armate reali.”

“Dove, allora,” domandò l’angosciato apostolo, “giace il cammino della salvezza?”

“In questa fiala,” rispose il medico. “contiene un oscuro veleno. Chiedi di essere condotto dal re. Dì che hai ricevuto una medicina infallibile dalle mani di spiriti benigni. Lui la berrà e morrà, e tu sarai riccamente ricompensato dal suo successore.”

“Ayaunt, tentatore!” gridò Ananda, scaraventando via la fiala con indignazione. “Non ubbidirò! E ricorrerò al mio vecchio salvatore – Gnooh Imdap Inam Mua!”

Ma la formula sembrò mancare del suo effetto. Nessuna figura era visibile al suo sguardo, se non quella del medico, che sembrava guardarlo con un’espressione di pietà mentre raccoglieva le sue vesti e si sciolse piuttosto che scivolare nell’oscurità che l’avvolgeva.

Ananda restò lì, lottando con se stesso. Innumerevoli volte fu sul punto di chiamare indietro il medico ed implorarlo di tornare con una pozione dalle uguali proprietà di quella respinta, ma sembrava sempre che qualcosa gli salisse in gola e gli impedisse la frase, fino a che, logorato dall’agitazione, si addormentò e fece questo sogno.

Credette di trovarsi nel vasto e tetro ingresso di Patala[2]. Quel luogo lugubre aveva l’apparenza di essere in festa; tutto sembrava indicare un galà diabolico. Sciami di demoni di tutte le forme e misure assediavano il portale, contemplando quelli che sembravano essere preparativi per una luminaria. File di lampade colorate venivano disposte in ghirlande e festoni da schiere di vivaci demonietti, che chiacchieravano, ridevano, e dondolavano appesi per le code come altrettante scimmie. L’operazione veniva diretta dal basso da demoni superiori di grande ed evidente serietà e rispettabilità. Questi portavano bastoni di comando, con in punta fiamme gialle, con cui bruciacchiavano le code dei demonietti quando tale mortificazione sembrava loro essere necessaria. Ananda non potè trattenersi dal chiedere la ragione di tali gioiosi preparativi.

“Sono in onore,” rispose il demone interrogato, “del pio Ananda, uno degli apostoli di Budda il Signore, la cui venuta tra noi si attende da un momento all’altro con impazienza e soddisfazione.”

Ananda atterrito con grande difficoltà raccolse il coraggio a due mani per chiedere per quale motivo l’apostolo in questione necessitava stabilire la propria residenza nelle regioni infernali.”

“Per aver avvelenato,” rispose il demonio laconicamente.

Ananda stava per chiedere ulteriori spiegazioni, quando la sua attenzione fu catturata da un violento alterco tra due dei demoni sovrintendenti.

“Kammuragha, evidentemente,” gracchiò uno.

“Damburanana, naturalmente,” ringhiò l’altro.

“Posso,” chiese Ananda al demonio cui si era rivolto prima, “osare chiedere il significato di Kammuragha e Damburanana?”

“Sono due inferni,” replicò il demone. “Nel Kammuragha l’occupante é gettato nella pece fusa e nutrito di piombo fuso. Nel Damburanana viene gettato nel piombo fuso e nutrito di pece fusa. I miei colleghi stanno discutendo su quale sia il più appropriato alle colpe del nostro ospite Ananda.”

Prima che Ananda avesse avuto il tempo di digerire tale annuncio un giovane demonietto discese dall’alto con agilità, e, facendo una profonda riverenza, si presentò ai due che discutevano.

“Venerabili demoni,” intervenì, “la mia insignificanza potrebbe azzardarsi a suggerire che non potremmo certo dimostrare  troppo onore al nostro ospite Ananda, considerando che è il solo apostolo di Budda la cui compagnia con tutta probabilità ci sarà mai concessa? Per questo proporrei che né Kammuragha né Damburanana gli vengano assegnate quale residenza, ma piuttosto le amenità di tutti i duecentomilaquarantaquattro inferni uniti in uno nuovo, creato appositamente per riceverlo.”

Dopo che il demonietto ebbe così parlato, i demoni più anziani si meravigliarono della sua precocità, ed operarono una pradakshina, esclamando, “Sei veramente un giovane diavolo di estrema grandezza!” Poi se ne andarono a preparare la nuova camera infernale, conformemente alla sua prescrizione.

Ananda si svegliò, rabbrividendo di terrore.

“Perchè,” esclamò, “perchè mai sono diventato un apostolo? O Budda! Budda! Quant’é duro il cammino della santità! Quanto sono inclini agli errori i bene intenzionati! Quant’é enorme l’assurdità della superbia dello spirito!”

“Hai scoperto questo, figlio mio?” disse una voce gentile vicino a lui.

Si voltò e contemplò il divino Budda, raggiante di una luce delicata e benevola. Una nuvola sembrò roteare via dalla sua immagine, ed egli riconobbe nel suo signore Glendoveer, lo Jogi, ed il Medico.

“O maestro santo!” esclamò nel suo estremo turbamento, “dove mi rivolgerò? Il mio peccato mi impedisce di avvicinarmi a te.”

“Non in considerazione del tuo peccato ne sei impedito, figlio mio,” rispose il Budda, “ma in considerazione della situazione ridicola e ripugnante  cui la tua furfanteria e disobbedienza ti hanno ridotto. Io sono ora apparso per ricordarti che in questo giorno tutti i miei apostoli s’incontrano sul monte Vindhya per dare conto della loro missione, e per chiedere se sto per dar conto della tua in tua vece, o se vuoi proclamarla da te.”

“La presenterò io con le mie stesse labbra,” esclamò risolutamente Ananda. “E’ giusto che io sopporti l’umiliazione del rivelare la mia follia.”

“Hai detto bene, figlio mio,” replicò Budda, “ed in cambio ti permetterò di lasciare da parte l’abbigliamento, se tale può essere chiamato, di uno Jogi, e di comparire nella nostra assemblea indossando le vesti gialle come si addice ad un mio discepolo. Anzi, infrangerò la mia stessa regola nel tuo interesse, e opererò un miracolo di non poca cosa trasportandoti immediatamente sulla sommità del Vindhya, dove i fedeli stanno già iniziando a radunarsi. Altrimenti ti esporreresti molto al rischio di essere fatto a pezzi dalla folla, la quale, come le grida che ora si avvicinano possono rivelarti, ha iniziato ad estirpare la mia religione su istigazione del nuovo re, il tuo promettente alunno. Il vecchio re è morto, avvelenato dai bramini.”

“O signore! signore!” esclamò Ananda, piangendo amaramente, “tutto il lavoro è rovinato, e tutto per colpa mia e della mia follia?”

“Ciò che è costruito sulla frode e sull’impostura non può in alcun modo durare,” rispose Budda, “sia questa la verità stessa del Cielo. Confortati; proclamerai la mia dottrina con risultato migliore in altre terre. Questa volta non hai che da fare un resoconto dolente della tua amministrazione; eppure tu potresti ancora veramente dichiarare che hai obbedito al mio precetto alla lettera, se non nello spirito, visto che nessuno può asserire che tu abbia operato alcun miracolo.”


[1] La formula mistica dei buddisti.

[2] Il Pandemonio Hindu.

The holy Buddha, Sakhya Muni, on dispatching his apostles to proclaim his religion throughout the peninsula of India, failed not to provide them with salutary precepts for their guidance. He exhorted them to meekness, to compassion, to abstemiousness, to zeal in the promulgation of his doctrine, and added an injunction never before or since prescribed by the founder of any religion—namely, on no account to perform any miracle.

It is further related, that whereas the apostles experienced considerable difficulty in complying with the other instructions of their master, and sometimes actually failed therein, the prohibition to work miracles was never once transgressed by any of them, save only the pious Ananda, the history of whose first year's apostolate is recorded as follows.

Ananda repaired to the kingdom of Magadha, and instructed the inhabitants diligently in the law of Buddha. His doctrine being acceptable, and his speech persuasive, the people hearkened to him willingly, and began to forsake the Brahmins whom they had previously revered as spiritual guides. Perceiving this, Ananda became elated in spirit, and one day he exclaimed:

"How blessed is the apostle who propagates truth by the efficacy of reason and virtuous example, combined with eloquence, rather than error by imposture and devil-mongering, like those miserable Brahmins!"

As he uttered this vainglorious speech, the mountain of his merits was diminished by sixteen yojanas, and virtue and efficacy departed from him, insomuch that when he next addressed the multitude they first mocked, then hooted, and finally pelted him.

When matters had reached this pass, Ananda lifted his eyes and discerned a number of Brahmins of the lower sort, busy about a boy who lay in a fit upon the ground. They had long been applying exorcisms and other approved methods with scant success, when the most sagacious among them suggested:

"Let us render the body of this patient an uncomfortable residence for the demon; peradventure he will then cease to abide therein."

They were accordingly engaged in branding the sufferer with hot irons, filling his nostrils with smoke, and otherwise to the best of their ability disquieting the intrusive devil. Ananda's first thought was, "The lad is in a fit;" the second, "It were a pious deed to deliver him from his tormentors;" the third, "By good management this may extricate me from my present uncomfortable predicament, and redound to the glory of the most holy Buddha."

Yielding to this temptation, he strode forward, chased away the Brahmins with an air of authority, and, uplifting his countenance to heaven, recited the appellations of seven devils. No effect ensuing, he repeated seven more, and so continued until, the fit having passed off in the course of nature, the patient's paroxysms ceased, he opened his eyes, and Ananda restored him to his relatives. But the people cried loudly, "A miracle! a miracle!" and when Ananda resumed his instructions, they gave heed to him, and numbers embraced the religion of Buddha. Whereupon Ananda exulted, and applauded himself for his dexterity and presence of mind, and said to himself:

"Surely the end sanctifies the means,"

As he propounded this heresy, the eminence of his merits was reduced to the dimensions of a mole-hill, and he ceased to be of account in the eyes of any of the saints, save only of Buddha, whose compassion is inexhaustible.

The fame of his achievement, nevertheless, was bruited about the whole country, and soon reached the ears of the king, who sent for him, and inquired if he had actually expelled the demon.

Ananda replied in the affirmative.

"I am indeed rejoiced," returned the king, "as thou now wilt without doubt proceed to heal my son, who has lain in a trance for twenty-nine days."

"Alas! dread sovereign," modestly returned Ananda, "how should the merits which barely suffice to effect the cure of a miserable Pariah avail to restore the offspring of an Elephant among Kings?"

"By what process are these merits acquired?" demanded the monarch.

"By the exercise of penance," responded Ananda, "in virtue of which the austere devotee quells the winds, allays the waters, expostulates convincingly with tigers, carries the moon in his sleeve, and otherwise performs all acts and deeds appropriate to the character of a peripatetic thaumaturgist."

"This being so," answered the king, "thy inability to heal my son manifestly arises from defect of merit, and defect of merit from defect of penance. I will therefore consign thee to the charge of my Brahmins, that they may aid thee to fill up the measure of that which is lacking."

Ananda vainly strove to explain that the austerities to which he had referred were entirely of a spiritual and contemplative character. The Brahmins, enchanted to get a heretic into their clutches, immediately seized upon him, and conveyed him to one of their temples. They stripped him, and perceived with astonishment that not one single weal or scar was visible anywhere on his person. "Horror!" they exclaimed; "here is a man who expects to go to heaven in a whole skin!" To obviate this breach of etiquette, they laid him upon his face, and flagellated him until the obnoxious soundness of cuticle was entirely removed. They then departed, promising to return next day and operate in a corresponding manner upon the anterior part of his person, after which, they jeeringly assured him, his merits would be in no respect less than those of the saintly Bhagiratha, or of the regal Viswamitra himself.

Ananda lay half dead upon the floor of the temple, when the sanctuary was illuminated by the apparition of a resplendent Glendoveer, who thus addressed him:

"Well, backsliding disciple, art thou yet convinced of thy folly?"

Ananda relished neither the imputation on his orthodoxy nor that on his wisdom. He replied, notwithstanding, with all meekness:

"Heaven forbid that I should repine at any variety of martyrdom that tends to the propagation of my master's faith."

"Wilt thou then first be healed, and moreover become the instrument of converting the entire realm of Magadha?"

"How shall this be accomplished?" demanded Ananda.

"By perseverance in the path of deceit and disobedience," returned the Glendoveer.

Ananda winced, but maintained silence in the expectation of more explicit directions.

"Know," pursued the spirit, "that the king's son will revive from his trance at the expiration of the thirtieth day, which takes place at noon to-morrow. Thou hast but to proceed at the fitting period to the couch whereon he is deposited, and, placing thy hand upon his heart, to command him to rise forthwith. His recovery will be ascribed to thy supernatural powers, and the establishment of Buddha's religion will result. Before this it will be needful that I should perform an actual cure upon thy back, which is within the compass of my capacity. I only request thee to take notice, that thou wilt on this occasion be transgressing the precepts of thy master with thine eyes open. It is also meet to apprise thee that thy temporary extrication from thy present difficulties will only involve thee in others still more formidable."

"An incorporeal Glendoveer is no judge of the feelings of a flayed apostle," thought Ananda. "Heal me," he replied, "if thou canst, and reserve thy admonitions for a more convenient opportunity."

"So be it," returned the Glendoveer; and as he extended his hand over Ananda, the latter's back was clothed anew with skin, and his previous smart simultaneously allayed. The Glendoveer vanished at the same moment, saying, "When thou hast need of me, pronounce but the incantation, Gnooh Imdap Inam Mua, [*] and I will immediately be by thy side."

*) The mystic formula of the Buddhists, read backwards.

The anger and amazement of the Brahmins may be conceived when, on returning equipped with fresh implements of flagellation, they discovered the salubrious condition of their victim. Their scourges would probably have undergone conversion into halters, had they not been accompanied by a royal officer, who took the really triumphant martyr under his protection, and carried him off to the palace. He was speedily conducted to the young prince's couch, whither a vast crowd attended him. The hour of noon not having yet arrived, Ananda discreetly protracted the time by a seasonable discourse on the impossibility of miracles, those only excepted which should be wrought by the professors of the faith of Buddha. He then descended from his pulpit, and precisely as the sun attained the zenith laid his hand upon the bosom of the young prince, who instantly revived, and completed a sentence touching the game of dice which had been interrupted by his catalepsy.

The people shouted, the courtiers went into ecstasies, the countenances of the Brahmins assumed an exceedingly sheepish expression. Even the king seemed impressed, and craved to be more particularly instructed in the law of Buddha. In complying with this request, Ananda, who had made marvellous progress in worldly wisdom during the last twenty-four hours, deemed it needless to dilate on the cardinal doctrines of his master, the misery of existence, the need of redemption, the path to felicity, the prohibition to shed blood. He simply stated that the priests of Buddha were bound to perpetual poverty, and that under the new dispensation all ecclesiastical property would accrue to the temporal authorities.

"By the holy cow!" exclaimed the monarch, "this is something like a religion!"

The words were scarcely out of the royal lips ere the courtiers professed themselves converts. The multitude followed their example. The Brahminical church was promptly disestablished and disendowed, and more injustice was committed in the name of the new and purified religion in one day than the old corrupt one had occasioned in a hundred years.

Ananda had the satisfaction of feeling able to forgive his adversaries, and of valuing himself accordingly; and to complete his felicity, he was received in the palace, and entrusted with the education of the king's son, which he strove to conduct agreeably to the precepts of Buddha. This was a task of some delicacy, as it involved interference with the princely youth's favourite amusement, which had previously consisted in torturing small reptiles.

After a short interval Ananda was again summoned to the monarch's presence. He found his majesty in the company of two most ferocious ruffians, one of whom bore a huge axe, and the other an enormous pair of pincers.

"My chief executioner and my chief tormentor," said the king.

Ananda expressed his gratification at becoming acquainted with such exalted functionaries.

"Thou must know, most holy man," resumed the king, "that need has again arisen for the exercise of fortitude and self-denial on thy part. A powerful enemy has invaded my dominions, and has impiously presumed to discomfit my troops. Well might I feel dismayed, were it not for the consolations of religion; but my trust is in thee, O spiritual father! It is urgent that thou shouldst accumulate the largest amount of merit with the least delay possible. I am unable to invoke the ministrations of thy old friends the Brahmins to this end, they being, as thou knowest, in disgrace, but I have summoned these trusty and experienced counsellors in their room. I find them not wholly in accord. My chief tormentor, being a man of mild temper and humane disposition, considers that it might at first suffice to employ gentle measures, such, for example, as suspending thee head downwards in the smoke of a wood fire, and filling thy nostrils with red pepper. My chief executioner, taking, peradventure, a too professional view of the subject, deems it best to resort at once to crucifixion or impalement. I would gladly know thy thoughts on the matter."

Ananda expressed, as well as his terror would suffer him, his entire disapproval of both the courses recommended by the royal advisers.

"Well," said the king, with an air of resignation, "if we cannot agree upon either, it follows that we must try both. We will meet for that purpose to-morrow morning at the second hour. Go in peace!"

Ananda went, but not in peace. His alarm would have well-nigh deprived him of his faculties if he had not remembered the promise made him by his former deliverer. On reaching a secluded spot he pronounced the mystic formula, and immediately became aware of the presence, not of a radiant Glendoveer, but of a holy man, whose head was strewn with ashes, and his body anointed with cow-dung.

"Thy occasion," said the Fakir, "brooks no delay. Thou must immediately accompany me, and assume the garb of a Jogi."

Ananda rebelled excessively in his heart, for he had imbibed from the mild and sage Buddha a befitting contempt for these grotesque and cadaverous fanatics. The emergency, however, left him no resource, and he followed his guide to a charnel house, which the latter had selected as his domicile. There, with many lamentations over the smoothness of his hair and the brevity of his nails, the Jogi besprinkled and besmeared Ananda agreeably to his own pattern, and scored him with chalk and ochre until the peaceful apostle of the gentlest of creeds resembled a Bengal tiger. He then hung a chaplet of infants' skulls about his neck, placed the skull of a malefactor in one of his hands and the thigh-bone of a necromancer in the other, and at nightfall conducted him into the adjacent cemetery, where, seating him on the ashes of a recent funeral pile, he bade him drum upon the skull with the thigh-bone, and repeat after himself the incantations which he began to scream out towards the western part of the firmament. These charms were apparently possessed of singular efficacy, for scarcely were they commenced ere a hideous tempest arose, rain descended in torrents, phosphoric flashes darted across the sky, wolves and hyænas thronged howling from their dens, and gigantic goblins, arising from the earth, extended their fleshless arms towards Ananda, and strove to drag him from his seat. Urged by frantic terror, and the example and exhortations of his companion, he battered, banged, and vociferated, until on the very verge of exhaustion; when, as if by enchantment, the tempest ceased, the spectres disappeared, and joyous shouts and a burst of music announced the occurrence of something auspicious in the adjoining city.

"The hostile king is dead," said the Jogi; "and his army has dispersed. This will be attributed to thy incantations. They are coming in quest of thee even now. Farewell until thou again hast need of me."

The Jogi disappeared, the tramp of a procession became audible, and soon torches glared feebly through the damp, cheerless dawn. The monarch descended from his state elephant, and, prostrating himself before Ananda, exclaimed:

"Inestimable man! why didst thou not disclose that thou wert a Jogi? Never more shall I feel the least apprehension of any of my enemies, so long as thou continuest an inmate of this cemetery."

A family of jackals were unceremoniously dislodged from a disused sepulchre, which was allotted to Ananda for his future residence. The king permitted no alteration in his costume, and took care that the food doled out to him should have no tendency to impair his sanctity, which speedily gave promise of attaining a very high pitch. His hair had already become as matted and his nails as long as the Jogi could have desired, when he received a visit from another royal messenger. The Rajah, so ran the regal missive, had been suddenly and mysteriously attacked by a dangerous malady, but confidently anticipated relief from Ananda's merits and incantations.

Ananda resumed his thigh-bone and his skull, and ruefully began to thump the latter with the former, in dismal expectation of the things that were to come. But the spell seemed to have lost its potency. Nothing more unearthly than a bat presented itself, and Ananda was beginning to think that he might as well desist when his reflections were diverted by the apparition of a tall and grave personage, wearing a sad-coloured robe, and carrying a long wand, who stood by his side as suddenly as though just risen from the earth.

"The caldron is ready," said the stranger.

"What caldron?" demanded Ananda.

"That wherein thou art about to be immersed."

"I immersed in a caldron! wherefore?"

"Thy spells," returned his interlocutor, "having hitherto failed to afford his majesty the slightest relief, and his experience of their efficacy on a former occasion forbidding him to suppose that they can be inoperative, he is naturally led to ascribe to their pernicious influence that aggravation of pain of which he has for some time past unfortunately been sensible. I have confirmed him in this conjecture, esteeming it for the interest of science that his anger should fall upon an impudent impostor like thee rather than on a discreet and learned physician like myself. He has consequently directed the principal caldron to be kept boiling all night, intending to immerse thee therein at daybreak, unless he should in the meantime derive some benefit from thy conjurations."

"Heavens!" exclaimed Ananda, "whither shall I fly?"

"Nowhere beyond this cemetery," returned the physician, "inasmuch as it is entirely surrounded by the royal forces."

"Wherein, then," demanded the agonized apostle, "doth the path of safety lie?"

"In this phial," answered the physician. "It contains a subtle poison. Demand to be led before the king. Affirm that thou hast received a sovereign medicine from the hands of benignant spirits. He will drink it and perish, and thou wilt be richly rewarded by his successor."

"Ayaunt, tempter!" cried Ananda, hurling the phial indignantly away. "I defy thee! and will have recourse to my old deliverer—Gnooh Imdap Inam Mua!"

But the charm appeared to fail of its effect. No figure was visible to his gaze, save that of the physician, who seemed to regard him with an expression of pity as he gathered up his robes and melted rather than glided into the encompassing darkness.

Ananda remained, contending with himself. Countless times was he on the point of calling after the physician and imploring him to return with a potion of like properties to the one rejected, but something seemed always to rise in his throat and impede his utterance, until, worn out by agitation, he fell asleep and dreamed this dream.

He thought he stood at the vast and gloomy entrance of Patala. [*] The lugubrious spot wore a holiday appearance; everything seemed to denote a diabolical gala. Swarms of demons of all shapes and sizes beset the portal, contemplating what appeared to be preparations for an illumination. Strings of coloured lamps were in course of disposition in wreaths and festoons by legions of frolicsome imps, chattering, laughing, and swinging by their tails like so many monkeys. The operation was directed from below by superior fiends of great apparent gravity and respectability. These bore wands of office, tipped with yellow flames, wherewith they singed the tails of the imps when such discipline appeared to them to be requisite. Ananda could not refrain from asking the reason of these festive preparations.

*) The Hindoo Pandemonium.

"They are in honour," responded the demon interrogated, "of the pious Ananda, one of the apostles of the Lord Buddha, whose advent is hourly expected among us with much eagerness and satisfaction."

The horrified Ananda with much difficulty mustered resolution to inquire on what account the apostle in question was necessitated to take up his abode in the infernal regions.

"On account of poisoning," returned the fiend laconically.

Ananda was about to seek further explanations, when his attention was arrested by a violent altercation between two of the supervising demons.

"Kammuragha, evidently," croaked one.

"Damburanana, of course," snarled the other.

"May I," inquired Ananda of the fiend he had before addressed, "presume to ask the signification of Kammuragha and Damburanana?"

"They are two hells," replied the demon. "In Kammuragha the occupant is plunged into melted pitch and fed with melted lead. In Damburanana he is plunged into melted lead and fed with melted pitch. My colleagues are debating which is the more appropriate to the demerits of our guest Ananda."

Ere Ananda had had time to digest this announcement a youthful imp descended from above with agility, and, making a profound reverence, presented himself before the disputants.

"Venerable demons," interposed he, "might my insignificance venture to suggest that we cannot well testify too much honour for our visitor Ananda, seeing that he is the only apostle of Buddha with whose company we are likely ever to be indulged? Wherefore I would propose that neither Kammuragha nor Damburanana be assigned for his residence, but that the amenities of all the two hundred and forty-four thousand hells be combined in a new one, constructed especially for his reception."

The imp having thus spoken, the senior demons were amazed at his precocity, and performed a pradakshina, exclaiming, "Truly thou art a highly superior young devil!" They then departed to prepare the new infernal chamber, agreeably to his recipe.

Ananda awoke, shuddering with terror.

"Why," he exclaimed, "why was I ever an apostle? O Buddha! Buddha! how hard are the paths of saintliness! How prone to error are the well-meaning! How huge is the absurdity of spiritual pride!"

"Thou hast discovered that, my son?" said a gentle voice in his vicinity.

He turned and beheld the divine Buddha, radiant with a mild and benignant light. A cloud seemed rolled away from his vision, and he recognised in his master the Glendoveer, the Jogi, and the Physician.

"O holy teacher!" exclaimed he in extreme perturbation, "whither shall I turn? My sin forbids me to approach thee."

"Not on account of thy sin art thou forbidden, my son," returned Buddha, "but on account of the ridiculous and unsavoury plight to which thy knavery and disobedience have reduced thee. I have now appeared to remind thee that this day all my apostles meet on Mount Vindhya to render an account of their mission, and to inquire whether I am to deliver thine in thy stead, or whether thou art minded to proclaim it thyself."

"I will render it with my own lips," resolutely exclaimed Ananda. "It is meet that I should bear the humiliation of acknowledging my folly."

"Thou hast said well, my son," replied Buddha, "and in return I will permit thee to discard the attire, if such it may be termed, of a Jogi, and to appear in our assembly wearing the yellow robe as beseems my disciple. Nay, I will even infringe my own rule on thy behalf, and perform a not inconsiderable miracle by immediately transporting thee to the summit of Vindhya, where the faithful are already beginning to assemble. Thou wouldst otherwise incur much risk of being torn to pieces by the multitude, who, as the shouts now approaching may instruct thee, are beginning to extirpate my religion at the instigation of the new king, thy hopeful pupil. The old king is dead, poisoned by the Brahmins."

"O master! master!" exclaimed Ananda, weeping bitterly, "and is all the work undone, and all by my fault and folly?"

"That which is built on fraud and imposture can by no means endure," returned Buddha, "be it the very truth of Heaven. Be comforted; thou shalt proclaim my doctrine to better purpose in other lands. Thou hast this time but a sorry account to render of thy stewardship; yet thou mayest truly declare that thou hast obeyed my precept in the letter, if not in the spirit, since none can assert that thou hast ever wrought any miracle."

Se è vero che tradurre è riscrivere e che la “differenza”[1] è ciò che fa di un testo tradotto una traduzione, allora si potrebbe anche arrivare a sostenere che la conoscenza più o meno approfondita dell’autore originale e del contesto socioculturale in cui la sua opera è inserita verrebbero ad essere irrilevanti. Per quanti sforzi il traduttore possa compiere, la distanza temporale, la differenza linguistica e soprattutto l’unicità di ogni singola persona, autore o traduttore che sia, renderebbero inutile qualsiasi tentativo di approssimazione all’originale, il cui “significato” non è qualcosa di chiaro e definito, una sorta di oggetto identificabile e trasportabile da una cultura all’altra, ma è piuttosto il risultato di una serie imponderabile di scelte, dell’autore e del traduttore/lettore, determinate a loro volta da un’infinità di fattori diversi.

Ora, pur essendo assolutamente consapevole della differenza che la traduzione crea nel momento stesso in cui viene alla luce, tuttavia sono ancora convinta che una presentazione dell’autore e della sua opera abbia importanza non solo per il lettore ma naturalmente per il traduttore stesso che di quell’opera vuole essere riscrittore. Se conoscere il paese in cui l’autore nasce e l’epoca in cui il suo talento si è sviluppato non porterà certo il traduttore a scrivere l’originale in un’altra lingua, tuttavia avere o non avere quelle determinate informazioni può fare la differenza nel momento in cui quello stesso traduttore si troverà di fronte a delle scelte. Le poche nozioni sugli studi, gli interessi dell’autore, sulle consuetudini e le mode anche letterarie dell’epoca, possono fare da guida quando si dovrà tradurre una certa parola o chiarire un passo oscuro ed allora sarà il traduttore a decidere se utilizzare o meno quelle conoscenze nella propria interpretazione dell’originale.

A questo punto è doveroso chiedersi: “chi è Richard Garnett?”. Sembra quasi irriverente cercare di rispondere ad una domanda del genere e quasi imbarazzante farlo in poche parole. Limitando la questione a quelle informazioni che io stessa ho valutato nel portare avanti la mia traduzione, direi che la risposta si possa racchiudere in tre parole, autore inglese vittoriano, Garnett nasce infatti a Lichfield nel 1835. E’ importante valutare nazionalità e periodo storico dell’autore perché possono render conto almeno in parte dello stile e dell’intento moralizzante che ritroviamo in tutti i racconti dell’autore. Ora, aggiungere che Richard Garnett lavorò al British Museum quale bibliotecario per quasi cinquanta anni è un’altra informazione da tenere in considerazione. Se infatti l’interesse per il mondo classico e per l’oriente può ricondursi a quelli che erano interessi diffusi tra gli uomini colti dell’Inghilterra colonialista, tuttavia la vasta conoscenza del buddismo e dell’induismo, come nel caso del racconto in questione, e più in generale dell’oriente e del mondo classico, con citazioni e riferimenti precisi, rivelano il contatto continuo e diretto con quel mondo.

Ananda the miracle worker, è uno di quei brevi racconti di Garnett che fanno riferimento al mondo orientale e all’India in particolare. Pubblicato nel 1888 all’interno di una raccolta di racconti intitolata The Twilight of the Gods, raccolta successivamente arricchita di 12 nuovi racconti nel 1903, Ananda racconta la storia di un giovane monaco buddista e della lunga serie di peripezie che dovrà affrontare prima di arrivare a riconoscere i propri errori ed imparare la lezione: “Ciò che è costruito sulla frode e sull’impostura non può in alcun modo durare”.

Il tema del giovane discepolo, che sia un mago, un filosofo, un monaco o perfino una lucciola, che nella sua ingenuità commette uno sbaglio dopo l’altro, è un tema ricorrente in Garnett. In Grecia o in Cina, uomo o animale che sia il suo protagonista, l’autore trasporta il lettore in un mondo fantastico, dove imperatori romani, divinità e filosofi conversano tranquillamente con il lettore all’unico scopo di insegnare. E come nella migliore tradizione favolistica, da Fedro a La Fontaine, la lezione morale arriva naturalmente, la lettura è leggera. Il lettore non si trova di fronte ad un rigido censore, ma piuttosto, grazie ad una serie di domande e risposte in stile socratico, l’autore lascia che sia il lettore stesso a trovare la soluzione, ad imparare la lezione. Il sottile umorismo, la delicatezza delle descrizioni, il diffuso pessimismo sulla natura umana che non lascia però spazio allo sconforto ma che semmai sono ulteriore stimolo di miglioramento, sono caratteristiche di questo come di tutti i racconti dell’autore.

Ora, partendo dal presupposto che la traduzione non può essere l’originale, ma che può tuttavia riflettere come in uno specchio quelle caratteristiche dell’originale che il traduttore ha scelto di comunicare, la questione è come riuscire a farlo al meglio. La skopos theory[2], nel cercare di definire quali elementi sia assolutamente indispensabile ricreare, parla appunto di “scopo”. Il traduttore dunque dovrebbe per prima cosa interrogarsi sullo scopo del testo originale ed una volta identificato, focalizzare la sua attenzione su questo elemento. Altri hanno parlato di “effetto[3]”, in questo caso il traduttore dovrebbe focalizzarsi sulla ricreazione dello stesso effetto prodotto sul pubblico dall’originale. Sono teorie interessanti, ma che alla fine non si allontanano molto da quella che per secoli è stata la prima regola prescritta dai teorici di traduzione: riprodurre il “significato” dell’originale, concetto intuitivamente condivisibile ma che presenta delle difficoltà oggettive. È possibile individuare con estrema certezza il significato o lo scopo o l’effetto di un testo, in presenza di contesti, lingue e autori diversi? L’interpretazione del testo da parte del traduttore, oltre chiaramente alla differenza linguistica, rende inevitabile la differenza. Se come Iser[4] suggeriva, il lettore si muove per ipotesi e fa delle scelte, allora anche il traduttore deve farlo, la differenza sta nel rendere chiare fin dall’inizio quali sono le scelte che hanno portato al testo tradotto.

Sperber e Wilson[5] hanno mostrato come nell’interpretare un messaggio sia la rilevanza che tale messaggio viene ad assumere per noi il fattore determinante. In questo caso, la prima cosa che ho ritenuto dover riprodurre è l’intento morale del racconto. Certo non si può definire con certezza assoluta il significato di un testo, ma citando un esempio paradossale di Eco[6], si può certamente considerare erronea l’eventuale giustificazione di un assassinio sulla base delle sacre scritture. Garnett ha scritto una favola, un racconto che debba insegnare piacevolmente. La volontà quindi di dare un insegnamento morale si può dedurre dal tipo di racconto stesso, un insegnamento che però non vuole essere dettato con severità, ma piuttosto con leggerezza, con il sorriso. Cercare quindi di riprodurre la scorrevole “moralità” dell’originale è stata la mia prima preoccupazione. A tale scopo non ho voluto appesantire la lettura con note esplicative; le uniche due note presenti in traduzione sono quelle già presenti nell’originale. La scelta delle parole e talvolta la costruzione stessa delle frasi vuole riecheggiare la lontananza nel tempo e nello stesso tempo l’”estraneità”, così da ricordare al lettore di essere di fronte ad un testo scritto originariamente nell’ottocento ed in inglese. Per lo stesso motivo ho cercato di conservare la punteggiatura dell’originale, “sospetta” a volte in italiano, in tal modo sperando di provocare quell’effetto di straniamento nel lettore di cui parla Venuti[7], un effetto dosato, che deve presentarsi di tanto in tanto e che non deve intralciare la lettura.

Quanto e in che modo il testo tradotto si sia discostato dall’originale non sta a me dirlo e forse non è appropriato domandarlo, sarà però più facile giudicare il risultato in base agli obiettivi che si volevano raggiungere.

Note

[1] A. Lefevere, Traduzione e riscrittura, UTET, Torino, 2002.

[2] Vermeer, H. J. (2000). Skopos and commission in translational action (A. Chesterman, Trans.). In L. Venuti (Ed.) The translation studies reader (pp. 221-32). London: Routledge.

[3] Edwin Gentzler. (1993). Contemporary Translation Theories, London and New York: Routledge.

[4] Wolfgang Iser, L’atto della lettura. Una teoria della risposta estetica, Il Mulino, Bologna, 1987.

[5] D. Sperber e D. Wilson, Relevance, Blackwell Publishing, 1995.

[6] U. Eco, Dire Quasi La Stessa Cosa, Bompiani, Milano, 2003.

[7] L. Venuti, The Scandals of Translation , Routledge, London, 1998.


©inTRAlinea & Alessandra Calvani (2012).
"Ananda il miracoloso". Translation from the work of Richard Garnett.
This translation can be freely reproduced under Creative Commons License.
Stable URL: https://www.intralinea.org/translations/item/1890

Go to top of page