Le colpe dei padri

Translated by: Luigi Gussago & Brian Zuccala (Monash University, Australia & University of Witwatersrand, S. Africa)

The Sins of the Fathers by George Gissing
Sins of the Father: And Other Tales. Chicago: Pascal Covici, 1924. pp.124.


I.

Un’ampia arcata, la sua fredda ombra resa ancor più tetra dal vago barlume di una lampada a gas in frantumi appesa nel mezzo, il silenzio appena rotto dal pianto angoscioso di una povera ragazza ridottasi a calmare il battito delle tempie premendole sul selciato umido. Eppure, chi mai potrebbe immaginarselo, pochi passi la separano dalla folla e dal bagliore delle strade principali – una scena fin troppo consueta al calare della notte nel cuore di una grande città industriale inglese. A prima vista, la scena non destò particolare sorpresa in Leonard Vincent, il quale aveva preso delle scorciatoie per rientrare a casa da un serata fra studenti. Si arrestò all’imbocco dell’arcata, l’orecchio percosso da un suono di disperazione. A destare ancor più il suo interesse fu il breve apparire del viso di lei rivolto verso l’alto, lievemente illuminato dalla luce che proprio in quel momento un alito di vento aveva trasformato in fiamma. Gli occhi scuri, scintillanti, i lunghi capelli neri, arruffati, riversati sulle spalle della ragazza, il viso, dai contorni incantevoli, reso ancora più macabro da quel suo sguardo straziato e dal pallore raccapricciante, produssero un ritratto che non aveva mai osservato, e lo trattennero per un momento, immobile, come se avesse guardato fisso il volto della Medusa. Ma fu soltanto un breve istante di esitazione. Muovendo passi tranquilli verso la ragazza in lacrime, troppo assorta nella sua disperazione per cogliere la sua presenza, Vincent le sfiorò lievemente una spalla. All’istante la ragazza si voltò ad incontrare il suo sguardo, sopprimendo con uno sforzo immediato e violento ogni traccia di emozione, se non le grandi lacrime, che non le riuscì di trattenere immediatamente nella loro corsa lungo le guance. Guance pallide, e infossate, come se la fame, aggiunta al dolore, avesse cominciato a sciupare quella bellezza. E, mentre guardava in faccia il giovane con occhi alteri e impazienti, le labbra strette, tremanti, nonostante gli sforzi, suscitò in lui un sentimento di profonda compassione. Stettero a guardarsi in silenzio per alcuni minuti; quindi, nel vedere che la ragazza non aveva intenzione di parlare, Vincent provò a rivolgersi a lei, seppure con diffidenza.

“Posso chiederle cosa la fa soffrire? Non mi giudichi scortese. Le chiedo questo perché potrei – vorrei aiutarla.”

Il giovane, solitamente brusco nei confronti delle classi inferiori, fu alquanto sorpreso dal tono con cui le si era rivolto. La situazione in cui si trovava la ragazza e l’aspetto modesto, consunto, del suo abito erano la prova che appartenesse alle classi umili; eppure, il suo contegno quasi lo lasciava sgomento e gli suggeriva inconsapevolmente che per natura non gli fosse inferiore. L’oggetto della sua compassione se ne stette esitante per un momento; quindi, senza mutare l’espressione altera del viso, rispose brevemente, a voce bassa, rapida: “Desidero stare sola. Lei è molto gentile, ma non mi serve aiuto.”

Leonard Vincent sorrise malgrado la sua pena.

“Mi conceda di diffidare delle sue parole”, disse. “Non si fida? Non è soltanto per curiosità che invoco la sua fiducia. Sono certo di poterla aiutare, se solo me lo permettesse.”

Di nuovo lei rispose in fretta, ma il tono di voce non era quello di prima:

“Lei è molto gentile. Era molto ormai che qualcuno non mi rivolgeva la parola con gentilezza. Ma non ho bisogno d’aiuto, non ne ho alcun bisogno.”

Il giovane sorrise nuovamente, con lo sguardo rivolto al viso di lei, che rimaneva ancora imperturbabile.

“È molto orgogliosa”, disse. “Era da molto che non incontravo qualcuno tanto orgoglioso. Lo sono anch’io. Non si fida di un’anima gemella?”

Lei sorrise a sua volta, e per un istante i suoi lineamenti si illuminarono di una luce che somigliava al vago ricordo di una felicità da lungo tempo perduta. Era, per lo meno, un primo segno di resa. Vincent continuò ad esortarla e, dopo alcuni momenti di esitazione, lei gli parve sul punto di assecondare la sua richiesta.

“Perché assillarla con una storia avvilente. Già la conosce ancor prima che cominci. Eppure, forse,lei dà l’impressione di essere di buona famiglia e di genitori onesti; gliela racconterò in poche parole. Mi farà piangere di nuovo; proprio quel che ci vuole per il mio orgoglio.”

Allora gli raccontò, in breve e senza giri di parole, la storia dei suoi primi anni; di un’infanzia felice in un piccolo centro agricolo nel sud dell’Inghilterra, dei giorni di scuola e della gioia di compagnie affettuose. Tutto scorreva felice, finché suo padre, che era stato un piccolo agricoltore, morì, e la madre, una bellissima donna, cedette alle profferte del loro ricco proprietario, e lo sposò. Era mossa da un impeto di orgoglio, e la sua punizione fu crudele. Laura Lindon, la sua unica figlia, era in odio al patrigno, soprattutto perché non intendeva rinunciare ai suoi vecchi amici di campagna. L’uomo, di natura gretta e volgare, maltrattava la povera ragazza in modo orribile, al punto che la sua stessa vita le era divenuta insopportabile.

“Che potevo fare? Non potevo uccidermi, per amore di mia madre; quindi presi la decisione di lasciare casa. Venni nel Nord, accompagnata da una ragazza della mia età, da sempre la mia migliore amica. Per qualche settimana ci adattammo a vivere di quanto ci rendevano i nostri lavori di cucito, ma poi la povera Lizzie non sopportò più quella vita di stenti e... mi lasciò. Non mi chieda quel che ne è stato di lei, non oso pensarci. Da allora l’ho veduta solamente una volta; voglia Dio che non la riveda più. Quanto a me stessa, lo vede, sono viva, tutto qui. Non riesco più a guadagnarmi di che vivere; presa dalla disperazione, sono uscita questa notte, senza sapere perché nè dove andare. Mi sento debole, impaurita. Questa è la mia storia. Come vede non mi può aiutare. È stato gentile da parte sua pensare di farlo. Si sta facendo tardi, purtroppo. Buona notte.”

Si volse di scatto, sperando di nascondere le lacrime che ancora le affioravano negli occhi, e un attimo dopo si sarebbe dileguata. Ma Vincent, affrettandosi dietro di lei, le impose nuovamente di rimanere.

“Ma posso aiutarla, Miss Lindon, mi sento in dovere di farlo.”

Il suo primo istinto era stato di offrirle del denaro, ma egli stesso si era reso conto di quanto tale offerta fosse inopportuna, e che sarebbe stato impossibile per lei accettare. Invece, propose di trovarle un impiego, fornendole lavori di cucito a sufficienza da permetterle di vivere decorosamente. L’offerta venne subito accettata con riconoscenza.

“E”, disse Vincent, mentre si congedavano, “Potrò forse rivederla, potrò venirla a salutare?”

“La ringrazio”, rispose, con fermezza, ma senza arroganza. “Gradirei non lo facesse. Devo dedicarmi al lavoro. È molto generoso a procurarmi un impiego.”

Fu così che si congedarono.

Leonard Vincent seppe tener fede alla sua promessa di trovare un lavoro per Laura, ma nel giro di alcune settimane si trovò a trasgredire la richiesta della ragazza di non farle visita. Alla lunga lei si era fatta più allegra, e più loquace, sebbene le ci fosse voluto del tempo per perdere, al cospetto dell’amico, quell’aria di riserbo che derivava del suo orgoglio innato. Alla fine Vincent, obbediente ad un impulso che si era fatto troppo intenso da contenere, disse a Laura che l’amava, che voleva prenderla in moglie. Sapeva già di non esserle indifferente, ma sapeva ben poco della cocente passione che, dapprima alimentata dalla gratitudine, ora bruciava con intensità nel cuore di lei; degli sforzi che la ragazza aveva sostenuto per soffocare un affetto ardente dietro la parvenza di un freddo rispetto. Le emozioni di Laura si erano fatte prepotenti, ma il suo autocontrollo era ancora più prepotente; ed ora, mentre confessava sommessamente il suo amore, supplicò con insistenza il suo innamorato di riflettere prima di commettere quel che si sarebbe potuto rivelare uno sbaglio irreparabile. Ma Leonard non si curò delle conseguenze. Nell’ardore del momento chiese di parlare a suo padre con il desiderio di ottenere il suo consenso al matrimonio con Laura, fornendogli allo stesso tempo un resoconto della vita di lei e della sua condizione attuale. Il vecchio signor Vincent era un proprietario di cotonificio in pensione. La sua immensa ricchezza era il frutto della dedizione al lavoro di tutta una vita; e la sua indole, già di per sé gretta, era divenuta ancora più egoista e intollerante per un sovrappiù di orgoglio meschino. Dapprima furioso all’annuncio del figlio, ebbe un ripensamento che lo indusse ad affidarsi alla sua infima astuzia quale miglior rimedio contro il figlio, che al pari suo era orgoglioso, ma senza meschinità. Finse di acconsentire all’unione, ma ad una condizione: che Leonard fosse prima in grado di mantenere la moglie con mezzi propri, al di là di ogni speranza che egli potesse nutrire di una elargizione da parte del padre.

Laura aveva atteso l’esito di quel colloquio con calma apparente ma, in realtà, con un’apprensione che rasentava l’agonia.

“Glielo hai chiesto?”, esclamò con impazienza, appena il suo innamorato la raggiunse dopo aver ottenuto risposta.

“Tutto andrà per il meglio, mia cara”, replicò. “Ma siamo entrambi troppo giovani, per ora. Manteniamo la nostra promessa. Fino al nostro matrimonio, vivrai in casa mia e i miei genitori si prenderanno cura di te. Io trascorrerò un anno all’estero.”

Laura contrastò le sue emozioni con coraggio e cercò di fingersi soddisfatta. La settimana seguente, viveva sotto lo stesso tetto con il signor Vincent e Leonard si era imbarcato per l’America.

II.

Sono trascorsi due anni, e ritroviamo Leonard Vincent questa volta non nella vecchia, ma nella Nuova Inghilterra. L’anno scolastico è appena terminato, le vacanze estive stanno per cominciare, e quest’oggi gli studenti sono riuniti a dare dimostrazione dei risultati dei loro lavori e di quelli dei loro insegnanti, e il nostro amico è uno di questi. Ecco il gruppo dei diplomati in tutto il loro splendore; i ragazzi, come capita in queste occasioni, ben vestiti, ma impacciati; le ragazze, radiose nella loro ammaliante combinazione di natura e arte – un bouquet perfetto di preziosi fiori in boccio pronti a sbocciare nel pieno della femminilità. Ecco Minnie Warren, la fanciulla che ha il posto in testa alla classe. Non è alta, ma la sua figura è perfettamente simmetrica; Minnie è la grazia in persona, dalla scarpetta con il fiocco blu che ogni tanto fa capolino da sotto la gonna di mussola, fino alla semplice, ma vivace crocchia di capelli castani raccolta sulla nuca. Il volto, solitamente una raffica di sorrisi accattivanti, ma ora reso pudico dalla sensazione di trovarsi sotto gli occhi di un’intera assemblea, non è di eccezionale bellezza, ma grazioso, sì, senza dubbio. Le guance, forse un tantino più rosse che non in occasioni normali, sono soffici e lisce come i petali di un fiore, e le sue labbra – ogni descrizione è vana. Minnie è al centro di tutti gli sguardi, primo fra tutti quello del suo insegnante, Leonard Vincent; ma il riflesso di gioia negli occhi di quest’ultimo non basta già ad indicare l’orgoglio più che legittimo di colui che ha contribuito ad arricchire l’intelletto di Minnie di una erudizione che facesse da degno contraltare ad un viso tanto grazioso? Ma cosa era accaduto nel corso di quei due anni? Leonard Vincent non aveva mai dimenticato la promessa fatta a Laura, e per molte settimane aveva scritto regolarmente lettere affettuose, alle quali la sua fidanzata aveva risposto con parole che dimostravano la sincerità del suo cuore e la sua nobile natura. Allorché, ad un tratto cessò di scrivergli, e il motivo fu spiegato in una lettera che Leonard ricevette poco dopo dal padre, nella quale si comunicava, con ampio sfoggio di solidarietà e sperticate manifestazioni di rammarico, che Laura era stata colta improvvisamente da febbre, e in breve tempo era morta. Arriveremo a confessare che Leonard non avesse provato un vivo dispiacere a tale notizia inaspettata? Era sconvolto; ma non provò la pena di un innamorato. La sua indole non gli avrebbe mai permesso di dimostrarsi falso verso Laura fintanto che avesse saputo quanto vitale fosse per lei coltivare la speranza di diventare sua moglie; ma la lontananza e la riflessione avevano mutato i suoi sentimenti a tal punto da consentirgli di affrontarne la perdita con serenità. La verità era che fin dal principio il suo amore portava in sé molta più compassione ed autocompiacimento di quanto egli potesse immaginare o fosse disposto ad ammettere. Molto presto, dopo aver lasciato l’Inghilterra, aveva confessato a se stesso il desiderio che Laura fosse una compagna più affine a lui intellettualmente. Il suo animo non era forte a tal punto da accontentarsi della semplice devozione in una donna che sarebbe diventata sua moglie, e la sua imperfetta affinità di sentimenti esigeva più punti di incontro. Fu così che poco dopo aver ricevuto la lettera che lo informava della morte di Laura, aveva consapevolmente guardato avanti, coltivando un nuovo interesse, il cui seme era già stato gettato. Senza essere avvenente, o in alcun modo un dongiovanni, per chi lo conosceva bene Vincent manteneva comunque un aspetto piacente, che si accompagnava a maniere vivaci e piacevoli, qualità di tutto rispetto, oltre alla raffinatezza della sua cultura, che lo rendevano decisamente gradevole ed attraente. Con il suo temperamento calmo e sereno, si era rassegnato velocemente al destino che il padre gli aveva imposto, ed era diventato molto presto un beniamino degli allievi, e ancor più delle allieve.

Il saggio riscosse un grande successo. Il canto, le declamazioni, le recite, ottennero il consenso ammirato dell’assemblea di parenti e amici. Alla fine il tutto si era concluso, il pubblico si era allontanato, e Vincent era occupato con gli ultimi preparativi nella sua stanza quando qualcuno bussò alla porta e, senza attendere un invito, entrò la signorina Warren.

“Allora, Signor Vincent, è soddisfatto?”

“Decisamente, Signorina Warren, e soprattutto di lei. È stata incantevole.”

Minnie sembrò non fare caso al complimento, ma continuò con il suo solito modo di fare spigliato.

“Oh, Signor Vincent, ha fatto caso a Grace Wilson, come ha recitato la sua parte? Con quale eleganza!”

“Non c’è dubbio, ma c’era qualcun altro che ha recitato una parte; ed era più che ‘elegante’.”

Minnie fece di no con il capo, con un’aria di vezzosa impazienza.

“Mi provoca! Davvero non cerco complimenti, S...; no, la stavo per chiamare ‘Signor’, ma non sono più una scolara, e non la chiamerò più ‘Signor’.”

“Molto bene, Miss Warren; allora per vendetta la priverò del suo titolo e d’ora in avanti la chiamerò Minnie!”

Minnie arrossì leggermente e si volse a guardare fuori dalla finestra. Ma immediatamente dopo tornò a guardare in faccia Vincent.

“Sarà qui di nuovo il prossimo trimestre, Signor Vincent?”

“Sono molto indeciso. Tutto dipende dalle circostanze.”

Minnie rise di cuore, e poggiò la mano sulla porta come se stesse per lasciare la stanza.

“Ecco una delle sue confuse provocazioni filosofiche. Suppongo che a tempo debito si saprà. Ormai se ne sono andati tutti. Devo affrettarmi a rincasare. Addio.”

Spalancò la porta e finse di volersene andare in tutta fretta. Leonard parve indeciso per un istante; poi, fece un passo verso di lei:

“Minnie!”

Lei si fermò e, voltandosi con una pretesa aria di indifferenza, domandò:

“Ha parlato, Signore?”

“Così se ne va senza neppure augurarmi buone vacanze? Mi sorprende, Signorina Warren.”

“Pensavo che non mi chiamasse più ‘Signorina’”, gli rispose con aria da imbonitrice.

“Oh, dimenticavo. Non ha altro da dire se non un freddo ‘addio’, Minnie, ora che ci vediamo per l’ultima volta?”

Minnie ebbe un sussulto quasi impercettibile a quella notizia.

“Oh, non me ne vado” rispose lei, forse un tantino più spontaneamente di quanto l’occasione non lo giustificasse. “Sarò a casa quando ricomincerà la scuola.”

“Ma con ogni probabilità io non ci sarò. Penso di tornare definitivamente in Inghilterra. Sono rimasto qui a sufficienza.”

“Quindi è già stanco di noi americani? Beh, certo, siamo gente stupida, immagino. Addio allora.”

Allungò la delicata mano bianca che tremava solo un poco. Leonard la prese, se la portò alle labbra e poi la rilasciò delicatamente. Minnie rise con la sua solita risata divertita.

“È così che gli inglesi dicono addio? Dovete essere proprio un popolo di cavalieri!”

“No” rispose Leonard, con serietà, facendosi più vicino a Minnie, “questo non è il modo in cui noi diciamo addio. Facciamo questo quando intendiamo dire che non potremo mai dire addio.”

“Oh, davvero! Suppongo quindi di doverla lasciare, senza scambiare le solite cortesie!”

Si voltò e proseguì molto lentamente verso la porta. Vincent le fu di fianco in un solo passo, e le prese la mano nella sua. Lei si volse, e il rosa delle guance si fece più intenso, gli occhi rivolti al viso di lui, incapace di parlare.

“Minnie”, disse Leonard in tono dimesso e franco, “mi comprende, sebbene finga di no. Potrò sempre tenere questa mano?”

Abbassò lo sguardo sul pavimento, un comportamente alquanto insolito per lei, e rispose quasi indistintamente:

“Davvero, sarebbe come chiedere di starmene in piedi qui un pò troppo a lungo.”

“Una mano bellissima. Posso baciarla ancora?”

Minnie non rispose. Scambiò il silenzio di lei per un permesso.

“Che bellissime labbra, Minnie. Posso baciarle?”

Rivolse la domanda in un tono di voce di poco più alto di un sussurro. La risposta di lei non fu a parole, ma, quando sollevò il viso ad incontrare il suo, lo sguardo nei suoi occhi color nocciola gli disse che Minnie Warren, in tutta la sua intrigante bellezza, gli apparteneva.

E fu così che non lasciò l’America. Scrisse al padre per dirgli che si era aggiudicato una moglie che apparteneva ad una famiglia di cui il vecchio imprenditore tessile non aveva motivo di vergognarsi quanto a parentela; in cambio suo padre aprì, se non il cuore, per lo meno il portafogli, a favore del suo non più prodigo figliuolo. Il signor Vincent, per ragioni proprie, non aveva alcun desiderio particolare che Leonard tornasse in Inghilterra, e non provò un sommo dispiacere quando gli fu detto che il figlio era dell’idea di continuare a risiedere in America, almeno per qualche tempo.

III.

E Laura Lindon? Era davvero morta, come Leonard era venuto a sapere da suo padre? No, non era che un complotto crudele inventato dal vecchio inorgoglito dalla sete di denaro per vanificare un matrimonio nel quale non vedeva altro che vergogna per se stesso e per il figlio. Nello stesso momento in cui aveva scritto a Leonard per dirgli che Laura era morta, si era recato da un esperto del mestiere e si era fatto contraffare una lettera di Leonard, in cui diceva che da qualche tempo si era accorto di quanto lui e Laura fossero inadatti uno per l’altra, a causa della mancanza di istruzione di lei; che fino ad allora aveva taciuto sulla faccenda, nel tentativo di superare i suoi dubbi; ma che egli alla fine si sentisse in dovere di liberare Laura dal suo vincolo, e sperava che di lì a poco avrebbe trovato un marito più adatto per lei. Nel contempo aveva dichiarato di aver lasciato la sua precedente residenza e reputò buona cosa che lei non conoscesse il suo attuale recapito. Il falso era così ben elaborato, il tono impacciato della lettera così esattamente uguale a quanto lei aveva ricevuto fino ad allora, che la povera ragazza mai nemmeno per un momento sospettò alcun inganno, ancor meno perché il Signor Vincent, con furbesca lungimiranza, si era sempre comportato nei suoi confronti con la più manifesta gentilezza, e si era apertamente professato impaziente per l’unione dei due innamorati non appena Leonard avesse raggiunto la maggiore età. L’esito fu esattamente quello che si era prefissato. Laura, trascorsi alcuni giorni in agonia, chiese all’improvviso al Signor Vincent se le potesse fornire denaro sufficiente per pagarle una traversata per l’America e, al suo rifiuto, era scomparsa di casa durante la notte, e da allora di lei non si erano avute più notizie. Il vecchio, fiducioso del perfetto successo del suo stratagemma, si sfregò le mani dalla soddisfazione, e rivolse l’attenzione ad altre questioni. Nel frattempo, pace e benessere regnavano nella piccola casa in New England che Minnie Warren, ora Signora Vincent, governava con le sue maniere inappuntabili. Minnie, già di per sé scupolosamente accurata e attenta al proprio aspetto, si era decisa che ogni cosa e persona attorno a lei non dovesse essere meno impeccabile, e una donna di casa migliore non avrebbe reso un uomo più felice. Leonard trascorreva i suoi giorni in elegante agiatezza, essendo la sua natura bonaria, colusingato fino all’eccesso dalle attenzioni affettuose della sua eccellente mogliettina. È vero che talvolta tornava con il pensiero alla sua vecchia casa, e al ricordo di colei che una volta gli era parsa tanto cara; ma la sua filosofia accomodante non aveva mancato di fornirgli una consolazione per eventi irrimediabili; ed è probabile che, in tali momenti di riflessione, il flusso dei suoi pensieri approdasse a conclusioni non tanto remote da quelle di cui il padre si era servito per deludere le speranze della povera Laura.

Era un pomeriggio di gennaio. Ultimamente il tempo nel New England aveva fatto del suo meglio per tenere alta la sua reputazione di variabilità e, mentre le strade erano ancora bagnate per la pioggia recente, il cielo, tuttora plumbeo, che combatteva per privare la luce del giorno di qualche ora di esistenza, diede un’avvisaglia inconfondibile di una bufera imminente. La signora Vincent, che aborriva ogni sorta di tetraggine, colse l’opportunità per abbassare le cortine ed accendere il lampadario con un insolito anticipo.

“Ora, Leonard”, disse la piccola, affascinante donna, sedendosi su un seggiolino basso ai piedi del marito, ed incrociando le mani sulle ginocchia di lui, “ti prego, metti da parte quel libro e lasciami godere un poco della tua compagnia.”

Leonard era rimasto alquanto taciturno per tutto il giorno, cosa insolita per lui, e si era immerso fin dal mattino nelle profondità di un romanzo metafisico. Senza dubbio, come la signora Vincent aveva suggerito, il tempo aveva fatto la sua parte. Ora gettò in disparte il suo libro, si stiracchiò, e sbadigliò con fare uggioso.

“Ebbene, ehm” replicò lui, “a dire il vero, mi sento piuttosto di cattivo umore.”

Quindi, colpito da un pensiero subitaneo, si alzò e raccolse il giornale dal pavimento accanto a sé. Adocchiando le pubblicità degli intrattenimenti, lesse a voce moderatamente alta:

“Globe Theatre: Ultima notte de ‘Il selvaggio della prateria’ – pagliacciate! Variety Theatre: “Le meravigliose personificazioni di Jem Thompson; Miss Williams e la sua romanza preferita” – bah! Theatre Comique: Opera-Bouffe – ah, questo è meglio. ‘La Fille de Madame Angot’. Che ne dici Minnie! Trascorriamo una serata a teatro.”

Minnie, che aveva la passione per il teatro delle ragazze del New England, non si scompose, ma non parve contraria.

“Beh, Leonard, certo che è da un po’ che non andiamo, e...”

“Benissimo, allora”, si intromise il marito. “Ceniamo subito. Faccio preparare la vettura.”

A tempo debito i preparativi furono completati, arrivò la vettura, e in breve la coppia era comodamente seduta dirimpetto al palcoscenico, in attesa che si alzasse il sipario. In quel frangente Minnie divenne l’obiettivo inconsapevole di molti binocoli, come spesso accadeva quando compariva in pubblico. Leonard aveva recuperato il suo umore tranquillo, e quando l’orchestra diede inizio alle incantevoli melodie, era già ben disposto a godere a pieno l’insolito piacere dello spettacolo. Tutto andò splendidamente. La prima donna era una celebre star, e rapì il pubblico con il suo canto. Minnie era completamente assorta nello svolgimento dello spettacolo, allorché sentì il marito trasalire. Allo stesso tempo notò un incidente sul palco. Che stava succedendo? Oh, niente di che, dicevano le persone accanto a lei; solo che una componente del coro era svenuta. Ecco che la portavano via dal palcoscenico. Minnie guardò Leonard e colse un’espressione inquieta sul suo viso come non le era mai capitato di vedere prima di allora. Senza più badare alla leggera confusione dinanzi a lei, poggiò la mano sul braccio del marito:

“Che ti succede, Leonard?” sussurrò, “Non stai bene?”

“Niente, niente”, rispose con irritazione. “È stato un attimo. Eppure... ti dispiace se ce ne andiamo da qui?”

“Andiamocene subito. Passami lo scialle.” Si alzarono dai loro posti e lasciarono il teatro, con lo spettacolo che proseguiva come se nulla fosse intervenuto a disturbarlo. Quando furono all’esterno, Vincent parve avere un ripensamento. “Minnie”, le disse, con un vago fremito nella voce, “ti dispiacerebbe rincasare da sola? È stato sciocco da parte mia rovinare il tuo divertimento. Ora sto bene; ma è proprio un peccato rientrare, e penso che approfitterò dell’opportunità per andare a trovare un amico in città a cui avevo più volte promesso di far visita.”

Dapprima lei si oppose, ma alla lunga, con Leonard che stava dando segni di insofferenza, non insistette più, e lo lasciò per ritornare a casa. Fino ad allora la tormenta incombente si era trattenuta, ma ora fiocchi bianchi cominciavano a punteggiare l’aria, cadendo regolarmente. Leonard non era dell’avviso di far visita all’amico, invece passeggiò avanti e indietro con passo irrequieto di fronte al teatro, guardando di continuo l’orologio. Vecchi ricordi erano all’opera nella sua mente, e le sopracciglia aggrottate e lo sguardo inquieto evidenziavano il lavorio di qualche forte emozione. Finalmente scoccarono le dieci e la gente cominciò a riversarsi fuori dal teatro. Percorrendo con foga una via stretta e tetra che costeggiava l’edificio, si arrestò davanti all’uscita degli artisti, come se stesse aspettando qualcuno. In breve la porta si aprì e, uno dopo l’altro, comparvero delle sagome informi. Le fissava in viso quando passavano, ma non sembrava riconoscerne nessuna, fino a quando un’alta figura di donna scese le scale e, dopo aver esitato un momento, si incamminò per la via buia. Leonard non poté vederla in viso, ma il modo di camminare non lasciava dubbi. Con passi leggeri, svelti sulla neve appena caduta la seguì e, appena giunsero ad un angolo lievemente illuminato da un lampione, le si fece vicino e la toccò. Lei si voltò con impeto, lo contemplò in viso con ardore, e poi gli gettò le braccia attorno al collo, singhiozzando convulsamente.

“Ti ho visto – ti ho riconosciuto subito! Quel che hai fatto era sbagliato, crudele! Ma ora ti ho ritrovato, posso perdonarti ogni cosa.”

Le sue frasi incoerenti erano pronunciate velocemente quanto i singhiozzi glielo permettevano, e fino a quando non smise Leonard non poté dire una parola. Poi tolse delicatamente le braccia di lei dal collo, e mentre lei lo fissava con sguardo anelante, vide il suo viso farsi spaventosamente pallido. Le parlò lentamente e come fosse in difficoltà.

“Laura, non devi pensare a me. Non dobbiamo più vederci. Quella che hai visto con me è mia moglie.”

Si arrestò. La luce di rimprovero mista a gioia che le brillava negli occhi si trasformò d’improvviso in un bagliore selvaggio di follia. Si sforzò di parlare ma non ci riuscì. Leonard, atterrito da quello sguardo, continuò in tono sommesso.

“Ascoltami, Laura. Non è colpa mia. Mi hanno detto che tu eri... morta.”

Lei gli prese le mani nelle sue e sussurrò anziché parlare.

“Non importa. Non importa. Avevano ragione. Ero morta!”

Poi con uno sforzo poderoso sembrò riprendere il controllo di sé e parlò, con calma, ma in tono di critica: “E te ne andresti così su due piedi – senza parlare con me dei vecchi tempi? Ho così tanto da raccontarti. Vieni; almeno passa a casa da me e sediamoci un’ora a fare due chiacchiere.”

Non seppe resistere alla sua voce, ma non rispose nulla. Lei si voltò e gli fece strada, con lui che la seguiva con difficoltà. La neve ora scendeva abbondante e il vento di bufera cominciò a soffiare per le vie strette e ammassava cumuli bianchi contro le case. Leonard non sapeva in quale direzione andassero, la neve e la pioggia ghiacciata sul volto gli permettevano a malapena di mantenersi in vista dell’alta figura scura che pareva quasi volare davanti a lui. Ogni tanto lei si voltava per vedere che la stesse seguendo ancora, ed ogni volta gli faceva cenno di accelerare il passo. Camminavano in quel modo da un po’ quando Leonard alzò gli occhi per vedere dove fossero diretti. Si erano allontanati dalle vie consuete e riusciva a vedere soltanto alcune abitazioni intorno. La bufera infuriava spaventosa e la neve era già così alta da rendere difficile il movimento. Si fermò e la chiamò.

“Laura, non posso continuare. Dove abiti?”

Non si voltò verso di lui, fece solo un gesto con la mano, ed esclamò “solo un poco più avanti”.

Leonard non riusciva affatto a vedere dove si trovasse. Era in preda allo sconcerto, eppure la seguiva. Alla fine giunsero in cima ad una breve rampa di scale, sotto la quale si poteva distinguere un lungo tracciato bianco e regolare. Leonard aguzzò gli occhi attraverso la bufera e l’oscurità, e all’improvviso indietreggiò.

“Laura, cosa stai facendo? Oh, Dio; è il fiume!”

Gli rispose con una risata stridula, folle, lo afferrò con ferocia per il collo e lo trascinò giù dalle scale. Invano Leonard tentò di opporsi, perché era la forza del suo delirio ad aizzare la donna . Ci fu un tuffo, il crepitio di un sottile strato di ghiaccio che si infrangeva, uno schizzo d’acqua sull’ultimo gradino, e poi più nulla. La neve spessa tornò presto a fare del fiume una bianca superficie piana, e alle sue profondità nascoste fu consegnata la testimonianza della legge per cui le colpe dei padri dovranno ricadere sui figli.

I.

A broad archway, the gloom of its chill, murky shadow only deepened by the flicker of the shattered gas- lamp that hangs from the centre, its silence only broken by the agonized weeping of a poor girl who strives to still the throbbing of her temples by pressing them against the clammy stones; whilst, little as one would imagine it, but a few paces separate her from the crowd and glare of the wide streets - such a scene is but too common after nightfall in the heart of a great English manufacturing town. As such it did not at first produce a very startling effect upon Leonard Vincent, who, as he was hurrying home by short cuts from a social gathering of fellow-students, was stopped at the mouth of the archway by the sounds of distress that fell upon his ear; but his interest was more vividly awakened as he caught a glimpse of the upturned face faintly illumined by the light which just then a gust of wind blew into a flame. The dark, flashing eyes, the long, black hair all unkempt and streaming over the girl’s shoulders, the face, lovely in its outlines, now weird with its look of agony and ghastly pale, made a picture such as he had never looked on, and held him for a moment as immovable as though he had been gazing upon the head of Medusa. It was but for a moment, however, that he remained irresolute. Stepping quietly up to the sobbing girl, who was too much absorbed in her own grief to notice his presence, Vincent touched her lightly on the shoulder. She instantly turned round to meet his gaze; suppressing with a sudden and violent effort any trace of her emotion save the great tears, which she could not at once check in their course down her cheeks, The cheeks Were pale and somewhat sunken, as if hunger as well as grief had begun to mar her beauty, and, as she looked at the young man’s face with a proud, impatient gaze, her tightly-compressed lips trembling despite her efforts, she aroused in him a feeling of the profoundest compassion. For some minutes they stood regarding each other in silence; then, as he saw the girl determined not to speak, Vincent began to address her, though with diffidence.

“May I ask the cause of your grief? Do not think me rude. I ask because I might - it is my wish to help you.”

The young man, usually somewhat brusque in his manner of addressing his inferiors in station, was somewhat surprised at the tone he was led to adopt. The position of the girl before him, and the plain, much-worn character of her dress, showed that she belonged to the lower class; yet he almost quailed before her look, and felt unconsciously that in nature she was not beneath him. The object of his compassion stood for a moment as if undecided; then, the proud expression on her face still unaltered, replied briefly and in a low, quick voice: “I wish to be alone. You are very kind. I do not need help.”

Leonard Vincent smiled in spite of his pity.

“You must allow me to doubt that,” he said. “Will you not trust me? It is not from mere curiosity that I ask your confidence. I feel sure I can help you, if you will let me.”

Again she replied quickly, but the tone was not that of her former speech:

“You are very kind. It is long since I have been spoken to kindly. But I need no help, indeed I need none.”

The young man again smiled as he looked in her still unmoved face.

“You are very proud,” he said. “It is long since I met anyone so proud. I am proud, too. Will you not confide in a kindred spirit?”

It was now her turn to smile, and for a moment her countenance brightened with a look that was like the faint memory of happiness long past. It was enough that there was a sign of relenting. Vincent continued to urge her, and, after a few moments of hesitation, she seemed about to comply with his request.

“Why should I trouble you with a miserable story? You know it all before I begin. And yet, perhaps, you seem as if you had a good home and good parents; I will tell you in a few words. It will make me cry again; that is good for my pride.”

Then she told, briefly and plainly, the story of her young days; of a happy childhood in a little market-town in the south of England, of schooldays, and the joys of loving companions. All was happy till her father, who had been a small farmer, died, and her mother, a beautiful woman, yielded to their rich landlord’s entreaties, and married him. She had acted on an impulse of pride, and her punishment was severe. Laura Lindon, her only child, was hated by her step-father, chiefly because she would not give up her old rustic friends. The man, whose nature was coarse and vulgar, abused the poor girl dreadfully, till at length her life became intolerable to her.

“What could I do? I could not kill myself for my poor mother’s sake; so I resolved to leave home. I came North, accompanied by a girl of my own age, who had always been my best friend. For a few weeks we just managed to live on what we got for sewing, and then poor Lizzie would not bear the hard life any longer, and - left me. Do not ask me what has become of her; I dare not think. I have seen her once since; God grant I may never see her again. And I myself? You see me; I am alive, and that is all. I can no longer earn enough to live on; I am getting weak, I am afraid. I grew desperate tonight and came out, why and where I did not know. There is my tale. You see you cannot help me. It was kind of you to think of helping me. It is getting late, I am afraid. Good night.”

She turned quickly round, wishing to hide the tears that were again coming into her eyes, and in another moment would have been gone; but Vincent, hastening after her, again compelled her to stay.

“But I can help you; Miss Lindon, I must help you.”

His first impulse had been to offer her money, but he at once saw how unwelcome such an offer would be, how impossible to make her accept of it. Instead of that he proposed to find her work, to provide her sewing enough to enable her to make a living. The offer was at once thankfully accepted.

“And,” said Vincent, as they were parting, “I may see you again, I may come and see you?”

“Thank you,” she replied, firmly but modestly, “I had rather you did not. I must work all my time. You are very kind to get me work.”

And so they parted.

Leonard Vincent was as good as his promise with regard to finding Laura work, [p.8] but, after a few weeks, he proved disobedient to her wish that he was not to visit her. In time she grew more cheerful, and more willing to talk freely, though it was long before she lost, when speaking to her friend, the air of reserve which was the result of her natural pride. At last Vincent, obedient to an impulse which had now become too powerful for restraint, told Laura that he loved her, that he wished to make her his wife. He already knew that she was not indifferent to him, but he little knew of the consuming passion which, kindled at first by gratitude, now burnt fiercely in her heart; of the efforts it had long cost her to choke ardent affection ‘neath the guise of cold respect. Laura’s emotions were powerful, but her self-command still remained more powerful; and now, whilst she modestly confessed her love, she urgently besought her lover to reflect before he committed what might prove an irreparable error. But Leonard was heedless of consequences. In the warmth of the moment he sought an interview with his father, and desired him to sanction his marriage with Laura, at the same time giving a truthful account of her life and present condition. Old Mr. Vincent was a retired cotton-spinner. His immense wealth had been accumulated by his life-long devotion to business; and his nature, of course material to begin with, was now rendered more selfish and intolerant by the addition of a vulgar pride. Furious at first when he heard his son’s announcement; second thought induced him to rely upon low cunning as a better instrument against his son, who was himself proud, but not ignobly so. He pretended to consent to the match on one condition: that Leonard should first enable himself to support a wife by his own exertions, independent of any hopes he might entertain of settlement from his father.

Laura had awaited the issue of the conference with outward calmness, but, in reality, in suspense that amounted to agony.

“You have asked?” she exclaimed hastily, as her lover came to see her immediately after receiving his answer.

“All is well, dearest,” he replied. “But we are both too young as yet. Let us be faithful to each other. Till our marriage you will live at my home and my parents will care for you. I am going to spend a year abroad.”

Laura strove bravely with her emotions and tried to appear glad. In another week she was living under Mr. Vincent’s roof, and Leonard had sailed for America.

II.

Two years have passed, and we meet with Leonard Vincent, this time not in the Old, but in New, England. The school-year is just at an end, the summer vacation is about to commence, and to-day all the scholars are assembled to show by an exhibition the results of their own work and that of their teachers, of whom our friend is one. The members of the graduating-class are here in all their glory; the boys, as is usual with boys on such occasions, well-dressed but awkward; the girls resplendent in the combined charms of nature and of art - a perfect bouquet of rich buds just breaking into the full blow of womanhood. Let us notice Minnie Warren, the young lady whose place is at the head of this class. She is not tall, but her figure is perfect in symmetry; Minnie is grace itself, from the little slipper with the blue bow which now and then peeps from beneath the muslin, to the simple but jaunty coil of rich brown hair that sits on the back of her head. The face, usually wreathed in the most attractive smiles, but now demure-looking from a sense of being regarded by the whole assembly, is not handsome, but is incontestably pretty. Her cheeks, perhaps a trifle redder than on ordinary occasions, are soft and smooth as the petals of a flower, and her lips - description fails. On Minnie all eyes are fixed, and, among them, those of her teacher, Leonard Vincent; but does not the gleam of joy in the eyes of the latter indicate more than the justifiable pride of one who had helped to make Minnie’s mind rich in learning and worthily corresponding to a face so rich in beauty? What has time brought about in the two years that have passed? Leonard Vincent never forgot his promise to Laura, but for many weeks wrote regular and loving letters, to which his betrothed replied in lines that showed the sincerity of her love and the nobility of her nature. Then all at once, she ceased to write, and the cause was explained by a letter which Leonard shortly after received from his father, wherein it was stated, with much attempt at sympathy and overstrained expressions of regret, that Laura had been taken sick of fever suddenly, and very shortly after had died. Must it be confessed that Leonard experienced no keen sorrow at this sudden news? He was shocked; but he did not experience a lover’s grief. His nature would never have allowed him to prove false to Laura as long as he knew her living in the constant hope of becoming his wife; but absence and reflection had so far altered his feelings as to enable him to bear her loss with equanimity. The truth was that from the first his love had contained far more of mere compassion and self-complacency than he could imagine or would have been willing to admit. Very soon after leaving England he had confessed to himself the wish that Laura had been intellectually more of a companion for him. His soul was not great enough to be contented with simple devotion in the woman who was to be his wife, and his imperfect sympathies required more points of contact. Thus it was that very soon after receiving the letter which told him of Laura’s death he had consciously proceeded to foster a new attachment, the seeds of which had already been sown. Without being handsome, or in any sense a lady-killer, Vincent had yet, for those who knew him well, a decidedly pleasing appearance, which joined to a lively and agreeable manner, considerable powers, and the polish of culture, made him decidedly pleasing and attractive. His cheerful equability of temper had speedily resigned him to the lot his father imposed upon him, and he had very soon become a decided favorite with the pupils, especially the young ladies.

The exhibition was considered a great success. The singing, the declamations, the recitations, were voted delightful by the assembly of parents and friends. At last all was over, the people were dispersing, and Vincent was engaged in making a few last arrangements in his own room, when there came a knock at his door, and, without waiting for an invitation, Miss Warren walked in.

“Well, Mr. Vincent are you satisfied now?”

“Decidedly, Miss Warren; and above all with you. You were charming.”

Minnie appeared to take no notice of the compliment, but went on in her usual voluble manner.

“Oh, Mr. Vincent, did you notice Grace Wilson, how she spoke her piece? It was just elegant!”

“No doubt; but there was someone else who spoke a piece; and she was more than ‘just elegant.’“

Minnie shook her head with a pretty air of mock impatience.

“How provoking you are! I really don’t wish for any compliments, s- --; no; I was just going to call you ‘sir,’ but I’m not a schoolgirl now, and I shan’t call you ‘sir’ any longer.”

“Very well, Miss Warren; then in revenge I shall deprive you of your title, and henceforth call you ‘Minnie!’“

Minnie reddened slightly, and turned round to look out of the window. But directly afterwards she turned to face Vincent again.

“Shall you be here again next term, Mr. Vincent?”

“I am very uncertain. It depends greatly upon circumstances.”

Minnie laughed merrily, and laid her hand upon the door as if about to leave the room.

“That is one of your provokingly indefinite philosophical phrases. I suppose time will show. But, really, all the people have left. I must be quick and get home. Good-by.”

She opened the door and pretended that she was off in a great hurry. Leonard appeared for a moment undecided; then he took a step towards her.

“Minnie!”

She stopped, and, turning around with an assumed air of indifference, asked:

“Did you speak, sir?”

“So you are going off without wishing me a happy vacation? I am surprised at you, Miss Warren.”

“I thought you were not going to call me ‘Miss’ any longer,” she replied, with a merchant air.

“Oh, I forgot. Have you nothing to say but a cold ‘good-by,’ Minnie, now that we are seeing each other for the last time?”

Minnie exhibited a scarcely-perceptible start at this announcement.

“Oh, I am not going away,” she replied, perhaps a trifle more earnestly than the occasion seemed to warrant. “I shall be at home when school begins again.”

“But I think it very likely that I shall not. I think I shall go to England for good. I have been here long enough.”

“So you are tired of us Americans already? Ah, well, we are stupid people, I suppose. Good-by, then.”

She held out her delicate white hand, and it trembled just a little. Leonard took it, raised it to his lips, and then gently let it go. Minnie laughed her ordinary gay laugh.

“Is that how Englishmen say good-by? What a knightly lot of people you must be!”

“No,” replied Leonard, earnestly, drawing nearer to Minnie, “that is not how we say good-by. We only do that when we mean that we are never going to say good-by.”

“Oh, indeed! Then I must leave you, I suppose, without exchanging the usual civilities!”

She turned and moved very slowly towards the door. Vincent reached her side with a single step, and took her hand in his own. She turned around, and the blossoms in her cheeks deepened in color as she looked in his face, unable to say anything.

“Minnie,” said Leonard, in a low, earnest tone, “you understand me, though you pretend not to. May I always keep this hand?”

She looked down at the ground, a most unusual thing with her, and replied somewhat indistinctly:

“Really, that would be asking me to stand here too long.”

“It is a very pretty hand. May I kiss it again?”

Minnie gave no reply. He took the silence for consent.

“Those are very pretty lips, Minnie. May I kiss them?”

The question was asked in a tone little above a whisper. The reply was not in words, but the look that was in her hazel eyes as she raised her face to his told him that Minnie Warren, with all her beauty and roguishness, was his own.

And so he did not leave America. He wrote to his father telling him that he had won a wife who belonged to a family that the old cotton-spinner had no reason to be ashamed of as his relations; in reply, his father opened, if not his heart, at all events his pocketbook, to his no longer wayward son. Mr. Vincent, for reasons of his own, had no particular wish that Leonard should return to England, and experienced no great sorrow when he was told that his son desired, for some time at least, to continue to reside in America.

III.

And Laura Lindon? Was she really dead, as Leonard had heard from his father? No; it was but a cruel scheme invented by the purse-proud old man to frustrate a marriage in which he could see nothing but disgrace to himself and to his son. At the same time that he had written to Leonard to tell him that Laura was dead he had been to a man skilled in such matters and got him to forge a letter from Leonard, which said that he had for some time felt how unfitted he and Laura were for each other, owing to the latter’s lack! of education; that he had hitherto been silent on the matter, endeavoring to overcome his doubts; but that he at last felt it to be his duty to free Laura from her engagement, and hoped that she would ere long find a husband better suited to her. At the same time he stated that he had left his former residence, and thought it better that she should not know his present address. The forgery was so skillful, the awkward appearance of the letter so exactly like those she had hitherto received, that the poor girl never for a moment suspected any deception, all the less because Mr. Vincent, with a cunning foresight, had always behaved to her with the utmost apparent kindness, and had openly professed himself anxious for the union of the two lovers as soon as Leonard should have attained his majority. The result was exactly what he had foreseen. Laura, after passing some days in an agony of grief, had suddenly asked Mr. Vincent if he would provide her with sufficient money to pay her passage to America, and, upon his refusal, had disappeared from the house during the night, and never been heard of since. The old man, confident of the perfect success of his stratagem, rubbed his hands in satisfaction, and turned his attention to other matters. Meanwhile all was peace and comfort in the little home in New England over which Minnie Warren, now Mrs. Vincent, presided with all her natty ways. Minnie, herself scrupulously neat and careful of her appearance, was resolved that everything and everybody about her should be no less irreproachable, and he would indeed have been a happy man whose wife was a better housekeeper. Leonard passed his days in elegant leisure, his easy nature flattered to the extreme by the affectionate attentions of his excellent little wife. It is true that he did occasionally revert in thought to his old home, and to the memory of her whom he had once fancied so dear to him; but his easy-going philosophy was at no loss to provide consolation for irremediable events; and it is probable that, in such moments of reflection, his train of thought resulted in conclusions not so very far removed from those which his father had made use of to disappoint poor Laura’s hopes.

It was an afternoon in January. New England weather had of late been doing its best to maintain its reputation for variability, and, whilst the streets were still wet with the recent rain, the still heavy sky, which was striving to stint the daylight of a few hours of existence, gave unmistakable warning of a coming snowstorm. Mrs. Vincent, who abhorred gloom of every kind, took the opportunity to pull down the blinds and light up the chandelier at an unusually early hour.

“Now, Leonard,” said the charming little woman, as she sat down on a low stool at her husband’s feet and crossed her hands over his knees, “do, pray, put aside that book and let me have a little of your society.”

Leonard had been somewhat silent all day, an unusual thing for him, and had buried himself since morning in the depths of some metaphysical novel. Doubtless, as Mrs. Vincent had suggested, the weather had something to do with it. He now threw aside his book, stretched himself, and yawned somewhat drearily.

“Well, Mm,” he replied, “to tell you the truth, I feel rather out of sorts.”

Then, as if a sudden thought had struck him, he stood up and took up the newspaper that lay on the floor beside him. Turning to the advertisements of amusements he read half aloud:

“Globe Theatre: Last night of ‘The Wild Man of the Prairie,’ - bosh! Variety Theatre: ‘Jem Thompson’s Marvelous Impersonations; Miss Williams with her favorite song - pshaw! Theatre Comique: Opera-Bouffe, - ah, that’s better. ‘La Fille de Madame Angot.’ What do you say, Minnie! Let us have an evening at the theatre.”

Minnie, who had a New England girl’s delight in the theatre, put on a demure look, but didn’t seem unfavourable.

“Well, Leonard, it certainly is some time since we have been, and…”

“Very well, then,” broke in her husband. “Let’s get supper over. I’ll just go order a hack.”

In due time arrangements were completed, the hack arrived, and before very long the pair were comfortably seated directly in front of the stage, wishing for the curtain to rise. In the meantime Minnie became the unconscious focus of many opera-glasses, as was usually the case when she appeared in public. Leonard had gradually been regaining his even flow of spirits, and by the time that the orchestra commenced with the well-known delightful airs he was quite ready to enjoy to its full the peculiar pleasure of the entertainment. All went splendidly. The prima donna was a noted “star,” and entranced the house with her singing. Minnie was totally absorbed in the performance, when she suddenly felt her husband start. At the same time she noticed a disturbance on the stage. What was the matter? Oh, it was nothing, said the people next to her; only one of the chorus who had fainted. Look, they were carrying her off the stage. Minnie looked at Leonard and saw a pale, anxious look on his face that she had never before seen there. Thinking nothing of the slight confusion before her, she laid her hand on her husband’s arm:

“What is the matter with you, Leonard?” she whispered. “Don’t you feel well?”

“Nothing, nothing,” he replied, hastily. “It was only for the moment. And yet, - would you mind if we left the theatre?”

“Let us go at once. Give me my shawl.” They rose from their places and left the theatre, the performance going on as if nothing had happened to disturb it. When they were outside Vincent seemed to alter his mind. “Minnie,” he said, his voice trembling slightly, “would you mind going home alone? It was foolish to disturb your enjoyment. I feel all right now; but it is hardly worth while going back, and I think I will take the opportunity of going to see a friend in town whom I have often promised to call on.”

At first she remonstrated, but at length, as Leonard began to show signs of irritation, she pressed him no further, and left him to return home. Hitherto the threatened snow-storm had held back, but now white specks began to dot the air, falling steadily. Leonard showed no intention of going to visit his friend, but paced hurriedly up and down in front of the theatre, repeatedly looking at his watch. Old memories were at work within his mind, and his knit brows and anxious look indicated the working of some strong emotion. At length 10 o’clock struck, and the people began to swarm out of the theatre. Hastily walking down a narrow, gloomy street that led alongside of the house, he stopped before the stage-door, as if awaiting someone. Shortly the door opened, and, one after another, muffled forms appeared. He peered into their faces as they passed, but seemed to recognize none, till at length a tall female figure came down the steps, and, after hesitating a moment, walked down the dark street. Leonard could not see the face, but the walk of the figure he could not mistake. With light, quick steps on the new-fallen snow he followed her, and, when they had come to a spot slightly illuminated by a street-lamp, he stepped up quite close to her and touched her. She turned round hurriedly, gazed eagerly in his face, and then threw her arms around his neck and sobbed convulsively.

“I saw you, - I knew you at once! It was wrong, - it was unkind of you! But now I have found you again, I can forgive everything.”

Her incoherent sentences were spoken as quickly as her sobs would permit, and till she had ceased Leonard could not speak a word. Then he gently removed her arms from his neck, and as she gazed eagerly at him she saw his face was ghastly pale. He spoke slowly and as if with difficulty.

“Laura, you must not think of me. We must not see each other again. She you saw with me was my wife.”

He paused. The light of half reproach, half joy that had shone from her eyes was suddenly changed into a wild glare of madness. She strove to speak but could not. Leonard, terrified at her look, went on in humbling tones.

“Listen to me, Laura. It is not my fault. They told me you were - dead.”

She caught both his hands lightly in her own, and whispered rather than spoke.

“It does not matter. It does not matter. They were right, - I was dead!”

Then with a powerful effort she seemed to gain command over herself and spoke calmly, but reproachfully, “And you would leave me at once, - without talking over old times With me? I have so much to tell you. Come; at least you will come to my house and sit one hour with me and talk.”

He could not resist her voice, but he answered nothing. She turned quickly round and led the way, he following her with difficulty. The snow was now descending heavily and the storm-wind began to whistle through the narrow streets and heap up the white drifts against the houses. Leonard knew not the direction in which they were going; the snow and sleet in his face scarcely allowed him to keep in sight of the tall, dark figure that seemed almost to fly before him. Now and then she turned round to see that he still followed her, and each time beckoned to him to go faster. They had been walking thus for some time when Leonard raised his eyes to see where they were going. They had got out of the regular streets and he could only see a few houses around him. The storm was raging fearfully and the snow was already so deep as to render walking difficult. He stopped and called to her.

“Laura I cannot go further; where do you live?”

She did not turn round to him, only beckoned with her hand, and cried, “Only a little further.”

Leonard could not see at all where he was. In the utmost perplexity he still followed. Finally they came to the top of a short flight of steps, below which he could discern a long, level, white track. They both stopped at the same moment. Leonard strained his eyes through the storm and the dark, and then suddenly drew back.

“Laura! where are you going? Oh, God; it is the river!”

She answered with a wild shriek of laughter, clasped him fiercely round the neck, and dragged him down the steps. In vain he tried to struggle, for she was nerved with the strength of frenzy. There was a plunge, a cracking as the thin layer of ice gave way, a splashing of the water on the lowest step, and then all was still. The thick snow soon made the river once more a smooth white surface, and the hidden depths bore witness to the edict that the sins of the fathers shall be visited upon the children.

I.

Un’ampia arcata, la sua fredda ombra resa ancor più tetra dal vago barlume di una lampada a gas in frantumi appesa nel mezzo, il silenzio appena rotto dal pianto angoscioso di una povera ragazza ridottasi a calmare il battito delle tempie premendole sul selciato umido. Eppure, chi mai potrebbe immaginarselo, pochi passi la separano dalla folla e dal bagliore delle strade principali – una scena fin troppo consueta al calare della notte nel cuore di una grande città industriale inglese. A prima vista, la scena non destò particolare sorpresa in Leonard Vincent, il quale aveva preso delle scorciatoie per rientrare a casa da un serata fra studenti. Si arrestò all’imbocco dell’arcata, l’orecchio percosso da un suono di disperazione. A destare ancor più il suo interesse fu il breve apparire del viso di lei rivolto verso l’alto, lievemente illuminato dalla luce che proprio in quel momento un alito di vento aveva trasformato in fiamma. Gli occhi scuri, scintillanti, i lunghi capelli neri, arruffati, riversati sulle spalle della ragazza, il viso, dai contorni incantevoli, reso ancora più macabro da quel suo sguardo straziato e dal pallore raccapricciante, produssero un ritratto che non aveva mai osservato, e lo trattennero per un momento, immobile, come se avesse guardato fisso il volto della Medusa. Ma fu soltanto un breve istante di esitazione. Muovendo passi tranquilli verso la ragazza in lacrime, troppo assorta nella sua disperazione per cogliere la sua presenza, Vincent le sfiorò lievemente una spalla. All’istante la ragazza si voltò ad incontrare il suo sguardo, sopprimendo con uno sforzo immediato e violento ogni traccia di emozione, se non le grandi lacrime, che non le riuscì di trattenere immediatamente nella loro corsa lungo le guance. Guance pallide, e infossate, come se la fame, aggiunta al dolore, avesse cominciato a sciupare quella bellezza. E, mentre guardava in faccia il giovane con occhi alteri e impazienti, le labbra strette, tremanti, nonostante gli sforzi, suscitò in lui un sentimento di profonda compassione. Stettero a guardarsi in silenzio per alcuni minuti; quindi, nel vedere che la ragazza non aveva intenzione di parlare, Vincent provò a rivolgersi a lei, seppure con diffidenza.

“Posso chiederle cosa la fa soffrire? Non mi giudichi scortese. Le chiedo questo perché potrei – vorrei aiutarla.”

Il giovane, solitamente brusco nei confronti delle classi inferiori, fu alquanto sorpreso dal tono con cui le si era rivolto. La situazione in cui si trovava la ragazza e l’aspetto modesto, consunto, del suo abito erano la prova che appartenesse alle classi umili; eppure, il suo contegno quasi lo lasciava sgomento e gli suggeriva inconsapevolmente che per natura non gli fosse inferiore. L’oggetto della sua compassione se ne stette esitante per un momento; quindi, senza mutare l’espressione altera del viso, rispose brevemente, a voce bassa, rapida: “Desidero stare sola. Lei è molto gentile, ma non mi serve aiuto.”

Leonard Vincent sorrise malgrado la sua pena.

“Mi conceda di diffidare delle sue parole”, disse. “Non si fida? Non è soltanto per curiosità che invoco la sua fiducia. Sono certo di poterla aiutare, se solo me lo permettesse.”

Di nuovo lei rispose in fretta, ma il tono di voce non era quello di prima:

“Lei è molto gentile. Era molto ormai che qualcuno non mi rivolgeva la parola con gentilezza. Ma non ho bisogno d’aiuto, non ne ho alcun bisogno.”

Il giovane sorrise nuovamente, con lo sguardo rivolto al viso di lei, che rimaneva ancora imperturbabile.

“È molto orgogliosa”, disse. “Era da molto che non incontravo qualcuno tanto orgoglioso. Lo sono anch’io. Non si fida di un’anima gemella?”

Lei sorrise a sua volta, e per un istante i suoi lineamenti si illuminarono di una luce che somigliava al vago ricordo di una felicità da lungo tempo perduta. Era, per lo meno, un primo segno di resa. Vincent continuò ad esortarla e, dopo alcuni momenti di esitazione, lei gli parve sul punto di assecondare la sua richiesta.

“Perché assillarla con una storia avvilente. Già la conosce ancor prima che cominci. Eppure, forse,lei dà l’impressione di essere di buona famiglia e di genitori onesti; gliela racconterò in poche parole. Mi farà piangere di nuovo; proprio quel che ci vuole per il mio orgoglio.”

Allora gli raccontò, in breve e senza giri di parole, la storia dei suoi primi anni; di un’infanzia felice in un piccolo centro agricolo nel sud dell’Inghilterra, dei giorni di scuola e della gioia di compagnie affettuose. Tutto scorreva felice, finché suo padre, che era stato un piccolo agricoltore, morì, e la madre, una bellissima donna, cedette alle profferte del loro ricco proprietario, e lo sposò. Era mossa da un impeto di orgoglio, e la sua punizione fu crudele. Laura Lindon, la sua unica figlia, era in odio al patrigno, soprattutto perché non intendeva rinunciare ai suoi vecchi amici di campagna. L’uomo, di natura gretta e volgare, maltrattava la povera ragazza in modo orribile, al punto che la sua stessa vita le era divenuta insopportabile.

“Che potevo fare? Non potevo uccidermi, per amore di mia madre; quindi presi la decisione di lasciare casa. Venni nel Nord, accompagnata da una ragazza della mia età, da sempre la mia migliore amica. Per qualche settimana ci adattammo a vivere di quanto ci rendevano i nostri lavori di cucito, ma poi la povera Lizzie non sopportò più quella vita di stenti e... mi lasciò. Non mi chieda quel che ne è stato di lei, non oso pensarci. Da allora l’ho veduta solamente una volta; voglia Dio che non la riveda più. Quanto a me stessa, lo vede, sono viva, tutto qui. Non riesco più a guadagnarmi di che vivere; presa dalla disperazione, sono uscita questa notte, senza sapere perché nè dove andare. Mi sento debole, impaurita. Questa è la mia storia. Come vede non mi può aiutare. È stato gentile da parte sua pensare di farlo. Si sta facendo tardi, purtroppo. Buona notte.”

Si volse di scatto, sperando di nascondere le lacrime che ancora le affioravano negli occhi, e un attimo dopo si sarebbe dileguata. Ma Vincent, affrettandosi dietro di lei, le impose nuovamente di rimanere.

“Ma posso aiutarla, Miss Lindon, mi sento in dovere di farlo.”

Il suo primo istinto era stato di offrirle del denaro, ma egli stesso si era reso conto di quanto tale offerta fosse inopportuna, e che sarebbe stato impossibile per lei accettare. Invece, propose di trovarle un impiego, fornendole lavori di cucito a sufficienza da permetterle di vivere decorosamente. L’offerta venne subito accettata con riconoscenza.

“E”, disse Vincent, mentre si congedavano, “Potrò forse rivederla, potrò venirla a salutare?”

“La ringrazio”, rispose, con fermezza, ma senza arroganza. “Gradirei non lo facesse. Devo dedicarmi al lavoro. È molto generoso a procurarmi un impiego.”

Fu così che si congedarono.

Leonard Vincent seppe tener fede alla sua promessa di trovare un lavoro per Laura, ma nel giro di alcune settimane si trovò a trasgredire la richiesta della ragazza di non farle visita. Alla lunga lei si era fatta più allegra, e più loquace, sebbene le ci fosse voluto del tempo per perdere, al cospetto dell’amico, quell’aria di riserbo che derivava del suo orgoglio innato. Alla fine Vincent, obbediente ad un impulso che si era fatto troppo intenso da contenere, disse a Laura che l’amava, che voleva prenderla in moglie. Sapeva già di non esserle indifferente, ma sapeva ben poco della cocente passione che, dapprima alimentata dalla gratitudine, ora bruciava con intensità nel cuore di lei; degli sforzi che la ragazza aveva sostenuto per soffocare un affetto ardente dietro la parvenza di un freddo rispetto. Le emozioni di Laura si erano fatte prepotenti, ma il suo autocontrollo era ancora più prepotente; ed ora, mentre confessava sommessamente il suo amore, supplicò con insistenza il suo innamorato di riflettere prima di commettere quel che si sarebbe potuto rivelare uno sbaglio irreparabile. Ma Leonard non si curò delle conseguenze. Nell’ardore del momento chiese di parlare a suo padre con il desiderio di ottenere il suo consenso al matrimonio con Laura, fornendogli allo stesso tempo un resoconto della vita di lei e della sua condizione attuale. Il vecchio signor Vincent era un proprietario di cotonificio in pensione. La sua immensa ricchezza era il frutto della dedizione al lavoro di tutta una vita; e la sua indole, già di per sé gretta, era divenuta ancora più egoista e intollerante per un sovrappiù di orgoglio meschino. Dapprima furioso all’annuncio del figlio, ebbe un ripensamento che lo indusse ad affidarsi alla sua infima astuzia quale miglior rimedio contro il figlio, che al pari suo era orgoglioso, ma senza meschinità. Finse di acconsentire all’unione, ma ad una condizione: che Leonard fosse prima in grado di mantenere la moglie con mezzi propri, al di là di ogni speranza che egli potesse nutrire di una elargizione da parte del padre.

Laura aveva atteso l’esito di quel colloquio con calma apparente ma, in realtà, con un’apprensione che rasentava l’agonia.

“Glielo hai chiesto?”, esclamò con impazienza, appena il suo innamorato la raggiunse dopo aver ottenuto risposta.

“Tutto andrà per il meglio, mia cara”, replicò. “Ma siamo entrambi troppo giovani, per ora. Manteniamo la nostra promessa. Fino al nostro matrimonio, vivrai in casa mia e i miei genitori si prenderanno cura di te. Io trascorrerò un anno all’estero.”

Laura contrastò le sue emozioni con coraggio e cercò di fingersi soddisfatta. La settimana seguente, viveva sotto lo stesso tetto con il signor Vincent e Leonard si era imbarcato per l’America.

II.

Sono trascorsi due anni, e ritroviamo Leonard Vincent questa volta non nella vecchia, ma nella Nuova Inghilterra. L’anno scolastico è appena terminato, le vacanze estive stanno per cominciare, e quest’oggi gli studenti sono riuniti a dare dimostrazione dei risultati dei loro lavori e di quelli dei loro insegnanti, e il nostro amico è uno di questi. Ecco il gruppo dei diplomati in tutto il loro splendore; i ragazzi, come capita in queste occasioni, ben vestiti, ma impacciati; le ragazze, radiose nella loro ammaliante combinazione di natura e arte – un bouquet perfetto di preziosi fiori in boccio pronti a sbocciare nel pieno della femminilità. Ecco Minnie Warren, la fanciulla che ha il posto in testa alla classe. Non è alta, ma la sua figura è perfettamente simmetrica; Minnie è la grazia in persona, dalla scarpetta con il fiocco blu che ogni tanto fa capolino da sotto la gonna di mussola, fino alla semplice, ma vivace crocchia di capelli castani raccolta sulla nuca. Il volto, solitamente una raffica di sorrisi accattivanti, ma ora reso pudico dalla sensazione di trovarsi sotto gli occhi di un’intera assemblea, non è di eccezionale bellezza, ma grazioso, sì, senza dubbio. Le guance, forse un tantino più rosse che non in occasioni normali, sono soffici e lisce come i petali di un fiore, e le sue labbra – ogni descrizione è vana. Minnie è al centro di tutti gli sguardi, primo fra tutti quello del suo insegnante, Leonard Vincent; ma il riflesso di gioia negli occhi di quest’ultimo non basta già ad indicare l’orgoglio più che legittimo di colui che ha contribuito ad arricchire l’intelletto di Minnie di una erudizione che facesse da degno contraltare ad un viso tanto grazioso? Ma cosa era accaduto nel corso di quei due anni? Leonard Vincent non aveva mai dimenticato la promessa fatta a Laura, e per molte settimane aveva scritto regolarmente lettere affettuose, alle quali la sua fidanzata aveva risposto con parole che dimostravano la sincerità del suo cuore e la sua nobile natura. Allorché, ad un tratto cessò di scrivergli, e il motivo fu spiegato in una lettera che Leonard ricevette poco dopo dal padre, nella quale si comunicava, con ampio sfoggio di solidarietà e sperticate manifestazioni di rammarico, che Laura era stata colta improvvisamente da febbre, e in breve tempo era morta. Arriveremo a confessare che Leonard non avesse provato un vivo dispiacere a tale notizia inaspettata? Era sconvolto; ma non provò la pena di un innamorato. La sua indole non gli avrebbe mai permesso di dimostrarsi falso verso Laura fintanto che avesse saputo quanto vitale fosse per lei coltivare la speranza di diventare sua moglie; ma la lontananza e la riflessione avevano mutato i suoi sentimenti a tal punto da consentirgli di affrontarne la perdita con serenità. La verità era che fin dal principio il suo amore portava in sé molta più compassione ed autocompiacimento di quanto egli potesse immaginare o fosse disposto ad ammettere. Molto presto, dopo aver lasciato l’Inghilterra, aveva confessato a se stesso il desiderio che Laura fosse una compagna più affine a lui intellettualmente. Il suo animo non era forte a tal punto da accontentarsi della semplice devozione in una donna che sarebbe diventata sua moglie, e la sua imperfetta affinità di sentimenti esigeva più punti di incontro. Fu così che poco dopo aver ricevuto la lettera che lo informava della morte di Laura, aveva consapevolmente guardato avanti, coltivando un nuovo interesse, il cui seme era già stato gettato. Senza essere avvenente, o in alcun modo un dongiovanni, per chi lo conosceva bene Vincent manteneva comunque un aspetto piacente, che si accompagnava a maniere vivaci e piacevoli, qualità di tutto rispetto, oltre alla raffinatezza della sua cultura, che lo rendevano decisamente gradevole ed attraente. Con il suo temperamento calmo e sereno, si era rassegnato velocemente al destino che il padre gli aveva imposto, ed era diventato molto presto un beniamino degli allievi, e ancor più delle allieve.

Il saggio riscosse un grande successo. Il canto, le declamazioni, le recite, ottennero il consenso ammirato dell’assemblea di parenti e amici. Alla fine il tutto si era concluso, il pubblico si era allontanato, e Vincent era occupato con gli ultimi preparativi nella sua stanza quando qualcuno bussò alla porta e, senza attendere un invito, entrò la signorina Warren.

“Allora, Signor Vincent, è soddisfatto?”

“Decisamente, Signorina Warren, e soprattutto di lei. È stata incantevole.”

Minnie sembrò non fare caso al complimento, ma continuò con il suo solito modo di fare spigliato.

“Oh, Signor Vincent, ha fatto caso a Grace Wilson, come ha recitato la sua parte? Con quale eleganza!”

“Non c’è dubbio, ma c’era qualcun altro che ha recitato una parte; ed era più che ‘elegante’.”

Minnie fece di no con il capo, con un’aria di vezzosa impazienza.

“Mi provoca! Davvero non cerco complimenti, S...; no, la stavo per chiamare ‘Signor’, ma non sono più una scolara, e non la chiamerò più ‘Signor’.”

“Molto bene, Miss Warren; allora per vendetta la priverò del suo titolo e d’ora in avanti la chiamerò Minnie!”

Minnie arrossì leggermente e si volse a guardare fuori dalla finestra. Ma immediatamente dopo tornò a guardare in faccia Vincent.

“Sarà qui di nuovo il prossimo trimestre, Signor Vincent?”

“Sono molto indeciso. Tutto dipende dalle circostanze.”

Minnie rise di cuore, e poggiò la mano sulla porta come se stesse per lasciare la stanza.

“Ecco una delle sue confuse provocazioni filosofiche. Suppongo che a tempo debito si saprà. Ormai se ne sono andati tutti. Devo affrettarmi a rincasare. Addio.”

Spalancò la porta e finse di volersene andare in tutta fretta. Leonard parve indeciso per un istante; poi, fece un passo verso di lei:

“Minnie!”

Lei si fermò e, voltandosi con una pretesa aria di indifferenza, domandò:

“Ha parlato, Signore?”

“Così se ne va senza neppure augurarmi buone vacanze? Mi sorprende, Signorina Warren.”

“Pensavo che non mi chiamasse più ‘Signorina’”, gli rispose con aria da imbonitrice.

“Oh, dimenticavo. Non ha altro da dire se non un freddo ‘addio’, Minnie, ora che ci vediamo per l’ultima volta?”

Minnie ebbe un sussulto quasi impercettibile a quella notizia.

“Oh, non me ne vado” rispose lei, forse un tantino più spontaneamente di quanto l’occasione non lo giustificasse. “Sarò a casa quando ricomincerà la scuola.”

“Ma con ogni probabilità io non ci sarò. Penso di tornare definitivamente in Inghilterra. Sono rimasto qui a sufficienza.”

“Quindi è già stanco di noi americani? Beh, certo, siamo gente stupida, immagino. Addio allora.”

Allungò la delicata mano bianca che tremava solo un poco. Leonard la prese, se la portò alle labbra e poi la rilasciò delicatamente. Minnie rise con la sua solita risata divertita.

“È così che gli inglesi dicono addio? Dovete essere proprio un popolo di cavalieri!”

“No” rispose Leonard, con serietà, facendosi più vicino a Minnie, “questo non è il modo in cui noi diciamo addio. Facciamo questo quando intendiamo dire che non potremo mai dire addio.”

“Oh, davvero! Suppongo quindi di doverla lasciare, senza scambiare le solite cortesie!”

Si voltò e proseguì molto lentamente verso la porta. Vincent le fu di fianco in un solo passo, e le prese la mano nella sua. Lei si volse, e il rosa delle guance si fece più intenso, gli occhi rivolti al viso di lui, incapace di parlare.

“Minnie”, disse Leonard in tono dimesso e franco, “mi comprende, sebbene finga di no. Potrò sempre tenere questa mano?”

Abbassò lo sguardo sul pavimento, un comportamente alquanto insolito per lei, e rispose quasi indistintamente:

“Davvero, sarebbe come chiedere di starmene in piedi qui un pò troppo a lungo.”

“Una mano bellissima. Posso baciarla ancora?”

Minnie non rispose. Scambiò il silenzio di lei per un permesso.

“Che bellissime labbra, Minnie. Posso baciarle?”

Rivolse la domanda in un tono di voce di poco più alto di un sussurro. La risposta di lei non fu a parole, ma, quando sollevò il viso ad incontrare il suo, lo sguardo nei suoi occhi color nocciola gli disse che Minnie Warren, in tutta la sua intrigante bellezza, gli apparteneva.

E fu così che non lasciò l’America. Scrisse al padre per dirgli che si era aggiudicato una moglie che apparteneva ad una famiglia di cui il vecchio imprenditore tessile non aveva motivo di vergognarsi quanto a parentela; in cambio suo padre aprì, se non il cuore, per lo meno il portafogli, a favore del suo non più prodigo figliuolo. Il signor Vincent, per ragioni proprie, non aveva alcun desiderio particolare che Leonard tornasse in Inghilterra, e non provò un sommo dispiacere quando gli fu detto che il figlio era dell’idea di continuare a risiedere in America, almeno per qualche tempo.

III.

E Laura Lindon? Era davvero morta, come Leonard era venuto a sapere da suo padre? No, non era che un complotto crudele inventato dal vecchio inorgoglito dalla sete di denaro per vanificare un matrimonio nel quale non vedeva altro che vergogna per se stesso e per il figlio. Nello stesso momento in cui aveva scritto a Leonard per dirgli che Laura era morta, si era recato da un esperto del mestiere e si era fatto contraffare una lettera di Leonard, in cui diceva che da qualche tempo si era accorto di quanto lui e Laura fossero inadatti uno per l’altra, a causa della mancanza di istruzione di lei; che fino ad allora aveva taciuto sulla faccenda, nel tentativo di superare i suoi dubbi; ma che egli alla fine si sentisse in dovere di liberare Laura dal suo vincolo, e sperava che di lì a poco avrebbe trovato un marito più adatto per lei. Nel contempo aveva dichiarato di aver lasciato la sua precedente residenza e reputò buona cosa che lei non conoscesse il suo attuale recapito. Il falso era così ben elaborato, il tono impacciato della lettera così esattamente uguale a quanto lei aveva ricevuto fino ad allora, che la povera ragazza mai nemmeno per un momento sospettò alcun inganno, ancor meno perché il Signor Vincent, con furbesca lungimiranza, si era sempre comportato nei suoi confronti con la più manifesta gentilezza, e si era apertamente professato impaziente per l’unione dei due innamorati non appena Leonard avesse raggiunto la maggiore età. L’esito fu esattamente quello che si era prefissato. Laura, trascorsi alcuni giorni in agonia, chiese all’improvviso al Signor Vincent se le potesse fornire denaro sufficiente per pagarle una traversata per l’America e, al suo rifiuto, era scomparsa di casa durante la notte, e da allora di lei non si erano avute più notizie. Il vecchio, fiducioso del perfetto successo del suo stratagemma, si sfregò le mani dalla soddisfazione, e rivolse l’attenzione ad altre questioni. Nel frattempo, pace e benessere regnavano nella piccola casa in New England che Minnie Warren, ora Signora Vincent, governava con le sue maniere inappuntabili. Minnie, già di per sé scupolosamente accurata e attenta al proprio aspetto, si era decisa che ogni cosa e persona attorno a lei non dovesse essere meno impeccabile, e una donna di casa migliore non avrebbe reso un uomo più felice. Leonard trascorreva i suoi giorni in elegante agiatezza, essendo la sua natura bonaria, colusingato fino all’eccesso dalle attenzioni affettuose della sua eccellente mogliettina. È vero che talvolta tornava con il pensiero alla sua vecchia casa, e al ricordo di colei che una volta gli era parsa tanto cara; ma la sua filosofia accomodante non aveva mancato di fornirgli una consolazione per eventi irrimediabili; ed è probabile che, in tali momenti di riflessione, il flusso dei suoi pensieri approdasse a conclusioni non tanto remote da quelle di cui il padre si era servito per deludere le speranze della povera Laura.

Era un pomeriggio di gennaio. Ultimamente il tempo nel New England aveva fatto del suo meglio per tenere alta la sua reputazione di variabilità e, mentre le strade erano ancora bagnate per la pioggia recente, il cielo, tuttora plumbeo, che combatteva per privare la luce del giorno di qualche ora di esistenza, diede un’avvisaglia inconfondibile di una bufera imminente. La signora Vincent, che aborriva ogni sorta di tetraggine, colse l’opportunità per abbassare le cortine ed accendere il lampadario con un insolito anticipo.

“Ora, Leonard”, disse la piccola, affascinante donna, sedendosi su un seggiolino basso ai piedi del marito, ed incrociando le mani sulle ginocchia di lui, “ti prego, metti da parte quel libro e lasciami godere un poco della tua compagnia.”

Leonard era rimasto alquanto taciturno per tutto il giorno, cosa insolita per lui, e si era immerso fin dal mattino nelle profondità di un romanzo metafisico. Senza dubbio, come la signora Vincent aveva suggerito, il tempo aveva fatto la sua parte. Ora gettò in disparte il suo libro, si stiracchiò, e sbadigliò con fare uggioso.

“Ebbene, ehm” replicò lui, “a dire il vero, mi sento piuttosto di cattivo umore.”

Quindi, colpito da un pensiero subitaneo, si alzò e raccolse il giornale dal pavimento accanto a sé. Adocchiando le pubblicità degli intrattenimenti, lesse a voce moderatamente alta:

“Globe Theatre: Ultima notte de ‘Il selvaggio della prateria’ – pagliacciate! Variety Theatre: “Le meravigliose personificazioni di Jem Thompson; Miss Williams e la sua romanza preferita” – bah! Theatre Comique: Opera-Bouffe – ah, questo è meglio. ‘La Fille de Madame Angot’. Che ne dici Minnie! Trascorriamo una serata a teatro.”

Minnie, che aveva la passione per il teatro delle ragazze del New England, non si scompose, ma non parve contraria.

“Beh, Leonard, certo che è da un po’ che non andiamo, e...”

“Benissimo, allora”, si intromise il marito. “Ceniamo subito. Faccio preparare la vettura.”

A tempo debito i preparativi furono completati, arrivò la vettura, e in breve la coppia era comodamente seduta dirimpetto al palcoscenico, in attesa che si alzasse il sipario. In quel frangente Minnie divenne l’obiettivo inconsapevole di molti binocoli, come spesso accadeva quando compariva in pubblico. Leonard aveva recuperato il suo umore tranquillo, e quando l’orchestra diede inizio alle incantevoli melodie, era già ben disposto a godere a pieno l’insolito piacere dello spettacolo. Tutto andò splendidamente. La prima donna era una celebre star, e rapì il pubblico con il suo canto. Minnie era completamente assorta nello svolgimento dello spettacolo, allorché sentì il marito trasalire. Allo stesso tempo notò un incidente sul palco. Che stava succedendo? Oh, niente di che, dicevano le persone accanto a lei; solo che una componente del coro era svenuta. Ecco che la portavano via dal palcoscenico. Minnie guardò Leonard e colse un’espressione inquieta sul suo viso come non le era mai capitato di vedere prima di allora. Senza più badare alla leggera confusione dinanzi a lei, poggiò la mano sul braccio del marito:

“Che ti succede, Leonard?” sussurrò, “Non stai bene?”

“Niente, niente”, rispose con irritazione. “È stato un attimo. Eppure... ti dispiace se ce ne andiamo da qui?”

“Andiamocene subito. Passami lo scialle.” Si alzarono dai loro posti e lasciarono il teatro, con lo spettacolo che proseguiva come se nulla fosse intervenuto a disturbarlo. Quando furono all’esterno, Vincent parve avere un ripensamento. “Minnie”, le disse, con un vago fremito nella voce, “ti dispiacerebbe rincasare da sola? È stato sciocco da parte mia rovinare il tuo divertimento. Ora sto bene; ma è proprio un peccato rientrare, e penso che approfitterò dell’opportunità per andare a trovare un amico in città a cui avevo più volte promesso di far visita.”

Dapprima lei si oppose, ma alla lunga, con Leonard che stava dando segni di insofferenza, non insistette più, e lo lasciò per ritornare a casa. Fino ad allora la tormenta incombente si era trattenuta, ma ora fiocchi bianchi cominciavano a punteggiare l’aria, cadendo regolarmente. Leonard non era dell’avviso di far visita all’amico, invece passeggiò avanti e indietro con passo irrequieto di fronte al teatro, guardando di continuo l’orologio. Vecchi ricordi erano all’opera nella sua mente, e le sopracciglia aggrottate e lo sguardo inquieto evidenziavano il lavorio di qualche forte emozione. Finalmente scoccarono le dieci e la gente cominciò a riversarsi fuori dal teatro. Percorrendo con foga una via stretta e tetra che costeggiava l’edificio, si arrestò davanti all’uscita degli artisti, come se stesse aspettando qualcuno. In breve la porta si aprì e, uno dopo l’altro, comparvero delle sagome informi. Le fissava in viso quando passavano, ma non sembrava riconoscerne nessuna, fino a quando un’alta figura di donna scese le scale e, dopo aver esitato un momento, si incamminò per la via buia. Leonard non poté vederla in viso, ma il modo di camminare non lasciava dubbi. Con passi leggeri, svelti sulla neve appena caduta la seguì e, appena giunsero ad un angolo lievemente illuminato da un lampione, le si fece vicino e la toccò. Lei si voltò con impeto, lo contemplò in viso con ardore, e poi gli gettò le braccia attorno al collo, singhiozzando convulsamente.

“Ti ho visto – ti ho riconosciuto subito! Quel che hai fatto era sbagliato, crudele! Ma ora ti ho ritrovato, posso perdonarti ogni cosa.”

Le sue frasi incoerenti erano pronunciate velocemente quanto i singhiozzi glielo permettevano, e fino a quando non smise Leonard non poté dire una parola. Poi tolse delicatamente le braccia di lei dal collo, e mentre lei lo fissava con sguardo anelante, vide il suo viso farsi spaventosamente pallido. Le parlò lentamente e come fosse in difficoltà.

“Laura, non devi pensare a me. Non dobbiamo più vederci. Quella che hai visto con me è mia moglie.”

Si arrestò. La luce di rimprovero mista a gioia che le brillava negli occhi si trasformò d’improvviso in un bagliore selvaggio di follia. Si sforzò di parlare ma non ci riuscì. Leonard, atterrito da quello sguardo, continuò in tono sommesso.

“Ascoltami, Laura. Non è colpa mia. Mi hanno detto che tu eri... morta.”

Lei gli prese le mani nelle sue e sussurrò anziché parlare.

“Non importa. Non importa. Avevano ragione. Ero morta!”

Poi con uno sforzo poderoso sembrò riprendere il controllo di sé e parlò, con calma, ma in tono di critica: “E te ne andresti così su due piedi – senza parlare con me dei vecchi tempi? Ho così tanto da raccontarti. Vieni; almeno passa a casa da me e sediamoci un’ora a fare due chiacchiere.”

Non seppe resistere alla sua voce, ma non rispose nulla. Lei si voltò e gli fece strada, con lui che la seguiva con difficoltà. La neve ora scendeva abbondante e il vento di bufera cominciò a soffiare per le vie strette e ammassava cumuli bianchi contro le case. Leonard non sapeva in quale direzione andassero, la neve e la pioggia ghiacciata sul volto gli permettevano a malapena di mantenersi in vista dell’alta figura scura che pareva quasi volare davanti a lui. Ogni tanto lei si voltava per vedere che la stesse seguendo ancora, ed ogni volta gli faceva cenno di accelerare il passo. Camminavano in quel modo da un po’ quando Leonard alzò gli occhi per vedere dove fossero diretti. Si erano allontanati dalle vie consuete e riusciva a vedere soltanto alcune abitazioni intorno. La bufera infuriava spaventosa e la neve era già così alta da rendere difficile il movimento. Si fermò e la chiamò.

“Laura, non posso continuare. Dove abiti?”

Non si voltò verso di lui, fece solo un gesto con la mano, ed esclamò “solo un poco più avanti”.

Leonard non riusciva affatto a vedere dove si trovasse. Era in preda allo sconcerto, eppure la seguiva. Alla fine giunsero in cima ad una breve rampa di scale, sotto la quale si poteva distinguere un lungo tracciato bianco e regolare. Leonard aguzzò gli occhi attraverso la bufera e l’oscurità, e all’improvviso indietreggiò.

“Laura, cosa stai facendo? Oh, Dio; è il fiume!”

Gli rispose con una risata stridula, folle, lo afferrò con ferocia per il collo e lo trascinò giù dalle scale. Invano Leonard tentò di opporsi, perché era la forza del suo delirio ad aizzare la donna . Ci fu un tuffo, il crepitio di un sottile strato di ghiaccio che si infrangeva, uno schizzo d’acqua sull’ultimo gradino, e poi più nulla. La neve spessa tornò presto a fare del fiume una bianca superficie piana, e alle sue profondità nascoste fu consegnata la testimonianza della legge per cui le colpe dei padri dovranno ricadere sui figli.

I.

A broad archway, the gloom of its chill, murky shadow only deepened by the flicker of the shattered gas- lamp that hangs from the centre, its silence only broken by the agonized weeping of a poor girl who strives to still the throbbing of her temples by pressing them against the clammy stones; whilst, little as one would imagine it, but a few paces separate her from the crowd and glare of the wide streets - such a scene is but too common after nightfall in the heart of a great English manufacturing town. As such it did not at first produce a very startling effect upon Leonard Vincent, who, as he was hurrying home by short cuts from a social gathering of fellow-students, was stopped at the mouth of the archway by the sounds of distress that fell upon his ear; but his interest was more vividly awakened as he caught a glimpse of the upturned face faintly illumined by the light which just then a gust of wind blew into a flame. The dark, flashing eyes, the long, black hair all unkempt and streaming over the girl’s shoulders, the face, lovely in its outlines, now weird with its look of agony and ghastly pale, made a picture such as he had never looked on, and held him for a moment as immovable as though he had been gazing upon the head of Medusa. It was but for a moment, however, that he remained irresolute. Stepping quietly up to the sobbing girl, who was too much absorbed in her own grief to notice his presence, Vincent touched her lightly on the shoulder. She instantly turned round to meet his gaze; suppressing with a sudden and violent effort any trace of her emotion save the great tears, which she could not at once check in their course down her cheeks, The cheeks Were pale and somewhat sunken, as if hunger as well as grief had begun to mar her beauty, and, as she looked at the young man’s face with a proud, impatient gaze, her tightly-compressed lips trembling despite her efforts, she aroused in him a feeling of the profoundest compassion. For some minutes they stood regarding each other in silence; then, as he saw the girl determined not to speak, Vincent began to address her, though with diffidence.

“May I ask the cause of your grief? Do not think me rude. I ask because I might - it is my wish to help you.”

The young man, usually somewhat brusque in his manner of addressing his inferiors in station, was somewhat surprised at the tone he was led to adopt. The position of the girl before him, and the plain, much-worn character of her dress, showed that she belonged to the lower class; yet he almost quailed before her look, and felt unconsciously that in nature she was not beneath him. The object of his compassion stood for a moment as if undecided; then, the proud expression on her face still unaltered, replied briefly and in a low, quick voice: “I wish to be alone. You are very kind. I do not need help.”

Leonard Vincent smiled in spite of his pity.

“You must allow me to doubt that,” he said. “Will you not trust me? It is not from mere curiosity that I ask your confidence. I feel sure I can help you, if you will let me.”

Again she replied quickly, but the tone was not that of her former speech:

“You are very kind. It is long since I have been spoken to kindly. But I need no help, indeed I need none.”

The young man again smiled as he looked in her still unmoved face.

“You are very proud,” he said. “It is long since I met anyone so proud. I am proud, too. Will you not confide in a kindred spirit?”

It was now her turn to smile, and for a moment her countenance brightened with a look that was like the faint memory of happiness long past. It was enough that there was a sign of relenting. Vincent continued to urge her, and, after a few moments of hesitation, she seemed about to comply with his request.

“Why should I trouble you with a miserable story? You know it all before I begin. And yet, perhaps, you seem as if you had a good home and good parents; I will tell you in a few words. It will make me cry again; that is good for my pride.”

Then she told, briefly and plainly, the story of her young days; of a happy childhood in a little market-town in the south of England, of schooldays, and the joys of loving companions. All was happy till her father, who had been a small farmer, died, and her mother, a beautiful woman, yielded to their rich landlord’s entreaties, and married him. She had acted on an impulse of pride, and her punishment was severe. Laura Lindon, her only child, was hated by her step-father, chiefly because she would not give up her old rustic friends. The man, whose nature was coarse and vulgar, abused the poor girl dreadfully, till at length her life became intolerable to her.

“What could I do? I could not kill myself for my poor mother’s sake; so I resolved to leave home. I came North, accompanied by a girl of my own age, who had always been my best friend. For a few weeks we just managed to live on what we got for sewing, and then poor Lizzie would not bear the hard life any longer, and - left me. Do not ask me what has become of her; I dare not think. I have seen her once since; God grant I may never see her again. And I myself? You see me; I am alive, and that is all. I can no longer earn enough to live on; I am getting weak, I am afraid. I grew desperate tonight and came out, why and where I did not know. There is my tale. You see you cannot help me. It was kind of you to think of helping me. It is getting late, I am afraid. Good night.”

She turned quickly round, wishing to hide the tears that were again coming into her eyes, and in another moment would have been gone; but Vincent, hastening after her, again compelled her to stay.

“But I can help you; Miss Lindon, I must help you.”

His first impulse had been to offer her money, but he at once saw how unwelcome such an offer would be, how impossible to make her accept of it. Instead of that he proposed to find her work, to provide her sewing enough to enable her to make a living. The offer was at once thankfully accepted.

“And,” said Vincent, as they were parting, “I may see you again, I may come and see you?”

“Thank you,” she replied, firmly but modestly, “I had rather you did not. I must work all my time. You are very kind to get me work.”

And so they parted.

Leonard Vincent was as good as his promise with regard to finding Laura work, [p.8] but, after a few weeks, he proved disobedient to her wish that he was not to visit her. In time she grew more cheerful, and more willing to talk freely, though it was long before she lost, when speaking to her friend, the air of reserve which was the result of her natural pride. At last Vincent, obedient to an impulse which had now become too powerful for restraint, told Laura that he loved her, that he wished to make her his wife. He already knew that she was not indifferent to him, but he little knew of the consuming passion which, kindled at first by gratitude, now burnt fiercely in her heart; of the efforts it had long cost her to choke ardent affection ‘neath the guise of cold respect. Laura’s emotions were powerful, but her self-command still remained more powerful; and now, whilst she modestly confessed her love, she urgently besought her lover to reflect before he committed what might prove an irreparable error. But Leonard was heedless of consequences. In the warmth of the moment he sought an interview with his father, and desired him to sanction his marriage with Laura, at the same time giving a truthful account of her life and present condition. Old Mr. Vincent was a retired cotton-spinner. His immense wealth had been accumulated by his life-long devotion to business; and his nature, of course material to begin with, was now rendered more selfish and intolerant by the addition of a vulgar pride. Furious at first when he heard his son’s announcement; second thought induced him to rely upon low cunning as a better instrument against his son, who was himself proud, but not ignobly so. He pretended to consent to the match on one condition: that Leonard should first enable himself to support a wife by his own exertions, independent of any hopes he might entertain of settlement from his father.

Laura had awaited the issue of the conference with outward calmness, but, in reality, in suspense that amounted to agony.

“You have asked?” she exclaimed hastily, as her lover came to see her immediately after receiving his answer.

“All is well, dearest,” he replied. “But we are both too young as yet. Let us be faithful to each other. Till our marriage you will live at my home and my parents will care for you. I am going to spend a year abroad.”

Laura strove bravely with her emotions and tried to appear glad. In another week she was living under Mr. Vincent’s roof, and Leonard had sailed for America.

II.

Two years have passed, and we meet with Leonard Vincent, this time not in the Old, but in New, England. The school-year is just at an end, the summer vacation is about to commence, and to-day all the scholars are assembled to show by an exhibition the results of their own work and that of their teachers, of whom our friend is one. The members of the graduating-class are here in all their glory; the boys, as is usual with boys on such occasions, well-dressed but awkward; the girls resplendent in the combined charms of nature and of art - a perfect bouquet of rich buds just breaking into the full blow of womanhood. Let us notice Minnie Warren, the young lady whose place is at the head of this class. She is not tall, but her figure is perfect in symmetry; Minnie is grace itself, from the little slipper with the blue bow which now and then peeps from beneath the muslin, to the simple but jaunty coil of rich brown hair that sits on the back of her head. The face, usually wreathed in the most attractive smiles, but now demure-looking from a sense of being regarded by the whole assembly, is not handsome, but is incontestably pretty. Her cheeks, perhaps a trifle redder than on ordinary occasions, are soft and smooth as the petals of a flower, and her lips - description fails. On Minnie all eyes are fixed, and, among them, those of her teacher, Leonard Vincent; but does not the gleam of joy in the eyes of the latter indicate more than the justifiable pride of one who had helped to make Minnie’s mind rich in learning and worthily corresponding to a face so rich in beauty? What has time brought about in the two years that have passed? Leonard Vincent never forgot his promise to Laura, but for many weeks wrote regular and loving letters, to which his betrothed replied in lines that showed the sincerity of her love and the nobility of her nature. Then all at once, she ceased to write, and the cause was explained by a letter which Leonard shortly after received from his father, wherein it was stated, with much attempt at sympathy and overstrained expressions of regret, that Laura had been taken sick of fever suddenly, and very shortly after had died. Must it be confessed that Leonard experienced no keen sorrow at this sudden news? He was shocked; but he did not experience a lover’s grief. His nature would never have allowed him to prove false to Laura as long as he knew her living in the constant hope of becoming his wife; but absence and reflection had so far altered his feelings as to enable him to bear her loss with equanimity. The truth was that from the first his love had contained far more of mere compassion and self-complacency than he could imagine or would have been willing to admit. Very soon after leaving England he had confessed to himself the wish that Laura had been intellectually more of a companion for him. His soul was not great enough to be contented with simple devotion in the woman who was to be his wife, and his imperfect sympathies required more points of contact. Thus it was that very soon after receiving the letter which told him of Laura’s death he had consciously proceeded to foster a new attachment, the seeds of which had already been sown. Without being handsome, or in any sense a lady-killer, Vincent had yet, for those who knew him well, a decidedly pleasing appearance, which joined to a lively and agreeable manner, considerable powers, and the polish of culture, made him decidedly pleasing and attractive. His cheerful equability of temper had speedily resigned him to the lot his father imposed upon him, and he had very soon become a decided favorite with the pupils, especially the young ladies.

The exhibition was considered a great success. The singing, the declamations, the recitations, were voted delightful by the assembly of parents and friends. At last all was over, the people were dispersing, and Vincent was engaged in making a few last arrangements in his own room, when there came a knock at his door, and, without waiting for an invitation, Miss Warren walked in.

“Well, Mr. Vincent are you satisfied now?”

“Decidedly, Miss Warren; and above all with you. You were charming.”

Minnie appeared to take no notice of the compliment, but went on in her usual voluble manner.

“Oh, Mr. Vincent, did you notice Grace Wilson, how she spoke her piece? It was just elegant!”

“No doubt; but there was someone else who spoke a piece; and she was more than ‘just elegant.’“

Minnie shook her head with a pretty air of mock impatience.

“How provoking you are! I really don’t wish for any compliments, s- --; no; I was just going to call you ‘sir,’ but I’m not a schoolgirl now, and I shan’t call you ‘sir’ any longer.”

“Very well, Miss Warren; then in revenge I shall deprive you of your title, and henceforth call you ‘Minnie!’“

Minnie reddened slightly, and turned round to look out of the window. But directly afterwards she turned to face Vincent again.

“Shall you be here again next term, Mr. Vincent?”

“I am very uncertain. It depends greatly upon circumstances.”

Minnie laughed merrily, and laid her hand upon the door as if about to leave the room.

“That is one of your provokingly indefinite philosophical phrases. I suppose time will show. But, really, all the people have left. I must be quick and get home. Good-by.”

She opened the door and pretended that she was off in a great hurry. Leonard appeared for a moment undecided; then he took a step towards her.

“Minnie!”

She stopped, and, turning around with an assumed air of indifference, asked:

“Did you speak, sir?”

“So you are going off without wishing me a happy vacation? I am surprised at you, Miss Warren.”

“I thought you were not going to call me ‘Miss’ any longer,” she replied, with a merchant air.

“Oh, I forgot. Have you nothing to say but a cold ‘good-by,’ Minnie, now that we are seeing each other for the last time?”

Minnie exhibited a scarcely-perceptible start at this announcement.

“Oh, I am not going away,” she replied, perhaps a trifle more earnestly than the occasion seemed to warrant. “I shall be at home when school begins again.”

“But I think it very likely that I shall not. I think I shall go to England for good. I have been here long enough.”

“So you are tired of us Americans already? Ah, well, we are stupid people, I suppose. Good-by, then.”

She held out her delicate white hand, and it trembled just a little. Leonard took it, raised it to his lips, and then gently let it go. Minnie laughed her ordinary gay laugh.

“Is that how Englishmen say good-by? What a knightly lot of people you must be!”

“No,” replied Leonard, earnestly, drawing nearer to Minnie, “that is not how we say good-by. We only do that when we mean that we are never going to say good-by.”

“Oh, indeed! Then I must leave you, I suppose, without exchanging the usual civilities!”

She turned and moved very slowly towards the door. Vincent reached her side with a single step, and took her hand in his own. She turned around, and the blossoms in her cheeks deepened in color as she looked in his face, unable to say anything.

“Minnie,” said Leonard, in a low, earnest tone, “you understand me, though you pretend not to. May I always keep this hand?”

She looked down at the ground, a most unusual thing with her, and replied somewhat indistinctly:

“Really, that would be asking me to stand here too long.”

“It is a very pretty hand. May I kiss it again?”

Minnie gave no reply. He took the silence for consent.

“Those are very pretty lips, Minnie. May I kiss them?”

The question was asked in a tone little above a whisper. The reply was not in words, but the look that was in her hazel eyes as she raised her face to his told him that Minnie Warren, with all her beauty and roguishness, was his own.

And so he did not leave America. He wrote to his father telling him that he had won a wife who belonged to a family that the old cotton-spinner had no reason to be ashamed of as his relations; in reply, his father opened, if not his heart, at all events his pocketbook, to his no longer wayward son. Mr. Vincent, for reasons of his own, had no particular wish that Leonard should return to England, and experienced no great sorrow when he was told that his son desired, for some time at least, to continue to reside in America.

III.

And Laura Lindon? Was she really dead, as Leonard had heard from his father? No; it was but a cruel scheme invented by the purse-proud old man to frustrate a marriage in which he could see nothing but disgrace to himself and to his son. At the same time that he had written to Leonard to tell him that Laura was dead he had been to a man skilled in such matters and got him to forge a letter from Leonard, which said that he had for some time felt how unfitted he and Laura were for each other, owing to the latter’s lack! of education; that he had hitherto been silent on the matter, endeavoring to overcome his doubts; but that he at last felt it to be his duty to free Laura from her engagement, and hoped that she would ere long find a husband better suited to her. At the same time he stated that he had left his former residence, and thought it better that she should not know his present address. The forgery was so skillful, the awkward appearance of the letter so exactly like those she had hitherto received, that the poor girl never for a moment suspected any deception, all the less because Mr. Vincent, with a cunning foresight, had always behaved to her with the utmost apparent kindness, and had openly professed himself anxious for the union of the two lovers as soon as Leonard should have attained his majority. The result was exactly what he had foreseen. Laura, after passing some days in an agony of grief, had suddenly asked Mr. Vincent if he would provide her with sufficient money to pay her passage to America, and, upon his refusal, had disappeared from the house during the night, and never been heard of since. The old man, confident of the perfect success of his stratagem, rubbed his hands in satisfaction, and turned his attention to other matters. Meanwhile all was peace and comfort in the little home in New England over which Minnie Warren, now Mrs. Vincent, presided with all her natty ways. Minnie, herself scrupulously neat and careful of her appearance, was resolved that everything and everybody about her should be no less irreproachable, and he would indeed have been a happy man whose wife was a better housekeeper. Leonard passed his days in elegant leisure, his easy nature flattered to the extreme by the affectionate attentions of his excellent little wife. It is true that he did occasionally revert in thought to his old home, and to the memory of her whom he had once fancied so dear to him; but his easy-going philosophy was at no loss to provide consolation for irremediable events; and it is probable that, in such moments of reflection, his train of thought resulted in conclusions not so very far removed from those which his father had made use of to disappoint poor Laura’s hopes.

It was an afternoon in January. New England weather had of late been doing its best to maintain its reputation for variability, and, whilst the streets were still wet with the recent rain, the still heavy sky, which was striving to stint the daylight of a few hours of existence, gave unmistakable warning of a coming snowstorm. Mrs. Vincent, who abhorred gloom of every kind, took the opportunity to pull down the blinds and light up the chandelier at an unusually early hour.

“Now, Leonard,” said the charming little woman, as she sat down on a low stool at her husband’s feet and crossed her hands over his knees, “do, pray, put aside that book and let me have a little of your society.”

Leonard had been somewhat silent all day, an unusual thing for him, and had buried himself since morning in the depths of some metaphysical novel. Doubtless, as Mrs. Vincent had suggested, the weather had something to do with it. He now threw aside his book, stretched himself, and yawned somewhat drearily.

“Well, Mm,” he replied, “to tell you the truth, I feel rather out of sorts.”

Then, as if a sudden thought had struck him, he stood up and took up the newspaper that lay on the floor beside him. Turning to the advertisements of amusements he read half aloud:

“Globe Theatre: Last night of ‘The Wild Man of the Prairie,’ - bosh! Variety Theatre: ‘Jem Thompson’s Marvelous Impersonations; Miss Williams with her favorite song - pshaw! Theatre Comique: Opera-Bouffe, - ah, that’s better. ‘La Fille de Madame Angot.’ What do you say, Minnie! Let us have an evening at the theatre.”

Minnie, who had a New England girl’s delight in the theatre, put on a demure look, but didn’t seem unfavourable.

“Well, Leonard, it certainly is some time since we have been, and…”

“Very well, then,” broke in her husband. “Let’s get supper over. I’ll just go order a hack.”

In due time arrangements were completed, the hack arrived, and before very long the pair were comfortably seated directly in front of the stage, wishing for the curtain to rise. In the meantime Minnie became the unconscious focus of many opera-glasses, as was usually the case when she appeared in public. Leonard had gradually been regaining his even flow of spirits, and by the time that the orchestra commenced with the well-known delightful airs he was quite ready to enjoy to its full the peculiar pleasure of the entertainment. All went splendidly. The prima donna was a noted “star,” and entranced the house with her singing. Minnie was totally absorbed in the performance, when she suddenly felt her husband start. At the same time she noticed a disturbance on the stage. What was the matter? Oh, it was nothing, said the people next to her; only one of the chorus who had fainted. Look, they were carrying her off the stage. Minnie looked at Leonard and saw a pale, anxious look on his face that she had never before seen there. Thinking nothing of the slight confusion before her, she laid her hand on her husband’s arm:

“What is the matter with you, Leonard?” she whispered. “Don’t you feel well?”

“Nothing, nothing,” he replied, hastily. “It was only for the moment. And yet, - would you mind if we left the theatre?”

“Let us go at once. Give me my shawl.” They rose from their places and left the theatre, the performance going on as if nothing had happened to disturb it. When they were outside Vincent seemed to alter his mind. “Minnie,” he said, his voice trembling slightly, “would you mind going home alone? It was foolish to disturb your enjoyment. I feel all right now; but it is hardly worth while going back, and I think I will take the opportunity of going to see a friend in town whom I have often promised to call on.”

At first she remonstrated, but at length, as Leonard began to show signs of irritation, she pressed him no further, and left him to return home. Hitherto the threatened snow-storm had held back, but now white specks began to dot the air, falling steadily. Leonard showed no intention of going to visit his friend, but paced hurriedly up and down in front of the theatre, repeatedly looking at his watch. Old memories were at work within his mind, and his knit brows and anxious look indicated the working of some strong emotion. At length 10 o’clock struck, and the people began to swarm out of the theatre. Hastily walking down a narrow, gloomy street that led alongside of the house, he stopped before the stage-door, as if awaiting someone. Shortly the door opened, and, one after another, muffled forms appeared. He peered into their faces as they passed, but seemed to recognize none, till at length a tall female figure came down the steps, and, after hesitating a moment, walked down the dark street. Leonard could not see the face, but the walk of the figure he could not mistake. With light, quick steps on the new-fallen snow he followed her, and, when they had come to a spot slightly illuminated by a street-lamp, he stepped up quite close to her and touched her. She turned round hurriedly, gazed eagerly in his face, and then threw her arms around his neck and sobbed convulsively.

“I saw you, - I knew you at once! It was wrong, - it was unkind of you! But now I have found you again, I can forgive everything.”

Her incoherent sentences were spoken as quickly as her sobs would permit, and till she had ceased Leonard could not speak a word. Then he gently removed her arms from his neck, and as she gazed eagerly at him she saw his face was ghastly pale. He spoke slowly and as if with difficulty.

“Laura, you must not think of me. We must not see each other again. She you saw with me was my wife.”

He paused. The light of half reproach, half joy that had shone from her eyes was suddenly changed into a wild glare of madness. She strove to speak but could not. Leonard, terrified at her look, went on in humbling tones.

“Listen to me, Laura. It is not my fault. They told me you were - dead.”

She caught both his hands lightly in her own, and whispered rather than spoke.

“It does not matter. It does not matter. They were right, - I was dead!”

Then with a powerful effort she seemed to gain command over herself and spoke calmly, but reproachfully, “And you would leave me at once, - without talking over old times With me? I have so much to tell you. Come; at least you will come to my house and sit one hour with me and talk.”

He could not resist her voice, but he answered nothing. She turned quickly round and led the way, he following her with difficulty. The snow was now descending heavily and the storm-wind began to whistle through the narrow streets and heap up the white drifts against the houses. Leonard knew not the direction in which they were going; the snow and sleet in his face scarcely allowed him to keep in sight of the tall, dark figure that seemed almost to fly before him. Now and then she turned round to see that he still followed her, and each time beckoned to him to go faster. They had been walking thus for some time when Leonard raised his eyes to see where they were going. They had got out of the regular streets and he could only see a few houses around him. The storm was raging fearfully and the snow was already so deep as to render walking difficult. He stopped and called to her.

“Laura I cannot go further; where do you live?”

She did not turn round to him, only beckoned with her hand, and cried, “Only a little further.”

Leonard could not see at all where he was. In the utmost perplexity he still followed. Finally they came to the top of a short flight of steps, below which he could discern a long, level, white track. They both stopped at the same moment. Leonard strained his eyes through the storm and the dark, and then suddenly drew back.

“Laura! where are you going? Oh, God; it is the river!”

She answered with a wild shriek of laughter, clasped him fiercely round the neck, and dragged him down the steps. In vain he tried to struggle, for she was nerved with the strength of frenzy. There was a plunge, a cracking as the thin layer of ice gave way, a splashing of the water on the lowest step, and then all was still. The thick snow soon made the river once more a smooth white surface, and the hidden depths bore witness to the edict that the sins of the fathers shall be visited upon the children.

Gli esordi di George Gissing all’alba del naturalismo inglese

“The Sins of the Fathers”, da noi qui proposto in versione italiana con il titolo “Le colpe dei padri”, è il primo di quattro racconti di George Gissing, risalenti al 1877, anno in cui l’autore, abbandonati gli studi e scontata una pena in carcere, viene esortato da alcuni amici a tentare la sorte in America. Dopo avere insegnato i classici a Boston e trasferitosi a Chicago, Gissing produce queste sue prime, e decisamente meno note, prove narrative. “Le colpe dei padri” viene pubblicato senza firma nel marzo 1877 sul Chicago Tribune, e ad esso faranno seguito, nei mesi successivi, altri tre racconti, “R.I.P.”, “Too Dearly Bought” e “Gretchen”. Da questa prima produzione ghissinghiana, per la prima volta raccolta in volume nel 1924 per l’editore americano Pascal Covici emergono, seppure in nuce, gli elementi caratterizzanti di tutta la sua poetica e produzione: il gusto per l’indagine ‘fenomenologica’ degli esemplari umani di una società tardo-vittoriana dipinta a tinte fosche; la particolare e ricorrente predilezione per alcune categorie sociali, quelle degli intellettuali squattrinati e degli avventurieri in terra straniera. Lo stile è quello crudo del naturalismo francese (e non solo), che penetra l’animo umano e lo viviseziona con metodo positivista, a cui fanno da contrappunto, a tratti, trasfigurazioni quasi oniriche delle ossessioni umane.

In un’epoca in cui le accademie tendono alla ricerca e alla rivaluzione delle soggettività marginali, delle identità subalterne, delle minorità ingiustamente neglette, in un epoca in cui, insomma, gli studi letterari mirano alla dignificazione di quelle voci intellettuali (e non) che generano pratiche discorsive di resistenza alle prevaricazioni dell’ideologia egemone, la figura di Gissing merita a buon diritto di spiccare, come e più di quanto non sia avvenuto finora, per la sua vena polemica nei confronti della mentalità conservatrice caratterizzante l’epoca d’oro dell’impero britannico. Ad un lettore italiano contemporaneo, Gissing, autore molto prolifico (ha pubblicato ventitré romanzi) noto soprattutto per il suo capolavoro New Grub Street (1891), offre infatti una prospettiva ribelle nei confronti sia delle istituzioni che delle convenzioni dell’Inghilterra di fine Ottocento. La sua protesta appare attraversata soprattutto da una marcata linea di genere, che vede l’autore schierarsi a favore dell’emancipazione femminile soprattutto in lavori quali The Emancipated e The Odd women, contro il conservatorismo machista dei suoi tempi. Una prospettiva questa che, in chiave comparatistica, si potrebbe accostare a quella del fondatore e teorico del verismo italiano Luigi Capuana.[1]

La ricezione globale di Gissing conferma questa tendenza alla riscoperta dell’autore e della sua modernità ideologica soprattutto in decenni recenti (ben esemplificata dal Gissing Conference del 1999 tenutosi ad Amsterdam). Come nota Francesco Badolato, autore del monografico George Gissing, romanziere del tardo periodo vittoriano (2005) e indiscussamente il maggior esperto di Gissing in Italia, il romanziere ha goduto, in epoche diverse, di fortuna planetaria, di una ricezione, cioè, che va dalla Nuova Zelanda (Badolato 2005: 105) all’estremo Oriente.[2] Il caso italiano è a suo modo rilevante: il pluridecennale lavoro di traduzione, esegesi e divulgazione dell’opera ghissinghiana ad opera soprattutto di Badolato medesimo ha reso disponibile in traduzione, oltre a varie collezioni di racconti ed alcuni romanzi, anche i lavori legati alla permanenza di Gissing in Italia e alla sua predilezione per la Calabria, tra cui spicca l’antologia in traduzione La terra del sole. Lettere dall’Italia e dalla Grecia: 1888-1898 (1999). Pare però importante rilevare come una parte della sua opera ad oggi rimanga indisponibile al lettore italiano. A questo proposito la periodizzazione di Badolato, che sulla scorta degli studiosi stranieri che lo hanno preceduto – soprattutto Pierre Coustillas[3] – distingue il lavoro di Gissing in tre fasi di crescente maturità che culminano con il gruppo di scritti successivi al 1895 (Badolato 2005: 106-107), sembra poter giustificare la posizione ancillare e in qualche modo defilata di questa prima fase americana all’interno del corpus ‘canonico’ delle opere dello scrittore.

Come sta avvenendo per autori vittoriani meno noti al vasto pubblico, quali Anthony Trollope, Elizabeth Gaskell, o George Meredith, di cui si sono avute edizioni italiane recenti (soprattutto di Sellerio e Frassinelli), anche per Gissing pare allora doveroso proseguire con rinnovato entusiasmo nella riscoperta dei suoi lavori anche attraverso ulteriori traduzioni, tra cui quella, breve, che presentiamo qui.

È in linea con questo auspicio che intende muoversi il nostro lavoro complessivo di ricerca e traduzione delle zone meno illuminate dell’opera di Gissing. La presente traduzione di “The Sins of the Fathers” è infatti parte di un più ampio progetto di edizione in versione italiana dei primi quattro (sopracitati) racconti di Gissing, unitamente ad un’altra decina di suoi brevi testi in prosa scritti e pubblicati nello stesso anno, accompagnati da una nostra contestualizzazione critica e impreziositi dalla traduzione di due articoli su Gissing ad opera di George Orwell, che lo definì “Il miglior romanziere che l’Inghilterra abbia mai prodotto”: “Not Enough Money: A Sketch of George Gissing”, pubblicato sul Tribune il 2 aprile 1943 e “George Gissing”, scritto nel 1948 ma pubblicato soltanto nel 1960 sul London Magazine.

Questo progetto editoriale, in uscita con Nova Delphi (Roma) è il risultato della collaborazione fra tre accademici attivi nei dipartimenti di italianistica di Monash e La Trobe University a Melbourne: il Prof. John Gatt-Rutter, eminente biografo di Italo Svevo e traduttore, il Dr Luigi Gussago, esperto in letteratura comparata sul tema del picaresco, e il Dr Brian Zuccala (addottoratosi a Monash e neo Post-doc a The University of the Witwatersrand), appassionato dell’Ottocento soprattutto capuaniano, del quale sono recentemente apparse prove di traduzione dell’Otto e Novecento sull’americano Journal of Italian Translation.

Bibliografia

Badolato, Francesco (2005) George Gissing, romanziere del tardo periodo vittoriano. Catanzaro: Rubettino.

Coustillas, Pierre (2013) The Heroic Life of George Gissing, 3 vols. London: Routledge.

Gissing, George (1999) La terra del sole. Lettere dall’Italia e dalla Grecia, 1888-1898. Traduzione di Francesco Badolato. Catanzaro: Rubettino.

___. (1924) The Sins of the Fathers and Other Tales. Chicago: Pascal Covici.

Ying, Ying (2015) “The Reception of George Gissing in China.” English Literature in Transition, 1880-1920. 58.2: 209-19.

Note

[1] Non è questo il luogo per approfondire questa comparazione. Basti però ricordare che un accostamento non a Capuana ma a Verga si trova in Badolato 2005 (204-227).

[2] Ma per quel che riguarda una più aggiornata analisi della ricezione cinese si veda Ying Ying, “The Reception of George Gissing in China” (2015).

[3] Del cui monumentale lavoro su Gissing basti ricordare almeno il recente The Heroic Life of George Gissing (2013) in tre volumi.


©inTRAlinea & Luigi Gussago & Brian Zuccala (2018).
"Le colpe dei padri". Translation from the work of George Gissing.
This translation can be freely reproduced under Creative Commons License.
Stable URL: http://www.intralinea.org/translations/item/2323

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